Chitarristi o scrittori? Intervista a Luca Francioso

(di Reno Brandoni) Ho conosciuto tanti chitarristi che mi hanno proposto di analizzare alcuni loro scritti: racconti, novelle o addirittura impegnativi romanzi. Mi è risultata strana questa tendenza, questa voglia di scrivere da parte di chi – per mestiere – suona la chitarra componendo o eseguendo brani strumentali… proprio per non aver a che fare con la ‘parola’. E ho sempre tralasciato l’argomento, focalizzando l’attenzione sui manuali e sugli spartiti in genere, concentrandomi sulla divulgazione musicale anziché quella letteraria.

I tempi mutano e la casualità mi ha portato a cimentarmi in questa nuova arte. Ho compreso il processo di coinvolgimento e le ragioni che possono spingere un musicista a raccontare storie, talvolta semplicemente riportando la realtà, altre volte inventando tutto o in parte, utilizzando la propria fantasia e creatività. Allora il momento mi è sembrato propizio per rivedere le vecchie idee e analizzare l’opportunità di una collana dedicata alla ‘narrativa’ fatta da musicisti, offrendo a tutti la possibilità di cimentarsi con questa forma d’arte. La decisione è coincisa con un momento di fermento creativo di Luca Francioso: ho ricevuto una sua telefonata dove casualmente mi chiedeva consigli sulla revisione dei suoi libri. Aveva voglia di dare omogeneità ai vari volumi, costruendo una sorta di collana editoriale. Le coincidenze spesso non sono mai causali, così gli ho parlato del mio progetto ed è nata l’idea di inaugurarlo proprio con la nuova edizione dei suoi libri. Sono stati mesi intensi in cui Luca ha dato nuova linfa ai suoi racconti ed io ho cercato di analizzare e costruire i presupposti di una nuova divisione editoriale. Finalmente è arrivato il giorno atteso: i nuovi volumi erano innanzi a noi e forse stavamo tenendo a battesimo la nascita di un nuovo futuro. Durante quell’incontro si è parlato dei vari progetti e delle motivazioni che ci hanno spinti a realizzarli. Abbiamo deciso di trascrivere quel dialogo per meglio raccontare ‘il viaggio’, ma sopratutto per descrivere il percorso di Luca che con le sue opere ha avviato questa nuova avventura. Ora sta a voi! Mi raccomando, riscaldate le penne.

La musica per chitarra è solitamente evocativa. Essendo strumentale deve rappresentare un’idea, una storia, un concetto… Scrivere un libro è esattamente il contrario: attraverso le parole devi raccontare un’emozione, rappresentare una sensazione. Tu ricopri entrambi i ruoli, chitarrista strumentale e scrittore… Quali sono le differenze creative tra le due forme d’arte?

La musica e la scrittura sono due linguaggi completamente diversi: sono autonomi, ma al contempo si completano l’un l’altro. È dunque evidente che il processo di decodifica che trasforma un’idea e un’emozione in un brano o in un racconto è differente: le note sono più dirette, perché hanno un tempo di trasmissione più veloce delle parole, le quali, oltre a un’affascinante e intrinseca sonorità, trasferiscono contemporaneamente un concetto più o meno complesso. Preso atto di questa differenza, approccio i due linguaggi con un diverso scopo: con la musica provo a muovere emotivamente l’ascoltatore per metterlo nelle condizioni di poter ricreare liberamente la storia che sto provando a raccontare; con la scrittura, invece, fornendo più informazioni, tento di portare il lettore esattamente nel luogo che sto narrando per farlo diventare il protagonista, così che possa seguire perfettamente le dinamiche del racconto, in ogni dettaglio, ed emozionarsi come se le azioni accuratamente raccontate le stesse svolgendo lui, in prima persona. È necessario prestare molta attenzione, perché questo processo di immedesimazione non è scontato e a volte può non accadere.

