Nel nome dei ‘padri’ – Beppe Gambetta e l’Acoustic Night 17

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Beppe Gambetta – foto di Giovanna Cavallo

(di Andrea Carpi) – Anche quest’anno Beppe Gambetta ha fatto centro. Partito dall’idea di dedicare la diciassettesima edizione dell’Acoustic Night ai ‘padri fondatori’ della musica, agli artisti che hanno veramente cambiato la storia della nostra musica, e avendo trovato difficoltà a portare fino a Genova alcuni dei veri padri della prima generazione, Beppe ha raccolto intorno a sé tre ‘nuovi padri’ della seconda generazione, tre campioni che hanno rinnovato e portato avanti lo stile della chitarra flatpicking e bluegrass: Pat Flynn, che nel periodo in cui ha fatto parte dei leggendari New Grass Revival, dal 1981 al 1989, è stato votato per cinque anni consecutivi ‘miglior chitarrista acustico’ dai lettori della rivista Frets; e in nome di questo risultato è stato inserito dalla stessa rivista nella propria ‘galleria dei grandi’ insieme a Chet Atkins, Doc Watson e Tony Rice. E poi David Grier, che è stato nominato per tre volte, nel 1992, 1993 e 1995, ‘chitarrista dell’anno’ dalla International Bluegrass Music Association; infine Bryan Sutton, dieci volte ‘chitarrista dell’anno’ per la IBMA tra il 2000 e il 2016. Questo per parlare soltanto dal punto di vista della loro tecnica chitarristica, senza considerare l’insieme dei loro meriti artistici. Insomma i nostri quattro, Gambetta insieme a Flynn, Grier e Sutton, hanno dato vita per quattro serate consecutive al Teatro della Corte di Genova, dall’11 al 14 maggio, a uno spettacolo di livello veramente altissimo. A parte alcuni a solo, un paio di duetti e un terzetto, hanno suonato quasi sempre tutti assieme, evitando nel migliore dei modi le insidie della difficile formazione a quattro chitarre, grazie alle differenti personalità che li contraddistinguono e che hanno guidato con gusto e professionalità gli arrangiamenti. Oltre ai brani originali, non sono mancati naturalmente i tributi ai padri storici, come i Delmore Brothers, Doc Watson, Norman Blake e Bill Monroe. Il tutto, com’è ormai consuetudine nelle Acoustic Night, con la proverbiale cura dei particolari garantita dalla regia artistica dello stesso Gambetta insieme alla moglie e collaboratrice Federica Calvino Prina, dalla sapiente gestione del suono da parte di Lallo Costa, e dalla bellissima scenografia ideata da Sergio Bianco e ispirata quest’anno all’immagine dell’albero: perché, come dice lo stesso Bianco, «i padri della musica o di qualsiasi espressione artistica e culturale sono un mosaico di persone ed esperienze che formano l’Albero Maestro» e «dopo naturale evoluzione, nella stagione giusta, l’allievo pronto sale tra i rami del grande albero, sceglie il suo frutto, la sua ciliegia». Come da sei anni a questa parte, inoltre, una delle serate è stata trasmessa in diretta da Radio 3. Di tutto questo, oltre che delle sue attività di quest’anno in America e in Italia, abbiamo parlato in questo numero con Beppe, come sempre prodigo di informazioni. Ci occuperemo prossimamente, in modo approfondito, anche dei tre compagni che l’hanno accompagnato in questa Acoustic Night 17.

