Tom, Zeca, Moreno & Caetano Veloso “Ofertorio”

(di Daniele Bazzani) – Roma, Auditorium ‘Parco della Musica’, 21 luglio 2018.

Se si va a un concerto di cui si deve scrivere, ci si prepara a scrivere di un concerto. Se si va a una riunione di famiglia, ci si prepara a quello, magari con cena e chiacchierata. Se si va a casa di qualcuno e tutti i membri della famiglia suonano uno strumento e amano farlo di fronte ai loro ospiti, si assisterà a uno spettacolo intimo, privato, molto speciale. Se si uniscono tutte queste cose, se si tiene conto che sul palco c’è un padre con i suoi tre figli che si alternano su diversi strumenti, se si considera che ‘quel’ padre è uno dei più importanti musicisti del nostro pianeta a cavallo fra il XX e il XXI secolo, se in scena va un pezzo di storia della musica brasiliana della storia neanche troppo recente, se la scenografia è una delle più belle e semplici che ci sia capitato di vedere e lo scenografo – amico di una vita della famiglia che si esibisce quella sera – è morto il giorno prima, allora scrivere diventa la cosa più semplice o più difficile che ci possa capitare. La prima o la seconda, fate voi.

Tom, Zeca, Moreno e Caetano, elencati dal più giovane al più anziano, suonano e cantano insieme in un modo che è difficile da spiegare. Caetano racconta che li ha sempre fatti addormentare cantando, che a loro modo ognuno si è poi avvicinato alla musica senza forzature, senza obblighi e senza remore, vista la davvero straordinaria fama del padre, che rischiava di oscurare tutto e tutti; quante volte lo abbiamo visto succedere…

Sul palco quattro sedie con accanto delle chitarre, un basso, di lato un piano elettrico. Alle spalle, un grande telo giallo con un piccolo cerchio bianco sul lato sinistro; una corda pende da un lato all’altro del palco. Sembra un grande lenzuolo, ci si fa poco caso, si ha l’impressione di una scenografia un po’ ‘povera’ per un concerto di questo tipo. E la sorpresa, quando scende il sole, si spengono le luci e – soprattutto – si accendono quelle dietro al grande telo, è enorme. A seconda del colore delle luci, ‘tutto’ (e mai parola ci è sembrata più azzeccata) si colora di quel colore: ora lo sfondo alla musica è rosso e il piccolo cerchio bianco si è trasformato in un sole giallo e caldo; ora tutto si fa blu, o verde, e il sole cambia colore, diventa una luna, o semplicemente irradia luce da un unico punto. Meraviglioso. Si può facilmente immaginare la commozione dei presenti, sul palco e non, quando Caetano cita il coreografo, Hélio Eichbauer, dicendo che non solo è un amico di famiglia e collaboratore da una quarantina di anni, ma è morto la sera prima per un inaspettato quanto improvviso arresto cardiaco. A quel punto gli diventa impossibile parlare e Tom dice: «Dedichiamo questo concerto a lui». Il pubblico non trattiene un applauso, e la commozione – sul volto dei ragazzi che suonano – è palpabile.

Come quando Caetano dice: «Io non sono religioso, ma i miei figli sì». E canta in solitudine “Ofertorio”, la canzone che dà il titolo all’intero spettacolo, spiegando – in un italiano che si sforza di parlare anche piuttosto bene – che è dedicata a sua madre e alla sua religiosità. A quel punto Moreno, il più grande dei tre figli, si alza dalla sedia, si siede a terra accanto al fratello Tom e lo abbraccia ascoltando immobile il padre cantare.

Sono cose difficili da spiegare a parole, momenti di vita, non solo di musica, ché anche la musica è vita e bisogna trovarcisi per vivere quella emozione, che non ci è capitata mai prima e probabilmente – in questa maniera – non capiterà più così facilmente; per non dire mai.

La musica sembrerebbe passare in secondo piano, ma la cosa straordinaria, di questa serata, è che non lo fa. La musica è il motore che muove tutto, nella vita di Caetano e forse anche dei suoi figli: tutti cantano, le armonie vocali sono bellissime e perfette, l’impasto vocale davvero di altissimo livello. Caetano non se li porta in giro perché sono i figli, ma perché sono in grado, con lui, di costruire qualcosa di speciale. Loro si alzano spesso e cambiano posto: Zeca suona il piano, a volte la chitarra e spesso il basso; Tom suona la chitarra molto bene e anche lui, come Moreno, a volte passa al basso. Ognuno ha il suo momento, ognuno canta brani che ha anche scritto: Zeca, in particolare, ha un timbro di falsetto davvero notevole e interpreta un paio di suoi brani bellissimi, molto moderni ma anche assolutamente in tema con il resto della musica; in particolare la dolcissima “Todo Homem” ci è rimasta nel cuore.

Il concerto scorre via veloce, brani molto conosciuti si alternano a canzoni originali scritte dai ragazzi, non per questo meno intense nella forma. Tutto appartiene allo stesso momento di emozione, non vi è alcuna concessione allo ‘spettacolo’ come troppo spesso viene inteso oggi, si suona, e basta. Eccome, se basta! Del resto Caetano, di quella musica scarna e appassionata che ha portato per il mondo in maniera mai uguale, ma sempre intensa, ha fatto una bandiera; ormai ce lo ha scritto sul passaporto.

Quando arriva la fine è come se dovessimo lasciare un gruppo di amici dopo una bella cena, sapendo che difficilmente ci si rivedrà, almeno in questa forma. Sarà forse in forma diversa, non possiamo saperlo, ma l’età di Caetano e la particolarità del tutto ci dicono che la leggera malinconia che abbiamo addosso non è data solo dalla musica del loro paese, così piena di allegria ma anche di saudade. È un distacco un po’ amaro ma talmente pieno di emozione, che ci fa pensare che sia meglio così: malinconici, ma felici di esserci stati.

Daniele Bazzani

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