In lode delle ombre

(di Gabriele Longo) – Abbiamo ascoltato Claus Boesser-Ferrari e Giovanni Palombo in “Landscapes and Stories”, il primo concerto di Acoustic Power, una rassegna di musica acustica che si è tenuta all’Antica Stamperia Rubattino di Roma nello scorso mese di febbraio. Ci ha molto colpito l’approccio sperimentale di Claus sulla chitarra acustica, la sua rilettura a trecentosessanta gradi di brani noti di vari stili, rock, blues, folk, jazz, l’utilizzo di accordature aperte, l’uso ‘artistico’ dell’effettistica e della percussione sullo strumento. L’intervista che riportiamo verte proprio su questi aspetti distintivi e sul suo ultimo disco, In Praise of Shadows (recensito sul numero di aprile 2019), dove Claus esprime la propria estetica musicale e l’approccio filosofico che ha maturato negli anni alla sua amata chitarra acustica.

Bentrovato Claus, ci puoi raccontare in breve come hai iniziato a suonare la chitarra?

Ho iniziato a quattordici anni. Mi ha ispirato il figlio di un soldato americano che viveva nella mia città natale. Metteva l’amplificatore davanti casa sua e suonava la chitarra elettrica a tutto volume. La cosa mi è piaciuta moltissimo, anche se lui era odiato dal resto del vicinato. È stato lui il mio primo maestro. In seguito mia madre mi ha comprato una chitarra acustica di poco valore, alla quale ho applicato un pickup alla buca; e come amplificatore ho utilizzato la radio di mia nonna. Inutile dire che l’ho distrutta dopo appena due giorni!

Ho letto che da giovane, dopo aver imparato i primi rudimenti sullo strumento, hai cominciato a suonare la chitarra rockabilly. Ce ne puoi parlare?

Sì. Uno dei miei insegnanti a scuola era un musicista di rock’n’roll. Aveva una sua band, ed è stato lui il mio secondo maestro. Ho fondato la mia prima band quando avevo quindici anni, suonavamo appunto rock’n’roll. Successivamente, mi sono innamorato della musica di Jimi Hendrix e dei Cream. Così ho cominciato a trascrivere assoli di chitarra, come quelli di “Hey Joe” e di “White Room”…

In quale momento del tuo percorso artistico ti sei avvicinato alla chitarra acustica?

Era il 1970, stavo guardando un programma televisivo tedesco intitolato Beat Club. È lì che ho visto per la prima volta Tom Paxton, il grande cantautore americano. Grazie a lui mi sono appassionato alla tecnica del fingerstyle. Ma c’era un problema: nessuno in Germania suonava e insegnava quello stile. Così sono andato in Inghilterra, a Cambridge e a Londra, e ho preso lezioni da Bert Jansch e John Renbourn!

Dalla tua biografia ho appreso che successivamente ti sei iscritto al conservatorio di Spira. È stato l’ascolto di Segovia e delle sue celeberrime trascrizioni per chitarra di Bach a ispirarti? Ce ne puoi parlare?

Un giorno ho visto un LP in un negozio di dischi a Mannheim: in copertina c’era una foto di un anziano signore con le dita molto grosse; s’intitolava Segovia plays Bach. L’ho comprato per cinque marchi tedeschi e devo dire che ne sono rimasto molto colpito. Decisi di vendere le mie chitarre per comprarne una classica. A quel punto mi sono iscritto al conservatorio di Spira, dove ho studiato musica barocca e rinascimentale, di Bach e di Robert de Visée, un liutista e compositore francese. Ma devo essere sincero: i miei professori, con il loro approccio molto ‘conservativo’, non mi hanno trasmesso nessuna emozione. Dopo due anni ho lasciato il conservatorio, ma riconosco che quel periodo è stato molto importante per il mio sviluppo musicale.

