Filastrocche per ‘diventare’ grandi

(di Mario Giovannini) – Conosco Reno Brandoni da quasi vent’anni, la metà dei quali abbiamo lavorato assieme, fianco a fianco, su moltissimi progetti. Quindi non dovrei più stupirmi del suo essere artista a trecentosessanta gradi, della sua vulcanica creatività, del modo volitivo con cui affronta la vita. Però, lo ammetto, questa sua vena letteraria, espressamente dedicata a giovani e giovanissimi, è riuscita a sorprendermi, permettendomi di conoscere qualche ‘anfratto’ che evidentemente mi era sfuggito. Filastrocche per sentirsi grandi, il suo ultimo libro edito da Curci, è un’opera curiosa e singolare, in cui musica e narrativa viaggiano a braccetto, creando un prodotto fruibile davvero a più livelli. Per giovani, giovanissimi, ma non solo. Sara, la protagonista, vive la sua adolescenza in un mondo senza musica, condividendo con il nonno una passione segreta: quella per i vinili. Ascoltati di nascosto, in cuffia, per sfuggire al blocco di tutti i dispositivi elettronici imposto da un moderno software centralizzato, saranno proprio nove misteriosi dischi a condurla attraverso l’enigma che avvolge l’improvvisa scomparsa del nonno. Insieme ad essi, altrettante filastrocche, cantate e suonate: in ciascuna un indizio e un insegnamento, un passo in più verso il mondo dei grandi.

Ma facciamoci raccontare qualcosa in più dall’autore.

Anzitutto voglio farti i complimenti per la scelta di integrare i QR Code per l’ascolto dei brani all’interno del testo! La doppia fruizione del lavoro è davvero impagabile.

Pensa che è una cosa a cui mi sono opposto all’inizio… Avevo visto, nel periodo in cui stavamo finalizzando il progetto, l’uscita di due cofanetti – l’uno dedicato a Pino Daniele e l’altro a Fabrizio De André – in formato cartonato, in brossura, con il CD allegato, molto eleganti; e mi ero fissato con l’idea di fare qualcosa di simile. Invece l’editore mi ha fatto notare il mio errore. Si rischiava di trasformare il libro in qualcosa di ibrido: né libro né disco. Poi, visto il target di pubblico cui è indirizzato, la scelta della copertina rigida sarebbe stata pessima: i ragazzi la detestano, è scomoda da tenere in mano, buca lo zainetto, dà fastidio.

Ma l’opera di cosa parla?

Questo è un libro che ha almeno tre chiavi di lettura, che sono le più importanti e fondamentali. Essendo un prodotto dedicato ai più giovani, di base c’è un intento educativo. Parliamo anzitutto della differenza del messaggio nella comunicazione. Noi viviamo un’epoca in cui siamo assuefatti a messaggi ‘piatti’, al massimo con delle emoticon, che cercano di comunicare anche gli stati d’animo, i mood della frase. Nel libro, invece, si parte dalle filastrocche, che in fondo sono la base della scrittura, la prima cosa che si impara alle elementari. E sicuramente, chi le legge per la prima volta, usa la cadenza classica della filastrocca; che porta il messaggio su un piano ludico e infantile, quasi ‘vuoto’. Quando poi senti il brano relativo – soprattutto il primo, ma anche tutti gli altri – e Stefano Nosei canta lo stesso testo, però con una cadenza totalmente diversa, anche il messaggio che arriva è decisamente su un altro piano…

Sicuramente più maturo.

Infatti. E la prima reazione è di chiedersi se è proprio la stessa cosa, lo stesso testo. Come è possibile che un testo quasi infantile diventi un brano per adulti? È la base della comunicazione, l’importanza di tornare a parlarsi direttamente, in modo che un accento, una cadenza, l’espressività possano cambiare totalmente il significato di quello che stiamo dicendo. In modo che non ci siano fraintendimenti per la ‘piattezza’ del messaggino inviato. E questo paradosso, nelle filastrocche, si evidenzia più che mai: le leggi e pensi una cosa, le ascolti e ne pensi un’altra, completamente diversa. Il brano che evidenzia maggiormente questo passaggio è “Tienimi stretto”, che passa da un testo veramente infantile a un grande arrangiamento in stile CSN&Y, che ti proietta completamente in un’altra dimensione.

Un’altra chiave di lettura del testo è l’idea di un mondo futuro dove la musica non ci sia più. Ma non perché sia andata dispersa o dimenticata, bensì a causa del ‘meccanismo’ che cercava di controllarla e che è andato in tilt.

