A mano libera – Intervista a Gabriele Cento

(di Luca Masperone) – Dopo un libro come Il chitarrista in studio, dove affrontava l’argomento con l’esperienza maturata lavorando a fianco di Pietro Nobile, il giovane Gabriele Cento (classe 1989) arriva al suo primo disco come solista della chitarra acustica, Play. Cento, musicista infaticabile, che viene dall’elettrica e arriva all’acustica con impostazione fingerstyle solo negli ultimi anni, si divide tra vari progetti artistici, collaborazioni editoriali, il lavoro come fonico e il suo progetto personale. Un disco dal suono pulito e senza sbavature, dove Gabriele ricorda solo in piccola parte il suo ‘mentore’, e mostra la sua parte più profonda con un fraseggio a tratti movimentato, a tratti sospeso.

Artwork e packaging, essenziali ed eleganti, richiamano quelli del disco Indefinito infinito di Pietro Nobile. È una citazione voluta?

Io e Pietro condividiamo una certa passione per il minimalismo, di conseguenza il risultato è andato in quella direzione, però non si tratta di una citazione da parte mia.

L’album è stato registrato a 432 Hz. Spiegaci le motivazioni di questa scelta.

Accordo sempre la chitarra a 432 Hz e un semitono sotto quando compongo o suono dal vivo da solo. È un modo per abbassare le tensioni dello strumento, sia fisicamente, sia nel suono che diventa più morbido e si colora di armoniche differenti. Personalmente ne traggo molta ispirazione.

Nel disco hai il duplice ruolo di chitarrista e fonico; per non dire quadruplo: anche compositore e produttore. In che modo hai lavorato in studio di registrazione?

Mi sono imposto di fare le cose senza la minima fretta. Infatti ho registrato il disco due volte, scartando del tutto la prima versione! Alla base c’era il fatto di registrare un brano per ogni singola sessione. E ho dovuto capire quale fosse il procedimento che funzionasse meglio per me. Il primo approccio è stato quello di registrare subito dopo aver completato la composizione: una modalità che non mi aveva soddisfatto del tutto. Ho capito allora che avevo bisogno di suonare i pezzi dal vivo, imparando a conoscerli anche da prospettive differenti. Dopo alcuni concerti, spesso in apertura a Pietro, ho acquisito maggiore consapevolezza e questo mi ha consentito di avere una panoramica completa delle mie stesse composizioni. A quel punto sono tornato in studio, ricominciando a incidere i brani uno per volta. Da un punto di vista tecnico, la sessione iniziava con accordatura e riscaldamento, proseguendo con microfonazione e soundcheck. Nel giro di tre o quattro take il materiale era registrato, dopo di che mi occupavo personalmente di un editing basilare. Disponendo di un suono di grande qualità già in registrazione, mix e master venivano realizzati da me e Pietro subito dopo. Dopo circa tre ore dall’ingresso in studio il brano era pronto. Al momento dell’assemblaggio di tutte le tracce per il master finale ho fatto dei leggeri ritocchi.

Raccontaci il mix e il mastering dei brani.

Non sono stati dei procedimenti particolarmente lunghi o macchinosi. Il suono di base, sempre ottimo, ci ha consentito di ottenere le timbriche che cercavamo con pochissimi processi e zero compressione in fase di mix. Per quanto riguarda il mastering, ritengo che il contributo più significativo sia venuto dal Thermionic Culture The Phoenix: sebbene si tratti di un compressore vari-mu, quello che da sempre ci piace di questa macchina è un fattore timbrico; riesce a costruire uno spessore nelle medie frequenze veramente molto musicale. La compressione applicata è minima e morbida. Un po’ come avviene nella musica classica, volevo puntare sulla dinamica reale e quindi utilizzare la compressione il meno possibile.

Quali chitarre hai utilizzato e perché?

Tutto l’album è stato inciso con un solo strumento, la mia Guild: è una dreadnought di cui non conosco precisamente il modello. La possiedo dal 2004 e adoro il suono che negli anni ho costruito su di lei. Ho investito moltissimo tempo a comprendere come costruire un suono acustico e questo strumento rappresenta il risultato di tutte le ricerche: lo strumento con il quale ho il feeling maggiore.

Se non sbaglio, vieni dall’elettrica. Vuoi raccontarci il tuo percorso e come è sbocciato il tuo amore per l’acustica? C’entra qualcosa il tuo incontro con Pietro Nobile?

Sì, sono un chitarrista elettrico e ancora adesso questa è una parte del mio lavoro. Ho iniziato a studiare l’elettrica più o meno all’età di dieci anni e ho proseguito poi al CPM diplomandomi più volte. Ho avuto molte band come chitarrista elettrico e ho inciso diverso materiale come turnista. La folgorazione per l’acustica è nata quando ho iniziato a lavorare nello studio di Pietro, dove ho ascoltato e registrato diversi chitarristi acustici. Capire come ricreare quelle sonorità sul mio strumento era diventata un’esigenza. Una volta capito come fare, scrivere è stata la naturale evoluzione. La chitarra acustica mi ha aperto un mondo non solo chitarristico: mi ha dato modo di comprendere meglio molti degli aspetti che riguardano la composizione, la fonia, l’estetica del suono, l’arrangiamento. In assoluto è lo strumento che mi ha dato di più in meno tempo; suono in fingerstyle solo dal 2014. Inoltre, mi sentivo in dovere di imparare a pensare come un chitarrista acustico: in questo modo potevo essere non un ‘semplice’ fonico per i clienti dello studio, bensì uno di loro, in grado di consigliarli al meglio in ogni fase della produzione.

