Walter Lupi – One Hand Band, 10 chitarre per 10 studi in Flatfinger

(di Gabriele Longo) – Una tecnica e un linguaggio rivoluzionari meritavano un approfondimento. Walter Lupi non si è lasciato sfuggire l’occasione, e con il nuovo libro One Hand BandDieci Studi in Flatfinger ha dato il giusto sviluppo ai concetti base espressi nel suo metodo Flatfinger, recensito su Chitarra Acustica di dicembre 2011. Ma non solo. Infatti, volendo dare un senso artistico alle sue composizioni didattiche, ha pubblicato anche 10 Guitars for One Hand Band, un CD di questi pezzi… registrati con altrettante chitarre, tutte di alta liuteria internazionale! La scaletta del disco, infatti, rispetta la sequenza degli studi contenuti nel primo metodo dedicato alla tecnica Flatfinger, ripresi e sviluppati nella versione integrale così come li troviamo nel nuovo libro.

One Hand Band – Dieci Studi in Flatfinger
Il libro è corposo, ricco d’informazioni, foto, spartiti e CD audio allegato. Procediamo con ordine.
Tutti i dieci studi contenuti in questa seconda opera sono sviluppati su tre livelli di difficoltà, Elementary, Intermediate e Advanced Level. Questi livelli prevedono l’inserimento e l’utilizzo dei quattro principali moduli espressivi che costituiscono la tecnica del Flatfinger, ovvero Melody, Strumming, Strumming-Percussion e Melody-Percussion.
Nella forma dell’Elementary Level, ciascun brano è scritto per esteso (tutti in doppia notazione, musicale e tablatura) ma semplificato il più possibile. Ciò vuole dire, essendo il pezzo eseguibile con il solo modulo Melody, che il livello elementare consente di poter suonare il pezzo dall’inizio alla fine. Questo modulo, composto da una linea di basso e una linea melodica, suonate rispettivamente con il pollice e l’indice della mano destra, per lo più in battere e levare, permette di affrontare l’intero brano con un utilizzo della mano destra molto semplificato, così da favorire lo studio e l’apprendimento sia della tecnica che della struttura del brano. Solo in seguito sarà possibile (e opportuno) integrare e arricchire il brano stesso con l’inserimento degli altri moduli espressivi. Ma prima di ciò – vale la pena metterlo in risalto – l’allievo otterrà piena soddisfazione nell’eseguire interamente il brano per quello che la sua preparazione del momento gli consentirà di fare. Cosa di non poco conto!

Continuando nell’analisi di questo libro, molto ben articolato e organizzato, ciascuna delle parti di cui solitamente è composto un brano, come ad esempio il tema, il ritornello, il bridge, la coda ecc., è identificata, nell’Elementary Level, da moduli-struttura indicati con lettere numerate, A1, B1, C1, che varieranno con numeri crescenti, A2, B2, C2, per identificare l’inserimento dei restanti livelli.
I moduli-struttura, quindi, variano sostituendo al loro interno uno o più dei quattro moduli espressivi previsti per dare vita allo sviluppo completo della tecnica Flatfinger.
Vale la pena mettere in evidenza la peculiarità del progetto didattico che emerge dalle due pubblicazioni di Walter Lupi dedicate all’argomento. E cioè che un sistema di apprendimento così concepito permette allo studente di muoversi liberamente all’interno dei vari moduli espressivi, a seconda del grado di padronanza della tecnica Flatfinger che ha raggiunto. Cosa che gli permetterà di attuare un percorso evolutivo direttamente proporzionato al proprio livello di preparazione, in relazione ai moduli espressivi che sono l’ossatura portante del metodo Flatfinger.
Lupi è prodigo di consigli, indicazioni e suggerimenti, consapevole delle notevoli difficoltà che a mano a mano affioreranno, per chi vorrà andare avanti rispetto al livello Elementary.
Per esempio, per meglio lavorare con i moduli espressivi contenuti nei livelli Intermediate e Advanced, Walter consiglia di memorizzare la striscia (posta a piè di pagina di ogni brano) contenente i vari moduli struttura che compongono l’Elementary Level. Raggiunto tale livello, lo studente potrà affrontare gli altri due livelli. Questi sono genericamente sviluppati solo su tre o quattro misure, per poi interrompersi con una linea verticale tratteggiata e con la parola “Continua”. Queste poche misure servono solo per dare l’indicazione di come deve essere applicato il nuovo modulo espressivo nelle battute rimanenti e per ascoltare tramite il CD audio l’effetto sonoro che si deve ottenere con il nuovo modulo.
Infine, i moduli-struttura Solo sono dei momenti dedicati all’aspetto dell’improvvisazione solista nel contesto di un brano polifonico.
Prima della parte dedicata agli spartiti dei dieci brani, il libro condensa in un utile sommario i punti essenziali su cui soffermarsi con cura, e cioè la postura della mano destra, le terminologie legate alla tecnica Flatfinger e le relative definizioni, le modalità di studio fondamentali da adottare per procedere con soddisfazione lungo il percorso di apprendimento proposto.
Dal canto nostro possiamo dire che questo libro ci ha colpito molto positivamente per la competenza e l’accuratezza che vi abbiamo trovato, e che ci fanno sicuramente ribadire l’alta considerazione che abbiamo per il Walter Lupi divulgatore e didatta, oltre che per il musicista di grande qualità che da tempo conosciamo e apprezziamo.

