What if… il ritorno di Luca Stricagnoli?

(di Roberto De Luca) «Ve lo avevamo detto». È la frase dietro la quale si celano le soddisfazioni dei saggi e dei profeti. E noi lo avevamo scritto forte e chiaro tempo addietro (Chitarra acustica, maggio 2015), in occasione della pubblicazione del piccolo grande miracolo rappresentato dall’esordio discografico di Luca Stricagnoli, giovane dall’aria sorniona e dalle belle speranze, trasformatosi in un paio d’anni in uno dei fenomeni più interessanti del panorama chitarristico acustico mondiale. Il suo primo disco lo vedeva assorto nella sua stanza dei giocattoli a fare esperimenti sonori con le cose. Talento a piene mani, curiosità e un pizzico di follia, tenuti assieme da una tecnica fuori da ogni schema.

I due anni trascorsi a spasso per il mondo ci riconsegnano il talento varesino più tonico che mai. Fermo e consapevole delle proprie scelte artistiche, delle proprie alchimie sonore, più adulto forse, ma non per questo meno sfrontato. Il risultato è la consueta esplosione pirotecnica di gioia che si fa musica.

What If? Il titolo del nuovo album, da poco uscito sotto le nobili insegne della CandyRat, sottintende una domanda che prelude all’ovvia risposta, di cui il disco è tangibile testimonianza. Cosa accadrebbe se…? Curiosità e coraggio, slancio verso il nuovo, l’inconsueto, l’inesplorato. La precisa volontà di rifuggire sentieri già battuti. Di infrangere il muro delle proprie conoscenze, come avviene nella simpatica copertina del disco; una barriera che troppe volte rischia di ingabbiare fantasia e creatività.

Questa scelta propulsiva sembra essere alla base del nuovo lavoro, condotto come di consueto all’insegna della più rigorosa autarchia musicale, ma con un armamentario da fare spavento: strumenti particolarissimi come una chitarra speciale a 13 corde e addirittura una triplo manico. Oggetti futuristici che necessiteranno di una trattazione in separata sede.

A scorrere i titoli, un particolare balza in tutta evidenza: la scelta di privilegiare le cover, ben sei sulle dieci tracce complessive. Più di qualcuno potrebbe corrugare la fronte e storcere il naso. Chiariamo bene il concetto: nel caso di Luca Stricagnoli, nulla di più lontano dal sospetto di facili scorciatoie. Nessuna traccia di autocompiacimento e di ruffianeria. Piuttosto il tentativo di utilizzare l’arrangiamento come sfida per esplorare nuovi territori. Non sfoggio di bravura ma forse il suo contrario: un guanto di sfida che sollecita l’invenzione di tecniche sempre nuove. Il traguardo finale insomma è sempre e soltanto la musica, la tecnica solo il veicolo di volta in volta più adatto a raggiungere la meta. Il lavoro di Luca Stricagnoli finisce così per somigliare spesso a un curioso safari sonoro a caccia dell’idea giusta, del colpo di genio risolutivo. Il premio finale è puro godimento nell’ascolto, nulla di più.

Feel Good Inc., simpatica composizione dei Gorillaz, apre la tracklist e dà inizio alle danze nel migliore dei modi. Una cover muscolare dove la triplo manico dispiega tutte le sue potenzialità; il pulsare ipnotico della linea di basso fa da scheletro all’intero componimento e si arricchisce di un tripudio di hammer-on e di pull-off in funzione armonica, mentre pollice e gomito destro assicurano un tappeto ritmico efficacissimo, che fa il paio al delizioso ‘rappato’ della mano sinistra sfregata sulle corde. Timing implacabile e tecnica mostruosa al servizio di un arrangiamento concepito per la gioia di qualsiasi adolescente capace di intendere e di ascoltare.