A proposito, il brano “Di animo nobile” è riferito allo stesso Pietro?

Assolutamente sì, è stato tra le prime cose che ho scritto e contiene una sua tipica tecnica di composizione, che chiama ‘progressione modulante’: sfrutta gli accordi di sesta/nona per muoversi in modo simmetrico, per terze, tra diverse tonalità. Mi è sembrato giusto dedicarglielo.

Ho colto nel pezzo un frammento che mi ricorda la composizione di Pietro “Transazioni”, così come nella tua “Elementi assenti” colgo un riferimento a “Se passi di qua”. Ti torna o sono mie suggestioni?

Non saprei citarti i frammenti che ricolleghi a queste composizioni di Pietro, ma sono inevitabilmente influenzato dalla sua musica, anche se non scrivo nel tentativo di emularla. Ha senso che le mie composizioni conservino una parte di quel linguaggio: per me significa anche contribuire a far proseguire una scuola di pensiero musicale. Gli appassionati troveranno sicuramente delle analogie, come è successo a te: lo stile compositivo di Pietro fa ancora scuola!

Come hai approfondito la tecnica fingerstyle, dai primissimi approcci a ora?

La prima cosa che ho capito è che dovevo partire dalla mia chitarra: fare in modo che fosse pronta a rispondere a uno stile esecutivo completamente diverso, poiché fino a quel giorno era stata suonata solo col plettro. Ho fatto rettificare la tastiera e portato l’action al minimo. Grazie a Roberto Fontanot ho eliminato il pickup piezoelettrico originale, di cui ero del tutto insoddisfatto, e installato il Perlucens, che avevo imparato a conoscere in studio. In seguito a queste modifiche la mia ispirazione e gli stimoli che ricevevo dallo strumento erano nuovi e molto allineati con quello che desideravo raggiungere. In secondo luogo, ero diventato consapevole del fatto che la chitarra dovesse produrre un suono di partenza ottimo; mi riferisco alla chitarra non collegata, puramente acustica. Sono riuscito a ottenere il risultato sperato, ma solo dopo alcuni anni, sollecitando enormemente lo strumento e sottoponendolo ad uso intensivo in vari contesti: in questi anni ho sentito il suo suono migliorare moltissimo. Nello stesso tempo mi evolvevo anche io in completa simbiosi. Per quanto riguarda le tecniche, sono partito dal controllare i rudimenti, studiando con il metronomo e con tanta pazienza! Solo in seguito ho potuto sviluppare il linguaggio studiando i brani che mi affascinavano di più. Una volta ottenuta una conoscenza di base sufficiente, ho iniziato a registrarmi e a includere il linguaggio acustico nel mio quotidiano, con gli artisti con i quali lavoravo, durante le lezioni o nelle mie band. Sono ancora al lavoro per migliorare la tecnica e approfondire i linguaggi acustici.

Quali aspetti e tecniche dello strumento prediligi e perché? Facci qualche esempio presente nei brani del tuo disco.

Le priorità per me sono la melodia e la pulizia del suono. Non uso molte tecniche: tra le mie preferite ci sono sicuramente quelle per suonare gli armonici, molto presenti nelle composizioni di Play in varie sfumature. Altri esempi che posso citare: “Adorabile dubbio” è suonata in Travis picking, “Direzioni alternative” accenna degli elementi percussivi. Sono molto attento invece alle tecniche di controllo che mi consentono di lavorare sulle risonanze o sulle corde aperte, che sono inoltre un ottimo pretesto da usare a lezione, perché insegnarle aiuta gli allievi a diventare più consapevoli di molti suoni ‘collaterali’ che emettiamo, spesso senza saperlo. Utilizzo anche le accordature aperte: in particolare la prima traccia del disco si chiama “A mano libera” ed è realizzata con un’accordatura aperta di Mi; penso sia stata la prima open tuning che ho usato. Il titolo è suggerito dal fatto che cambiare l’accordatura elimina completamente la mia consapevolezza della tastiera, facendomi suonare quindi ‘a mano libera’. “Elementi assenti” è suonata con un’accordatura DADF#BE; brani come “No More Questions” o “Riprendo fiato” sono in DADGAD. Ricordate però: suono a 432 Hz e un semitono sotto!

Nell’album, che è essenzialmente strumentale, sono presenti anche due brani cantati da Elisa Maffenini, “Riprendo fiato” e “Ti lascio andare”. Come nascono?