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn - foto di Giovanna Cavallo

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn – foto di Giovanna Cavallo

Com’è andata questa nuova annata negli Stati Uniti, nella vostra casa nel New Jersey?
Quest’anno in America è stato segnato dal grande cambiamento suscitato dall’elezione del nuovo presidente. Di solito, quando cambia un presidente o quando c’è qualche cambiamento politico importante, a livello locale e nel piccolo, alla fin fine rimane sempre tutto uguale. Invece quest’ultima elezione ha portato nella mia zona una forte depressione e ansietà tra la gente. Purtroppo ha portato anche degli arresti, e Donald Trump è arrivato fin nel mio giardino, perché i suoi poliziotti hanno arrestato i nostri giardinieri, che sono messicani e non avevano i documenti a posto. Chi è artista, poi, è naturalmente anche pacifista, e cavalca l’utopia della pace e il desiderio di portare in giro la bellezza, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Questo, malgrado tutto, è un motore che ci spinge. Anche se personalmente non sono un attivista politico, devo dire che questa è una grossa preoccupazione per noi. Chi tiene in considerazione la pace, è in questi momenti che deve impegnarsi, perché poi quando si scende la china di qualcosa di grosso che rischia di succedere, non si riesce più a fermarlo. È una grossa ombra che tocca un po’ tutti. Però la cosa interessante è che, inaspettatamente, è in atto una risposta molto potente in special modo da parte dei giovani. Sai, noi ‘anziani’ tendiamo sempre a dire: «Questi giovani fannulloni, questi figli di papà che non fanno niente, noi ai nostri tempi abbiamo cambiato il mondo»… In realtà le nuove generazioni di musicisti e non, in qualche modo, stanno rispondendo.
Per quanto riguarda più direttamente la musica, quest’anno sono stato a diverse convention musicali, in particolare alla Folk Alliance di Kansas City, che è quella più legata alla musica tradizionale e che ha un respiro più internazionale: vi partecipano molte persone dal Canada, un po’ di gente che viene dall’Europa e qualcuno addirittura dal Messico. È stata un’esperienza entusiasmante, con due-tremila persone che s’incontrano, tutti operatori e musicisti dell’ambito folk, i quali fanno intravedere un mondo che – anche se è di nicchia, anche se non fa parte del mainstream pop e dell’industria commerciale – è veramente vivo, con una sua struttura reale. C’è stato un meeting di etichette discografiche e di stazioni radio poderoso, con centinaia di radio indipendenti. Se pensi che in Italia noi abbiamo giusto Radiotre e Radio Popolare che si occupano del nostro settore! E poi ci sono stati incontri di organizzatori di festival, che raccontavano le loro esperienze, anche lì con centinaia di festival dedicati. In particolare io ho partecipato come insegnante, perché c’è anche tutta una sezione molto vitale dedicata all’insegnamento e ai workshop.

