Nick the Nightfly

Il vinile questo sconosciuto

(di Reno Brandoni) Chitarra e musica sono due parole dello stesso vocabolario, l’una non prescinde dall’altra, anzi si completano. La musica può vivere autonomamente, la chitarra invece necessita del suo supporto per avere un suo significato artistico e non solo esibizionistico. Tra i tanti dischi di chitarristi che cercano di raccontare quanto sono bravi, dimenticando l’accoppiata delle due parole, in redazione ne è arrivato uno che – ad un primo ascolto – poteva avere poco a che fare con la nostra rivista. Era un misto di jazz, funky, musica brasiliana, ballate country e molto altro.

La qualità del suono e la bellezza della voce dell’autore mi hanno però impedito di scartarlo, obbligandomi a un ascolto attento fino alla fine. Qualcosa mi diceva che musica e chitarra giocavano da protagonisti, e un’aria familiare mi ha conquistato. L’autore è Nick the Nightfly, il disco: Be Yourself.

Attenzione, ho parlato di disco e non di CD, perché la versione ricevuta era un long playing in vinile da 180 grammi. Questo ha contribuito subito a rendere ancora più interessante il lavoro.

Il vinile ha un suo perché: oltre ad essere un oggetto da collezionare grazie al suo fascino rétro, presuppone una produzione e un investimento ben diverso dal semplice CD. Mentre la strada digitale è facilmente accessibile a tutti, il vinile implica costi e modalità di realizzazione che lo rendono quasi proibitivo. Quindi, cimentarsi in questa avventura presuppone dei rischi imprenditoriali che solo chi è convinto della qualità e diffusione del proprio lavoro può permettersi di affrontare. La cura del prodotto e la sua realizzazione lasciano poco spazio all’improvvisazione. Il suono chiaramente ha i suoi pregi ulteriori, e anche se – come dice lo stesso Nick – molti audiofili considerano il CD qualitativamente migliore, io continuo a pensare che il suono del vinile non abbia competitor in qualità, colore e ‘calore’ di suono.

Ritorniamo a Nick. Lui non è proprio uno appena arrivato: è innanzitutto un chitarrista, è il conduttore di Monte Carlo Nights, un programma radiofonico che da trent’anni si interessa di musica, proponendo nuovi talenti, session e concerti dal vivo; infine è il direttore artistico del Blue Note di Milano. Basta tutto questo per giustificare una conversazione in un bar milanese davanti a un italianissimo caffè? Nick rompe subito gli indugi: «Sono veramente contento del mio vinile, 180 grammi, ci abbiamo lavorato tanto, anche sull’artwork. Il disco ha all’interno foto e testi, non è solo un foglio bianco dentro, c’è tanto lavoro dietro. Nel vinile ci sono dieci brani, mentre nel CD dodici. Ho fatto questa scelta per migliorare la qualità: sul vinile, meno brani inserisci più alta è la qualità del suono!»

Come mai la scelta anche del vinile?

È un momento di grande revival. Oltretutto, sembra strano dirlo, ma molti ragazzi di oggi non sanno cos’è un CD, ma sanno cos’è un vinile. Questa cosa è molto divertente. Mi piacerebbe conoscere meglio i numeri, sapere quante persone ci sono in Italia realmente appassionate di vinile. Perché se tu vedi le classifiche dei dischi, i vinili che vendono sono ancora i classici, Pink Floyd, Led Zeppelllin, Bob Dylan. Poi un’altra cosa divertente: sembra che chi compra i vinili oggi, non li ascolta, li compra come oggetto…

Sono oggetti da collezione. Molti addirittura, quando compri il vinile, ti danno un codice per ascoltarlo online o scaricare i file digitali, in modo che tu non sia costretto ad aprire il disco.

È una cosa molto interessante, poter proporre un oggetto da collezione ‘vintage’ e la possibilità di un download digitale. È una cosa importante perché fa muovere meglio il lavoro che un artista fa. Per fare un disco come il mio c’è bisogno di molto impegno, anche economico: studio, musicisti, viaggi… c’è tanto lavoro! Se ti ritorna indietro qualcosa di quello che hai investito, per la musica è una bella cosa. Scusa, non so perché ti sto raccontando queste cose sul vinile…

Invece ti ringrazio, era una delle mie domande. Sono un appassionato collezionista, e l’evoluzione digitale non l’ho vista come un evento positivo per la musica, soprattutto per la sua qualità.

