Veronica Sbergia & Max De BernardiOld Stories for Modern TimesTotally Unnecessary RecordsVeronica Sbergia & Max De BernardiOld Stories for Modern TimesTotally Unnecessary Records

La copertina del cd

Una volta tanto vorrei cominciare questa ‘introduzione all’ascolto’ con i difetti, visto che questo album ne ha almeno due: entrambi, ahimè, molto evidenti. Il primo è che, dopo 41 minuti e 78 secondi di pura fascinazione, l’ascolto del disco, purtroppo, termina. È un difetto comune a tutti gli album, osserverete voi. Vero: ma il fatto è che ci sono album per i quali questo difetto pesa molto di più che per altri (mentre per alcuni, ammettiamolo, non pesa affatto, anzi). Ebbene questo Old Stories for Modern Times è uno tra i dischi per i quali il fatto che la musica, ad un certo punto, si interrompa, pesa di più in assoluto.
Il secondo grande difetto è che, purtroppo, quando le ultime note di “Charming Betsy” si dissolvono nell’aria e, con esse, le quindici tracce dell’album, non è possibile abbracciare Veronica Sbergia né Max De Bernardi, pregarli di non andare via, farli accomodare da qualche parte, offrirgli un qualche tipo di moonshine appalachiano sapientemente distillato e invecchiato e fare nottata a farsi raccontare (strumenti alla mano, s’intende) come, cosa, quando e perché del loro incontro con la-musica-da-cui-è-nata-la-musica, senza trascurare le mille meraviglie che da tale incontro hanno ricavato e che dispensano a chi li ha la fortuna di incrociarli in dimensione live o è costretto ad ‘accontentarsi’ di ascoltarli su CD.
A parte questi due (macroscopici, a dire il vero) difetti, Old Stories for Modern Times è un disco del quale non bisogna parlare (perché le parole non possono rendergli giustizia), ma che bisogna, assolutamente, ascoltare. Un disco che tutti (e dico tutti) quelli che amano la musica vera, pensata ed eseguita con corde e voci, devono possedere fino a consumare (come si sarebbe fatto con i vecchi LP), indipendentemente dai gusti personali, dalla strada che si è scelto di percorrere, dallo strumento a bordo del quale si percorre tale strada e dal genere musicale nel quale più ci si riconosce e ci si rispecchia.
Sì perché quello che – con straordinaria passione, grande cura e sorprendente perizia, sia strumentale che vocale – Veronica e Max fanno è spalancarci le porte del Big Bang che ha generato tutta la musica che amiamo e senza la spinta del quale nulla, oggi, sarebbe ciò che è. Attenzione, però, Old Stories for Modern Times non è una ‘operazione memoria’, né più né meno come non sarebbe un’operazione memoria ascoltare oggi la Messa di Requiem in Re minore K626 di Mozart o Il mercante di Venezia di Shakespeare. La memoria è per i morti mentre, come dimostrano più che brillantemente Sbergia e De Bernardi, quella che potremmo chiamare ‘Mom’ (‘mother of music) è viva e vegeta e lotta insieme a noi.
Non un’operazione memoria, dunque, ma un’operazione verità, attraverso la quale alcuni straordinari brani dell’incredibile songbook del folk-blues delle origini (i pezzi in questione sono stati tutti scritti prima del 1940), vengono restituiti, prima, al loro splendore originario e poi, attraverso una pregevole rilettura, a tutti noi, in modo che ne possiamo godere, così come ne godono (e si sente) i due musicisti che ci fanno da Beatrice e Virgilio in questa inebriante full immersion attraverso i gironi che ci conducono alle radici della musica popolare americana (e, dunque, anche in gran parte della nostra).