Beppe Gambetta - foto di Giovanna Cavallo

Beppe Gambetta – foto di Giovanna Cavallo

D’altra parte, personalmente, ho fatto un tour negli stati centrali, soprattutto in Texas, Kansas, Oklahoma, i cosiddetti ‘stati rossi’ che, contrariamente a quello che potremmo pensare, sono teoricamente quelli più conservatori, più vicini al partito repubblicano, ma che al loro interno presentano un sacco di luoghi dove la musica acustica viene ascoltata e seguita. E in questi posti ho riscontrato un grande amore per la musica dal vivo, che perdura ovunque. La cosa bella è la presenza di uno spirito ‘meritocratico’. È strano, ma questo spirito è proprio quello che mi consente di continuare a fare il mio mestiere. Effettivamente l’America è questo posto dove, ovunque io suoni, se suono bene, la volta dopo il pubblico si raddoppia, paga il doppio e compra il doppio di dischi; se suono male, la volta successiva non viene nessuno. E questa semplicissima legge è il mio pane quotidiano, quindi devo esserle grato. Il fatto che ho un seguito un po’ ovunque negli Stati Uniti, mi consente di tornare nei luoghi, dove nuove persone vengono a vedermi perché si è sparsa la voce.
Poi in America, con mia moglie Federica Calvino Prina che segue costantemente il coordinamento e la produzione delle mie attività, facciamo in piccolo come per l’Acoustic Night in Italia. Alcuni progetti locali li autoproduciamo, perché ci fa piacere curare bene i concerti dove viviamo: così, poiché siamo europei, siamo andati a cercare l’edificio più antico che c’è, e abbiamo trovato un bellissimo mulino del ’700, dove produciamo un concerto molto bello per due-tre serate di fila. Certo, Genova ha un milione di abitanti, mentre il mio paesino di Stockton ne ha seicento e il mulino ha circa duecento posti. Però riusciamo a riempirlo proprio con la comunità del luogo, che è una comunità molto interessante. Sai, oggi si dice che è molto difficile cambiare tutto il mondo e che bisogna accontentarsi di costruire dei piccoli tesori a livello locale. E questi paesi, dove c’è un po’ di turismo, sono spesso delle comunità di artisti. Così la nostra piccola impresa riesce a riunire tutti gli artisti di questa comunità ed è un grande piacere. Tutti parlano dell’America come di un luogo dove, da un certo punto di vista, non c’è una grande sensibilità per la bellezza. In realtà in questi luoghi ce n’è. Per dire, abbiamo un pizzaiolo che importa il grano da Napoli e si fa la sua mozzarella tutti i giorni a mano. C’è un barman che prepara il cappuccino con la macchina italiana più buona che c’è e si fa la propria tostatura del caffè, che importa direttamente dalla Somalia. Insomma è un luogo dove siamo molto contenti di vivere!

Ci sono anche dei musicisti?
Musicisti ce ne sono, non vicinissimi. Il più vicino è Leon Redbone, che adesso si è ritirato. Anche Paul Simon ha avuto una casa lì vicino lungo il fiume, per una decina d’anni. E anche Rod Stewart ha vissuto lì per un po’ di tempo. Poi un altro personaggio che vive abbastanza vicino e si aggira da queste parti è David Bromberg, il cui chitarrista Mark Cosgrove vive vicinissimo a casa nostra. Stefan Grossman vive non troppo lontano. E poi Tony Trishka, il grande banjoista. Sì, musicisti ce ne sono. E chiaramente ci saranno anche molti jazzisti, che noi non conosciamo.
A proposito di musicisti, da un po’ sto lavorando al nuovo disco, che avrà probabilmente ospiti della scena newyorkese. Ogni lavoro si svela mentre lo stai facendo, succede un po’ a tutti, ed è molto interessante lasciarsi anche un po’ portare là dove si manifesta una vena artistica. A luglio abbiamo già prenotato lo studio di registrazione e la cosa interessante è che non ho mai lavorato con artisti di New York, ma in effetti a un’ora da casa mia c’è questa scena newyorkese che è la più incredibile del mondo: da un certo punto di vista forse a Brooklin è concentrato in assoluto il maggior numero possibile di talenti. Ho già adocchiato due-tre artisti interessanti, ed è sempre bello intraprendere una collaborazione con qualche musicista nuovo, cambiare un po’, voltare pagina.
Ecco, questo è il quadro di quello che stiamo facendo in America. La cosa importante è che comunque, sempre, se vuoi fare le cose per bene in questo campo, te le devi produrre da solo. Un po’ come per le Acoustic Night, alcune cose continuiamo a seguirle in prima persona e andiamo avanti a lottare affinché l’aspetto artistico prevalga così come lo desideriamo. Un’ultima cosa: l’edizione americana del mio Trattato di chitarra flatpicking [Carish, 2011; ed. americana The Flatpicking Sourcebook, Wise Publications, 2016] finalmente sta avendo successo e le vendite stanno salendo, il che vuol dire – da quello che ho capito – che alcune scuole stanno adottando ‘il Gambetta’!

