Martin D-35 del 1968

(di Dario Fornara)  Durante gli anni ’60 si dice che Martin avesse accumulato un ritardo sulle consegne dei propri ordini di oltre due anni: una situazione insostenibile, che rendeva quella che forse allora era ‘la chitarra acustica’ di riferimento, la D-28, ancora più ambìta e desiderabile. In quel periodo il palissandro brasiliano stava diventando sempre più ricercato e il mercato, di fatto, non riusciva in alcun modo a soddisfare le richieste. Bob Johnson, vicepresidente della società, pensò quindi di realizzare uno strumento con fondo in tre pezzi, in modo da poter utilizzare per la costruzione di questa nuova chitarra una cospicua scorta di sezioni da 6 pollici di materiale (fuori misura), momentaneamente stoccata in magazzino e inutilizzata. Nacque quindi la D-35, che sorprendentemente non presentò mai particolari limiti timbrici dovuti a questa scelta tecnico-costruttiva, ma che anzi rivelò fin da subito un grande carattere, essendo caratterizzata da un’eccellente risposta sulle basse frequenze e dotata di un grande volume di emissione. Il fatto che Elvis Presley decise presto di utilizzarne una, e lo fece per lungo tempo, contribuì non poco a lanciare definitivamente il progetto sul mercato, sancendone un successo che l’ha resa un classico di riferimento, fino ai giorni nostri.

La meravigliosa chitarra che ho in prova compie proprio in questi giorni 51 anni! Un bel traguardo che la vede probabilmente al massimo della sua smagliante forma timbrica. Stiamo parlando infatti di una D-35 costruita nel 1968, come confermato dal numero di serie 250697, una delle ultime chitarre realizzate con fondo e fasce in palissandro brasiliano prima che questo venisse sostituito dal palissandro indiano, più facilmente reperibile. Queste chitarre sono particolarmente ricercate dai collezionisti e dai musicisti di tutto il mondo e il loro valore, pur non arrivando alle cifre da capogiro dei leggendari modelli pre-war, ha raggiunto quotazioni di tutto rispetto, non propriamente alla portata di tutte le tasche. Le quotazioni possono variare in base allo stato di conservazione e alla suonabilità dello strumento, ma anche e soprattutto in base alla bellezza dei legni utilizzati.

In quegli anni, vista la forte richiesta produttiva, in casa Martin non sembrava andassero poi tanto per il sottile e, parlando proprio di D-35, non è raro imbattersi in chitarre con un fondo realizzato utilizzando parti provenienti da tre pezzi di legno completamente differenti (andando a creare, secondo chi scrive, un’asimmetria esteticamente discutibile).

In questo caso, le parti del fondo laterali sono speculari, particolarmente ‘figurate’, e la chitarra ne esce bella ed elegante. Ci troviamo di fronte a un ‘set’ di legni che oggi si riserverebbe sicuramente a qualche costosissimo modello Custom o Limited Edition! L’abete Sitka della tavola armonica ha venature fittissime, il tempo l’ha virato piacevolmente verso una tinta calda e vintage. Il manico è stranamente sottile e non ha la tipica sezione consistente e un po’ a ‘V’ che mi sarei aspettato, soprattutto in considerazione del fatto che lo strumento è privo di truss rod regolabile. La tastiera in ebano monta dei tasti praticamente intonsi, forse fatti spianare dal precedente proprietario, un lavoro ben fatto. Il binding che la contorna è spaccato in un paio di punti, rimanendo fortunatamente al suo posto; la rottura è praticamente inavvertibile al tatto. La paletta monta delle bellissime meccaniche Grover, che non producono più e che – ogni volta che le ritrovo – apprezzo senza riserve. La chitarra, malgrado il palissandro brasiliano, è piuttosto leggera. L’assetto generale è buono e il manico è ancora piuttosto diritto, scongiurando per i prossimi anni la necessità di dover intervenire con un neck reset. Il relief è corretto, l’action quasi perfetta, ma migliorabile. La selletta del ponte è in avorio (!), sostituita all’originale chissà quando e da chi. Il capotasto in osso ha le sedi delle corde non particolarmente profonde, sembra sostituito: le prime posizioni sono leggermente affaticanti e andrebbe sistemato.

Un semplice setup renderà questa D-35 una spietata e meravigliosa macchina sonora! Il suono è vigoroso, i bassi escono brillanti e definiti, mentre i cantini sono morbidi e canterini. I medi rimangono leggermente indietro e la timbrica ne esce un po’ svuotata, facendo di questa chitarra uno straordinario strumento di accompagnamento per la voce. Ma è la complessità timbrica del palissandro brasiliano che, anche in questo caso, sembra fare la differenza, regalando una timbrica ricca e dettagliata, adatta anche al fingerstyle; una timbrica sicuramente più elegante e meno ‘sfacciata’ di quella prodotta dalla sorella D-35 del 1980 che sto provando sempre in questi giorni (in termini di volume ancora più potente!), un’altra chitarra appartenente allo stesso proprietario, che ho comparato con questa in oggetto più volte durante la prova. Quest’ultima è molto reattiva e si lascia suonare facilmente anche con le dita ma, da vera dreadnought, è sicuramento con il plettro che esprime al massimo le proprie potenzialità.

In sintesi ricordo che la D-35 aggiunge qualcosa in più al timbro diretto, equilibrato e un po’ medioso della sorella minore D-28, avendo una maggiore spinta specialmente sulle basse e un suono più aperto e meno compresso. Se invece cerchiamo un timbro più morbido e riverberante, faremo bene a rivolgere la nostra attenzione alle cugine HD-28 e HD-35, oggetto – spero – di qualche prossimo test.

Questa D-35 del 1968 è uno strumento meraviglioso. Non è una chitarra per tutti e per tutto, ma rappresenta davvero un classico, un suono familiare che si riconosce senza esitazione e che abbiamo ascoltato in centinaia di registrazioni. Martin ha letteralmente inventato il concetto dreadnought, un concetto con il quale tutti devono fare i conti e che rimane ad oggi il riferimento per questo tipo di strumenti. Resta da condividere il piacere che si prova ad avere tra le mani uno strumento vintage ‘a posto’, come assetto e funzionalità, in grado di restituire a chi lo utilizza tutto il proprio valore, funzionale oltre che collezionistico: strumenti sempre più difficili da reperire, e per questo ringrazio l’amico Gualtiero Garbolino che me lo ha gentilmente messo a disposizione per questo articolo.

Dario Fornara

dariofornara1@alice.it

www.dariofornara.it

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