Vale più l’idea o il denaro che serve a divulgarla?

percentuale

Quale divisione delle percentuali tra chi ha l’idea e chi la divulga è più equa?

Una qualsiasi idea, che sia brillante, semplice o banale, ha bisogno di essere divulgata perché attecchisca. È una faccenda piuttosto evidente quanto scontata: più l’idea circola più possibilità ha di essere conosciuta, apprezzata e condivisa.
Un’idea, se trattenuta o rinchiusa, finisce con l’appassire o – peggio ancora – si contorce, si piega su se stessa e muta la sua natura, diventando un virus che può perfino uccidere. È importante e vitale, dunque, farla viaggiare. Quanto più si riesce, quanto più possibile.
Certo se a divulgarla fosse un divulgatore professionista, un tecnico con specifiche conoscenze manageriali ed economiche, capace di muoversi con metodo tra gli innumerevoli settori dentro cui un’idea può essere incasellata, stretta, costretta e a volte svilita, sarebbe un notevole vantaggio, perché le traiettorie di fuga avrebbero un percorso più diretto e più efficace.
Tuttavia, per quanto un contributo del genere appaia palesemente conveniente, addirittura ideale, non è da considerarsi indispensabile, perché un’idea, anche senza interventi mirati, riesce a trovare sempre una via di collegamento, una qualsiasi strettoia dalla quale fuggire per compiersi, purché alimentata e sostenuta con determinazione da chi l’ha concepita.
Al contrario, il divulgatore non può fare a meno dell’idea da divulgare (a meno che non sia sua, certo), perché verrebbe meno il suo scopo, annichilito da una palese contraddizione in termini.
Quindi: un’idea senza il divulgatore riesce a sopravvivere e può continuare ad esistere, il divulgatore senza un’idea da divulgare no. È il divulgatore che è al servizio dell’idea e non viceversa.
Se questa riflessione è di fatto logica e in effetti inconfutabile, allora il meccanismo dentro al quale le idee vengono fatte veicolare da chissà quanto tempo deve essersi inceppato fino a rompersi e con esso il buon senso.
Perché, infatti, quando si mette su un piatto della bilancia il lavoro di una persona, artigianale o intellettuale che sia, germogliato e sostenuto da un’idea e sull’altro il denaro che occorre per divulgarlo, il rapporto è così vertiginosamente iniquo? La differenza è davvero svilente e mortificante. Perché?
A queste riflessioni, facendo un piccolo passo indietro, se ne può aggiungere un’altra, così da avere un quadro più chiaro e intellegibile.
Una volta (non molto tempo fa, in effetti) esisteva la figura del “produttore”, un divulgatore cioè che, intuito il talento di una persona, investiva il suo denaro producendone il lavoro (intendo proprio la sua realizzazione manifatturiera), pagando e rischiando di tasca sua, con il preciso obiettivo di venderlo e ricavarne guadagno. Non sempre si è visto giusto, spesso il talento non è bastato ad evitare il fallimento pressoché totale del progetto, ad ogni modo, avendone pagato la fattura, il produttore stipulava un accordo con l’artista per cui, per rientrare dalle spese sostenute, si sarebbe trattenuto una percentuale più alta dell’introito. Considerate la possibilità offerta all’artista di realizzare la sua opera, i cui costi spesso sono proibitivi, e la divulgazione a largo respiro che un manager esperto può garantire, accordi come questo sono sempre apparsi vantaggiosi, sebbene di frequente le percentuali in questione siano state sgonfiate e gonfiate senza alcun criterio.
Oggi però è tutto diverso. Oggi non esiste più la figura del “produttore”, si è di fatto sbiadita, mutandosi in quella di un semplice “stampatore”. Nessuno più infatti produce la realizzazione di un’opera (pochi, pochissimi lo fanno ancora), quanto meno nel sottobosco brulicante di idee in cui la maggior degli artisti è costretto ad annaspare. Adesso i mondi della discografia e dell’editoria (e chissà quanti altri) pretendono l’opera già compiuta, senza curarsi dei costi sostenuti per realizzarla: l’opera deve essere consegnata finita e pronta per la stampa. Prendere o lasciare.
È a questo punto che, pesato il valore delle singole competenze e valutatone l’importanza, viene miserevolmente sgonfiato e ridimensionato il valore dell’idea a beneficio del denaro che serve a divulgarla, con percentuali che il mercato chiama “normali” e addirittura “vantaggiose”, ma che di fatto nelle migliori delle ipotesi non superano il 12% e che solitamente ondeggiano tra il 6 e il 10%, dando un chiaro segnale di dove risieda il vero e intrinseco valore delle parti in discussione e di cosa sia al servizio di chi.
La questione è talmente grottesca e inverosimile che spesso l’artista che ha generato l’idea, coltivata e realizzata a sue spese, rifinita con amore in mesi o addirittura anni di sudore, è costretto perfino ad acquistare la sua copia personale, perché sono poche le case di produzione che riservarano una copia omaggio per l’autore. E a questa assurdità si aggiunge l’ingenua (o furba) convinzione che dare la possibilità all’artista di comprare copie del suo lavoro ad un prezzo molto scontato per permettergli poi di rivenderlo nel suo piccolo giro e avere così un margine di guadagno più alto della misera percentuale che gli spetta, possa essere per l’artista una buona opportunità e per lo “stampatore” un motivo di vanto, a fronte di un trattamento esclusivo e vantaggioso.
Ma che vantaggio ha un artista in questo meccanismo? Se deve vendere da solo il proprio lavoro ad una manciata di parenti, amici o simpatizzanti che lo stimano (perché di questo poi si tratta) che senso ha rivolgersi a un divulgatore? Allora uno fa da sé, vende meno copie, ma quanto meno non ingrassa altri con il proprio talento.
Il fatto è che questa realtà perversa è da sempre giustificata dalla speranza e dalla possibilità di un’occasione, d’altronde chi è che non vorrebbe essere pubblicato? È la rincorsa affannata a questo sogno che sfianca i sognatori fino ad annebbiare loro la vista, inducendoli ad accettare a denti stretti qualsiasi porcheria, pur di emergere.
In più di vent’anni di esperienze di diverso tipo, da quella discografica a quella editoriale, ogni volta che ho obiettato contro queste dinamiche sconfortanti mi sono sempre state rinfacciate le innumerevoli competenze che le case produttrici mettono in gioco in questo scambio, come ad esempio il bacino d’utenza maturato in anni di attività e messo a disposizione dell’artista, oppure la professionalità e il lavoro di chi può garantire, attraverso contatti esclusivi, accesso a settori specifici con grande facilità.
Mai ho avuto da ridire su queste capacità e mansioni, a cui ho sempre guardato con grande rispetto. Ma le competenze dell’artista? Il gusto e la tecnica maturati in anni di studio ed esercizio? Il valore artistico della sua proposta? Queste capacità e mansioni non hanno peso specifico?
Insomma, a detta degli “stampatori”, le percentuali che il mercato offre sono necessarie perché il sistema rimanga in piedi e dunque non crolli. Ma se per garantire la sostenibilità del sistema diventa indispensabile invertire il valore delle cose, fino a far diventare l’idea un dettaglio e non il cuore di tutta la faccenda, e gli artisti vittime e schiavi di questi contorti meccanismi, allora forse il sistema deve crollare. Che vada giù e che se ne imbastisca uno più saggio e più equo.
Non è un caso, infatti, che internet e la rete stiano sempre di più favorendo una proposta artistica senza intermediario, arrivando addirittura a ridimensionare il desiderio degli artisti senza contratto di avere un contratto, occasione a cui si guarda ormai con una certa diffidenza.
La mia intenzione non è certo affermare che, disposti sul tavolo i talenti e le competenze da mettere in gioco per elaborare un efficace gioco di squadra tra artista e divulgatore, debba essere l’artista a guadagnarci di più, ma sono convinto che sia indispensabile rivedere le regole del gioco e che forse un fifty fifty rappresenti una spartizione degli introiti assai più equa di quella attualmente in vigore.

