La poesia cantata tra l’Italia e New York

Intervista a Valerio Piccolo

di Reno Brandoni e Andrea Carpi

Sono curioso. E questo pregio/difetto mi ha portato ad appassionarmi alle storie, alle favole, soprattutto a quelle dedicate ai bambini: sono gli unici che mi ripagano con la stessa curiosità e lo stesso entusiasmo. Sapere quindi che qualcuno lavori a un concept album, Adam and the Animals, dedicato alla leggenda dell’invenzione del linguaggio, mi emoziona. E attendo con ansia l’uscita dell’opera, informandomi sul tema trattato: Adamo è solo nell’Eden e si annoia, Dio gli dà il compito di assegnare i nomi agli animali. Da qui si sviluppa tutto il racconto, utilizzando proprio gli animali come metafora di un mondo reale e contemporaneo.

L’arrivo del disco conferma le premesse. La calda e appassionata voce di Valerio Piccolo inizia a narrare con eleganza. Seguo con attenzione ogni traccia leggendo la traduzione di ogni testo. Passo un pomeriggio in compagnia di quel suono, incuriosendomi sempre di più delle vicende che hanno permesso la creazione di un lavoro così intimo e coinvolgente. Il ritorno in Italia di Valerio, che vive parte del suo tempo oltreoceano, mi permette di organizzare, insieme ad Andrea, un incontro per approfondire i temi del suo lavoro. Così le storie si sommano ad altre storie, regalandoci questo dialogo con l’autore e con la sua fantasia. (r.b.)

Ciao Valerio, è difficile farsi un’idea della tua attività: traduttore, adattatore cinematografico e musicista, anzi chitarrista e cantautore. Ci racconti il tuo percorso?

Nasco’ traduttore: vent’anni fa, quando mi sono trasferito a Roma da Caserta, ho cominciato a lavorare per diverse case editrici, su tutte Minimum Fax, ma anche Piemme e Fanucci. Dai libri poi sono passato ai sottotitoli e, nel 2000, agli adattamenti per il doppiaggio, soprattutto cinematografico: a oggi ho adattato oltre 300 film. Nel mentre, la mia passione per la chitarra e il cantautorato passava costantemente dal privato al pubblico, fino alle mie prime apparizioni datate 2006.

Il tuo ultimo lavoro, Adam and the Animals, è un concept album sulla leggenda dell’invenzione del linguaggio, basato sulle liriche dello scrittore Rick Moody. Come avete collaborato a questo lavoro?

Io e Rick avevamo già collaborato per i miei due dischi precedenti, Poetry del 2014 e Poetry Notes del 2016. Nell’aprile del 2017 ci siamo incontrati a New York e, in una pizzeria italiana del Greenwhich Village, abbiamo tirato giù l’idea che è alla base del nostro concept album. Da allora, in un lungo ed emozionante processo creativo durato un anno, abbiamo lavorato a un graduale processo di ‘fusione’, unendo le sue parole alla mia musica.

Ritorna l’idea del concept album per raccontare una storia. È stata una scelta obbligata, anche se in controtendenza con il mercato attuale, che ‘annuncia’ la sparizione dell’album per dare spazio al brano singolo. Una storia come filo conduttore invece ti aiuta nella ricerca e nell’ascolto, disegnando un percorso ben preciso. Ci puoi riassumere il racconto e i personaggi che lo compongono.

Per noi, più che altro, è stata una scelta ‘obbligata’ dal concetto artistico che avevamo in mente di raccontare. Prendiamo spunto da uno dei primi esempi di storytelling della storia: Adamo è nell’Eden ma, prima della creazione di Eva, si sente solo e si annoia. Le sue lamentele arrivano a Dio che, per rimediare, gli affida un compito: dare un nome a tutti gli animali che ha creato. Quel momento, sostanzialmente, segna anche la nascita del linguaggio. Questo concetto, insieme alle metafore fornite dagli animali, è alla base di tutto il nostro disco. Dieci tracce, che partono da Adam, passano per il racconto di otto animali, e chiudono infine con Eva. I nostri protagonisti raccontano storie che toccano la vita di tutti noi, e in alcuni casi il ‘pretesto animale’ ci permette di rievocare grandi classici della letteratura – dal Don Chisciotte di Cervantes alla Ballata dell’antico marinaio di Coleridge – raccontati da un diverso punto di vista. Dentro questo disco c’è una variegata carrellata di personaggi che ognuno di noi può aver incontrato nella sua personale esperienza di vita, e penso al nostro ‘Squalo Martello’ (“Hammerhead”) un po’ bullo, o alla nostra Eva, un’immigrata clandestina.