Il rigore filologico c’è, è vero, ma serve ad annullare e non a creare distanze. Rispettare strutture armoniche, andamenti ritmici, sonorità, vocalità (pregevoli entrambe ed entrambe capaci di accarezzare e graffiare allo stesso tempo), strumenti (chitarre acustiche, resofoniche – con il grande Bob Brozman – mandolini e ukulele, in gran parte d’epoca), esecuzione, interpretazione e registrazione (rigorosamente mono) significa liberare quella musica da certe ‘laccature’ posticce e riportarla al vigore espressivo del ‘legno naturale’ nel quale quelle storie sono state, originariamente, intagliate. Un riportare l’anima delle cose al suo splendore naturale, togliendo la patina del tempo, ma non la polvere che avvolgeva le cose. Perché la polvere c’era: nei terreni arsi dal sole del Sud, nei crocevia delle strade di terra e sassi, nelle verande scricchiolanti, dentro le case sgarrupate, nei locali fumosi e malfamati, sulla pelle e nelle gole delle anime che combattevano l’aspra battaglia con la vita, nella povera e polverosa America degli inizi del Novecento. Anime povere e polverose, ma capaci di pensieri, melodie e voci incredibilmente luccicanti, che cantavano a uno a uno i grandi temi dell’esistenza, gli stessi che la grande letteratura, il grande cinema e la grande musica (blues, jazz, rock & Co.) avrebbero cantato per tutto il secolo successivo. E anche oltre.
Cantavano la fatica e il dolore (i temi più caldi e dolenti dell’anima blues), la guerra che si avvicinava e la morte («Se mi uccideranno, per favore non seppellire la mia anima, preferisco che tu mi lasci fuori e che mi divorino gli avvoltoi»: “The last kind words”), il vagabondare di anime cenciose fuori ma pulite dentro, che, vincenti o perdenti, non si sarebbero lasciate sopraffare dalla depressione (“Ragged But Right”).
Ma cantavano anche l’amore nostalgico della distanza (“Miss the Mississippi and You”), la gioia, irriverente e trasgressiva dell’essere giovani (“Viper Mad” – qui impreziosita dall’armonica di Sugar Blue – che, forse, potremmo tradurre “Tarantolata”: «ho voglia di divertirmi […] la gente parla ma non mi importa, ho 21 anni […] e ho appena cominciato») o la fisicità di una sessualità tutt’altro che sussurrata e mascherata in doppi sensi fin troppo espliciti, soprattutto se consideriamo che stiamo parlando degli anni venti e trenta del secolo scorso: «My cigarette ain’t no big, and you know it ain’t too long, won’t you just drove my cigarette smoke in the whole night long» (“Cigarette Blues”); «I got a store on the corner, sell this stuff cheap, I got a market across the street, where I sell my meat» (“They Ain’t Walking”); «Just press my button and give my bell a ring» (“Press My Button [Ring My Bell]”), fino alla celebrazione delle trionfanti virtù di una ragazza di Memphis (Simmy o Cindy a seconda delle versioni) che pare avesse il più bel culo di tutto il Tennessee (primato decisamente ragguardevole, in effetti), al punto da essere in grado di «far parlare i muti e camminare gli storpi» (“Beedle Um Bum”): miracoli della natura. Come dire, l’amore sacro (ancorché laico) e l’amor profano, ben mescolati e talvolta anche piuttosto agitati. Ma il blues – si sa – è tra le musiche popolari quella più vicina alle radici della vita ed è da questo contatto diretto che trae la sua straordinaria e inesauribile energia. Il contatto con i fili dell’anima e del corpo che danno la scossa e che, forse, se li tocchi muori, ma che, se non li tocchi, non puoi certo dire di aver vissuto davvero. Grazie, allora, a Veronica Sbergia e a Max De Bernardi e a queste quindici, sublimi, Old Stories che hanno il potere di dare la scossa e farci capire e, forse, amare un po’ di più questi nostri Modern Times.


