David Grier a metà strada fra tradizione e innovazione

I ‘nuovi padri’ del country-bluegrass

David Grier

David Grier – foto di Michael Schlueter

(di Andrea Carpi)David Grier appartiene a una generazione successiva, a un decennio di distanza, rispetto a Pat Flynn. E quando Beppe Gambetta ha registrato il suo iniziale disco di duetti Dialogs nel 1989, lui vi ha partecipato come giovane chitarrista emergente. Durante i concerti di maggio scorso della Acoustic Night, si è concesso volentieri a un divertente dialogo tra un viaggiatore e un contadino, come un siparietto di genere tradizionale per accompagnare la canzone “Arkansas Traveller”; un dialogo in cui Bryan Sutton impersonava un curioso viaggiatore e David un reticente contadino, che dava esilaranti risposte laconiche e disarmanti. Un po’ così, con una qualche dura scorza contadina, lui appare anche in questa intervista. Dietro il suo personaggio schivo e di poche parole, traspare però la personalità di un musicista umile, ma di grande tecnica e raffinatezza, che si è costruito uno stile personale in perfetto equilibrio fra tradizione e innovazione, ricercando con tenacia un’autonomia artistica anche attraverso la creazione della propria etichetta Dreadnought Recordings. Il tutto ripercorrendo in modo particolare le orme musicali dei Kentucky Colonels di Clarence White e del fratello Roland White, che ha avuto la fortuna di frequentare fin da bambino come amici di famiglia.

Tu sei nato a Washington, che non è una città tradizionalmente legata alla musica bluegrass…
In realtà c’era molto bluegrass lì attorno: i Country Gentlemen all’inizio degli anni ’60, i Seldom Scene nei primi anni ’70, i Johnson Mountain Boys negli anni ’80; e un sacco di band locali…

Questo era dovuto alla presenza di un’attività discografica, di sale da concerto?
Più che altro, era generalmente gente della classe operaia che suonava quella musica.

Gente che era venuta a lavorare in città dalla campagna?
Sì, direi di sì.

In ogni caso, quando avevi tre anni la tua famiglia si è trasferita temporaneamente a Nashville.
Sì, perché mio padre Lamar Grier suonava il banjo nella band di Bill Monroe.

David Grier

David Grier e Bryan Sutton – foto di Giovanna Cavallo

Quindi vivevi in una famiglia in cui si suonava quel tipo di musica e così hai cominciato a suonare molto presto; puoi raccontarmi come hai cominciato?
Avevo sempre intorno a me quel tipo di musica. Andavo molto spesso ai festival musicali con mio padre, che si esibiva sui palchi e aveva tutti i suoi amici che suonavano a loro volta diversi strumenti. Era come per un bambino che ha il padre meccanico e quindi impara a conoscere i nomi degli attrezzi, a cosa servono e come utilizzarli. Quando tuo padre fa il musicista è la stessa cosa: se sei interessato, lui ti fa vedere qualcosa e tu lo imiti, ti metti a fare pratica; ed è esattamente quello che ho fatto.

E come mai hai cominciato a sei anni subito con la chitarra, anche se tuo padre suonava il banjo?
Papà aveva anche una chitarra. Il banjo è uno strumento molto limitato, mentre con la chitarra puoi suonare jazz, musica classica, rock, country, bluegrass e tutto quello che vuoi. Così lui mi ha consigliato di suonare la chitarra.

David Grier

David Grier – foto di Michael Schlueter

Anche se suonava il banjo nella band di Bill Monroe, il banjo non era il suo primo strumento?
No, il suo primo strumento era il banjo, ma la chitarra era il suo secondo strumento.

Poi c’era anche Clarence White che era un amico di famiglia, e suo fratello Roland ti ha aiutato a imparare a suonare.
Esatto. Quando Roland viaggiava per la East Coast si fermava da noi, che vivevamo ancora nel Maryland vicino a Washington, e strimpellavamo insieme per tutto il giorno.

Ti dava lezioni o semplicemente suonavate insieme?
Suonavamo insieme, ma posso dire di aver imparato molto da lui.

Quindi sei stato influenzato anche dall’ascolto dei Kentucky Colonels?
Moltissimo.

In una tua biografia su AllMusic.com c’è scritto: «Benché circondato da musicisti bluegrass, Grier considera come sue influenze Ry Cooder, Jimi Hendrix ed Eric Clapton». È così?
Sì, un po’… Ma direi che posso considerare mie influenze tutti quelli che ho ascoltato e che mi sono piaciuti: ho imparato molte cose da un sacco di persone diverse. I miei punti di riferimento principali comunque sono Clarence White, Doc Watson e Tony Rice, anche se ce ne sono molti altri…

David Grier

David Grier – foto di Michael Schlueter

Nella tua carriera hai svolto principalmente un’attività da solista, e a partire dal 1988 hai inciso quattro album solisti per la Rounder, poi nel 1998 hai lanciato la tua etichetta discografica, la Dreadnought Recordings. Come mai hai cambiato e ti sei messo in proprio?
[ride] Perché non si guadagnava! Sai come funziona, l’etichetta fa i soldi e l’artista non prende niente! Così ho messo su la mia etichetta per guadagnare qualche soldo, e anche per avere più controllo sulla mia produzione. In questo modo posso incidere i brani che voglio, realizzare l’album che voglio, tutto quello che voglio. Per esempio Evocative [2009] contiene tutti brani composti da me, ed è il mio album con il maggior lavoro di produzione: ci sono diversi altri strumenti come il fiddle, la steel guitar, la batteria, la chitarra elettrica; ho suonato sia la chitarra elettrica che la chitarra acustica. Senza dover sentire la pressione di un’etichetta discografica che mi dice cosa fare…

Ci suona anche Victor Wooten, mi sembra.
Sì, lui suona il basso elettrico con Béla Fleck ed è davvero bravo, molto raffinato ed esperto.

