Sensi e ‘supersensi’

(di Reno Brandoni) Pochi giorni fa ho letto una intervista ad Andrea Camilleri. Lo scrittore parlava della sua cecità e di come la mancanza di questo senso avesse rafforzato gli altri, dando vita a una sorta di ‘supersensi’ che compensano questa limitazione.

Camilleri era molto sereno nella descrizione, non sembrava per nulla smarrito, adirato o preoccupato per tale handicap, anzi sembrava curioso nell’analizzare questa nuova situazione e nel come svilupparne i vantaggi.

Mi sono allora chiesto, ma se io dovessi rinunciare a un senso, quale sarebbe il designato, o meglio, quale è quello di cui potrei fare a meno? I nostri cinque sensi. Gusto, udito, olfatto, tatto, vista, sono tutti così indispensabili? Non sarebbe meglio avere solo quattro ‘supersensi’?

Ho immaginato allora di dover decidere di rinunciare a uno e ho quindi cercato di stabilire quale è per me era il meno importante.

Ho iniziato escludendo con tatto e l’udito. Come potrei suonare la mia chitarra? Quindi questi due sono intoccabili, anche se si dice che Beethoven avesse perso l’udito, impazzirei a pensare una vita senza suoni e senza musica…

Il gusto è un altro di quelli che non cederei facilmente, rischiare di confondere una parmigiana di melanzane con un qualunque cheeseburger? Per carità, piatto fastfood gustosissimo e spesso ambito. Ma rispetto alla parmigiana non c’è competizione. Quindi questo senso è meglio tenerlo stretto.

Rimangono opzionabili, olfatto e vista. Perdere l’olfatto potrebbe essere anche un buon colpo di fortuna, soprattutto per quelli che viaggiano spesso in bus o in metro. Però poi penso a un buon profumo, quello della Bialetti che fischia inonda la casa di aroma al caffè.

Non posso perdere quella sensazione. Così come non posso rinunciare al sospiro del vino quando stappi la bottiglia giusta e lo versi nel bicchiere per farlo respirare. E’ una sensazione impossibile da abbandonare. Rivolgo tutta la mia attenzione a Camilleri e analizzo il quinto senso rimasto: la vista. Mi sento già un po’ Rev. Gary Davis. Chissenefrega! Posso mangiare, bere, sentire i profumi, suonare la mia chitarra e ascoltare la musica. Cosa mi perdo a rinunciare alla vista?

Sì, credo sia la decisione giusta. Ci ho pensato tanto, ma finalmente sono arrivato alla scelta, quella giusta. Esco in veranda soddisfatto e mi siedo sulla panchina del ‘dopo pasto’ che dal prato del giardino mi mostra il mare. E’ una tarda, calda, serata di giugno, di quelle che non fa mai buio, nonostante l’orologio imponga il crepuscolo. Ho con me la chitarra e un bicchiere di porto invecchiato dieci anni. Soffia un leggero venticello che fa suonare le fronde. Olfatto, gusto, tatto e udito sono soddisfatti. Provo a chiudere gli occhi pronto a rinunciare all’inutile senso. L’ultimo raggio di sole mi illumina le palpebre, dipingendo di rosa i miei pensieri sempre più bui. Non resisto, mi sforzo di serrare gli occhi, ma il colore imposto dall’ultimo sole oltrepassa le palpebre diventando sempre più scuro, quasi virando sul rosso.

Decido di riaprirli un’ultima volta per un ultimo sguardo.

L’orizzonte è una riga che separa cielo e mare. Il sole sta per immergersi e prima del buio profondo mi regala un mix di sfumature. La progressione è costante, ogni secondo i colori cambiano, non posso che restare rapito da tanta meraviglia. Prendo allora il bicchiere tra le mani, inebriandomi del profumo del mio porto Graham. Lo sorseggio cercando quel raro gusto di liquirizia, che solo la giusta ossidazione riesce a regalare. So che quello è il momento giusto per assaporarne il massimo del piacere, giusta miscela tra ossigeno e alcool. Prendo la chitarra tra le mani, la accarezzo. Le mie mani toccano la tastiera, sfiorando note e sensazioni. Crescono strane armonie, e una melodia, prende forma nota dopo nota. La ascolto e da solo mi compiaccio, mentre il sole lontano esplode in un ultimo gioco di colori ed emozioni. Rimango assorto in pensieri di cui ricordo solo il piacere di averli avuti.

Ora capisco la perfezione del nostro essere, e l’importanza di ogni nostro senso. Smetto allora questo stupido gioco, perché rinunciare a qualcosa? La bellezza sta nel tutto e non nel singolo. La gioia è un insieme di sensazioni che vanno godute a pieno. E io non sono pronto a rinunciarci.

Addio ‘supersensi’, rinuncio, mi tengo tutti i miei cinque sensi, deboli ma sinceri.

Buon fingerpicking e buone vacanze.

Reno Brandoni

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