Sono due brani ereditati da Essential, un EP acustico che insieme a Elisa avevamo pubblicato nel 2016. “Riprendo fiato” in particolare viene da quelle sessioni di scrittura, ma non era stato incluso nell’EP in quanto ci sembrava troppo chitarristico. “Ti lascio andare” invece è un brano che ho scritto appositamente per Essential, ma che ho riproposto nel mio lavoro solista perché rappresenta il mio modo di usare la chitarra per scrivere una canzone. Mi piaceva l’idea di spezzare la dimensione puramente strumentale o sorprendere qualche ascoltatore attraverso due canzoni.

Prima di questo album, hai pubblicato il libro Il chitarrista in studio: arrangiare e registrare, trucchi e suggerimenti, dove affronti l’argomento con l’esperienza che hai maturato lavorando in studio di registrazione. Ce ne parli?

Il volume, edito da Fingerpicking.net, è pensato per coloro che conoscono già i principi base della registrazione, che sono abituati a registrarsi anche in casa. Attraverso degli esempi pratici, fornisco degli spunti che sono utili per capire come disporre più parti di chitarra elettrica in un classico brano pop all’italiana. Ogni sezione è analizzata in maniera semplice, sia dal punto di vista teorico che sonoro. A completare il tutto sono presenti le trascrizioni e gli esercizi minus one per suonare le parti insieme al basso, alla batteria e alle altre chitarre.

Il chitarrista oggi deve essere il più possibile autosufficiente e creativo, diventando quindi anche arrangiatore e ‘fonico di sé stesso’?

Io penso che si debba essere in grado di lavorare in team, ma nello stesso tempo sapersi muovere con sicurezza anche quando si lavora da soli; il che può avvenire spesso. Avere dimestichezza con le tecnologie, con argomenti ‘paralleli’ alla chitarra come la fonia e l’arrangiamento, è fondamentale. Al musicista freelance viene sicuramente richiesta una conoscenza in tal senso. Una delle cose che ho imparato, è che conoscere ciò che ruota intorno al proprio strumento completa la conoscenza di quest’ultimo, perché lo si guarda da prospettive diverse. Oltre alle conoscenze tecniche e artistiche, una caratteristica del musicista professionista odierno è quella di essere un (bravo) manager di sé stesso.

La tua attività musicale è intensa: vuoi farci una panoramica dei tuoi progetti?

Mi divido tra gli allievi, i live e il lavoro in studio come turnista. Per carattere cerco stimoli diversi tra loro; ad esempio ho due band che lavorano in contesti diametralmente opposti: con i Groovin Addiction suono prevalentemente nu soul in eventi privati in giacca e cravatta; mentre con i Meneguinness suono musica Irish rock in contesti molto più rilassati. Suono anche da solo: ho scritto i brani che compongono Play proprio per avere un repertorio solista. Di recente ho realizzato un sodalizio con un brand che si chiama My Place, il quale opera nell’ambito degli affitti di lusso a breve e medio termine nei centri storici di importanti città del Nord Italia. Ho suonato all’inaugurazione dei nuovi spazi a Milano, dove tutti gli ospiti hanno ricevuto una copia del disco, e stiamo lavorando a nuove modalità per legare il suono di Play alla loro realtà. Questo potrebbe essere un esempio di quanto dicevo poco fa sull’essere manager di sé stessi. Per quanto riguarda il lavoro in studio, quello che faccio di più è incidere le chitarre acustiche o elettriche nelle produzioni di altri artisti; è un lavoro che svolgo principalmente grazie alla rete. Ricevo anche delle richieste, di solito dai cantanti, per l’arrangiamento e la produzione di brani inediti.

Qual è il tuo setup dal vivo?

Per quanto riguarda la chitarra acustica ho sempre disponibili varie soluzioni a seconda di ciò che devo fare. Il mio obiettivo è quello di rendere l’intervento esterno non necessario o minimo, impiegando meno dispositivi possibili. Quando suono in band, quasi sempre col plettro, uso la mia Effedot A1 entrando direttamente nel QSC TouchMix 16 che utilizzo per preamplificare, equalizzare e riverberare. I filtri di questo mixer sono molto efficaci in fase sottrattiva: si tratta di un equalizzatore digitale con un livello di accuratezza vicino a quello che avrei in studio; è sempre attivo un leggero compressore per livellare i picchi derivati dagli strumming più intensi! Dal mixer posso uscire direttamente bilanciato, mono o stereo: al fonico di solito resta il compito di fare delle correzioni imputabili principalmente all’ambiente (club, piazza ecc.). Quando suono da solo utilizzo una Grand Auditorium costruita per me dal maestro liutaio Aldo Illotta, uno strumento di altissimo livello sul quale ho nuovamente fatto installare un Perlucens. Dalla chitarra entro direttamente nel Ventris, riverberatore di Source Audio, e da lì in stereo nel TouchMix, dove attivo solo la curva di correzione dell’EQ. Il TouchMix mi dà enormi vantaggi: nella memoria del mixer ho sempre disponibili tutti i preset a seconda della chitarra che utilizzo; posso controllarlo da lontano portando con me sul palco un iPad; è un’ottima soluzione anche per gestire in modo indipendente gli ascolti, monitor o in-ear; volendo, potrei registrare in multicanale tutti i suoi ingressi. È una macchina alla quale non potrei rinunciare.

Luca Masperone

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