Il passo successivo è di quelli che non ti aspetti. “The Showman” è il primo brano originale. Quasi un inno ai tanti pazzi che affrontano il palco a mani nude, armati di sei corde. L’anima ‘lirica’ del chitarrista si dispiega qui nelle sue qualità migliori. Un arpeggio delicato e sognante, tanta ‘aria’ tra le note, un tiro percussivo che si intona alla perfezione con l’indole ‘viaggiante’ della musica di Luca. Una musica in movimento, come sembra sottolineare la bellissima variazione ritmico-armonica che di tanto in tanto interrompe la trama melodica per ricordarci che siamo pur sempre alle prese con l’irruenza di un ragazzo di ventisei anni. La qual cosa pare di per sé quasi miracolosa.

La terza traccia ci scaraventa nell’anima più muscolare dell’intero lavoro: la famigerata “Thriller”, un pezzo che sembra sollecitare in vario modo una coverizzazione, risolta qui con un incastro prodigioso. La consueta linea di basso micrometrica e uno strumming micidiale sulla chitarra principale vanno a sostenere il tema melodico del brano, eseguito in contemporanea su una chitarra ‘speciale’ a 13 corde, impiegata anche in funzione percussiva. Qui la tecnica è davvero dispiegata alla massima potenza. Il risultato è una ‘canzone’ che fila dritta e implacabile come una locomotiva al massimo della pressione e della velocità.

Sul quarto brano si tira giustamente il fiato, ma con una modalità del tutto inaspettata. Con “Round Thing” Luca si ricorda anche di noi poveri mortali proponendo un fingerpicking tenue e trasognato, che addirittura ammicca al canonico boom-chick, imprinting sonoro di generazioni di chitarristi. Nessuna traccia di percussioni o di altri effetti speciali. Trattandosi di un brano originale, ci piace pensare al doveroso omaggio ai grandi della sei corde acustica, a quel passato in cui è facilissimo riconoscersi.

Una brusca svolta e con i Red Hot Chili Peppers si torna sulle praterie sonore più congeniali al musicista varesino. Su “Can’t Stop”, la triplo manico, impiegata con una perizia strabiliante, dimostra la sua vera natura di spietata macchina da guerra. Prima e seconda voce, linea di basso e percussioni. Quattro parti sostenute da una combinazione implacabile. Power chords sui bassi, gomito e pollice a tenere il battito, mano sinistra a ricamare melodie e addirittura un cambio di tonalità sul bridge. La tenuta complessiva dell’arrangiamento è pari soltanto alla sua efficacia. Ancora una volta si viaggia a velocità folle, con quel senso di fluidità e di naturalezza che rappresenta una delle cifre distintive della musica di Luca Stricagnoli.

Un respiro profondo apre “Away With the Wind”, composizione originale lirica e avvolgente, dove il musicista torna alle prese con una trama incantata, ben introdotta da un archetto utilizzato sulla corda grave di ben tre chitarre e che apre la strada al delizioso tapping melodico, eseguito sullo strumento principale e abbellito da un delicato crescendo fatto di accordi pieni, sui quali si dispiega il soffio di un’armonica trasognata. Un caleidoscopio di forme, di odori e di colori.

Un dedalo di note arpeggiate annuncia uno dei lick più famosi della storia del rock; la famigerata “Sweet Child o’ Mine”, nella versione universalmente conosciuta e apprezzata da tempo sul Tubo, dipana quello che è forse l’arrangiamento principe di tutto il disco. Tecnicamente, il gioco si fa estremo. La struttura iniziale è sapientemente tenuta insieme dall’uso combinato della chitarra speciale a 13 corde e di quella standard, sulla quale si sviluppano armonia e linea di basso. Discorso che si inverte miracolosamente sulla strofa, quando entrano le pulsazione percussive. Ritornello potente a due mani su un solo strumento, qualche gioco di prestigio sui capotasti (ben tre!) e dalla tonalità maggiore si passa al minore. Si entra nel cuore del brano. L’assolo di Slash è un’infernale mitragliata di note perfettamente incorniciata da un accompagnamento ritmico e da un potente tappeto percussivo. Il climax si risolve con il nuovo ingresso delle note al canto sulla seconda chitarra, che dirigono il brano verso l’epilogo. Il delicato arpeggio finale è l’equivalente dello scricchiolio di un motore che si spegne e si raffredda. Difficile da descrivere. Da suonare forse un po’ di più.