Sette libri rappresentano una buona parte della vita di un uomo. La riedizione con Fingerpicking.net ti ha costretto a un lavoro di rilettura e in alcuni casi riscrittura: come è stato rileggersi, ma soprattuto correggersi? Quante volte lo hai fatto? Quante cose avresti cambiato sia nei tuoi libri che nella tua vita?

La revisione completa dei libri è stato un lavoro molto intenso e molto lungo. Per circa otto mesi non ho fatto altro che rileggere, correggere e, in due casi, riscrivere le mie storie, estraniandomi dal mondo intero, completamente. Restavo per tutto il giorno davanti allo schermo del computer con la musica nelle orecchie (esclusivamente pianoforte) e con l’attenzione su ogni singola parola e sulle immagini che le parole evocavano. Non sono stato di grande compagnia a casa, in effetti. Ma era un lavoro necessario, perché a distanza di tempo ho sentito l’esigenza di rinnovare il linguaggio, che in questi anni è molto cambiato. Inoltre, per i primi due romanzi, La retta è un cerchio che non si chiude mai e A un passo, scritti quando frequentavo l’università, i concetti espressi avevano bisogno di una sorta di upgrade, soprattutto La retta, essendo un libro molto, molto complesso. È stato davvero emozionante, quasi terapeutico, rileggersi e correggersi, e mi sono accorto di provare maggiore gratificazione nel leggere le cose che ho scritto piuttosto che ascoltare le cose che ho suonato. La cosa mi ha sorpreso non poco. Della vita, purtroppo, non si può fare una revisione del genere, gli accadimenti non si possono correggere o riscrivere, ma di certo questo lungo processo di rigenerazione dei miei libri mi ha aiutato a comprendere che in effetti si prova sempre a fare del proprio meglio, in ogni situazione, distillando il massimo dagli strumenti che si hanno a disposizione nel frangente di vita in cui si opera.

Mi incuriosisce questo dettaglio della musica in cuffia. Come mai il pianoforte e non la chitarra?

Sono sincero: non ascolto molta musica per chitarra acustica. Ne ho fatto indigestione i primi dieci anni di professionismo, tempo in cui ho ascoltato un’infinità di dischi di chitarristi fingerstyle. All’epoca ero curioso e affamato: volevo scoprire tutto di questo mondo musicale, imparare e migliorarmi sempre di più. Naturalmente sono spinto dagli stessi slanci anche oggi, anzi, forse mai quanto adesso, ma ora preferisco ascoltare altro, così da allargare la portata dell’apprendimento e dell’ispirazione. Anche perché, negli ultimi anni, il mondo della chitarra acustica ha vistosamente spostato il focus sull’aspetto tecnico dell’esecuzione e a me la cosa interessa poco, anzi, a dirla tutta, mi annoia e mi innervosisce. Per cui scelgo con cura i dischi di cui nutrirmi e gli strumenti a cui attingere. Il pianoforte, ad esempio, mi aiuta moltissimo quando scrivo, per me è l’ideale. Anche per la realizzazione dei booktrailer dei libri, disponibili da dicembre nel mio sito Internet e nei miei social, ho scelto di non usare la mia chitarra come soundtrack. Mi sembrava una soluzione troppo facile e scontata, così ho scelto di lavorare soltanto con i rumori d’ambiente.

Il mercato del libro, come quello della musica, è in crisi. Vedo che hai scelto bene dove indirizzare la tua arte! Evidentemente scherzo (ma non tanto) visto che anch’io ho fatto le medesime scelte. Dove ti trovi più a tuo agio in questo momento e su quale delle due forme espressive ti sentiresti di investire maggiormente, o meglio, da quale dei due ambiti ti senti più ispirato?