È un altro modo, è il futuro che abbiamo abbracciato e ha i suoi lati positivi, ma anche negativi per chi come noi è nato con un altro ‘oggetto’. Invece per i ragazzi di oggi è una figata. Per loro è un fatto normale, come entrare dentro casa e accendere la luce. Questo gesto oggi è dato per scontato, ma non è così, dietro c’è un lavoro. La stessa cosa con la musica: per i ragazzi che sono nati con questa tecnologia ciò è normale.

Ma la musica non è tecnologia, sta utilizzando una tecnologia… Io sto abituando i miei figli all’ascolto in poltrona con la copertina in mano…

Tanto tempo fa parlavo con il mio amico Paolo Fresu, e mi diceva che era bello vedere suo figlio prendere i vinili, metterli sul giradischi e ascoltare questo oggetto grande. Il che costituisce anche un piccolo rituale: non è che deve schiacciare solo un bottone sul cellulare o sull’iPad. Col vinile apri una copertina, puoi anche leggere chi ha suonato, puoi sentire questo suono che ti avvolge forse un po’ di più, se hai un bell’impianto. Poi è tutto relativo: ci sono alcuni audiofili che dicono che il digitale è meglio del vinile.

Però è anche bella la magia dei due lati, della breve durata, dell’obbligatorietà della sequenza…

Posso aggiungere anche un’altra cosa: alla maggior parte dei ragazzi che ascoltano oggi la musica, se tu gli chiedi chi è, non sanno neanche il nome di chi stanno ascoltando. Conoscono il brano, ma non sono interessati all’artista o ai musicisti che stanno suonando; perchè è solo un file per loro. E questa è un’altra cosa un po’ triste.

Io sono sempre curioso di sapere chi ha suonato sul disco.

Perché noi siamo di quella generazione. I ragazzi vanno istruiti, va loro spiegato cosa c’è dietro. La musica ha tanti stili, tanti generi, e se sono aiutati, se ascoltano la musica in casa da quando sono giovani, imparano a star bene con la musica. Imparano a riconoscere il buono e il cattivo. Devi essere circondato dalla musica: i miei figli, da quando sono piccoli hanno la musica in casa, tutti i generi e tutti gli stili. E loro oggi hanno una grande capacità di discernimento.

Oggi credo che il vinile possa rappresentare l’elemento di separazione tra un passato musicalmente incerto e un futuro musicale che rimetta al centro, anche nelle attività imprenditoriali, la musica come investimento.