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn - foto di Michael Schlueter

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn – foto di Michael Schlueter

Come il Carulli, insomma! [risate] E che dire, poi, delle tue nuove composizioni inedite che hai suonato ieri in concerto? Dicevi che nella situazione lavorativa della musica in America, si è stimolati a proporre sempre nuovi brani.
Sì, io tendo a non essere un compositore che ha una ‘presa diretta’ con l’ispirazione divina, cosa che alcuni musicisti possiedono, nel senso che si siedono e instantaneamente riescono ad avviare il processo compositivo in maniera fluente. Per me, come per molti altri che conosco, il comporre è qualcosa che arriva stranamente nei momenti più inaspettati. Quindi le mie composizioni vengono ‘inseguite’: c’è la famosa pila di foglietti di carta con gli appunti delle idee che ti arrivano mentre sei al ristorante, mentre guidi. E però c’è la costanza nel mettere insieme e dare un senso a queste idee. Quello che viene fuori mi piace perché, a furia di cercare una fusione tra strutture di plettrate europee e americane e sviluppare una mia via di mezzo, nelle mie composizioni si trova sempre un suono che presenta degli elementi di novità. E sulla chitarra trovare degli elementi di novità non è per niente semplice. Ho fatto vedere alcune mie composizioni a Bryan Sutton e Bryan, che è attualmente il chitarrista tecnicamente più avanzato nell’ambito del flatpicking, su due o tre cose ha detto: «Ah, questa non l’avevo mai vista, come la fai?» È stata una grande soddisfazione, perché vuol dire che certe componenti ‘strane’ che ho aggiunto al mio modo di suonare, ispirate al chitarrismo tradizionale del sardo Aldo Cabizza o del genovese Pasquale Taraffo, hanno creato qualcosa di diverso. E quindi cerco di mantenere questa diversità, perché mi fa piacere che parte di essa provenga dalla musica – non so se si può dire – roots italiana. Poi cerco di mantenere anche un contatto con la nostra storia: dopo che ho suonato questo mio nuovo brano “Benedicta 1944” all’Acoustic Night, mi hanno scritto in tanti; in effetti l’ho composto per ricordare l’eccidio di partigiani della Benedicta, che è avvenuto qui vicino sull’Appennino Ligure e che è stata una pagina molto triste della nostra storia, una cosa terribile con centinaia di morti. La memoria è una cosa importantissima, e qualche mese fa ho incontrato uno dei superstiti…

Musicalmente, che aggancio hai trovato con questo episodio, che tipo di ispirazione ne hai tratto?
Parlando con i vecchi partigiani, tutti dicevano: «Sì, avevamo tanta paura, però c’era anche una gioia di essere insieme e di lottare per un mondo migliore. Noi cantavamo, passavamo dei momenti lietissimi, poi arrivavano i tedeschi o i fascisti…» Quindi c’era questo insieme di sensazioni, che mi era sempre rimasto impresso. Così musicalmente il brano l’ho diviso in diverse parti, e poi ci ho inserito volutamente un momento di tenerezza, perché in quei racconti c’era sempre la volontà di mantenere un’espressione di tenerezza pur nella tragicità del momento. Ed esprimere tenerezza e morte non era semplice. Però alcuni figli di partigiani sono venuti alla fine del concerto a dirmi: «Il pezzo mi ha colpito molto, c’era un sentimento speciale».