10 Guitars for One Hand Band
L’idea era molto sfiziosa. E Walter Lupi l’ha realizzata. Come già detto, ha voluto dare un senso artistico alle sue composizioni didattiche a sostegno della sua tecnica Flatfinger, pubblicando un CD questi pezzi registrati con altrettante chitarre di alta liuteria internazionale.
Racconta Walter: «Per quasi una trentina d’anni ho suonato la mia Larrivée, stabilendo con questo strumento un rapporto quasi simbiotico. A metà degli anni 2000, grazie all’incontro con il liutaio Aldo Illotta, ho iniziato ad esplorare altre sonorità, accorgendomi dei limiti che la mia fedele compagna poneva alle mie esigenze di interprete e compositore. Da allora, ho iniziato a indagare sulla possibilità di realizzare uno strumento che mi desse le medesime caratteristiche di stabilità e confort della mia chitarra, frutto di uno dei primi progetti del liutaio Jean Claude Larrivée, ma che avesse una maggiore dinamica e una sonorità più ampia e ricca di colore».
Walter Lupi ha potuto ampliare l’esplorazione nel campo della liuteria anche grazie ai numerosi allievi e amici che spesso gli hanno affidato i propri strumenti per un setup più appropriato, attratti dalla ‘comodità’ delle chitarre che lui stesso settava. È in questo modo che ha avuto l’opportunità di venire a contatto con strumenti di grande prestigio, accrescendo ulteriormente la sua esperienza e conoscenza nel campo degli strumenti artigianali di alta liuteria e di apprezzarli meglio anche sotto il profilo della loro resa sonora e delle loro potenzialità espressive musicali.
Dice ancora Lupi: «All’atto di registrare il disco con le versioni artistiche degli studi contenuti nel mio secondo volume dedicato al Flatfinger, un po’ per gioco e un po’ attratto dall’idea di offrire all’ascoltatore una sorta di documento sonoro, ho deciso di effettuare un excursus di alcune di queste chitarre così interessanti e diverse tra loro, affidando ad ognuna di esse un brano diverso, inclusa la mia storica Larrivée. È da precisare, però, che alcuni di questi strumenti erano stati suonati pochissimo o addirittura chiusi nel loro fodero da settimane, mentre una chitarra per dare il meglio di sé dovrebbe essere suonata costantemente da almeno qualche mese».
Non essendo facile reperire in Italia strumenti di liuteria così pregiata e per di più ben settati e quindi pronti per effettuare una registrazione professionale, Walter afferma soddisfatto: «È grazie alla disponibilità e all’entusiasmo dei possessori di queste splendide chitarre, rese ancora più performanti dal trattamento di setup ricevuto, che ho potuto realizzare 10 Guitars for One Hand Band, un disco didattico che al contempo vuole essere anche uno stimolo a suscitare l’interesse dell’appassionato conoscitore e amatore della sei corde. Per ragioni pratiche (non essendo possibile stabilire una scaletta in base al ‘valore’ del suono dello strumento, in quanto soggettivo) ho pensato di abbinare queste dieci chitarre, selezionate tra molte, ai brani del metodo seguendo una sequenza basata sul valore commerciale approssimativo del singolo strumento, ma cercando comunque di combinare il suono della chitarra con il carattere del brano».
Nell’ascolto dei vari brani si nota un contesto di ‘ambiente-sonoro’ neutro, una sorta di sfondo uniforme adatto ad accogliere le diverse caratteristiche dinamiche e di colore delle varie chitarre registrate, ottenuto grazie al posizionamento dei microfoni piuttosto lontani (in basso) rispetto al corpo della chitarra. Il ruolo in qualità di fonico dello stesso Lupi – come da lui stesso raccontatoci – è stato poi di effettuare le necessarie correzioni acustiche cercando il più possibile di mantenere il colore tipico di ogni strumento.
Anche se ad un primo ascolto potrebbe sembrare che non vi siano particolari differenze tra gli strumenti registrati, prestando più attenzione, sarà invece possibile individuare sfumature e colori che differenziano ognuna di queste chitarre tra loro. Per esempio le aree sonore più significative da osservare per meglio identificare queste differenze di colore, sono quelle relative alle frequenze medie (dai 300 Hz ai 2000 KHz) e a quelle alte (dai 2000 KHz ai 5000 Hz) che di solito sono imputabili alla qualità e alla tipologia dei legni con cui sono costruite le chitarre, mentre la resa sonora dello strumento, la dinamica, l’ampiezza e profondità dei bassi, dipendono principalmente dalla dimensione della cassa (volume d’aria) e dalla modalità di costruzione che il liutaio effettua. Conclude Walter: «Ad esempio saper effettuare un preciso fine-tuning, cioè una ‘chiusura’ della cassa acustica della chitarra con una tensione interna creata precedentemente al montaggio delle corde (che a loro volta creeranno altra tensione modificando così ulteriormente la risposta in dinamica dello strumento), permetterà a quello specifico modello di esprimere al massimo tutte le sue potenzialità sonore».
Per la realizzazione del disco tutti i brani sono stati registrati con due microfoni Neumann U-87 e un Audio Interface Motu Ultra Light mk3.