Il tema del linguaggio del resto è una scelta che nasce dal vostro quotidiano, direttamente dalle vostre attività, che hanno al centro la continua rielaborazione del linguaggio.

Sì, nasce dal quotidiano, perché io ho a che fare con la lingua per l’altra metà della mia vita artistica. Con Rick, che è uno scrittore, l’abbiamo messo al centro di una creazione, che è sì musicale, ma focalizzata sul linguaggio. Questo non vuol dire che abbiamo trascurato la parte musicale, ma il linguaggio è stata un’ulteriore sfida, un pretesto in più per avventurarci nella ricerca di uno stile particolare per questo disco; ma anche, come accennavo prima e come succede in alcuni brani, la reinterpretazione linguistica di alcuni classici della letteratura: i riferimenti al Don Chisciotte sono riletti dal punto di vista dell’asino di Sancho Panza; La ballata dell’antico marinaio diventa la ballata di un albatros. Diciamo che avventurarci nelle sfumature del linguaggio, siano esse già codificate, come quelle che ho citato, o quelle che invece abbiamo codificato noi nella ‘forma canzone’ di questo disco, è stato sicuramente uno stimolo in più. Che arriva da un’urgenza innata che abbiamo, perché avendoci a che fare tutti i giorni è diventata una ‘necessità fisiologica’.

Nel disco le chitarre non si risparmiano. Sei un cantautore chitarrista e si sente. Ci racconti del tuo percorso da chitarrista? Quali studi, quali i tuoi chitarristi di riferimento?

La chitarra è sempre stata la mia seconda voce e quindi i miei dischi sono inevitabilmente pieni di chitarre, soprattutto da quando – nella produzione artistica – sono affiancato da Massimo Roccaforte, che intreccia ormai da anni le sue corde con le mie. Nessuno studio ‘ufficiale’ o canonico nel mio percorso di chitarrista, ma solo un’esperienza sul campo e la ricerca di un tocco e di un suono che fossero ‘miei’, e magari non etichettabili. Vari i miei chitarristi di riferimento: per la passione, l’anima, e il modo di trattare il rapporto con la chitarra, la mia assoluta ispirazione è senza dubbio Fausto Mesolella, un amico di cui sento enormemente la mancanza. Sono cresciuto guardandolo suonare, siamo stati a contatto spesso nella nostra Caserta, e per me è un modello di musicista insostituibile e ineguagliabile. E poi, negli anni di ‘formazione’, le mie orecchie hanno sentito tanto David Crosby, tanto James Taylor, tanta Ani DiFranco e la stessa Suzanne Vega, con la quale ho poi lavorato e che è diventata una cara amica. Direi che mi sono ispirato soprattutto a un modo di incollare il suono della chitarra alle parole, più che a dei ‘virtuosi’ dello strumento, se si esclude forse Michael Hedges, che da sempre accompagna i miei pensieri musicali, e a cui ho anche dedicato una delle mie primissime canzoni, a cui tengo tantissimo: “Hedges”, appunto, dal mio primo album Manhattan Sessions del 2007, un disco quasi completamente in italiano, con “La chiave del regno”, che è una poesia di Suzanne Vega da me tradotta e musicata insieme a Roccaforte, due pezzi miei in inglese e “In Liverpool”, cover di un brano sempre di Suzanne Vega.

Incollare il suono della chitarra alle parole’: il tuo insomma è un ritorno all’antico, quando la poesia era cantata?

Esatto. Sono molto in sintonia con questo. I miei concerti sono molto ‘raccontati’, parlo molto tra una canzone e l’altra, perché mi piace avere un certo tipo di rapporto con il pubblico. Però l’atmosfera che percepisce chi mi viene a vedere è proprio quella del ‘racconto in musica’.

Che strumenti usi, quale chitarra?

In questo ultimo disco ho alternato la mia fedelissima Taylor serie 300 in edizione limitata, a una Godin con cui stiamo diventando molto amici.