Il riferimento ai vari software di riconoscimento musicale (uno su tutti) è lampante…

Esatto, il quale decide che se non senti le ‘sue’ cose, ti blocca lo smartphone. Quindi, nel tentativo di ‘controllare’ la musica per portare tutti ad ascoltare determinate cose, quella ‘ufficiale’ di fatto la fa scomparire. Se si ascolta, magari sbadatamente, qualcosa di ‘diverso’, il dispositivo va in blocco e quindi, tutti, decidono più pragmaticamente di farne a meno pur di non correre rischi… L’applicazione di un modello praticamente perfetto di controllo del mercato – controllo tutto e quindi guadagno su tutto – di fatto porta alla sua scomparsa. È un’iperbole, ovviamente, ma se ci pensi non è così lontana dalla realtà. Dal vinile siamo passati ai CD, poi alla musica ‘liquida’, per tornare al vinile, perché quello che doveva salvare la musica per poco non l’ha ammazzata. Perché il vinile ha bisogno di produzioni di un certo livello e di una serie di infrastrutture che sono praticamente scomparse. Ma se la gente preferisce rinunciare alla musica – ad una forma di espressione artistica massima – pur di non rinunciare al telefonino, il paradosso è evidente.

Il terzo tema che affronto è quello del distacco. Si scopre solo alla fine ma il nonno, che alla fine non tornerà, oltre a insegnare alla nipote l’amore per la musica e architettare un modo per combattere il sistema, sente vicina la fine dei suoi giorni e vuole preparare la giovane al distacco, alla perdita. Ha scoperto che il software di controllo va in blocco con queste sue canzoni, dal testo infantile e dalla musica matura, e semina per Sara indizi nascosti in nove vinili. Un viaggio, non solo alla ricerca dei dischi, ma attraverso i bei momenti passati assieme, in serenità, per ripercorrere la vita trascorsa assieme. Nel momento in cui Sara scoprirà che il nonno non tornerà, perché non c’è più, capirà anche che le ha affidato un compito, quello di salvare la musica; e questo rende matura e consapevole la ragazzina. Di fronte a un bivio – perdersi nella disperazione o portare a compimento la missione – sente profondamente la responsabilità che le è stata affidata e la affronta a viso aperto. Alla fine comprenderà anche quanto questa esperienza l’ha fatta maturare.

Quindi possiamo parlare anche di un romanzo di formazione?

Sì, anche se non esattamente in termini ‘canonici’. Ho scritto per i ragazzi cose che sarebbe piaciuto leggere a me da giovane. Ho usato un linguaggio molto semplice e diretto, privo di esercizi di stile, che proiettasse immediatamente all’interno della storia. Cercando di sintetizzare al massimo i concetti, per farli arrivare in maniera il più immediata possibile.

Ho una curiosità: come mai hai deciso di scriverlo al femminile? Non è mai una scelta semplice per un autore…

In effetti, inizialmente avevo scelto un protagonista maschile, ma dopo poche pagine mi sono reso conto che il coinvolgimento era eccessivo. Soprattutto il tema della perdita stava assumendo una valenza troppo alta: rischiavo di piangermi un po’ troppo addosso e non mi piaceva. Vero è che scrivere spesso è terapeutico, ma stava diventando una seduta di psicoterapia più che un romanzo. Per cui ho deciso di stravolgere completamente il punto di vista del protagonista, passandolo al femminile per prendere un po’ le ‘distanze’. Non è un caso se, proprio all’inizio, Sara dice «se fossi stata maschio mi sarei chiamata Bob», perché è proprio così che si chiamava il protagonista in origine. Anche la scelta del nome viene da quel passaggio: se era Bob al maschile, come doveva chiamarsi al femminile? Dylan ha scritto una canzone per sua moglie Sara… e quindi Sara!

Però senza la acca! Come precisa la protagonista.

[risate] Quando ho iniziato a scrivere la acca c’era. Poi mi è capitato in mano il disco che contiene il brano e ho scoperto che si scriveva senza! Ho corretto subito, ma mi sembrava giusto appuntarlo, in qualche modo, anche nella narrazione.

Qual è stato il ruolo di Stefano Nosei nella fase di composizione dei brani?

Fondamentale! Quando ho iniziato a musicare le poesie, che sono opera di Maria Elena Rosati…

Scusami se ti interrompo: ma sono state scritte apposta per il libro?

No, assolutamente. Ci siamo incontrati casualmente, in uno dei miei laboratori con i ragazzi vicino a Milano, e mi ha proposto di mettere in musica alcune delle sue composizioni.

Quindi non fanno neanche parte di un progetto organico?

Tutt’altro, erano quelle che aveva nel cassetto, rimaste un po’ dimenticate, perché non avevano nessun nesso logico tra loro. In effetti lo sforzo creativo maggiore è stato proprio trovare una storia che le mettesse in connessione.

Non lo sapevo e devo confessare che pensavo aveste lavorato esattamente al contrario, che fossero state realizzate su commissione.