I brani e le chitarre

Larrivée L07

1.“Bell Circle” è stato registrato con la Larrivée L 07, piano armonico in abete Sitka, fondo e fasce in palissandro massello East Indian. Ci racconta Lupi: «Questa Larrivée, soprannominata ‘La Signora’, vanta quasi una trentina d’anni di attività accompagnandomi nelle mie composizioni, registrazioni e concerti. Con lei ho esplorato vari territori sonori, da quelli acustici tradizionali, presenti nel mio primo album Bhakta Priya (1990), poi in Short (2000) e Zumiè (2007) fino ai più immaginifici e surreali contenuti in Spirali (2001) e nei due Music Experience voll. I-II, (2004-2006). Questi ultimi sono stati realizzati grazie all’utilizzo del primo sistema MIDI (Gk2) disponibile in Italia, unito all’uso del sampler (Jam Man). Questo modello di chitarra, ormai fuori produzione, presenta un suono compatto, molto adatto allo strumming, con un colore brillante e ben definito nell’area dei cantini, caratteristica tipica di un piano armonico in Sitka canadese, con bassi profondi e ricchi di fondamentale, favoriti anche da un truss rod fisso».
(http://www.larrivee.com/instruments/acoustics/index.php)

Martin HD-28VS D12

2. “Sweet Melody” è stato registrato con una Martin HD-28VS D-12 Fret, di proprietà di Luciano G., con piano armonico in abete Sitka, fondo e fasce in palissandro massello East Indian. Confessa il chitarrista: «Non ho mai amato in particolar modo le chitarre con cassa troppo grande, ma questa Long-Dreadnought mi ha sorpreso per il notevole bilanciamento, un bel sustain e tutto sommato per una buona intelligibilità dei cantini. È noto che generalmente nelle chitarre a 12 tasti, sia per uno spostamento di catenatura interna allo strumento, sia per una maggior ampiezza di cassa, i bassi fuoriescono in maniera più libera rispetto a modelli più piccoli e più proiettivi, dando così una resa sonora più ampia e profonda rispetto alle chitarre a 14 tasti. Questa Martin, dal suono morbido e avvolgente, grazie a una particolare rotondità dei cantini, si presta bene a brani lenti e poetici (come “Sweet Melody”) quanto, per la sua plasticità ed elasticità sonora equilibrata e compressa, a interpretare brani di tipo fusion anni ‘80, di cui non sembra esserci più traccia. Davvero una Martin fuori dal comune!»
(http://www.martinguitar.com/index.php?option=com_k2&view=item&id=191:hd-28vs&Itemid=6)