Sempre dalla lettura della tua biografia artistica, mi ha colpito il tuo interesse per i ritmi e le sonorità latine, in particolare cubane e brasiliane. Cosa ti ha attratto di quel mondo così distante dalla tua formazione, almeno fino a quel momento?

Circa quindici anni fa sono stato invitato a tenere alcuni concerti in Brasile e a Cuba. In Brasile ho sentito dei ragazzi giovanissimi, avranno avuto dodici anni, che suonavano pattern pazzeschi di percussioni durante una partita di football. Ho provato a suonare insieme a loro, ma senza alcun risultato; mi sono sentito un idiota! In seguito ho incontrato un sacco di grandi chitarristi, da João Bosco a Egberto Gismonti, e a quel punto ho sentito l’esigenza di familiarizzare con quella loro filosofia del ritmo. Ho iniziato così a prendere lezioni di percussione, sulle congas, sul surdo e altri strumenti simili. Il mio interesse era rivolto a integrare questa cultura nel mio stile chitarristico. Più tardi sono stato in tournée anche in India e in Africa, e anche in quei paesi ho preso lezioni. Ho preso lezioni ovunque potessi ampliare i miei orizzonti.

Altro tratto molto interessante, che vorrei tu approfondissi, è il tema delle tue collaborazioni – tu che sei partito, come dicevi poc’anzi, dalla fascinazione per Tom Paxton – con musicisti dalle varie provenienze stilistiche, come per esempio Ralph Towner, Marc Ribot, Marc Ducret, Fred Frith e il nostro Giovanni Palombo.

Oh sì! Ralph Towner è stato, e lo è tuttora, uno dei miei eroi, da quando mi sono accostato al jazz e alla world music. Lui ha trasformato il mio mondo in un posto migliore. L’avevo ascoltato in molti concerti, ed è stato fantastico suonare con lui sul palco. Sono rimasto affascinato anche da musicisti come Marc Ribot e Fred Frith, gente che ha infranto le regole e che mi ha condotto verso un nuovo punto di vista nei confronti della musica. Con Marc abbiamo registrato a Brooklyn nello studio di Jamie Saft, ed è stato tutto molto divertente e semplice. Abbiamo fatto anche molti concerti insieme. Fred Frith è un grande ‘scienziato’ del suono, ed è stata una grande esperienza suonare e registrare con lui. Anche Marc Ducret è un musicista unico, e una persona straordinaria. Giovanni Palombo è un amico di lunga data, un grande compositore, un ottimo band leader e un grande chitarrista, che allarga sempre più il proprio orizzonte. Sono molto contento di conoscere tutti questi ragazzi fantastici!

Il teatro e la composizione: due espressioni molto importanti per te. Come ti sei avvicinato al mondo del teatro, alla musica per il teatro? Quali sono gli aspetti distintivi di questa musica rispetto a quella del tuo repertorio che esegui in concerto?

Sì, questa è una parte importante della mia vita musicale. Sono molto interessato sia alla letteratura che al teatro. Alcuni anni fa, una famosa attrice venne a un mio concerto a Mannheim. Dopo il concerto mi invitò a scrivere una musica per uno spettacolo teatrale basato sui sonetti di Shakespeare. È stata una grande sfida per me: Shakespeare è un gigante, i suoi sonetti sono i migliori poemi di sempre, e io ho dovuto ‘tradurre’ le sue parole in musica. È stata una performance di grande successo, che è stata trasmessa anche alla televisione tedesca. Dopo quell’esperienza, ho avuto un sacco di richieste da diversi famosi registi per scrivere ed eseguire musica per il teatro. Ho lavorato per le più grandi compagnie di Amburgo, Berlino, Vienna, Zurigo… Dalla musica per il teatro ho imparato molto anche per le mie esibizioni solistiche: ho imparato a raccontare storie attraverso la musica, a lavorare sul testo drammatico attraverso la tensione, l’intensità, la dinamica, i colori sonori. Il mio compito era appunto di raccontare le sceneggiature con la musica. E fino ad oggi è questo che ho integrato nella mia musica: raccontare storie senza l’ausilio delle parole, creare un proprio linguaggio in musica. Quando faccio un concerto, non mi interessa suonare brani di tre-cinque minuti. Preferisco raccontare tutta la storia senza una pausa, e questo significa che il mio set dura circa quaranta minuti se non un’ora.