Il suono è molto curato, come hai registrato la chitarra in studio?

La mia chitarra è stata incisa inizialmente nel mio studietto a Roma, una piccola saletta che – per suoni, riverberazioni e dimensioni – sembra davvero nata per registrare chitarre. Un AKG 414 e un’ottima scheda audio hanno fatto il resto. In tutti i miei lavori, comunque, mi accompagna sempre in fase di registrazione Tommaso Galan, un ragazzo di Catania, che vive da tempo nei Paesi Baschi e lavora con Daniele Silvestri, Max Gazzé, Carmen Consoli. È una figura di riferimento imprescindibile, in studio e sul palco, come fonico ma anche come tour manager. Del resto è sempre più frequente che queste due figure coincidano. Con Tommaso c’è grande intesa nella ricerca di ambientazioni sonore che possano rispecchiare la mia musica. Nel mio home studio, cui accennavo prima, ha fatto un ottimo lavoro, in modo da rendermi autonomo: io ci lavoro da solo, chitarre e voci me le sono incise con i setup che Tommaso mi aveva predisposto. Con i giusti microfoni e qualche sfumatura abbiamo subito trovato il suono giusto. Chitarra e voce sono da sempre l’ossatura di base dei miei lavori, da lì poi abbiamo costruito la struttura ‘attorno’ ai brani. E anche in questa seconda fase, il lavoro di Tommaso è stato fondamentale.

Lavorando così da solo, almeno nella prima fase di stesura dei brani, registri con il ‘click’, oppure ti concedi un po’ di libertà, lasciando che gli altri musicisti poi si adattino?

Diciamo che mi piacerebbe essere un po’ più libero di come sono di solito. Utilizzo il click, ma in maniera piuttosto dinamica, concedendomi qualche libertà. Ma comunque lo uso, anche per facilitare un po’ la vita agli altri musicisti con cui collaboro.

Devo dire che però non sembra: c’è molta dinamica nel tuo modo di cantare, ti fermi e riparti…

Assolutamente, anche perché è la parte espressiva che più interessa valorizzare. Soprattutto dal vivo mi piace molto variare all’interno di un pezzo.

Vivi tra Roma e New York, due tra le città più belle del mondo. Come riesci a dividerti tra questi due mondi? Quali sono le caratteristiche che ti attirano in un posto o nell’altro?

Mi divido abbastanza agilmente, direi, anche perché ormai vado avanti e indietro da quasi vent’anni. Musicalmente parlando, di Roma amo la sensibilità con cui riesco a condividere i miei progetti con i musicisti che scelgono di saltare a bordo della mia nave. Una passione che è sempre presente, e che emoziona sempre. Di New York – e degli Stati Uniti in generale – amo il rispetto che viene tributato al musicista, di qualsiasi genere o fama sia. Una predisposizione all’ascolto, all’attenzione, che purtroppo non sempre ritroviamo qui da noi.

Puoi raccontarci le differenze sostanziali tra il lavorare nel mondo musicale in USA e in Italia? Ormai nel nostro paese si parla da troppo tempo di crisi della musica, non è facile trovare posti dove esibirsi. Qual è la situazione oltreoceano? Si riesce a proporsi con un cachet?

Anche negli USA non è che se la passino bene ultimamente, soprattutto in città come New York, dove tutti i musicisti si riversano in cerca di fortuna. La concorrenza è tanta e, con la crisi del settore musicale che si fa sentire anche da loro, la situazione economica non è delle migliori. In compenso, però, i posti dove esibirsi sono tantissimi, anche nelle città più piccole, e questo rende l’aria sicuramente più respirabile, perché è più facile trovare spazi dove proporre musica originale. Esiste poi una curiosità verso ciò che non è ‘di casa’, che noi non conosciamo. Preferiamo troppo spesso andare sul già noto più che accostarsi al nuovo, e penso che in Italia ci sia davvero un problema in questo senso. Ora più che mai, con una crisi musicale e degli spazi limitati, c’è una precisa volontà di andare sul sicuro: una musica ‘rassicurante’, su cui ci possiamo ‘appoggiare’ senza sorprese. Il rischio della scoperta, nei posti in cui si va a sentire musica, in Italia praticamente non esiste più. In America invece questo gusto per la scoperta è un fatto culturale. Non si va necessariamente a sentire ‘Tizio o Caio’, ci si approccia in modo differente.