Parallelamente alla tua attività solista, negli anni ’80 hai suonato bluegrass con i Country Gazette e Doug Dillard, ma anche con gli Psychograss di Darol Anger e Mike Marshall, che suonano un bluegrass molto progressivo; dove ti collochi rispetto a questi due orientamenti, l’uno più classico e l’altro più innovativo?
È divertente, perché io mi vedo come un chitarrista bluegrass, anche se ogni tanto quelli del giro del bluegrass pensano che io non lo sia, mi dicono che sono troppo moderno; e i ‘moderni’ pensano che io sia troppo tradizionale! Forse io sono da qualche parte a metà strada…

Infatti la tua tecnica è molto bluegrass, il tuo flatpicking è puro bluegrass, direi, ma suoni anche altre cose: ad esempio ieri in concerto hai suonato un medley con arrangiamenti di “Yesterday” e “Killing Me Softly with His Song”, qualcosa di molto diverso dal bluegrass…
Sì, quello era soltanto un esercizio che ho provato a casa per vedere se ci riuscivo, per tentare di suonare qualcosa di diverso. Quando suoni sempre gli stessi pezzi, finisci per suonare sempre allo stesso modo, senza pensarci, con le mani che vanno in automatico. Perciò voglio imparare anche altre cose, in modo da tenermi in allenamento e far lavorare insieme dita e cervello, Così ho cercato di impare quei pezzi, giusto per provare.

David Grier

David Grier – foto di Giovanna Cavallo

In questi tuoi arrangiamenti – che sono particolari, perché di solito arrangiamenti di questo tipo sono piuttosto una prerogativa dei chitarristi fingerstyle – sono presenti molte forme di accordi inconsuete. Mi chiedevo se siano un tuo sviluppo personale, come l’applicazione di nozioni teoriche, oppure dei tentativi casuali?
Be’, sono andato a orecchio, ho provato a far suonare quelle canzoni come le avevo sentite.

Parliamo un po’ del tuo ultimo album, che dovrebbe essere Fly on the Wall, uscito nel 2014. Che tipo di album è?
È molto old-time, con me alla chitarra, banjo rétro e fiddle. Anche se è l’ultimo album che ho pubblicato, l’ho registrato nel ’98, quindi è molto vecchio anche se è uscito da poco.

Nel 1998 è uscito il primo album con la Dreadnought, giusto?
Esatto, il primo album è stato Hootenanny, che è uscito subito, poi ho registrato Fly on the Wall, ma non l’ho pubblicato.

Quindi l’ultimo che hai inciso è Evocative?
Certo, Evocative, di cui ho scritto tutti i pezzi, come ti dicevo. Alcuni li ho scritti quand’ero un teenager. Quindi, quando la gente dice «Oh, David è cambiato!» si sbaglia: era già tutto presente dentro di me, solo che quei pezzi li ho pubblicati da poco…

Evocative è un album strumentale…
Solo strumentale.

Come la maggior parte dei tuoi album…
Sì, anche se nel prossimo ci sarà la voce, canterò. Non so ancora quando uscirà, forse il prossimo anno.

Parliamo un po’ dei tuoi strumenti. Per anni hai suonato con la Martin D-18 di tuo padre: cosa mi puoi dire di questa chitarra? Era del 1955?
Esatto, un bello strumento. Proprio giorni fa le mie chitarre le ho contate, ne ho diciotto, sono troppe! Ho una Martin D-28 del ’47, una D-28 del ’46, diverse chitarre di costruttori diversi, chitarre elettriche… La chitarra che sto suonando in questo viaggio però è nuova di zecca, l’ho comprata giusto una settimana fa.

In effetti mi sembrava, è una Martin?
Sì, una D-18.

Tempo fa avevi anche una dreadnought della Nashville Guitar Company costruita da Marty Lanham. L’hai venduta?
Sì, non mi piaceva più.

Quindi alla fine è la Martin la chitarra che preferisci?
Sì, direi di sì, è una delle chitarre che preferisco…

Quali sono le altre?
C’è Jim Merrill che costruisce chitarre molto bene. Un altro molto bravo è Dake Traphagen. E anche le Santa Cruz sono molto buone…

Hai anche alcune di queste chitarre?
Sì.

E non le porti con te ai concerti?
Be’, ogni volta è diverso. Forse al prossimo concerto suonerò la Santa Cruz, non so…

In ogni caso si tratta sempre di modelli dreadnought?
Decisamente!

E che mi dici delle corde? Che scalatura usi?
La scalatura medium regolare, generalmente in bronzo 80/20.

E i plettri?
Di plastica.

Medium?
No, heavy.

Già nel 1989 hai inciso un duetto con Beppe Gambetta nel suo album Dialogs, e allora eri un giovane chitarrista bluegrass emergente. Beppe mi ha raccontato che andava chiedendo a tutti i chitarristi che hanno partecipato a quel disco di indicargli un giovane chitarrista interessante, e tutti fecero il tuo nome
Wow!

E adesso sei ancora qui a suonare all’Acoustic Night. Che mi dici della tua amicizia e della tua collaborazione con Beppe? Che differenze vedi tra oggi e allora?
Be’, adesso siamo più maturi! Incontro Beppe di tanto in tanto: entrambi viaggiamo e ci siamo visti lo scorso anno in Kansas, al Winfield Festival. È sempre bello incontrarlo, è sempre la stessa persona, molto amichevole e gentile.

Una bella persona…
Decisamente! E ha portato cose buone in America, nuovi stimoli musicali.

Andrea Carpi

Grazie a Matteo Carpi per la trascrizione e traduzione dall’inglese dell’intervista.

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