Verso l’Eurorchestra

Intervista ad Andrea Valeri e Daniele Bazzani

(di Andrea Carpi) Era un po’ di tempo che li vedevamo ‘armeggiare’ insieme, Andrea Valeri e Daniele Bazzani, con incontri, concerti condivisi, tournée. Ma non ci saremmo mai aspettati che alla fine tirassero fuori dal cilindro un progetto del genere: un programma di musiche composte da Andrea e arrangiate da Daniele con l’orchestra. Quando poi i due ci hanno fatto ascoltare i primi risultati del loro lavoro realizzati al computer, sia io che Reno Brandoni e Mario Giovannini siamo rimasti sorpresi e affascinati dalla bellezza del materiale; un materiale destinato a essere suonato da un’orchestra di trenta elementi, con Andrea, Daniele, Michael Fix, Vincenzo Zitello e tanti altri giovani musicisti provenienti da tutta Europa. La prima uscita pubblica della Andrea Valeri Eurorchestra sarà il 29 settembre prossimo al Teatro Verdi di Casciana Terme, nella provincia di Pisa. Abbiamo approfittato di un incontro romano dei due per andarli a trovare e farci raccontare i dettagli di questa emozionante avventura.

Cominciamo con una confessione: personalmente non avrei mai immaginato di vedervi collaborare. Da un lato la base tecnica è sicuramente comune – da Chet Atkins a Tommy Emmanuel – ma vi ho sempre visto come musicisti e personalità diverse: Andrea più stravagante ed estroverso, Daniele più pacato e riflessivo… Come avete cominciato?

D.B. Be’, ci conosciamo da sempre. Lui era un ragazzino e io… potevo essere suo padre! Sono undici anni che ci conosciamo. Ci si vedeva inizialmente all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, poi progressivamente abbiamo cominciato a condividere dei concerti, a fare qualche pezzo assieme in chiusura. Poi ci si vedeva a casa: Andrea passava da Roma e veniva a trovarmi, magari si fermava da me per la notte. È stata una cosa molto naturale nel tempo. In effetti ci siamo sempre divertiti a suonare assieme, anche solo per il gusto di farlo. Amiamo la musica, siamo musicisti e ci piace suonare. Il punto di contatto è essenzialmente questo. Al di là di qualsiasi barriera culturale e geografica. Entrambi siamo compositori, e anche questa è una cosa che ci accomuna.

A.V. Posso aggiungere ben poco a quello che ha detto Daniele. Si sa che la musica parla, e parla senza bisogno di parole. Per cui, quando è capitata un’occasione di poter lavorare assieme, mi riferisco soprattutto al tour in Polonia, non ce la siamo fatta scappare.

Com’è nata questa opportunità del tour in Polonia?

A.V. Grazie a un amico comune che abbiamo laggiù, che organizza eventi.

D.B. Ci aveva già chiamato separatamente negli anni precedenti, e questa volta ci ha organizzato una serie di concerti assieme.

A.V. È stato un momento molto importante perché, anche se ogni tanto ci vedevamo, erano occasioni sporadiche. Invece passare un po’ di tempo assieme e riflettere sul percorso che stava nascendo per entrambi è stato fondamentale. Perché è vero, di base possiamo avere due approcci alla chitarra che possono anche sembrare diversi, ma solo esteriormente. Al punto che, suonando assieme, non c’è mai stato bisogno di dare ‘indicazioni’ su dove doveva andare un pezzo. Veniva da sé, in maniera naturale.

Questi concerti in Polonia erano composti da due set come solisti e poi una parte assieme?

A.V. Sì, e questa parte assieme era la più bella. È stata un’esperienza e un percorso. Di Daniele ho una stima infinita e, musicalmente, non ho il minimo dubbio sul suo valore. Parlo proprio di musica, al di là dello ‘strumento’, che tale deve rimanere. Musica che veniva da sé, quando suonavamo assieme, una volta imbracciato lo strumento. In maniera molto spontanea, senza forzature.

Come siete arrivati al progetto attuale con l’orchestra?