Bourgeois OM Vintage

3. “Carillon” è stato registrato con una Bourgeois OM Vintage, di proprietà di Roberto M., con piano armonico in abete rosso Adirondack, fondo e fasce in palissandro massello East Indian. «Tra le varie Bourgeois che ho avuto occasione di provare (ne ho acquistata una personalmente che ho poi rivenduto perché poco adatta al mio modo di suonare)» precisa Walter «questa dell’amico Roberto è secondo me particolarmente riuscita. Di solito questi modelli presentano le caratteristiche tipiche delle OM Vintage, godono di una forte proiezione e intelligibilità sonora, ma hanno una definizione di suono e una potenza in volume sicuramente maggiore delle tradizionali sorelle Martin. In questa chitarra, invece, prevale un suono nitido e terso (ma per niente esile), con un’apertura di suono insolita per questo modello dal corpo medio-piccolo molto proiettivo e compresso. Probabilmente, le caratteristiche di trasparenza sonora e al contempo di presenza e brillantezza timbrica di questo strumento, sono date anche da un bellissimo piano armonico in abete Adirondack che il costruttore Dana Borgeois definisce come il legno armonico per eccellenza, che si sostanzia in una bella lucentezza nell’area dei cantini e all’occorrenza anche una certa ‘aggressività’. Insomma, una piccola ma ruggente OM Vintage!»
(http://www.pantheonguitars.com/guitars/guitars_PRO-vintageOM.htm)
 

Chatelier Polivalent

4. “Jam Blues” è stato registrato con una Chatelier Polivalent, piano armonico in abete tedesco, fondo e fasce in palissandro massello East Indian: «Le chitarre Chatelier sono definite dai costruttori, i fratelli Chatelier, chitarre polivalenti, progettate per offrire la maggior versatilità possibile al chitarrista che desidera suonare nel modo flatpicking/strumming o fingerstyle, oppure entrambi contemporaneamente. Questa chitarra, battezzata ‘La Brunetta’ per il colore del piano armonico leggermente brunito tipico delle chitarre vintage e un carattere sonoro sanguigno e vivace, è il secondo dei tre strumenti costruito per me dai fratelli Chatelier. Pur non soddisfacendo appieno le aspettative per cui era stata progettata, questa chitarra ha comunque sorpreso tutti per come il suono sia andato via via definendosi nella consueta fase di assestamento e maturazione, raggiungendo un risultato un po’ atipico per le caratteristiche sonore che contraddistinguono le chitarre Chatelier. La sua forza di proiezione sonora, l’intelligibilità di ogni singola nota, la risposta al tocco particolarmente veloce e immediata unite ad un timbro molto pronunciato nell’area dei medi-alti, ricordano per certi versi le chitarre manouche, ma con una pasta più morbida e una sonorità più ampia che in definitiva rendono questo modello di chitarra perfetto per il R&B!»
(http://www.chatelierfreres.com/Fr/Inc/galerie)

Illotta Grand Auditorium

5. “A’ maneira de Samba” è stato registrato con una Illotta Grand Auditorium, piano armonico in abete Alaska Sitka, fondo e fasce in palissandro massello East Wild Indian. «Sono diversi anni che collaboro con Aldo Illotta» afferma Walter «e questa Grand Auditorium, strumento di grande finitura ed eleganza che convince sin dal primo colpo d’occhio, è la terza chitarra consegnatami da Aldo alla fine del 2010, mentre la prima la ricevetti nel 2006. Già nei primi concerti, ancora ‘giovanissima’, ha mostrato di avere nelle sue corde un tono di grande maestosità, dato probabilmente da un suono che si è mostrato sin dall’inizio molto aperto e profondo; e in fase di registrazione ha dato prova di eleganza e raffinatezza. Questo modello in abete Sitka, rispetto alle altre Illotta solitamente costruite con abete Val di Fiemme, sembra essere caratterizzato da un timbro tendente al metallico diffuso un po’ su tutta l’area dei cantini. Ciò potrebbe essere dovuto anche alla natura sonora tipica di questo legno che gode di una fibra piuttosto rigida rispetto ad altri abeti. Considerando che di solito il timbro dei cantini delle chitarre Illotta si presenta inizialmente un po’ leggero e trasparente, ma che col tempo acquista corpo e rotondità, sono certo che ben presto anche questa Grand Auditorium raggiungerà, e forse aggiungerà, quel qualcosa in più alla consueta magia del suono Illotta!»
(http://www.italianguitars.com/pagine-chitarre/acustica-1.html)
 