Da appassionato di folklore italiano, ho notato spesso che gli americani sono molto più curiosi di noi su questo aspetto della nostra cultura, e più in generale sulla cultura che viene dall’Europa. Forse per una sorta di complesso di inferiorità, ma il risultato è che sono davvero più aperti e curiosi.

Sicuramente. E poi hanno la precisa volontà di partecipare ad eventi in cui possono ricevere una proposta ‘differente’. La differenza con l’Italia è enorme. Non voglio dire che in America sia tutto ‘rose e fiori’, anche perché in ambienti come quello di New York c’è una marea di superprofessionisti, tutti bravissimi, e si sgomita non poco per farsi avanti. Però questa apertura verso le novità fa in modo che per un musicista sia sempre molto gratificante suonare per loro. Sia nei piccoli club che in ambienti più grandi, percepisci un’attenzione da parte del pubblico estremamente gratificante, anche se è la prima volta che ti vedono.

Anche in Germania è così, vero?

Sì, anche se lì sono forse più indirizzati verso certi generi di musica. Comunque Germania, Francia e Inghilterra sono le realtà più interessanti. Ma anche nei paesi del Nord Europa c’è una buonissima cultura musicale e un’ottima conoscenza dell’inglese, che permette una comunicazione più efficace, soprattutto dal punto di vista linguistico.

Dal 2000 sei traduttore ufficiale di Suzanne Vega.

In quell’anno ho tradotto per Minimum Fax il suo libro di poesie [Solitude standing. Racconti, poesie e canzoni inedite] ed è stato l’inizio di una vera e propria collaborazione. L’editore l’ha invitata in Italia per un tour promozionale del libro e io l’ho accompagnata come traduttore. Ci siamo inventati un format, che all’epoca era una cosa abbastanza particolare, una sorta di reading in cui io, che all’epoca non avevo neanche ancora debuttato ufficialmente come cantautore, stavo sul palco con lei, alternando momenti di lettura e musica. Ad esempio, sulla sua canzone “In Liverpool” aveva scritto un racconto, che veniva accompagnato dal brano, o viceversa che io leggevo mentre lei suonava.

Un brano che poi tu hai ripreso…

Sì, ne ho fatta una cover in Manhattan Sessions.

La collaborazione con Suzanne Vega poi è andata avanti.

Sì, abbiamo passato molto tempo assieme. L’ho intervistata spesso in quel periodo, e una delle interviste migliori è finita più tardi su un DVD che racconta lo spettacolo [Solitude Standing Live, Wienerworld, 2014]. Abbiamo ripreso il concerto del 2003 all’Auditorium di Roma, allegando nel cofanetto anche il libro. Uno dei temi centrali di queste chiacchierate era proprio la metodologia della scrittura, e da questo punto di vista lei mi ha molto ispirato. Alla fine, una buona parte della mia decisione di mettermi in gioco in prima persona è frutto di quell’esperienza. Anche il mio modo di scrivere è molto influenzato da quello che ho imparato da lei.

Diciamo che ha fatto da catalizzatore tra il tuo amore per la letteratura e quello per la musica?

Certo, del resto io nasco come traduttore di letteratura. Non è un caso che l’editor di Minimum Fax, Marco Cassini, nel momento in cui hanno acquistato i diritti del libro, abbia pensato a me. Sono un suo fan da sempre, pensa che a vent’anni sono partito da Caserta, dove abitavo, per andarla a vedere al Teatro Olimpico a Roma [1987]. Era per la prima volta in Italia e non potevo perdermela. Tra l’altro è proprio a quel concerto che ho visto e sentito per la prima volta Michael Hedges: faceva lui l’apertura e rimasi estasiato. A quel punto avrei voluto anche sei ore di concerto di Hedges. Anni dopo, ovviamente, mi sono fatto raccontare da Suzanne tutto su Michael, che l’aveva accompagnata per quel tour in Italia. E pensare che se lui ci fosse ancora, sicuramente lo avrei conosciuto! Ricordo che durante quel concerto aveva rotto una corda quasi subito, e l’aveva cambiata alla velocità della luce mentre chiacchierava con il pubblico: una cosa incredibile…

Tornando a Suzanne, quando abbiamo fatto il primo spettacolo assieme nel 2000, continuavo a fissarla e ripetermi che, in fondo, davvero tutto è possibile! Quando poi mi sono trovato addirittura a fare l’apertura di un suo concerto a Milano nel 2007, è stata un’emozione fortissima e ho iniziato proprio con il mio brano “Hedges”… Infine, se penso che con Suzanne abbiamo addirittura scritto e inciso un pezzo assieme, “Suono nell’Aria/Freeze Tag”, contenuto nel mio EP Suono nell’Aria del 2011!