D.B. È stato Andrea, un paio di anni fa, a dirmi che si stava un po’ ‘stancando’ di suonare solo la chitarra e che avrebbe voluto trasformarla in qualcosa di diverso. Stancarsi di suonare ‘solo’ la chitarra ‘da solo’ non vuol dire necessariamente cercare di suonare con un gruppo. Ma comunque ti resta qualcosa dentro, un tarlo che ti rode e ti fa pensare. Siamo partiti da questo: lui me ne ha parlato e ce la siamo rimpallata per un po’…

A cosa ti riferisci?

D.B. Al voler ampliare un po’ gli orizzonti musicali oltre la chitarra, facendo musica anche attraverso altri canali. Sinceramente, all’inizio, non ci avevo dato tanto peso: un’dea stimolante, interessante, ma si limitava a dei discorsi abbastanza accademici. In parallelo, però, io avevo preso un synth, vincendo la mia assoluta resistenza ad avere in casa un computer per fare musica. Perché ero sicuro che mi avrebbe distratto dalla chitarra. E infatti alla fine è andata proprio così! [risate generali] Quello che ti ho fatto sentire è il frutto di sei mesi di lavoro.

Se non sbaglio il synth lo avevi preso per un altro progetto di sonorizzazione…

D.B. Forse… non sono sicuro di cosa sia venuto prima. Sai, sono quelle situazioni concomitanti che non sai bene come sono cominciate. È venuto tutto un po’ insieme…

A.V. Quindi: doveva capitare!

D.B. In effetti. Comunque ho preso un MiniNova, che ha un sacco di suoni bellissimi, perché è già qualche anno che ho in mente di provare a mischiare l’acustico ‘puro’ con l’elettronico ‘spinto’; anche in maniera piuttosto estrema, per capire se ci può essere un punto di contatto. Stavo lavorando a un progetto con un editore inglese, che prima mi aveva chiesto dei pezzi miei, poi mi ha stimolato a collaborare al progetto scrivendo delle cose a cui poter aggiungere altri strumenti. Un lavoro che pian piano mi ha messo davanti a una realtà che non conoscevo. Quando Andrea è tornato alla carica con le sue idee, mi sono reso conto che di fatto lui, mentalmente, era già più avanti di me su queste cose. Anche perché Andrea ha sempre ascoltato, molto più di me, i compositori di colonne sonore. Che dal canto mio ho sempre considerato poco, non perché non siamo interessanti, ma essenzialmente perché si tratta di un altro lavoro, didascalico, descrittivo, al servizio delle immagini. Però, alla fine, questa esperienza e le idee di Andrea hanno fatto ‘cortocircuito’, per sfociare nel progetto attuale.

Il synth è quello che vedo sotto il monitor del computer?

D.B. No, quella è una tastiera. Il modulo del synth è quello piccolo che sta dietro. È un sistema completamente analogico che mi permette, non sapendo suonare la tastiera, di agire sulle note in tempo reale, con filtri e variazioni di ogni tipo, con un approccio molto ‘fisico’ a quello che sto facendo. La tastiera estesa è stata una necessità successiva, per poter gestire gli ‘strumenti virtuali’ dal PC in maniera più semplice.

Da parte tua, Andrea, come sei arrivato all’idea di questo lavoro?

A.V. La scommessa era già partita diversi anni fa con Mediterraneo [2016], ma anche con qualcosa dell’album precedente Race Around the World [2014]. Non so se ricordi, ma in quel periodo ci siamo incontrati a Tricesimo con il concerto di Andrea Valeri & Friends [v. “Il decennale di Madame Guitar”, in Chitarra Acustica, dicembre 2015 – ndr]: questa cosa io già ce l’avevo in incubazione…

Quello era un gruppo, una band…

A.V. Vero, perché ancora il mio livello era quello. Non avevo ancora la consapevolezza necessaria. Il punto di svolta è stato l’incontro con il compositore di colonne sonore Hans Zimmer, che dirigeva dal vivo le sue musiche in veste orchestrale. Trovarmi davanti a quelle musiche in quella dimensione, mi ha fatto rendere conto di quanto piccolo uno si possa sentire di fronte alla ‘vetta’. Inizialmente mi ha spaventato, al punto da arrivare a pensare di dedicarmi ad altro nella vita, perché fino ad allora mi sembrava di aver scherzato…