No, no. E pensa che non le ho fatto vedere il libro finché non è stato pubblicato. Era curiosissima di scoprire come avessi legato tra loro nove composizione che non avevano nulla in comune. Ed è stata anche la cosa più difficile; ho individuato in ogni filastrocca un elemento che potesse dare uno spunto alla narrazione.

Comunque, inizialmente avrei dovuto solo ‘sonorizzarle’, aggiungere un sottofondo. Ma una sera ho raccontato il progetto a Stefano Nosei e subito è partita l’idea di cantarle veramente. Il primo brano è stato proprio “Tienimi stretto”. Avevo la chitarra già settata con quella particolare accordatura, perché stavo lavorando su un altro brano, e lui ha provato a cantare. È partito tutto da lì… ho capito che, se io sono a mio agio con la creazione di atmosfere e armonizzazioni, mi mancava il passaggio finale verso la ‘forma canzone’. Stefano è stato fondamentale, con le sue indicazioni su come adattare l’accompagnamento al portamento della sua voce. Fondamentale al punto che i brani sono depositati con entrambe le firme.

Poi è grazie alla sua amicizia con Paolo Fresu che abbiamo avuto la possibilità di inserire la tromba di quest’ultimo in due brani. In particolare su “Filastrocca alla rovescia”, che alla fine del pezzo ‘chiamava’ un bell’assolo. Stefano gli ha mandato la prima stesura e Paolo ha accettato con entusiasmo di venire a registrare da me. Una volta in studio, quando ha sentito la sezione di archi di “Il sole nasce per tutti”, si è offerto di registrare anche quella con la tromba e il flicorno. Ma in questo caso ha eseguito la partitura esistente, senza aggiungere nulla.

Anche Andrea Maddalone ci ha messo lo zampino, nel mix finale?

Inizialmente ho registrato tutto in studio da me, anche le parti MIDI. Poi ho passato tutto ad Andrea perché desse una ‘sistemata’ generale ai brani, in modo che mettesse un po’ tutto ‘in quadro’. Ma alla fine mi mancava ancora qualcosa: batteria e pianoforte, in particolare, non suonavano come volevo. Allora ho chiamato Paolo Costola, che a Brescia ha quello che per me è ‘lo studio’ di registrazione di riferimento, e abbiamo deciso di ri-registrare alcune parti con strumenti reali. In particolare “Filastrocca della felicità”, che è un brano ispirato a Piazzolla, ha una cadenza così caratteristica, legata al tango, che era impossibile renderla con strumenti virtuali. Era assolutamente necessario che fosse suonata da un musicista capace di seguire l’anda caratteristica di quel genere, altrimenti non avrebbe mai funzionato. Nel brano ispirato a Dylan invece volevo l’Hammond, per avere ‘quel’ suono, e Paolo in studio ce l’ha. Così l’abbiamo usato… e si sente!

Dal lato commerciale, come sta andando l’opera?

Partiamo dal presupposto che quando ho proposto il progetto a Curci… non lo volevano fare! Troppo lontano dal loro standard, molto diverso anche dagli altri lavori che ho realizzato con loro, dedicati ai grandi musicisti. Con l’appoggio ‘dall’interno’ di Samuele Pellizzeri e Cinzia Di Dio La Leggia, abbiamo fatto pressione su Laura Moro, il ‘grande capo’, spingendo sulla validità della storia. Alla fine lei ha ceduto, ponendo però la condizione di avere un’agenzia stampa esterna che si occupasse della promozione. Così ho contattato Riccardo Vitanza, di Parole & Dintorni, al quale mi lega una bella amicizia e una lunga collaborazione, e che si è subito entusiasmato per il progetto. Devo dire che sta facendo un lavoro eccezionale: il libro sta andando in diffusione ora, e sto saltando da un’intervista all’altra. Ma è un presto per avere degli effettivi dati di vendita…

Se è vero, come è vero, che un libro non si giudica dalla copertina, ma se è bella ha la sua importanza, com’è nato il progetto grafico?

Non so se lo sai, ma alla Fiera dell’editoria per l’infanzia di Bologna c’è quello che viene chiamato ‘il muro del pianto’, dove tantissimi aspiranti illustratori lasciano una loro opera con i propri recapiti, nella speranza di venir contattati da editori o autori. Nel mucchio ho trovato un’immagine di un nonno che giocava con la nipotina e mi sono subito detto: «Caspita, è lui!» Ho subito chiamato Silvia Nencini, che era in giro in fiera: ci siamo visti praticamente subito e l’ho coinvolta nel progetto. Ha realizzato un’illustrazione splendida, che è una chiara citazione della cover di The Freewheelin’ Bob Dylan, tanto per chiudere il cerchio!

mario.giovannini@chitarra-acustica.net

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