Goodall Long-Dreadnought

6. “Jazz Waltz” è stato registrato con una Goodall Long-Dreadnought, di proprietà di Marco V. con piano armonico in abete Adirondack, fondo e fasce in palissandro massello East Indian.
«Una strana combinazione d’incontri con questa Long-Dreadnought» racconta divertito Lupi: «Me la trovai tra le mani qualche anno fa mentre stavo cercando uno strumento per me ma, se pur incantato dal suono ampio e definito, la scartai per la tastiera che finiva al dodicesimo tasto. Mi riapparve poi tramite un mio studente e la scelsi senza esitazione per interpretare “Jazz Waltz”, dopo averla settata e sistemata per la registrazione. L’ampiezza del corpo, unita ad un piano armonico in Adirondak, conferisce a questa Goodall un’insolita combinazione di dettaglio della nota per un verso, e di avvolgente e ampio surround dei bassi dall’altro, qualità che creano un perfetto ambient sonoro per questo brano. La tastiera, ampia e piatta, ha invece contribuito a rendere piacevole l’incisione di questo slow waltz ispirandomi, in fase di improvvisazione solista, alcuni passaggi e soluzioni ritmiche che probabilmente non avrei preso in considerazione con un altro setup. Una long-body di grande raffinatezza anche nelle finiture, uno strumento tanto piacevole al tocco, quanto gradevole da indossare
(http://www.goodallguitars.com/tradldlg.htm)
 

Baranik CX Specs

7. “Jump Rope” è stato registrato con una Baranik CX Specs, di proprietà di Marco M., con piano armonico in abete italiano (finitura sunburst), fondo e fasce in palissandro massello Madagascar. «Anche con questa chitarra ebbi un breve flirt» ricorda ancora Walter Lupi «quando la provai dagli amici del negozio di strumenti GBL, la ‘boutique’ milanese delle chitarre acustiche. Mi affascinò subito per la personalità sonora e un fondo in palissandro Madagascar che per le sue venature sembrava un dipinto, ma un po’ meno per il top verniciato sunburst e per la spalla mancante. Me la ritrovai qualche tempo dopo, acquistata da un mio allievo, a cui avevo parlato di lei con entusiasmo e che, come la vide e la suonò, la amò al primo tocco! Di questa chitarra colpisce come il corpo medio-piccolo possa emettere un suono così definito, potente e ricco di bassi. La CX Specs è il modello più utilizzato dal chitarrista che ama uno strumento versatile. Il top in abete Val di Fiemme le conferisce una bella risposta sulle medio-basse, forse però meno incisiva sui cantini che risultano essere particolarmente dolci e a tratti un po’ velati. Suonarla dà il piacere di ‘giocare’ con uno strumento effettivamente molto versatile, con una ricchezza timbrica che favorisce una resa espressiva del canto. Una piccola Baranik dal cuore grande!»
(http://www.baranikguitars.com/cx.htm)
 

Kevin Ryan Mission

8. “Caribbean Children” è stato registrato con una Kevin Ryan Mission, di proprietà di Stefano C., con piano armonico in abete Engelmann ‘Bear Claw’, fondo e fasce in palissandro massello East Indian. Spiega Walter: «Con l’amico Andrea B., appassionato conoscitore della più pregiata liuteria internazionale, presi parte all’acquisto di questa chitarra quando ancora si trovava in un negozio dell’area californiana. Quando arrivò, era in evidente stato di ‘abbandono’, non suonava da tempo e portava segni di trascuratezza a cui dovetti provvedere con un significativo intervento di setup; e prima che riacquistasse il suo giusto tono vocale dovemmo tutti, proprietario e amici, suonarla parecchio. A questo proposito, Kevin Ryan sostiene che le sue chitarre, per raggiungere il massimo della resa sonora, devono essere suonate con regolarità per un periodo di circa tre mesi. Come aprimmo la custodia l’attenzione cadde subito sul bellissimo top in Engelmann color giallo-oro, caratterizzato da una insolita maschiatura ad effetto flambé ad onda larga, che conferisce al piano armonico una particolare rigidità. Il suono risulta essere piuttosto fermo, lineare e bilanciato; i cantini invece, grazie alla tipologia dell’Engelmann, godono di una rotondità e purezza di suono unica, dovuta probabilmente anche all’influenza di questa maschiatura. La sensazione sui cantini è di un suono rotondo e setoso, adatto ad esprimere temi lirici, quasi classici. Strumento molto stabile e confortevole per la mano sinistra e al contempo abbastanza veloce e dinamico per la mano destra, una Mission dal suono color miele!»
(http://www.ryanguitars.com/Main-Mission.html)
 