D.B. E invece ti sbagli, perché uno che scrive musica come la scrivi tu, dal mio punto di vista, non deve sentirsi limitato per il solo fatto di trovarsi di fronte a un’orchestra di venticinque musicisti, peraltro tutti molto bravi…

A.V. No, ma il mio cruccio è stato che quella cosa io ce l’avevo in testa già da tempo. Non è che volessi ripudiare il fatto di suonare la chitarra, però ne riconoscevo dei limiti. E soprattutto mi scocciavo di dover sempre parlare di chitarra in un certo modo, di sentir parlare di flatpicking, fingerpicking, fingerstyle, country, bluegrass… Allora chiedevo: «Ma scusate, che differenza c’è tra fingerpicking e fingerstyle? Un chitarrista classico non suona anche lui con le dita? Con che suona, con il naso? Ma perché non parliamo di Musica, invece di incasellare tutto in maniera così schematica?» Insomma io avevo bisogno di essere più libero, per dire e raccontare tutto quello che sono. Che piacesse o meno.

Quindi è stata pura fortuna incontrare Zimmer a Lipsia, mentre eravamo entrambi in tour. È successo due volte, per due anni consecutivi. Così ho lasciato a lui e ad alcuni musicisti che lo seguono abitualmente, in particolare a Guthrie Govan, un po’ del mio materiale a partire da Mediterraneo. Ma non solo, tempo fa ho scritto anche a un compositore italiano, Franco Piersanti, che è molto conosciuto per le colonne sonore del Commissario Montalbano. Gli ho mandato due miei brani, esternandogli tutta la mia ammirazione, per fargli capire quanto la sua musica mi accompagnasse in giro per il mondo, nelle mie playlist. E lui mi ha risposto facendomi molti complimenti: non puoi capire quanto questa cosa abbia rappresentato per me, da rotolarmi per terra! È stato un momento forte, davvero importante. E tutto ciò ha contribuito a darmi consapevolezza, a rendermi conto che ero pronto. Così alla fine mi sono deciso: avevo desiderato così tanto questa cosa, che era giunto il momento di concretizzarla. E una volta pronti tutti i miei brani, ho chiamato a raccolta tutti i musicisti con cui ho collaborato negli anni e che sono stati importanti per me. Daniele è stato il primo…

D.B. Sì, perché io ero già coinvolto nel progetto, ma come chitarrista. Non si era ancora mai parlato del lavoro di arrangiamento, anche perché a me non sarebbe mai venuto in mente di proporglielo e di propormi…

A.V. In seguito ho chiamato Michael Fix, con cui mi vedrò tra un paio di settimane, e Vincenzo Zitello. Poi tanti altri amici e amiche, perché l’orchestra sarà formata da uomini e donne in ugual numero: saranno tutti tra i venti e i trentacinque anni, a parte le personalità di eccellenza che ho appena citato…

D.B. I vecchi! [risate generali]

A.V. Diciamo le personalità di ‘esperienza’. Perché tutto questo deve sposare anche la causa dei giovani, dei ragazzi: mi capita spesso di ricevere messaggi da giovani musicisti che non sempre hanno il coraggio di affrontare la professione. Per cui mi sembra giusto dare sostegno anche e soprattutto ai giovani. Così abbiamo creato l’orchestra, con ragazzi da tutta l’Europa, e abbiamo dato vita al progetto.

E come si è arrivati all’idea degli arrangiamenti realizzati da Daniele?

A.V. C’è una grande distanza tra ‘sentire’ la musica e parlarne. Tutte le mattine quando mi sveglio, la cosa più bella che mi posso dire – e penso che Daniele sarà d’accordo – è che ‘servo’ la musica. Non come ‘schiavo’, ma perché ho deciso di servirla, perché mi sento adatto allo scopo, e soprattutto perché non voglio distruggerla coprendola con la mia personalità. Così, dopo essermi confrontato con personalità un po’ troppo ingombranti, che non vedevano questa cosa come la sento io, mi sono ricordato della grande sensibilità di Daniele. Che è estremamente affine alla mia. E che ci ha portato a lavorare in maniera molto lineare e semplice, quasi in unità d’intenti.