Arriviamo alla preparazione dell’Acoustic Night di quest’anno: com’è nata l’idea e come sono stati scelti questi musicisti?
Al Teatro della Corte dobbiamo dare l’idea dell’Acoustic Night dell’anno successivo già un mese dopo l’edizione appena conclusa. Questo ti dà l’idea di quanto bisogna lavorarci per tempo. Quindi noi stiamo già lavorando alla prossima edizione e anche a quella successiva. Ne abbiamo già due in cantiere. Anzi, ti posso anche dire in anteprima il tema dell’anno prossimo, perché il teatro lo pubblicherà tra circa un mese, quindi quando uscirete con l’articolo sarete i primi a saperlo. L’edizione 2018 sarà dedicata a Fabrizio De André, perché ci mancava proprio di dedicargli un’Acoustic Night qui a Genova. E con Federica abbiamo pensato che è così difficile dire qualcosa di nuovo su Fabrizio, così ci siamo chiesti quale potesse essere stata la maggiore lacuna nel considerare la sua arte: a noi è venuto in mente il fatto che lui non sia sufficientemente riconosciuto internazionalmente. È un artista venerato in Italia, ma negli Stati Uniti per esempio nessuno l’ha mai sentito; in Germania forse qualcuno, perché è l’unico luogo in cui è stato. Quindi lui è una figura monumentale nel nostro paese, ma pochi lo conoscono all’estero e questo è un fatto triste. Così mi son detto che se mai avessi dedicato un’Acoustic Night a Fabrizio, l’avrei voluta realizzare solo con artisti internazionali e avrei fatto loro tradurre canzoni di Fabrizio in lingue straniere. E così sarà. Non abbiamo ancora delle conferme definitive, ma per il momento dovrebbero esserci artisti tedeschi e canadesi…
Torniamo però all’Acoustic Night di quest’anno. Noi avevamo pensato di parlare dei ‘padri’ della nostra musica, perché in effetti stanno scomparendo i veri padri che abbiamo conosciuto, Doc Watson, Pete Seeger, e lentamente altri ci lasceranno. Quindi ci siamo detti che era arrivato l’ultimo momento in cui potevamo riuscire a mettere insieme alcuni degli artisti che hanno veramente cambiato la storia della musica, anche acustica. Così abbiamo cominciato a chiedere ad alcuni padri anche di strumenti diversi, come della chitarra elettrica, tra i quali c’erano Byron Berline e Albert Lee, giusto per dare un’idea senza fare tutta la lista. Ma chi per un motivo, chi per l’altro, o perché sono troppo anziani, o perché tanti tendono a non viaggiare più, pur avendo ancora molte cose da dire finivano per declinare l’invito. Quindi ci siamo ritrovati ad aver già dato il tema dello spettacolo e a non avere abbastanza padri! Allora ci siamo detti: «Beh, se non ci sono i padri fondatori dello stile, ci possono essere i nuovi mentori, la seconda generazione che ha reinventato e portato avanti lo stile». E siccome noi siamo come dei talent scout e andiamo continuamente nei vari festival ad ascoltare i musicisti, al Festival internazionale di Winfield nel Kansas abbiamo incontrato appunto questi tre ‘nuovi padri’ della chitarra, Pat Flynn, David Grier e Bryan Sutton. Allora li abbiamo ascoltati con molta attenzione e abbiamo constatato che i loro stili sono molto diversi tra loro. Ora, l’importante nell’Acoustic Night è che gli artisti portino anche delle diversità. Così li abbiamo contattati ed è successo che erano tutti liberi e che tutti hanno detto di sì! Quanto al pericolo delle quattro chitarre messe insieme, l’abbiamo scampato: sai, una chitarra da sola è meravigliosa, due chitarre si completano e raggiungono una poesia insperata, tre chitarre cominciano a rompersi le scatole a vicenda, quattro chitarre rischiano di precipitare nel baratro, perché sono troppi strumenti che suonano una cosa simile! Però, anche grazie al fatto di aver usato un po’ la chitarra baritona, un po’ la chitarra bouzouki, un po’ i mandolini, un po’ i soli, siamo riusciti in qualche modo a differenziare le parti. Insomma, ci abbiamo dovuto pensare molto per evitare che si formasse un minestrone di chitarre troppo intricato…

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn - foto di Michael Schlueter

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn – foto di Michael Schlueter