A questo disco ho lavorato tanto, in termini anche di tempo, di anni. Perché diversi anni sono passati da quando ho cominciato: a causa degli altri miei impegni, la radio, il Blue Note, non ho avuto né la concentrazione, né il tempo di stare un mese in studio. Per cui ho fatto un po’ alla volta, considerando anche che sono molto rigoroso con me stesso. Se una cosa non mi piace, la rifaccio, è un work in progress continuo. Alcune cose le ho fatte più volte, non mi piacevano più, poiché suonandole anche dal vivo avevano un altro suono. Così sono tornato in studio e alcune cose, forse, le ho rifatte diverse volte. Poi lo scorso anno ho detto basta, visto che in realtà questo disco poteva essere pronto già cinque anni fa, se avessi avuto il tempo di chiuderlo subito col mio gruppo. Ormai siamo un quintetto affiatato. C’è Amedeo Ariano alla batteria, Jerry Popolo al sax, Francesco Puglisi al basso, Julian Oliver Mazzariello al pianoforte. Poi nel disco, a causa dei vari impegni dei musicisti, si sono alternati altri due bassisti, Luca Bulgarelli e Dario Rosciglione. E hanno suonato Toti Panzanelli, Bebo Ferra e Roberto Taufic alle chitarre, Ernesto Lopez alle percussioni. Inoltre ci sono tanti ospiti speciali, come alcuni componenti degli Incognito. Con il leader ‘Bluey’ Maunick avevamo il desiderio di collaborare da tanti anni, e il brano “Winds of Change” era quello giusto, venuto fuori al momento giusto, perché è un pezzo che è molto nelle corde anche degli Incognito: è funky, soul, ha dei bei fiati, a Bluey è piaciuto subito. Così un giorno, la mattina dopo un loro concerto al Blue Note, ho portato Bluey e Francisco Sales, un chitarrista fantastico che lavora con lui, in uno studio a Milano dove abbiamo registrato due chitarre nel mio brano: Bluey all’elettrica e Francisco all’acustica. La mattina successiva ho portato in studio Tony Momrelle, Vanessa Haynes e Katie Leone, tre cantanti degli Incognito, e gli ho fatto fare i cori in due brani, “Paris” e “Winds of Change”. Poi a Paula Morelenbaum, un’altra artista che conosco da tanti anni e che era in scena al Blue Note, ho detto che avevo scritto un pezzo dedicato al Brasile, a Rio de Janeiro. E lei mi ha chiesto di ascoltarlo, era curiosa di sentire un pezzo dedicato al Brasile, anche perché è di Rio, è una carioca. Così le ho fatto ascoltare un provino e lei ha voluto seguire il testo, dove parlo anche delle donne carioca. Mi ha detto che il pezzo era bellissimo e si è resa disponibile a cantare con me, così siamo andati in un altro studio a Milano. Di studi ne ho girati parecchi: prima sono andato nello studio dei Pooh, il Q Recording Studio, dove ho registrato “Winds of Change” con gli Incognito, mentre le voci di Paula le abbiamo incise al Blue Spirit Studio con Luciano Cantone e Davide Rosa alla consolle; è lo studio dove Mario Biondi ha registrato il suo primo disco, uno studio molto bello in via Mecenate. E quindi con Paula abbiamo registrato questo pezzo, con il coro insieme, improvvisando. Infatti è molto carino il finale, perché in realtà io non sono mai stato in Brasile, anche se conosco bene la musica brasiliana e i suoi autori, e se ascolti il testo alla fine, io dico: « You know I’ve never been to Rio de Janeiro, Paula!» È una cosa strana, ma è stato tutto molto naturale.

Ritorniamo agli inizi, tu nasci come chitarrista.

La chitarra è il mio primo strumento. Anzi, il mio primo strumento è stato il flauto dolce a scuola. In seguito ho imparato a suonare tutta la famiglia dei flauti, poi ho suonato il clarinetto per un po’ di tempo e quindi ho scoperto la chitarra, quando avevo quindici anni. Ho iniziato con una chitarra elettrica, perché avevo formato il mio primo gruppo, con il quale suonavamo la musica dei Free, dei Led zeppelin, di David Bowie. Eravamo una cover band…

Dove vivevi?

In Scozia. E facevamo molto anche gli Steely Dan, che era il mio gruppo preferito. Infatti poi, casualità della vita, sono diventato Nick the Nightfly [da The Nightfly, il primo disco solista di Donald Fagen, fondatore degli Steely Dan – ndr]. Suonavamo anche la musica della Allman Brothers Band. Ma poi la chitarra elettrica l’ho abbandonata e mi sono dedicato all’acustica, perché mi ero innamorato – e lo sono tuttora – di James Taylor. Allora suonavo tutte le sue canzoni, le sue e quelle di Paul Simon. Ho imparato molto da loro, infatti scrivo le mie canzoni con la chitarra. Poi chiaramente ho seguito anche altri, come Cat Stevens e Bob Dylan. Ma chi mi catturava di più in quel periodo erano sicuramente James Taylor e Paul Simon. In seguito ho scoperto anche Stevie Wonder, cambiando completamente il modo di armonizzazione; perché le armonizzazioni che usa Stevie Wonder sono diverse da quella di James Taylor. Durante tutto quel periodo avevo anche un amore per il jazz, perché a casa mia c’erano sempre dei dischi di jazz. A mia mamma piaceva cantare, cantava il rock ’n’ roll e gli standard del jazz. Aveva dischi di Chet Baker, Louis Armstrong, Miles Davis, per cui nella mia testa c’era sempre anche questo suono. E forse nella mia musica si sentono tutte queste influenze, ci sono dentro tanti stili. Quando poi sono andato via dalla Scozia, ho vissuto per un po’ a Londra: giravo le case discografiche proponendo le mie composizioni, volevo diventare un songwriter. Cantavo nei pub accompagnandomi con la chitarra, è stata un’esperienza importante: ero da solo in una grande città, molto costosa, puoi immaginare che suonare nei locali non è tanto facile per un musicista.