Ma queste ‘personalità ingombranti’, che hanno provato a mettere mano sui tuoi pezzi, le avevi contattati tu?

A.V. Sono molto consapevole dei miei limiti, e non mi sarebbe mai passato neanche per l’anticamera del cervello di poter fare tutto da solo…

Non si sarebbe anche potuto lavorare in maniera più pop, diciamo, mettendo assieme i musicisti e lavorando sugli arrangiamenti come all’interno di una band?

D.B. Con trenta persone arrivate da tutta Europa sarebbe stato un po’ difficile…

A.V. E se c’è una cosa che ho imparato dall’esperienza del gruppo Andrea Valeri & Friends, è che così non si può fare. Perché servire la musica vuol dire anche mantenere un ruolo ben preciso. Il tutto deve funzionare come una squadra con una struttura piramidale. Cioè deve esserci una gerarchia, non dettata dalla ‘superiorità’, ma dal ruolo che si riveste; una gerarchia che deve essere categoricamente rispettata. Perché solo se c’è ordine alla base, c’è ordine nel prodotto finale che si ottiene. Ed è anche questo il motivo per cui non ho mai messo becco nel lavoro di Daniele, perché il mio ruolo, musicalmente parlando, deve finire esattamente dove comincia il suo. Non devo andare a ledere quella che è la sua libertà.

Forse ti sei reso conto, con Andrea Valeri & Friends, che non te la sentivi proprio di rivestire il ruolo di ‘capobanda’?

A.V. Non sono proprio una persona che possa sentirsi ‘capo’ di qualcuno. Ho talmente tanto rispetto delle competenze degli altri musicisti, che non mi sento in grado di dare indicazioni a nessuno. Però, a questo punto, cerco di affidarmi a musicisti che hanno una carriera alle spalle e quindi, anche se io non dico nulla, sanno già qual è il significato di ciò che stiamo facendo…

D.B. Un po’ come andare a suonare con un cantautore, no? Se collabori con un cantautore, devi essere in grado di rispettare la sua musica, senza perderti in funambolismi inutili.

Giusto, Daniele, ma tu come sei arrivato da chitarrista solista ad arrangiatore? Come è avvenuto questo processo?

D.B. Bella domanda… È una cosa che mi sto chiedendo spesso ultimamente, forse perché più ne parlo più prendo coscienza delle cose. Perché lo so che è difficile arrangiare per violini, clarinetti e flauti, però so anche quanto sia difficile stare un’ora e mezza, due ore da solo sul palco con la chitarra… senza assistere a suicidi di massa! [ride] Fermo restando che la qualità deve esserci, perché non puoi far diventare bello un pezzo solo grazie all’orchestra. Bisogna partire da qualcosa di buono, che però deve essere valorizzato. Perché solo con la chitarra, hai voglia a suonare la parte di basso, la melodia e poi qualche pezzetto di accordo: non è una equazione costante, non basta sempre fare ‘uno più uno più uno’ per ottenere un buon risultato. Anche studiare gli arrangiamenti per accompagnare una voce da solo è stata una palestra fondamentale. Per me Tuck Andress è un punto di riferimento unico in questo campo.

Hai letto l’intervista che gli abbiamo fatto l’anno scorso insieme alla moglie Patti [Chitarra Acustica, settembre 2017]? Hanno detto delle cose interessantissime su questi argomenti…

D.B. Sì, e tra l’altro anch’io li ho intervistati qualche anno fa, sono due persone davvero squisite [Chitarre, agosto 2007]. E da questo punto di vista sono una fonte di ispirazione infinita.

Ora, se io devo accompagnare una canzone, studio la struttura: intro, strofa, ritornello, inciso, assolo, crescendo; sono tutte cose che nell’arrangiamento si devono ritrovare e riconoscere. Quando sei in cinque sul palco è tutto più facile… Quindi venti, venticinque anni di lavoro di questo tipo – le varie collaborazioni con le band in cui ho suonato e suono, lo studio della chitarra classica da ragazzino, la chitarra fingerstyle intesa come strumento polifonico, tutto assieme da Michael Hedges a Jerry Reed e tutto quello che ci sta in mezzo – ti portano ad avere in testa tanta musica. E a forza di fare tanto con così poco… è un po’ come il cuoco abituato a cucinare con il frigo vuoto: la prima volta che lo porti a far la spesa ti spacca! Poi magari c’è stata anche una certa predisposizione naturale, che è venuta fuori al momento giusto.

