Acoustic Woodstock

Brevi riflessioni da chitarrista sull’evento che cambiò la musica.

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Il 2009 segna i quarant’anni di Woodstock, un momento epico della musica moderna, ed è ricordato negli ambienti musicali con discussioni, celebrazioni, articoli (va segnalato tra l’altro il bell’articolo curato da Sergio Staffieri e Marco Manusso su Chitarre di ottobre 2009). Dal mio punto di vista mi permetto di aggiungere una riflessione più direttamente connessa alla chitarra acustica: è a Woodstock che una grande massa di appassionati, in modo più o meno consapevole, inizia a vedere la chitarra acustica in modo differente e a scoprirne maggiormente la ricchezza, il suono e la potenzialità, in un senso che finalmente andava al di là del semplice accompagnamento cantautorale. Alfieri di questo passaggio importante sono i mitici Crosby, Stills, Nash & Young, forse non i soli a operare con le chitarre acustiche, ma probabilmente quelli che più di ogni altro hanno indelebilmente legato la loro musica e le loro canzoni al suono acustico.
Altri personaggi presenti a Woodstock legano la loro musica alla chitarra acustica, come Joan Baez e il suo forte legame alla tradizione della canzone sociale e politica, il suo fingerpicking che si ricollega alla cantante e chitarrista Elisabeth Cotten, e il suo Carter style ispirato al repertorio della Carter family. C’è poi il forte impatto emotivo e ritmico di Richie Havens, che utilizza accordature aperte imponendo un suono dalla forte impronta dinamica. C’è ancora il fingerpicking più vicino al country e con venature ragtime di Country Joe McDonald (ricordiamo la sua “I-Feel-Like-I’m-Fixin’-To-Die Rag”), che richiama in qualche modo anche la figura di Woody Guthrie.
Ma da un punto di vista più musicale e tecnico, per il modo più moderno e versatile di intrecciare arpeggi, di inserire parti soliste, di arrangiare il suono alle splendide voci, anche con l’utilizzo di accordature aperte, sono i quattro freaks della west coast a divenire una sorta di icona del suono acustico.
Non a caso tra i grandi ammiratori di CSN&Y troviamo anche Michael Hedges, che tanto fece per collaborare con loro fino ad arrivare ad aprire i loro concerti durante un tour. Crosby e Nash sono peraltro presenti nei cori di Torched, ultimo lavoro di Hedges uscito postumo. Più in generale, direi che è tutto lo scenario dell’etichetta Windham Hill, alla fine degli anni ’70, ad essere in qualche modo collegabile al suono della west coast, anche se con ovvie e grandi differenze. La ditta Martin diviene così in qualche misura debitrice al west coast sound per un incremento notevole della propria diffusione, anche se il paradiso country di Nashville faceva già molto in questo senso.
E parlando del country, dove ovviamente lo scenario acustico era ed è alla base, possiamo dire che in esso comunque rimaneva allora, ma in fondo anche adesso, una sorta di linea di demarcazione piuttosto netta: il country, pur influenzando molto, è un mondo a sé, con tendenze, tradizioni, interconnessioni con un certo spirito americano geograficamente ben definito, anche se non possiamo disconoscere il legame che porta spesso a definire la musica californiana degli anni ’60 e ’70 come ‘country-rock’.
Tornando al discorso iniziale e senza aggiungere tante possibili e ulteriori divagazioni, David Crosby e Stephen Stills (ma direi soprattutto quest’ultimo dal punto di vista chitarristico) – e parallelamente Neil Young, che propone a volte semplici ma preziosi arpeggi entrati nel vocabolario chitarristico di milioni di persone – diventano l’emblema della chitarra folk evoluta, piena di soluzioni sonore, che si apre alle accordature aperte e che finalmente agli occhi di molti può adeguatamente competere con il suono rivoluzionario della chitarra elettrica. Per onore di cronaca va citata anche Joni Mitchell, tra l’altro con la sua “Woodstock”, per il suo suono legato alle accordature aperte.
In realtà una ristretta schiera di appassionati era già consapevole di ciò, perché la tradizione del blues acustico, da Robert Johnson in poi, non aveva cessato di creare seguaci ed epigoni di grande livello. Ed è proprio negli anni ’60 che partendo dal Greenwich Village si diffonde il suono acustico del Reverend Gary Davis e dei suoi vari allievi, primi fra tutti Stefan Grossman e Jorma Kaukonen, che muovevano l’area strumentale del folk. Parallelamente John Fahey, Robbie Basho e in seguito Leo Kottke portavano l’esempio di una chitarra e di una musica legate alla tradizione, ma anche superbamente immaginifiche, in continuo e dinamico cambiamento. Per non parlare dell’Europa, dove la scuola anglosassone era in piena evoluzione, con Davey Graham e poi John Renbourn, Bert Jansch, i Pentangle, John Martyn e tanti altri. Ma questa è un’altra storia, di cui potrete almeno parzialmente leggere su Chitarre n. 281 di luglio (articolo su John Martyn) e su Chitarre del prossimo novembre (articolo su Davey Graham).

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Redazione

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