Nel 2012 poi hai fatto un tour con Paola Turci, che aveva inciso “Mi chiamo Luka”, versione italiana del grande sucesso di Suzanne Vega, “Luka”…

Ecco, appunto, anche l’incontro con Paola Turci deriva da un progetto di un suo ipotetico duetto con Suzanne per il Festival di Sanremo. Con Paola abbiamo anche collaborato su uno dei brani di Poetry, nel quale lei ha realizzato un’intro da cui siamo partiti per lo sviluppo del pezzo.

In Poetry traduci e metti in musica nove poesie originali in inglese scritte appositamente per te. Le canti in italiano nel disco Poetry e in inglese in Poetry Notes. Mi incuriosisce sapere quale delle due versioni ti ha dato maggiore soddisfazione.

Direi forse Poetry, perché il passaggio ulteriore della rielaborazione della parola, nella traduzione e nell’adattamento dalla versione originale inglese a quella italiana, è stato molto stimolante da un punto di vista creativo. E anche perfettamente in linea con la mia altra vita di traduttore.

Comunque, tu stesso scrivi anche in inglese: già in Manhattan Sessions e poi, per esempio, nel 2014 hai scritto sei brani in inglese per una piéce prodotta dal Rattlestick Playwrights Theatre di New York.

Certo, esibendomi prevalentemente in Italia, mi piacerebbe che tutti potessero comprendere quello che canto. Poi, però, ho affrontato dei progetti in cui l’America c’entrava e c’entra sempre di più, essendo proiettato anche verso quella dimensione. Infatti, qualche mese prima dell’uscita di Adam and the Animals, ho pubblicato un singolo, “Hourglass”, con un bel video di animazione ad opera di Daniele Marotta, che segna un po’ il mio ritorno a una dimensione diciamo ‘anglofona’.

Mi ha colpito molto, nella scrittura dei brani di Adam and the Animals, l’assenza di una metrica regolare nei testi, ma che comunque conserva una cadenza melodica, semplice e riconoscibile…

Io comunque lavoro sempre su una ‘struttura canzone’, che deve venire fuori. A volte non è semplice trovare il giusto equilibrio, ma penso che tutta la mia formazione musicale come ‘ascoltatore’ mi aiuti molto in questo senso. Anche se la struttura strofa-ritornello non è palese, in alcuni brani, come “Hammerhead”, c’è un preciso riferimento che ritorna ciclicamente.

Hammerhead” è un brano in cui ti sei concesso anche qualche rima e un bel ritornello.

Sì, era voluto. In altri casi non è stato così semplice.

Adattare la metrica alla musica forse ti viene anche dalla pratica del doppiaggio, in cui la traduzione deve stare nei tempi del labbiale?

Assolutamente! In Poetry questo lavoro è evidente, perché sono proprio poesie messe in musica. Questo è lo stimolo, la sfida che amo di più.

Come promuoverai Adam and the Animals in Italia?

Per ora sono impegnato a girare per le radio, e per le librerie e i piccoli teatri, che ritengo il luogo ideale per cominciare a far conoscere, a raccontare direi, il mio progetto. In primavera, invece, conto di salire su palchi più grandi con tutta la band del disco, e suonare tutte le tracce come da arrangiamento originale.

Sei contento di essere adesoo a Roma o non vedi l’ora di tornare a New York?

Sono sempre contento di essere a Roma, e avevo voglia di essere qui in questo momento per poter far conoscere il mio Adamo, la mia Eva e tutti gli animali al pubblico italiano. Ed è ancora più bello essere qui sapendo che, nella tarda primavera, sarà di nuovo tempo di tornare al di là dell’oceano.

Reno Brandoni

Andrea Carpi

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