Cose sei finito in Italia?

Sono finito a Brescia, per diverse storie, diversi viaggi. Ma in realtà non so perché. Sono finito a Brescia perchè avevo due amici siciliani…

Anch’io sono siciliano…

Di dove sei?

Di Messina.

Ma pensa, questi due ragazzi erano messinesi. Uno oggi allena una squadra di basket e ha lavorato per il Giornale di Brescia, era uno dei miei amici italiani a Londra. Quando sono arrivato in Italia, sono andato a trovarlo a Brescia e così ho incontrato l’ambiente musicale bresciano, dove c’erano dei bravissimi musicisti. C’era il tastierista Matteo Fasolino, con cui ho fatto il mio primo gruppo in Italia insieme a Stefano Cerri al basso, Pino Santapaga alla chitarra e Alfredo Golino alla batteria. Quello di Brescia è stato un periodo importante, perché con questi musicisti suonavamo molto in quel periodo e siamo rimasti ancora amici con diversi di loro, anche con un altro chitarrista bravissimo, Sandro Gibellini, il miglior chitarrista italiano di jazz. Per esempio mi sento ancora con Alfredo Golino, che viene spesso anche a suonare al Blue Note con i suoi progetti. Con lui c’è sua moglie, Giulia Fasolino, che è la sorella di Matteo Fasolino ed è una bravissima cantante. Anche lei era tra i miei primi amici, suonavamo insieme con suo fratello. In seguito mi sono trasferito a Milano per fare il turnista. Lì ho lavorato anche con Claudio Cecchetto, ho realizzato tante produzioni, ma sempre ho continuato a curare le mie canzoni come autore e la mia chitarra.

Attualmente a casa ho una chitarra di cui sono innamorato. Quando l’ho comprata non l’ho suonata per un anno e mezzo: la odoravo soltanto, perché mi piaceva l’odore del legno. Era una Martin D-42 che ho avuto la fortuna di comprare d’occasione, perché era stata usata per delle dimostrazioni ed era scontata. Per me avere una Martin era un sogno, e oggi la uso ancora, ha il suo bel perché. Ma quella che uso di più è una Larrivée, l’ho portata anche in radio, l’ho fatta suonare anche a Pat Metheny. Ho anche altre due chitarre costruite da un mio amico liutaio, Gabriele Ballabio: una semiacustica e un’acustica. Gabriele ha anche uno studio di registrazione, l’Entropya Recording Studio di Perugia, dove ho registrato il mio disco. Ha lo studio di registrazione da una parte, e la bottega di liutaio dall’altra. Costruisce anche bassi, dovresti andare a guardare il suo sito. Tra l’altro costruisce le chitarre per Bebo Ferra, che è un grande chitarrista sardo di musica jazz. Poi, negli ultimi anni, ho scoperto l’ukulele…

Ho sentito nel disco una bella introduzione di ukulele…

Ci sono due brani nel disco che ho scritto con l’ukulele. Quello in cui suono l’intro è il brano che dà il titolo al disco, “Be Yourself”. A questo proposito, posso dire che ho imparato a essere me stesso proprio ultimamente, vivendo in italia e cercando me stesso, trovando un mio perché nella vita. Grazie all’Italia mi sono ritrovato con la mia capacità di musicista e con la mia capacità in radio, che non è studiata, è naturale.

Com’è successo che sei finito a Radio Monte Carlo?