In effetti, conoscendoti, lo avrei detto anch’io… Ma raccontaci un po’ dal punto di vista tecnico com’è avvenuto il tutto? Sei partito dal synth…

D.B. Sì, come ti dicevo, per provare a mischiare dei suoni elettronici con la chitarra acustica. Poi, grazie anche all’editore inglese cui accennavo prima, si è creata la necessità di utilizzare i VST, i Virtual Instruments, che mi ero sempre rifiutato di utilizzare, perché sapevo che mi avrebbero ‘distratto’ troppo dalla chitarra. Sono partito un po’ per tentativi, anche con risultati non esattamente esaltanti all’inizio. Anche perché ho scoperto che avere ‘i suoni’ è fondamentale e una libreria di violini può costare da 500 a 1000 euro, solo per avere quattro strumenti solisti. Ho capito che avrei avuto bisogno di qualche aiuto. Partendo dal presupposto che mi rifiuto categoricamente di utilizzare – come invece fanno un po’ tutti – software non originale, mi sono comprato Cubase e una manciata di suoni, in base alla disponibilità economica che avevo. Ho chiesto consigli a vari amici, ma ho rispettato questo principio fino in fondo, anche se sarebbe stato molto più facile non farlo, soprattutto in questo contesto, in cui avrei avuto bisogno di molti più suoni. Però, forse, non avere materiale eccellente mi ha obbligato a ingegnarmi di più per ottenere il massimo possibile da quello che avevo.

È una scelta coraggiosa e importante in questo momento.

D.B. È una scelta di etica e di rispetto del lavoro degli altri. Così come non utilizzerò mai Spotify…

A.V. E hai fatto anche la rima!

D.B. “Spotify non mi avrai” [risate] era anche il titolo di un articolo che ho scritto qualche anno fa per Chitarra Acustica [giugno 2014]!

Comunque, ho cominciato a lavorare e mi sono reso conto che facevo abbastanza schifo con i suoni. Allora ho fatto come ho sempre fatto in vita mia: così come da ragazzino ‘copiavo’ gli assoli di Brian Setzer degli Stray Cats, mi sono messo a ‘copiare’ le colonne sonore. Ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto tanti compositori pazzeschi che lavorano in questo settore. Importavo il file audio e poi ci ragionavo sopra: questo che strumento sarà? Un oboe? E che note suona? Per fortuna l’orecchio funziona bene, del resto sono trentacinque anni che trascrivo qualsiasi cosa mi passi per le mani e sono molto allenato. Quindi ho cominciato a ‘replicare’ questi lavori, per cercare di avvicinarmi alla qualità del prodotto finito. In questo modo ti metti in condizioni di capire come funziona un brano: come e quando far entrare determinati strumenti, in base a quali meccanismi farlo… Ho anche studiato alcuni spartiti per orchestra, ad esempio Beethoven: battuta per battuta, ascoltando una pagina per volta, all’infinito, per capire cosa fanno i violini, poi le viole, e perché l’oboe o il clarinetto entrano in quel punto. Capire perché Beethoven, se ha due clarinetti, li tiene su due registri differenti e scoprire tutta una serie di meccanismi. Che magari non sarei neanche in grado di rispiegare, ma hanno fatto bagaglio di esperienza.

Qual è stata la prima ‘scintilla’, il primo tentativo che ha dato il via al vostro lavoro insieme?

D.B. Eravamo da me in studio, nel novembre scorso…

A.V. Ho sentito degli esempi dei lavori che stava facendo sulle colonne sonore e mi si è accesa la lampadina.

Ah, ma quindi lo studio di Daniele sull’orchestrazione era già partito prima?