Poi c’è anche il fatto che come età hanno circa dieci anni di differenza l’uno dall’altro e rappresentano ciascuno un particolare momento dello sviluppo dello stile bluegrass. Per non parlare di una evidente rievocazione di Dialogs, il tuo primo disco del 1989, in cui andavi da giovane esordiente a visitare i padri di allora, tra i quali c’era già lo stesso David Grier. Inoltre Bryan Sutton, a sua volta, ha realizzato un’operazione simile nel 2006 con il disco Not Too Far from the Tree, in cui duettava con tutti i grandi del genere.
Sì, è vero, Flynn, Grier e Sutton – ce ne siamo accorti poi – hanno rispettivamente sessantacinque, cinquantacinque e quarantacinque anni! Non è che avevamo fatto i conti precisi quando li abbiamo invitati, ma in effetti questo fatto è sinonimo di una particolare completezza della scelta che si è venuta a creare: sia rispetto al periodo storico in cui hanno portato avanti il loro stile, dal momento che più vai avanti nelle generazioni e più lo stile si raffina, diventa più complicato e virtuosistico, tanto che Bryan è il più avanzato dal punto di vista tecnico; sia riguardo alla ‘ampiezza’ dello stile, poiché Pat Flynn si caratterizza soprattutto nell’ambito del newgrass, della fusione con il rock e il country progressivo e dell’improvvisazione, mentre Grier esprime uno stile progressivo raffinato, mescolato con un po’ di jazz e anche con un po’ di old-time, e ha chiaramente come mentore Clarence White, di cui porta avanti il caratteristico tipo di fraseggio; Bryan Sutton invece si muove maggiormente sulla scia di Doc Watson, con il quale condivide la provenienza dalla stessa regione del North Carolina, e di Tony Rice. Quindi ciascuno dei tre ha la propria specifica personalità.

Un momento che mi ha particolarmente colpito nel concerto di ieri sera è stata l’esecuzione a quattro di “Chipmunk”, il tuo pezzo costruito giocando e scherzando sul virtuosismo; vedere questi tre ‘mostri’ così impegnati a interagire con te in questo tour de force è stata un’esperienza notevole.
Ma grazie! Infatti è stato un vero piacere che loro si siano entusiasmati per questo pezzo, che l’abbiano imparato ciascuno con il capotasto su un tasto diverso per poter suonare in posizioni completamente differenti. Il brano effettivamente vuole un po’ esorcizzare la tendenza a suonare veloce, che si ritrova in certi generi musicali e che non è – secondo me – l’aspetto fondamentale della musica, poiché ci sono altre cose molto più importanti. Quindi è bello che nella musica si trovi una pur piccola dose di ironia: l’ironia è sempre stata parte della musica. Se tu parli con i più grandi artisti, è raro che non ci sia in essi un senso dell’umorismo e dell’ironia. Si può dire che l’ironia, la leggerezza a volte, faccia proprio parte proprio dell’arte. E questo probabilmente riflette il fatto che ogni artista porta all’interno di sé una piccola questo di innocenza infantile, di gioco e di ironia. Nel caso di “Chipmunk” l’ironia consisteva nel tentativo di descrivere la corsa di uno scoiattolo. E i miei tre compagni hanno subito captato il motivo dello scherzo, leggendo il brano ognuno a suo modo: Pat Flynn naturalmente con il suo stile tutto strappato, David Grier inventando fraseggi alla Clarence White, Bryan Sutton mettendo in campo la sua incredibile capacità di accelerare a qualsiasi velocità, a qualsiasi volume e con qualsiasi difficoltà tecnica, senza mostrare alcuno sforzo. Normalmente, più si suona veloce e più aumenta la tensione per il timore di sbagliare, più è difficile mantenere distinto il fraseggio, con una dinamica perfetta. Invece lui conserva il suo sguardo impassibile e continua a suonare come se niente fosse. Del resto lo dice in molte sue interviste: i suoi studi sono basati sul mantenimento della rilassatezza, il che fa pensare forse a un qualche aspetto zen della sua formazione…

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn - foto di Michael Schlueter

Grier, Sutton, Gambetta e Flynn – foto di Michael Schlueter

Un’ultima citazione dell’Acoustic Night di quest’anno la riserverei all’omaggio finale a Gianmaria Testa.
Sì, Gianmaria Testa è sicuramente uno dei grandi artisti che in Italia, forse, non sono stati compresi appieno. Nei miei viaggi in Nord Europa, particolarmente in Germania, ho colto un amore per questo cantautore a volte superiore a quello che ha ottenuto nel nostro paese, anche se in certi centri del Nord, a Torino, Genova, Milano, aveva un buon seguito.

