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Giù la maschera

Da tempo avevo una curiosità: essendo un ‘estremo’ fan di Bob Dylan e conoscendo la sua riservatezza e la sua sobrietà, non comprendevo la necessità della ‘mascherata’ durante il famoso tour della Rolling Thunder Revue. 

Non sono un appassionato di travestimenti. Anzi, non mi sono mai piaciuti i Kiss proprio per questa ragione. Stimo Dylan, e questa sua non casuale insistenza nel coprirsi il volto mi sembrava anacronistica rispetto alla serietà del suo personaggio. Che bisogno aveva delle maschere? Oltretutto, da quello che leggevo, non erano un elemento opzionale, ma una componente fondamentale di tutto il tour. Lo stesso Dylan ne lamentava la mancanza. Dovevano essere in maggior quantità e a disposizione in abbondanza per tutti i membri della band. 

A Bob si perdona tutto, ma il tarlo del perché da anni mi perseguitava. Per fortuna il docufilm Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan Story di Martin Scorsese ha risolto l’enigma. Probabilmente qualcuno, stupito come me da questo anomalo vezzo, ha posto la domanda al Nobel cantautore e la risposta è arrivata, nello stile consueto, secca e inappellabile: «Le persone mascherate dicono la verità». Tutto chiaro allora! Finalmente ho anche scoperto perché molti politici si tolgono la mascherina anticovid prima di fare le loro dichiarazioni. Ma questa è tutt’altra storia… 

Quando Dylan parla, non spara sentenze a vanvera. Dice una cosa ma ne intende almeno tre: le persone non dicono la verità, che cosa è la verità, la verità non esiste. 

Facciamo un esempio: la Gioconda di Leonardo Da Vinci è un capolavoro riconosciuto. Se io, da mascherato, dico che mi fa cagare, ho detto la verità. Ma in realtà non è la verità assoluta, è il mio vero pensiero, che non per forza deve corrispondere al giudizio altrui. Quindi cosa è vero? Il mio pensiero, quello degli altri, o il dire comune? Non esiste risposta. Ecco perché non esiste un’unica verità. Anche la legge lo sa: quando due giudici, nei due gradi di giudizio, giudicano diversamente un caso (quindi è possibile una doppia verità, che pertanto nega l’esistenza di un’unica verità), si accetta come vera quella più favorevole all’imputato. 

Ora poniamo un altro problema. Se io dico che un chitarrista non mi piace (sempre con la mascherina ben indossata, altrimenti direi che sono tutti straordinari), è un mio parere che può valere tanto o anche nulla. Dipende dal contesto. Ma se lo dice Tommy Emmanuel, ecco che il valore è diverso. Se Tommy dice «Non è bravo», allora bisognerebbe credergli. Ma non è bravo rispetto a chi? Il suo metro di giudizio sarà così estremo, che renderà il parere assolutamente personale e privo di quella verità di cui siamo alla ricerca. 

Il mascherarsi potrebbe coincidere con l’anonimato dei nostri amati social, in cui la gente – nascosta dietro le proprie tastiere – emette sentenze. Per carità, frutto del loro pensiero. Ma talune volte indecenti ed esagerate: il dispensare epiteti poco ‘carini’ nei confronti di chi – magari sconosciuto – fa outing, o di chi si mostra in costume con qualche chilo di troppo, è inaccettabile. Le parole feriscono, ammazzano, distruggono. Più di un colpo di pistola. Una pallottola o ti uccide, o ti attraversa lasciandoti ferito. Le parole invece si conficcano dentro come frecce avvelenate e lacerano ogni roccaforte, abbattono ogni possibile resistenza, trasformando la gioia di vivere in un inferno. Perché, per quale ragione, per quale necessaria verità? 

Forse allora preferisco la menzogna, o meglio ancora l’indifferenza e la distrazione, che nel mio personale vangelo sono usualmente termini sepolti e inutilizzati. Ogni tanto fa bene rispolverarli, per togliere la parola a chi la usa in maniera indecente e infamante. 

La libertà è un bene prezioso. Poter dire la verità lo è altrettanto, ma questa non deve offendere o limitare la libertà altrui. Se la verità assoluta non esiste, nessuno è depositario della assoluta certezza. E l’umiltà resta la virtù dei saggi. 

Quante domande… Ma la risposta, si sa, soffia nel vento. Buon fingerpicking! 

Reno Brandoni

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