Chitarra Acustica, 6/2012, pp. 10-11

La copertina del cd

Una volta tanto vorrei cominciare questa ‘introduzione all’ascolto’ con i difetti, visto che questo album ne ha almeno due: entrambi, ahimè, molto evidenti. Il primo è che, dopo 41 minuti e 78 secondi di pura fascinazione, l’ascolto del disco, purtroppo, termina. È un difetto comune a tutti gli album, osserverete voi. Vero: ma il fatto è che ci sono album per i quali questo difetto pesa molto di più che per altri (mentre per alcuni, ammettiamolo, non pesa affatto, anzi). Ebbene questo Old Stories for Modern Times è uno tra i dischi per i quali il fatto che la musica, ad un certo punto, si interrompa, pesa di più in assoluto.
Il secondo grande difetto è che, purtroppo, quando le ultime note di “Charming Betsy” si dissolvono nell’aria e, con esse, le quindici tracce dell’album, non è possibile abbracciare Veronica Sbergia né Max De Bernardi, pregarli di non andare via, farli accomodare da qualche parte, offrirgli un qualche tipo di moonshine appalachiano sapientemente distillato e invecchiato e fare nottata a farsi raccontare (strumenti alla mano, s’intende) come, cosa, quando e perché del loro incontro con la-musica-da-cui-è-nata-la-musica, senza trascurare le mille meraviglie che da tale incontro hanno ricavato e che dispensano a chi li ha la fortuna di incrociarli in dimensione live o è costretto ad ‘accontentarsi’ di ascoltarli su CD.
A parte questi due (macroscopici, a dire il vero) difetti, Old Stories for Modern Times è un disco del quale non bisogna parlare (perché le parole non possono rendergli giustizia), ma che bisogna, assolutamente, ascoltare. Un disco che tutti (e dico tutti) quelli che amano la musica vera, pensata ed eseguita con corde e voci, devono possedere fino a consumare (come si sarebbe fatto con i vecchi LP), indipendentemente dai gusti personali, dalla strada che si è scelto di percorrere, dallo strumento a bordo del quale si percorre tale strada e dal genere musicale nel quale più ci si riconosce e ci si rispecchia.
Sì perché quello che – con straordinaria passione, grande cura e sorprendente perizia, sia strumentale che vocale – Veronica e Max fanno è spalancarci le porte del Big Bang che ha generato tutta la musica che amiamo e senza la spinta del quale nulla, oggi, sarebbe ciò che è. Attenzione, però, Old Stories for Modern Times non è una ‘operazione memoria’, né più né meno come non sarebbe un’operazione memoria ascoltare oggi la Messa di Requiem in Re minore K626 di Mozart o Il mercante di Venezia di Shakespeare. La memoria è per i morti mentre, come dimostrano più che brillantemente Sbergia e De Bernardi, quella che potremmo chiamare ‘Mom’ (‘mother of music) è viva e vegeta e lotta insieme a noi.
Non un’operazione memoria, dunque, ma un’operazione verità, attraverso la quale alcuni straordinari brani dell’incredibile songbook del folk-blues delle origini (i pezzi in questione sono stati tutti scritti prima del 1940), vengono restituiti, prima, al loro splendore originario e poi, attraverso una pregevole rilettura, a tutti noi, in modo che ne possiamo godere, così come ne godono (e si sente) i due musicisti che ci fanno da Beatrice e Virgilio in questa inebriante full immersion attraverso i gironi che ci conducono alle radici della musica popolare americana (e, dunque, anche in gran parte della nostra).
Il rigore filologico c’è, è vero, ma serve ad annullare e non a creare distanze. Rispettare strutture armoniche, andamenti ritmici, sonorità, vocalità (pregevoli entrambe ed entrambe capaci di accarezzare e graffiare allo stesso tempo), strumenti (chitarre acustiche, resofoniche – con il grande Bob Brozman – mandolini e ukulele, in gran parte d’epoca), esecuzione, interpretazione e registrazione (rigorosamente mono) significa liberare quella musica da certe ‘laccature’ posticce e riportarla al vigore espressivo del ‘legno naturale’ nel quale quelle storie sono state, originariamente, intagliate. Un riportare l’anima delle cose al suo splendore naturale, togliendo la patina del tempo, ma non la polvere che avvolgeva le cose. Perché la polvere c’era: nei terreni arsi dal sole del Sud, nei crocevia delle strade di terra e sassi, nelle verande scricchiolanti, dentro le case sgarrupate, nei locali fumosi e malfamati, sulla pelle e nelle gole delle anime che combattevano l’aspra battaglia con la vita, nella povera e polverosa America degli inizi del Novecento. Anime povere e polverose, ma capaci di pensieri, melodie e voci incredibilmente luccicanti, che cantavano a uno a uno i grandi temi dell’esistenza, gli stessi che la grande letteratura, il grande cinema e la grande musica (blues, jazz, rock & Co.) avrebbero cantato per tutto il secolo successivo. E anche oltre.
Cantavano la fatica e il dolore (i temi più caldi e dolenti dell’anima blues), la guerra che si avvicinava e la morte («Se mi uccideranno, per favore non seppellire la mia anima, preferisco che tu mi lasci fuori e che mi divorino gli avvoltoi»: “The last kind words”), il vagabondare di anime cenciose fuori ma pulite dentro, che, vincenti o perdenti, non si sarebbero lasciate sopraffare dalla depressione (“Ragged But Right”).
Ma cantavano anche l’amore nostalgico della distanza (“Miss the Mississippi and You”), la gioia, irriverente e trasgressiva dell’essere giovani (“Viper Mad” – qui impreziosita dall’armonica di Sugar Blue – che, forse, potremmo tradurre “Tarantolata”: «ho voglia di divertirmi […] la gente parla ma non mi importa, ho 21 anni […] e ho appena cominciato») o la fisicità di una sessualità tutt’altro che sussurrata e mascherata in doppi sensi fin troppo espliciti, soprattutto se consideriamo che stiamo parlando degli anni venti e trenta del secolo scorso: «My cigarette ain’t no big, and you know it ain’t too long, won’t you just drove my cigarette smoke in the whole night long» (“Cigarette Blues”); «I got a store on the corner, sell this stuff cheap, I got a market across the street, where I sell my meat» (“They Ain’t Walking”); «Just press my button and give my bell a ring» (“Press My Button [Ring My Bell]”), fino alla celebrazione delle trionfanti virtù di una ragazza di Memphis (Simmy o Cindy a seconda delle versioni) che pare avesse il più bel culo di tutto il Tennessee (primato decisamente ragguardevole, in effetti), al punto da essere in grado di «far parlare i muti e camminare gli storpi» (“Beedle Um Bum”): miracoli della natura. Come dire, l’amore sacro (ancorché laico) e l’amor profano, ben mescolati e talvolta anche piuttosto agitati. Ma il blues – si sa – è tra le musiche popolari quella più vicina alle radici della vita ed è da questo contatto diretto che trae la sua straordinaria e inesauribile energia. Il contatto con i fili dell’anima e del corpo che danno la scossa e che, forse, se li tocchi muori, ma che, se non li tocchi, non puoi certo dire di aver vissuto davvero. Grazie, allora, a Veronica Sbergia e a Max De Bernardi e a queste quindici, sublimi, Old Stories che hanno il potere di dare la scossa e farci capire e, forse, amare un po’ di più questi nostri Modern Times.


Chitarra Acustica, 6/2012, pp. 10-11

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