Sono la persona meno adatta a cui chiedere di fare scelte artistiche e manageriali in relazione ai risultati di analisi di mercato. Non l’ho mai fatto e credo che mai lo farò. Tu stesso, lo ricorderai, in confronti avvenuti in passato, hai messo l’accento su questo aspetto critico della mia indole, spronandomi in modo costruttivo a valutare con più accuratezza tali dinamiche per ottimizzare le risorse. Tuttavia continuo a fare scelte artistiche e manageriali legate alla gratificazione personale e all’amore messo in gioco su questo o quel progetto. Certo, è un rischio, ma preferisco correrlo. Allo stesso modo, mi lascio trasportare dalle emozioni per scegliere se lavorare sulla musica o sulla scrittura: in questo momento mi sento più a mio agio con le parole e dunque con la scrittura. Non escludo, per tali ragioni, un progetto futuro (anche a breve) di canzoni.

La trasformazione in digitale ha ucciso la musica. In questa riedizione dei tuoi libri hai insistito per puntare maggiormente su ebook e distribuzione digitale: non pensi che questa strada in qualche modo penalizzerà anche il mondo dell’editoria?

È davvero impressionante la velocità con cui sono cambiate e stanno cambiando le cose. È vero, musica ed editoria stanno soccombendo sotto la pressione della distribuzione digitale e la cosa mi addolora, perché amo la fisicità di entrambi i linguaggi: scartare un CD, sfogliarne il booklet, sfogliare un libro, sentire il profumo delle pagine, sono dettagli che danno un valore aggiunto all’opera ed è un peccato che lentamente si stiano perdendo. Ma credo che sia importante saper leggere i tempi in cui si vive e trovare un personalissimo equilibro tra le cose che si amano e l’evoluzione delle cose, così da non perdere di vista il vero obiettivo, ovvero essere felici e soddisfatti del proprio contributo.

Analizziamo le tue opere: quanto c’è di personale in quello che scrivi? Sei totalmente distaccato dalla forza narrativa o ti lasci coinvolgere inserendo episodi che ti appartengono. E in questo caso, qual è il tuo libro più autobiografico?

Io credo che qualsiasi opera d’arte, in modo evidente o velato, finisca con il parlare dell’autore e della sua vita. Credo sia impossibile operare un totale distaccamento: esisterà sempre un aspetto del carattere o un aneddoto della vita dell’autore che finirà per influire sulla storia che sta raccontando. Detto questo, esistono alcune mie opere che sono più autobiografiche di altre, certo. A un passo su tutte: ho saccheggiato la mia infanzia per raccontare la storia del protagonista, con tali specifici riferimenti al mio passato che chi mi conosce bene, dopo la lettura del romanzo, mi ha detto sorpreso: «Non sapevo avessi un fratello». Infatti non ce l’ho.

So che sono tutti figli tuoi, ma c’è un titolo che preferisci?

Difficilissimo rispondere. Posso citarti tre titoli, che amo particolarmente e per motivi diversi: La retta è un cerchio che non si chiude mai per i contenuti e per l’intreccio narrativo, A un passo perché ogni volta che lo rileggo non riesco a trattenere le lacrime, e 12 birre che forse è il libro più riuscito.

Anche se è una domanda retorica, come mai questo ritorno a Fingerpicking.net, che giusto con te inaugura la sua collana ‘narrativa’?

Devo molto a Fingerpicking.net. Ero poco più che ventenne quando è iniziata la nostra collaborazione, che mi ha permesso non solo di incidere dischi e fare molti live in giro per l’Italia, ma mi ha dato anche la possibilità di entrare nel mondo della chitarra acustica italiana, di cui è sempre stato referente principale. In passato non sono mancate discussioni su quale fosse la strada artistica più idonea da percorrere, ma abbiamo sempre avuto un rapporto schietto e sincero e credo che questi siano i rapporti più veri e più duraturi. Non è un caso che siamo tornati a collaborare e di questo ne sono felice.

Cosa dobbiamo aspettarci per domani, un nuovo CD o un nuovo libro?

Non ne ho la più pallida idea. Quello che è certo è che quale che sia la natura del prossimo lavoro, mi ci butterò a peso morto con tutto me stesso, senza ma e senza se. Come sempre.

Reno Brandoni

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