D.B. Sì, è stata la naturale evoluzione del lavoro che stavo facendo col synth, come ti dicevo. Erano i primi tentativi di scrivere un tema e sentire come suonava per esempio con il violino, piuttosto che con un altro strumento.

A.V. Quando sono tornato a casa ho continuato a ragionarci su. Avevo già realizzato delle demo dei brani nuovi, che inizialmente erano solo con le mie chitarre. Anch’io ho un home studio, che inizialmente era molto amatoriale, ma nel giro di poco si è decisamente evoluto, un pezzo alla volta.

D.B. E anche questo ha avuto la sua importanza, perché quando sono andato a trovarlo mi ha fatto sentire dei suoni spettacolari, e io stavo lì con il mio piccolo synth ‘sfigato’… Mi ha dato parecchi stimoli; in maniera casuale, ma neanche troppo.

A.V. Ma no, è che doveva succedere. Comunque, già le demo erano registrate a più chitarre, non era più una dimensione ‘a solo’. In alcuni brani come “Il viaggio”, c’erano anche delle idee di arrangiamenti con gli archi, ma mi sono fermato lì. Così gli ho mandato tutto il materiale e gli detto: «Vai Daniele!» Di base, nei vari brani, ci sono tre chitarre acustiche o due acustiche e una classica…

Mi sembra che sia una fase di grande apertura verso il nylon, per molti dei chitarristi del nostro giro…

D.B. Del resto molti grandi fingerstyler della storia hanno suonato sulla classica. Se pensi che Chet Atkins ha suonato praticamente solo nylon per tutta la vita, oltre alla Gretsch.

A.V. La classica è uno strumento che a livello orchestrale si presta tantissimo. Quindi, come dicevo, ho cominciato a mandargli i miei brani. Poi, avanti e indietro: brani, idee, commenti…

Perciò gli altri strumenti ‘veri’, come la batteria, sono entrati dopo?

A.V. Sì, perché prima ci doveva essere una direzione precisa per ogni brano, su come strutturare le parti non virtuali.

D.B. Altrimenti il batterista non avrebbe saputo cosa suonare.

A.V. Si potevano anche pensare inizialmente degli interventi della sezione ritmica, ma se hai già un’idea generale dell’insieme è tutto più semplice. Avendo un’idea orchestrale del brano, la scelta della ritmica è più immediata.

Un’altra cosa interessante mi sembra il fatto che il tutto sia basato su una struttura ‘metronomica’, anche se poi – di fatto – l’intervento orchestrale dà l’impressione contraria, con un andamento più libero.

A.V. Il miglior nemico/amico del musicista è il metronomo! [risate] Non prevedendo un direttore d’orchestra, una figura di riferimento, era necessario dare un riferimento virtuale per potersi raccapezzare. Anche per coloro che uno spartito davanti non ce lo avranno, parlo della sezione moderna.

Ho notato che in alcuni brani ci sono delle asimmetrie nelle durate delle battute, ce ne sono alcune di cinque quarti…

D.B. A volte sì.

A.V. E questo è colpa mia, me ne assumo tutta la responsabilità.

Be’, è una cosa molto presente in molta musica popolare. Per esempio il canto sardo a chitarra, che ho studiato, è un esempio lampante al riguardo: la voce è molto libera, mentre l’accompagnamento è più quadrato.

A.V. L’idea è proprio questa: avere delle fondamenta piuttosto solide – il metronomo – e poi costruire su questo un andamento più libero degli altri strumenti.

Quindi, ora cosa succederà?

A.V. Il 29 settembre faremo la ‘data zero’ al Teatro Verdi di Casciana Terme con la presentazione del progetto al pubblico, con l’orchestra al completo. Che sarà un po’ il coronamento di tutti questi mesi di lavoro.

Come preparerete questa prima esecuzione?

A.V. A brevissimo, tra oggi e domani, dovremmo avere tutti gli arrangiamenti pronti, per poterli consegnare ai musicisti.

D.B. Anche perché oggi è la prima volta che ci vediamo dopo sei mesi. Tutto il resto del lavoro è stato fatto a distanza. Abbiamo ancora alcune rifiniture da sistemare. Ma è ancora tutto a livello di file. A questo punto dovrà intervenire un copista per la definizione degli spartiti.