Calxton EM

9. “Little Waltz for You” è stato registrato con una Claxton EM, di proprietà di Stefano C., con piano armonico in abete tedesco, fondo e fasce in palissandro brasiliano. «Anche questa bellissima chitarra ha una storia di curiose coincidenze» racconta Lupi: «Mi fu mostrata per la prima volta da un amico, Massimo S., colui che mi aprì una finestra sulla liuteria internazionale e mi permise di conoscere da vicino alcuni tra i più importanti di questi strumenti, che se ne liberò in seguito per l’eccessiva ‘durezza’ della tensione delle corde. In effetti questo strumento, godendo di una certa flessibilità ed elasticità nel suono, può risultare impegnativo per la mano sinistra che, a seconda della pressione che si imprimerà alle corde con la mano destra, sarà costretta ad esercitare una pressione maggiore sulla tastiera. Questo ha costituito per me una bella sfida al momento di allestire un setup adatto ad essa, ma anche una grande soddisfazione a ‘sentirla’ morbida e godibile su tutta la tastiera a lavoro fatto. Dopo aver suonato una chitarra un po’ su tutta l’estensione della tastiera, la prova che faccio per conoscere un po’ meglio lo strumento che sto imbracciando è di tamburellarne il fondo per sentire come risuona. Da lì mi faccio un’idea della tensione che ha la cassa e dello spessore dei legni con cui è costruita; e il back di questa Claxton è certamente il più risuonante che abbia mai trovato fino ad oggi. La sensazione che ho avuto al primo tocco, è la stessa che caratterizza gli ultimi modelli delle chitarre Chatelier, cioè una notevole risposta e intelligibilità dei suoni su tutta la tastiera, che permette al chitarrista più esigente di poter dare il giusto peso e colore ad ogni nota, con la differenza che la Claxton ha in più una tridimensionalità sonora fuori dal comune. Una chitarra estremamente sensibile, dinamica e proiettiva che predilige un tocco dallo stile raffinato!»
(http://www.dreamguitars.com/detail/2283-claxton_em_79_139/)
 

Olson Small Jumbo

10. “Arise and Shine” è stato registrato con una Olson Small Jumbo, di proprietà di Stefano C., con piano armonico in abete tedesco, fondo e fasce in palissandro brasiliano. «Nell’imbracciare questa Olson, soprannominata dagli amici ‘La Regina’ per la ricchezza degli intarsi che caratterizzano questo modello, si percepisce immediatamente un lavoro di liuteria di altissimo pregio e raffinata manualità, che ben supporta un suono effettivamente dotato di una raffinatezza e un’eleganza fuori dal comune. Pur essendo una piccola Jumbo, gode di una buona profondità dei bassi che risultano ‘avvolgenti’ all’orecchio e che richiamano a tratti quelli di una Dreadnought, ma più contenuti e definiti nella loro ampiezza sonora. I cantini sono gradevoli al tatto, forse un po’ sottili ma molto ben definiti. Sembra essere però evidente che questa chitarra è stata costruita con un pensiero maggiormente rivolto a cantautori della levatura di James Taylor, o a quei chitarristi che amano suonare con tocco leggero brani dal sapore più evocativo che aggressivo. In effetti la registrazione di “Arise and Shine”, il brano abbinato alla ‘Regina’, pur godendo di un’immagine sonora ampia e orchestrale, avrebbe richiesto forse che il canto emergesse in maniera più netta rispetto all’accompagnamento. Ma quello che vale per questa chitarra, come per la Claxton esaminata prima, è la grande varietà di suoni e colori che ha da offrire e che la rende un magico caleidoscopio di immagini sonore!»
(http://www.olsonguitars.com/guitar_models.html)
 

In conclusione, grazie alle dieci chitarre di alta liuteria utilizzate, ai bei brani in scaletta e alle eccellenti capacità interpretative di Walter Lupi, che ringraziamo per le preziose informazioni fornite per la stesura dell‘articolo, 10 Guitars for One Hand Band regala una così varia e meravigliosa gamma di sonorità chitarristiche da rappresentare una pubblicazione discografica più unica che rara. Da non farsi scappare!

Gabriele Longo

Potete trovare i dischi e i libri di Walter Lupi nel nuovo negozio on line di fingerpicking.net:
http://www.fingerpickingshop.com/pagine-artisti/walter-lupi.html/


Chitarra Acustica, 12/2012, pp. 20-25

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