La rivoluzione del Web?

(di Daniele Bazzani) – Sento ormai da diverso tempo parlare di ‘rivoluzione del Web’. Ce l’abbiamo sotto gli occhi, we didn’t see it coming, ma ci ha presi in pieno: non può esserci sfuggita. Anche perché ha cambiato, se non tutto, una moltitudine di cose. Lavori spariti nel giro di mezz’ora, altri creati nel giro della stessa mezz’ora, una corsa sfrenata ad accaparrarsi le file migliori: il celeberrimo ‘chi tardi arriva male alloggia’ non ha mai avuto senso come in questi anni. Qualcuno ha guadagnato molto, tanti altri hanno solo perso, non solo soldi, ma il tempo e il lavoro. Altri sono rimasti a guardare, molti altri, invece, hanno visto un posto al sole e ci si sono buttati, come dargli torto. Del resto Andy Wharol lo predisse molto tempo fa: il famoso quarto d’ora di fama. Ma è storia vecchia, anche se attualissima.

A mente neanche troppo fredda, vorrei però sottoporre a tutti quelli che la leggeranno una riflessione, che mi porterà molte più inimicizie di quante già non ne abbia. Ma i miei amici veri non mi cancelleranno o insulteranno per questo; gli amici quelli veri, non di Facebook, intendo.

Devo fare una premessa: non ho nulla contro il Web, nulla contro le aspirazioni personali e la voglia di mettersi in mostra (di lavoro sto sul palco, tanto per dire), nulla contro i cambiamenti. Cerco un aspetto positivo in tutto, almeno ci provo.

Chi ha avuto occasione di leggermi sa cosa penso di Spotify, dello streaming, della mancanza totale di controllo del copyright che è seguita all’avvento della pirateria da Web. In alcuni casi è solo furto, in altri è legalizzato. Ma ciò che resta è il risultato, la devastazione totale del patrimonio di contenuti e, ancora peggio, l’idea che la gente si è fatta della questione: ‘tutto’ è di tutti. Gratis.

Neanche per sogno, ciò che produco io è mio! Se entro in un campo a rubare una pannocchia rischio una fucilata, ci mancherebbe. Invece nessuno si sogna praticamente più di pagare una canzone, un film, un fumetto, una fotografia, un giornale, un software. Se solo gli paventi l’idea, ti sguinzagliano dietro cani rabbiosi e affamati per farti tacere. Il livello dei contenuti si abbasserà in modo inimmaginabile, lo sta già facendo.

Il mio lavoro è sempre stato bistrattato… però come sbavate all’idea di farvi una foto col vostro musicista preferito, che avete appena inculato scaricandovi tutti i suoi album pirata! Oggi è addirittura derisa l’idea che io possa accampare qualche diritto. Uno sul Web mi ha addirittura chiesto come potessi definirmi un musicista. Forse perché è tutta la vita che mi rischio il culo senza alcuna garanzia, senza ferie pagate, senza malattia, senza tredicesime o una lontana idea di pensione? Mi si dice sempre che sono in molti ad avere questo problema, lo so bene. Tuttavia se i lavoratori scioperano per sostenere i loro diritti sto dalla loro parte, da sempre. Non gli sputo in faccia come viene fatto con quelli come me, che se pure scioperassimo, sai le risate!

Ma vorrei arrivare al punto, l’oggetto dell’articolo. Le rivoluzioni, è cosa nota, spesso sono dolorose: provocano spargimenti di sangue fratricidi, non si guarda in faccia nessuno, si cerca solo una via di uscita a una situazione divenuta insostenibile. Ci sono sempre motivi importanti alla base, e per questo se ne accettano, a malincuore, le conseguenze. La storia ne è piena.

Ma quello che è successo con il Web non c’entra niente. Non è stata una rivoluzione cercata, ce la siamo trovata addosso. È capitato per caso, e basta, non ci sono meriti né demeriti. Quando mi sento dire che devo fare buon viso a cattivo gioco perché ormai non posso pretendere che il mio lavoro valga qualcosa, perché è di tutti, sapete cosa mi viene in mente? Avete presente la prima cosa che succede quando c’è un terremoto, o una rivolta, o un blackout nazionale? I topi d’appartamento iniziano a svaligiare negozi e distruggere tutto, perché tanto non c’è più controllo. Se posso entrare e prendere quello che voglio, può darsi che lo faccia, a meno che io non sia una persona per bene. Con la musica, il cinema, o affini, persone per bene non ce ne sono state. Tutti a svaligiare perché si sono trovati i negozi aperti, senza controllo e con la certezza dell’impunità, senza alcun riguardo per l’effetto che ciò avrebbe avuto, per le conseguenze che avrebbero pagato coloro che non potevano difendersi.

Mi piacerebbe sentir dire: «È vero, ho potuto rubare musica e l’ho fatto». Mi farei una risata. Invece no, sento difendere quanto accaduto come fosse la conquista di una battaglia lunga e dolorosa. No, non c’è stata nessuna rivoluzione e non avete perso fratelli e amici in una guerra scatenata per riconquistare diritti. Non avete avuto alcun merito, tanto meno un ruolo. C’è stato un blackout e siete entrati come sorci a rubare tutto quello che potevate, scappando via e gridando pure che avevate il diritto di farlo.

Avrei potuto scrivere «siamo», «potevamo» e «avevamo», ma non lo farò. Perché compro solo software originale, non scarico musica pirata, ma compro ancora CD e vinili. Ho scritto un disco di arrangiamenti per chitarra e orchestra comprando quei pochi virtual instrument che potevo permettermi: me ne sarebbero serviti molti altri e molto migliori, ma costavano troppo e non potevo. Potevo scaricarli e craccarli come mi hanno suggerito, ma non l’ho fatto.

Sono stanco di essere parte di qualcosa che combatto. Non voglio essere accomunato a chi non la pensa come me: viva il diritto d’autore e chi lo sostiene! Figuriamoci se sono esente da colpe, ma almeno ci provo, voglio essere migliore di così. Se non la pensate come me vi rispetto, ma almeno prendetevene la responsabilità.

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