Dieci blues per gli anni ’60

Intervista a Mike Sponza

(di Reno Brandoni) «Blues, suona magica questa parola». Ho utilizzato questa frase nel mio libro per ragazzi in cui racconto la vita di Robert Johnson. In effetti, mi convinco sempre di più che questa musica è magica. Nonostante sia lontana dalle nostre radici, continua a conquistarci, ad affascinarci. Anche in Italia nascono musicisti e opere che vivono e si sviluppano grazie al blues. Mike Sponza è uno di questi. Si presenta con un nuovo disco che percorre gli anni ’60, Made in the Sixties, dedicando un brano a ogni anno. Dieci canzoni per dieci anni importanti per la storia della musica.

Ciao Mike, raccontaci intanto la tua passione per il blues, come è nata e quali sono i musicisti che hai ascoltato e a cui ti sei ispirato.

È una passione che nasce in modo inconsapevole. Fin da ragazzo ricordo di essere stato sempre attratto dalle sonorità blues dei dischi che giravano per casa… solo che non sapevo perché! Poi, quando ho iniziato a suonare, verso i tredici anni, ho iniziato un ascolto più consapevole. Sono partito dai classici dischi della mia generazione, Beatles, Elvis, Hendrix, Clapton, per poi approfondire. Tuttora sono molto legato agli artisti che mi hanno formato, in primis direi John Mayall, B.B. King, Chuck Berry; e artisti moderni come Keb’ Mo’ e Lucky Peterson.

Il tuo disco ripercorre un decennio importante. Da dove è nata l’idea di scrivere una canzone per ogni singolo anno e quali sono le storie che ti hanno ispirato per quest’opera?

Ho sempre avuto una ‘ossessione’ per tutto ciò che veniva dai Sixties, un decennio di grandi classici, dalla musica ai grandi personaggi, dalle chitarre alla moda, dalle automobili alla cultura e alla società. A un certo punto, mentre pensavo a un concept per un nuovo album, mi è venuta questa idea di comporre dieci canzoni, una per anno, in cui raccogliere tutte queste cose. L’incontro con Pete Brown, coautore dei grandi successi dei Cream, è stato cruciale per portare i testi a un livello espressivo nuovo, più profondo e ‘denso’. Descrivo fatti famosi accanto ad altri meno conosciuti, con l’idea di fondo di parlare dell’aspetto glamour ma anche del lato più oscuro, confrontando il tutto con la nostra realtà di oggi.

Made in the Sixties, chitarre, tante chitarre, suoni affascinanti e molto coinvolgenti. Essendo una rivista dedicata alla chitarra acustica, non posso però fare a meno di soffermarmi e chiederti qualcosa del nostro strumento. In “1965 – Even Dylan Was Turning Electric” c’è molto suono acustico, forse per questo è uno dei brani che preferisco… Mi dicevi della tua passione per la chitarra classica e che ancora la utilizzi per tenere le mani ‘in forma’. Raccontaci la tua esperienza acustica.

1965 – Even Dylan Was Turning Electric” usa la svolta elettrica di Bob Dylan come metafora del cambiamento, e per contrasto ho voluto usare diversi strumenti acustici su quel brano; ci sono diversi intrecci di chitarre e dobro slide. Ho sempre suonato strumenti acustici, lo faccio ogni giorno e studio sempre – da ‘bravo ragazzo’ – la chitarra classica, come quando ho iniziato. Mi serve per la disciplina e un certo rigore, la pulizia dell’impostazione e la ricerca del suono puro.

Quali chitarre hai e quali usi dal vivo?

La mia passione per il vintage si ripercuote anche sugli strumenti. Uso quasi sempre chitarre Gibson, una ES-300 del ’41, una Les Paul Junior del ’59, una 345 del ’60, un’acustica J-45 del ’66, una Les Paul Standard del ’69 , una 335 dell’83, alcune Rickenbacker, due splendide Guild che sono con me da una vita e che comprai da ragazzo, un’acustica D-26 rarissima e una semiacustica X-170, un Dobro dei primi anni ’70… Sono strumenti che utilizzo regolarmente, non sono il tipo che tiene la roba in casa!

Usi corde particolari, quale scalatura? Amplifichi le chitarre acustiche, con che pickup?

Per tutte le acustiche uso corde Elixir .011 o .012 a seconda dello strumento. L’amplificazione è sempre il tasto dolente per chi usa le chitarre acustiche dal vivo: sistemi piezoelettrici, pickup, microfoni; è una ricerca infinita, una sperimentazione continua! Sull’amplificatore invece non ho dubbi: Mesa Boogie Rosette.

Accordature? Ho sentito dei suoni di slide?

Uso quasi sempre accordature standard, anche per lo slide: quando ho iniziato a suonare non ero a conoscenza del mondo open tuning, per cui ho sviluppato una tecnica slide con la standard. Ciò nonostante una Open G o una Dropped D non si rifiuta a nessuno!

Sei un chitarrista che suona molto live; che ne pensi dell’attuale panorama musicale? Senti la crisi che ormai sta limitando ogni attività artistica?

Negli ultimi cinque anni c’è stato sicuramente un deterioramento del panorama musicale live, dovuto a diversi fattori. Lavorando in tutta Europa, devo dire che sono riuscito a mantenere una certa costanza nei miei impegni… però c’è da farsi il mazzo! Mi occupo anche di music designing, un’attività che svolgo da quasi vent’anni e che mi tiene sempre impegnato su diversi fronti artistici.

Tour e disco, stanno impegnando la tua estate; quali progetti per il futuro?

Ho intenzione di portare in giro il più possibile lo spettacolo Made in the Sixties con la formazione di otto elementi! I primi concerti hanno avuto un’accoglienza entusiastica e sul palco l’atmosfera è magnifica. Ci sarà un’evoluzione del progetto nei prossimi mesi, sto lavorando a un nuovo spettacolo.

Ti aspetto a novembre per un video su Fingerpicking.net. Buon blues!

Non vedo l’ora! Grazie!

Reno Brandoni

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