Per lui è avvenuto un po’ come per Paolo Conte, che lo hanno scoperto in Francia prima che in Italia.
Sì, e fortunatamente – da quello che capisco – c’è stato comunque un suo riconoscimento in Italia prima che mancasse. Tra le varie cose, di lui mi è sempre piaciuta anche quella voglia di esprimere tenerezza nei confronti dei suoi figli, nei confronti di alcuni aspetti della vita. L’ho conosciuto di persona in un paio di occasioni e c’eravamo ripromessi di fare qualcosa insieme. Purtroppo la vita per Gianmaria è stata troppo corta. E quindi io avevo proprio voglia di parlare un po’ di lui. L’Acoustic Night ha del resto questa caratteristica che vuole concludersi con una nota di dolcezza. Come dire: è stato bello ascoltare musiche complesse e tutto il resto, però la cosa più importante è stata stare un po’ di tempo insieme alla ricerca della bellezza, per chiudere con una nota tenera che è sempre stato il nostro scopo. La canzone “Biancaluna” di Gianmaria era appunto il motivo giusto per l’occasione. Tra l’altro ho scoperto che in queste notti c’è stata anche la luna piena, quindi la gente che è uscita dal teatro si è vista apparire proprio la luna piena, che era già comparsa artificialmente dietro di me sulla scena.

Concluderei con un accenno al tuo workshop annuale, che quest’anno non hai tenuto in Slovenia, ma hai anticipato ad aprile sul Lago di Garda.
Per motivi anche di ‘anzianità’, e per rendere un po’ più pratiche le cose della vita, abbiamo provato a spostare un po’ più vicino il workshop estivo di Ambroz in Slovenia, che è stato sempre molto bello, ma era troppo lontano. E abbiamo trovato questo posto che è molto conosciuto per i corsi estivi di Oscar Ghiglia, Gargnano sul Lago di Garda, che si è rivelato molto adatto perché è un luogo di accoglienza naturale per chi proviene dal Nord Europa. Abbiamo anche provato a mettere insieme le due componenti del suonare e stare bene con la musica col vivere in un posto incantevole e mangiare benissimo per qualche giorno: ho cercato alcuni ristoranti slow food da sogno, in modo che alla fine della giornata non si finisca – come avviene in tutti i workshop americani – nel refettorio di un’università o di una scuola a mangiare fried chicken, ma sul lungolago a bere il vino migliore e a mangiare i cibi fantastici delle nostre Alpi!

Si tratta anche, mi sembra, di un corso di perfezionamento di livello medio-alto.
Finora, per quanto riguarda i workshop, avevamo sempre organizzato le cose in grande, invitando artisti da tutto il mondo. Questa volta ho pensato che mi faceva piacere stare io con i miei allievi, senza nessun altro insegnante, perché ormai credo di aver maturato un’esperienza legata al fatto che in tutta la mia vita non ho fatto altro che produrre musica ed eventi. Quindi penso di potermi concedere di accogliere allievi di livello abbastanza alto e, in maniera gentile, con una critica positiva, provare a spiegargli come produrre le loro cose in maniera migliore. Il che non è mai una cosa semplice, perché a volte dire a un artista «questo non va molto bene, bisogna cambiare» è una delle cose più difficili. Tuttavia, se sei un insegnante, devi avere l’onestà di farlo. Questa è l’idea di fondo.

Andrea Carpi

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