Ci puoi parlare del tuo percorso di ricerca in relazione al suono che hai sviluppato sulla chitarra acustica?

Ci sono stati un sacco di tentativi ed errori, tanta casualità. La mia fonte di ispirazione proviene da tutti i tipi di arte: la pittura, la letteratura, la danza, il cinema e la fotografia, la ‘Vita’. Per esempio la mia composizione “Polar Circle” [in Thomas Siffling & Claus Boesser-Ferrari, Duologix, 2011] è dedicata a Robert Falcon Scott, che morì nei ghiacci del Polo Sud, e alle ultime parole che scrisse sul suo diario. Mi sono chiesto: quale potrebbe essere la colonna sonora per questo cortometraggio che ho nella mia testa? Come creare una scena glaciale nella tempesta, come descrivere lo stato d’animo di una persona che sa che sta per morire? Come rendere il rumore del ghiaccio che si spezza? E bada bene, non parlo di creare delle ‘illustrazioni’, questo sarebbe facile… Invece ho scritto una sorta di ninna nanna per Scott, e l’ho avvolta in un paesaggio sonoro freddo e tempestoso. Ho grattato il piano armonico della chitarra con le dita e il thumbpick, accarezzato dolcemente le corde con un piccolo ventilatore e suonato la melodia con la mano sinistra in tapping. Mentre la mia mano destra dipingeva il paesaggio del Polo Sud, la mia sinistra accarezzava Scott…

La tecnologia, l’effettistica hanno un ruolo importante nella tua fase creativa e/o in quella esecutiva?

Alcune persone pensano che lavoro con loop o campionamenti. In realtà uso solo un pedale del volume Lehle di produzione artigianale e, della TC Electronic, un delay Flashback, un riverbero Hall of Fame e un distorsore Dark Matter, tutto qui. Tuttavia uso questi pedali in modo particolare, più come uno strumento musicale che come un congegno elettronico. Ho un canale pulito e anche uno speciale canale sub-bass, e provo a missarli con cura insieme ai miei effetti a pedale. Ecco, questo è diventato una parte importante del mio linguaggio sonoro.

Puoi parlarci della tua produzione discografica, in particolare della tua produzione con l’Acoustic Music Records?

Peter Finger, il titolare dell’Acoustic Music Records, è un amico di lunga data. Ero un suo fan ai tempi in cui suonavo folk rock con la mia band. Un giorno, circa venticinque anni fa, mi convinse a esibirmi da solo e questo fu un consiglio molto importante per me. Così ho registrato un CD solista e l’ho proposto alla sua etichetta: era Blue Footprint del 1994. Peter è un grande produttore, mi ha molto aiutato nel missaggio e nel mastering. Sai, è stato significativo pubblicare la mia musica ‘strana’, che ho registrato con Marc Ribot e Fred Frith, molto astratta e sperimentale. Peter sostiene me e le mie strane idee, è un grande artista e una grande persona.

Prima della mia collaborazione con la Acoustic Music Records, nel 1982, avevo firmato un contratto importante con la Polydor. Nel 1980 avevo anche vinto il primo premio della German Phono Academy, mentre ero in tour con Joan Baez. Ma avevo venduto la mia anima, tutti i miei diritti, ero stato obbligato a esibirmi in pessimi spettacoli televisivi. Me ne sono reso conto più tardi…

A questo punto puoi parlarci del tuo ultimo album dal vivo In Praise of Shadows?