La tensione accumulata si stempera con “Stars”, l’ultimo brano originale del disco. Il lap tapping sul quale è costruito tutto il pezzo è davvero un tappeto magico in volo verso il cielo, tra spolverate di note e di stelle.

Si va verso il finale e Luca si congeda con due gemme.

La celeberrima “Misirlou”, nella versione di Dick Dale, introduce nel lavoro un’inaspettata apertura mediterranea; due minuti scarsi di atmosfere dal sapore antico. Un’impalcatura musicale serrata e tiratissima, eseguita all’insegna della consueta autarchia esecutiva. Non c’è inganno, ma c’è il trucco, e anche più di uno. La mano destra afferra un coltello da cucina (sic) tra le dita e affetta il tempo percuotendo la cassa dello strumento in sincronia con la micidiale sventagliata di plettrate a sostenere il canto. Dove non arrivano le mani, si fa strada un mix di intelligenza e di pazzia: un tappeto ritmico di accordi pieni, eseguito su ben quattro chitarre, le cui corde vengono percosse con vigorose pedate. Avete letto bene. Aiutarsi con le mani e con i piedi, come dicevano le nonne di una volta. Lezione che Luca Stricagnoli applica alla lettera. Gioco di prestigio? Forse. Ma quello che il pezzo restituisce è ancora una volta una sensazione di assoluta naturalezza che fa il paio con la godibilità all’ascolto. ‘Inusitato’ sarebbe forse l’aggettivo più calzante per questo monumento all’arte di arrangiare e di arrangiarsi.

Il congedo è affidato alla poesia, ed è poesia allo stato puro. “Now We Are Free”, suggestivo tema tratto da Il gladiatore, riassume e compendia, secondo l’opinabile parere di chi scrive, le qualità musicali più intime del folletto varesino. Tenuta a freno l’irruenza dei suoi anni, quello che Luca costruisce è una fiaba sonora che si dipana in una cascata di colore e di calore. Troppo difficile e forse inutile soffermarsi qui sulla sapienza tecnica, bene introdotta dalla lunga nota introduttiva sostenuta dall’EBow, che spiana la strada a un racconto che chiede solo di essere ascoltato. E se nel capolavoro originale della coppia Gerrard-Zimmer (una candidatura all’Oscar) il canto è costruito su parole non riconducibili ad alcun linguaggio umano, qui i vocalizzi sognanti di Meg Pfeiffer, giovane cantautrice tedesca, conoscono bene il sentiero da percorrere e conducono verso un ‘altrove’ sognato eppure, in qualche modo, già conosciuto.

Ci sono due modi di approcciare la musica di Luca Stricagnoli: tentare la scalata alla comprensione della mostruosa cifra tecnica in essa contenuta, oppure seguirne le suggestioni più profonde. La verità forse va ricercata nel suo giusto mezzo: nel meccanismo con il quale virtuosismo, curiosità, sfida a volte quasi irriverente si trasformano in un linguaggio sonoro già ben definito, quasi un marchio di fabbrica potente e sicuro, pur nella sua imprevedibilità. Nella musica di Luca Stricagnoli c’è qualcosa che pulsa, che si distende e si dilata nello spazio, ma che poi finisce per protendersi in avanti verso una qualche direzione. Ciò che si ricava è una bella sensazione di energia positiva, di fiducia e di speranza. Quanto basta per essere grati, prima ancora che ammirati.

Roberto De Luca

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