(di Giuseppe Cesaro) – Chi viene dopo, pur non avendo alcuna colpa, paga pegno. Sempre. Il ‘problema’ di Alessandro Sipolo è quello di venire dopo Fabrizio De André. Se, però, riusciamo a liberarci da questo inevitabile dazio generazionale ci accorgiamo che Eppur bisogna andare è un bel disco. Certo: c’è De Andrè, ma da quando in qua questo è un difetto? Soprattutto per il modo consapevole e maturo nel quale c’è. C’è nel timbro e nella profondità della voce; nel reclinare il capo dell’ultima sillaba di ogni periodo, come onda su battigia; c’è nel richiamo ad un lessico antico e moderno insieme, allo stesso tempo semplice e sapido (moltissimi lemmi del quale sono stati introdotti alla canzone d’autore proprio dal grande Faber); c’è nella struttura di alcuni brani (penso, tra gli altri, a “Kamikaze” o “Domingo”) e c’è negli arrangiamenti e nelle sonorità (in “Magia Bordeaux” ad esempio riecheggiano le atmosfere del binomio De André/PFM) anche grazie alla presenza (come produttore artistico, co-arrangiatore e strumentista) di un grande compagno di navigazione di De André quale è stato Giorgio Cordini.
Ma tutto questo non significa affatto che Silipo non ci sia. C’è eccome e si vede, esattamente come il disegno della banconota si sovrappone sempre a quello della filigrana. C’è in una ‘world music’ intelligente, curiosa di orizzonti larghi e soprattutto aperta agli altri, che si nutre delle storie di quei mondi inascoltati ma ricchissimi di storie che sono le ‘periferie’ (geografiche, urbane, etniche, culturali, sociali…). Le storie di chi vive sul pianerottolo del mondo, ma spesso ne incarna l’anima più libera, autentica e profonda. C’è nel felice melting pot di lingue – italiano, inglese, spagnolo, francese, ma anche dialetto – che segnala un autore che rifiuta l’idea di un’unica lingua madre, ma le considera tutte ‘sorelle’ e non si fa scrupolo di fonderle per dar vita ad un linguaggio personale, che veste ogni racconto con la cura di un abito su misura.
Non conosco Silipo, ma immagino sia un ragazzo che viaggia: con le gambe, ma, ancora di più, con lo sguardo e con la testa. Uno che ascolta e poi ci fa riascoltare ciò che la sua sensibilità cattura delle voci e delle vite di chi incontra. Ovunque si respira, infatti, passione per l’Europa che sta al margine delle cartine geografiche e per il cuore (non oleografico) del continente latinoamericano. Magari è (o è stato) un hitch hicker oppure si sposta in sella ad una sua ‘Poderosa’ (reale o immaginaria) visto che questo lavoro sembra la trasposizione musicale di suoi personali Diari della motocicletta. C’è nella struttura articolata dei brani, che non hanno niente della liturgia ormai consunta di certo pop di plastica, nel cui sterile liquido amniotico fluttuiamo da troppo tempo. C’è, infine, nei temi che – per scelta, linguaggio e punto di vista offerto alla riflessione – segnalano un autore che cerca un rapporto vero non solo con gli altri e con l’esistenza, ma anche con le note, i suoni e le parole con cui ci racconta tale rapporto. Canzoni aperte, libere e oneste. Come lui. Cosa chiedere di più? È vero: Eppur bisogna andare, ma, se è così, è senz’altro un bell’andare.
Giuseppe Cesaro