Il titolo [‘In lode delle ombre’ – ndr] è tratto da un libro dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki. Sono stato in tournée in Giappone diverse volte: l’ombra ha un significato speciale ed è un aspetto immortale all’interno dell’estetica e della filosofia giapponese. Da questo punto di vista sono stato anche ispirato dall’album Shadows and Light di Joni Mitchell: giocare con entrambi gli elementi è una gran parte del mio approccio musicale. In Praise of Shadows è stato registrato dal vivo durante una serata all’Enjoy Jazz Festival di Mannheim, senza pause, senza sovraincisioni, senza tagli, una chitarra e basta: un viaggio alle mie radici e nel mio futuro. Vi ho arrangiato alcuni dei miei brani rock preferiti: sono un grande fan dei primi Pink Floyd, dei Beatles, dei Bon Iver, una bella realtà degli ultimi tempi; e ho scoperto “Canon” di Charles Mingus, tratto da uno dei suoi ultimi album, Moves del 1973. Non ho tenuto conto di un scaletta quando ho iniziato a suonare…

Hai fatto innumerevoli tour in giro per il mondo. Puoi raccontare qualche altro aneddoto, come quello di prima a proposito del Brasile, riguardo ad aspetti che possono aver interessato il tuo modo di concepire la musica?

Dopo un concerto a Pechino, un padre mi presentò suo figlio di otto anni e lo costrinse a suonare di fronte a me. Suonò bene tecnicamente, ma senza emozioni. Ero molto dispiaciuto per quel ragazzo, avevo capito che ‘doveva’ suonare la chitarra per suo padre. Il quale mi chiese qualche consiglio su come suo figlio avrebbe dovuto procedere. Gli ho suggerito… di lasciarlo giocare a calcio. Rimase deluso e arrabbiato, ma suo figlio sorrideva!

Ho fatto un concerto nella Medina di Fez, in Marocco. In quella parte della città le macchine non potevano circolare, per cui abbiamo dovuto camminare a piedi. Avevo una custodia pesante per la mia chitarra. Così hanno messo la mia chitarra sul dorso di un asino, che si mise a correre molto veloce tanto da sparire tra la folla. Cominciai a temere di non rivedere più il mio strumento, ero un po’ preoccupato. Ma alla fine l’asino mi stava aspettando davanti alla Medina con la mia chitarra!

Ho suonato alla CAAS, il festival della Chet Atkins Appreciation Society a Nashville: quattro giorni di fingerpicking! Scusa, ma ero così annoiato! Dopo il mio spettacolo, qualche spettatore è venuto da me e mi ha chiesto: «È questo il modo di suonare la chitarra in Germania?» [ride]

In fin dei conti, però, le mie esperienze più importanti non hanno nulla a che fare con la musica. Quand’ero in tournée in India, ho incontrato un sacco di persone affamate, grandi musicisti senza prospettive: questo mi rende triste e arrabbiato…

Claus, come ultima domanda, ci puoi parlare delle chitarre che possiedi e delle attrezzature di cui ti servi sul palco?

Non ho una marca preferita di chitarre. Le mie preferenze cambiano ogni giorno, perché non è poi così importante: una chitarra è uno ‘strumento’, non è un feticcio. Ma amo i miei strumenti: la sei corde Albert & Müller, la mia James Goodall, le mie Kallenbach sei e dodici corde. Ho anche una bellissima chitarra baritona di Oliver Klapproth, una otto corde dello stesso liutaio, delle sei e dodici corde di Knut Welsch, una resofonica di Peter Wahl e grandi chitarre elettriche di Hans Blank e Nick Page. Attualmente uso due amplificatori Mark Acoustic, costruiti in Italia. E ho diversi sistemi di ripresa in ogni chitarra: amo il Fishman Rare Earth Blender, i sistemi Shadow Dual, i pickup Schatten; inoltre ho un sistema artigianale Spuler Sub-Bass in tutte le mie chitarre. Qualche volta uso un preamplificatore Headway, che funziona alla grande.

Gabriele Longo

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