Come pensate avverrà questo passaggio?

A.V. Anzitutto ci sarà una cartella condivisa in rete cui potranno accedere tutti i membri dell’orchestra, con i file audio dei brani. Sia complessivi che per ciascuna parte.

D.B. Il copista poi riceverà un file audio complessivo di ciascun brano, e tutti i file MIDI separati degli strumenti. Dai file MIDI ricaverà lo spartito di base, che poi sistemerà in base alle necessità di ciascuno strumento.

A.V. Nei giorni precedenti il concerto abbiamo già una serie di prove fissate in teatro. Ci sarà anche tutto lo staff di luci e audio, perché tutta la scenografia andrà studiata con attenzione.

Economicamente tutto questa operazione come è stata finanziata?

A.V. Ci sono tutta una serie di sponsorizzazioni che sono in via definizione. Anche se, devo ammetterlo, tante cose le devo anticipare direttamente io. Prenotazioni del teatro e ospitalità dei musicisti, per il momento, sono tutte a mio carico.

Hai un manager che ti sta seguendo?

A.V. No, diciamo piuttosto che ho creato una rete di impresari nei vari paesi, su cui mi appoggio nei vari tour per l’organizzazione dei concerti. È una rete piuttosto fitta, che nell’ultimo anno è diventata anche di difficile gestione. Si sono sommati tutta una serie di impegni: numerosi concerti, il guitar camp, il progetto dell’orchestra… Sapevo che alla fine questo progetto sarebbe ricaduto interamente su di me, ne ero consapevole e il tutto era preventivato in partenza.

Hai parlato di sponsorizzazioni: in che modo intervengono nell’operazione?

A.V. Questo è un progetto che non è finalizzato al solo concerto, siamo indirizzati verso un disco e un tour, quindi si ragiona in questo senso. Il tour dovrebbe coprire almeno tutta l’Unione Europea, e ci sono personalità del Parlamento Europeo che sono state invitate al concerto del 29. Quindi gli sponsor devono ragionare nel contesto, con un’immagine che sarà portata in giro per tutta Europa. Detto così sembra semplice, ma stiamo parlando di un lavoro che dura da circa un anno e mezzo.

Cosa possiamo aggiungere ancora?

A.V. Per quello che mi riguarda, il progetto è stato realizzato per valorizzare i musicisti con cui abbiamo lavorato, soprattutto i giovani. E per ringraziare tutti i musicisti che hanno rappresentato qualcosa di speciale per me. Ciascuno dei trenta membri dell’orchestra è una parte importante della mia vita. In particolare Daniele, Michael Fix e Vincenzo Zitello sono una parte importante della mia crescita personale e musicale. In quest’ultimo anno di lavoro Daniele mi ha dato tanto musicalmente, ben oltre il discorso della chitarra. Ho imparato moltissimo. Lui ‘rubava’ dalle colonne sonore, ma io sto ‘rubando’ da lui. Anche per questo non mi pesa dover investire in prima persona nel progetto.

D.B. Non posso fare a meno di sorridere quando penso a tutta questa storia. Mi fa venire in mente la storia di Nick Drake con Robert Kirby. Robert era un compagno di scuola di Nick e ha realizzato gli arrangiamenti dei suoi primi dischi, del primo in particolare, che era bellissimo. La casa discografica inizialmente aveva scartato a priori il lavoro di Kirby, interpellando una serie di arrangiatori per i dischi. Per poi rendersi conto che il lavoro migliore era quello del suo amico di scuola. Ecco, mi sento di essere arrivato a un punto simile. Ci abbiamo provato un po’ per scherzo, ma poi riascoltando le cose – e io sono estremamente critico con le mie cose (e anche con quelle degli altri) – abbiamo preso coraggio e le abbiamo fatte sentire in giro. E la risposta è stata di grande stupore e sorpresa. Persino io mi sorprendo ad ascoltare i brani solo per il piacere di farlo, anche se ci sto lavorando ininterrottamente da mesi.

Andrea Carpi

Grazie a Mario Giovannini per il contributo alla trascrizione dell’intervista.

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