Facevo il corista, facevo i jingles per Radio Monte Carlo. Avevo conosciuto una giovane donna che era sposata con l’editore, era una cantante anche lei e mi ha invitato a cantare dei jingles. Lei si chiama Novella Massaro e mi ha presentato Alberto Hazan, che è stato l’editore fino a poco tempo fa, perché la radio è stata recentemente venduta. Mente eravamo in studio a cantare i jingles, un direttore artistico della radio, Silvio Santoro, disse che avevo una bella voce. Aveva intuito il mio potenziale, grazie a lui è partita la mia carriera in radio ed è nato il mio programma Monte Carlo Nights. Nel 2019 saranno trent’anni che va in onda. Forse è il programma radiofonico più longevo, non so se c’è ne un altro così lungo. E sono molto fiero e onorato di questa cosa, che non avrei mai immaginato. Trent’anni fa a me non piaceva la radio, la musica italiana non la conoscevo, non conoscevo gli artisti importanti, era tutto nuovo per me. Poi, pian piano, nel tempo ho cominciato a capire, ho imparato a distinguere gli stili, a riconoscere gli artisti che mi piacevano. E sono diventato amico con tanti artisti. Il mio più grande dispiacere è non avere più Pino Daniele con noi. Pino era uno dei miei preferiti, c’è stato un periodo in cui era l’unico artista italiano che suonava nel mio programma. Lui, per ringraziarmi, mi portò una sua registrazione, nella quale suonava la chitarra con in sottofondo le onde del mare. E mi disse: «Nick, questo sono io.» Era una versione di “Chi tene ’o mare”. Ed io in quel periodo usavo molto gli effetti sonori: i grilli, le onde del mare, i canti dei delfini, le balene, per creare un’atmosfera un po’ diversa. Con Pino ho scritto in inglese il testo di due sue canzoni: sono stato tre giorni in studio con lui ed è stata un’esperienza bellissima, che ancora oggi ricordo. Una volta è venuto in radio e credo di essere stato l’artefice del suo incontro con Pat Metheny: ho un ricordo bellissimo di un’intervista con Pino e Pat in studio insieme a me, quand’era uscito il mio primo album Don’t Forget nel 1995. La radio mi ha dato moltissimo e nel 2019 spero di realizzare tanti eventi per celebrare questi trent’anni. Anche se per me la cosa più importante adesso è la mia musica, il mio disco nuovo di cui sono felice.

Con un suono bellissimo!

Grazie, lo abbiamo curato molto. Adesso la reazione del pubblico, quando eseguo le canzoni del mio disco dal vivo, è molto bella. Io spero di scrivere belle canzoni, e quando un artista sul palco esegue la propria musica, vede la reazione nelle facce del pubblico. Quando io suono per il pubblico, percepisco una positività: questo vuol dire che gli arriva qualcosa che gli piace. E sto suonando la mia musica, non sto suonando cover o la musica di altri. Anche quando faccio ascoltare i miei brani per la prima volta, capisco che arrivano. È una cosa immediata, e sono molto fiero di questo. Adesso vado a presentare il mio lavoro a Umbia Jazz Winter per cinque giorni. Ho un pubblico crossover: chi ama il jazz ama anche la musica di qualità; e io spero di fare musica di qualità. Personaggi come Nicola Conte o Fabrizio Bosso mi hanno aiutato in questa impresa.

Nel disco c’è un solo di Fabrizio che è memorabile…

In “Tonight” e anche in “Be Yourself”…

Dove suona con la sordina.

Sì, ma devo ringraziare tutti perché hanno reso la mia musica più bella. La musica è la droga naturale più bella che ci sia, non ti serve altro se sei toccato dalla musica.

A me piace particolarmente “Old Friends”.

È un brano che ho scritto per i vecchi amici. I veri amici sono veramente pochi nella vita, puoi anche non vederli per tanti anni e – quando li rivedi – è come se il tempo non fosse passato. Sto pensando di fare un video di questo brano: lo vorrei ambientare nella mia terra in Scozia, mentre faccio una traversata verso l’isola di Skye. È l’isola più bella del mondo, è incredibile. E mi piace l’idea di due amici che partono da due isole diverse, s’incontrano e finiscono in un bel pub scozzese.

Reno Brandoni

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