PUBBLICATO

 

 

 

Chitarra Acustica, 2/2013, pp. 10-11

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Redazione

  1. Pingback: Vale più la presunzione o l’umiltà in un artista? : Reno Brandoni

  2. Riccardo Reply

    Caro Luca, ti ringrazio molto per la condivisione e per lo scambio di vedute. É stato un piacere. Un cordiale saluto da Bergamo.

  3. Riccardo Reply

    Caro Luca,
    eccomi qui per una doverosa, ma amichevole replica. Premetto subito che qualsiasi ragionamento che riguarda l’individuo umano e che porta a delle conclusioni generalizzate o generaliste commette l’errore (ben noto) di fare di ogni erba un fascio, con tutte le conseguenze del caso. Anche nelle categorie piú coese e omogenee, per fortuna, esiste sempre qualcuno (per dirla rimanendo nell’ambiente che amiamo) che canta fuori dal coro e che non rispecchia “lo standard” e lo stereotipo di riferimento. D’altro canto, le valutazioni e le opinioni che esprimiamo originano necessariamente da un vissuto personale piú o meno circoscritto, che ovviamente per quanto possa essere allargato non potrá mai rappresentare l’intera umanitá.
    Il concetto di bellezza (o bruttezza) si forma quindi in ognuno di noi con regole e sfacettature proprie.
    Il mio gusto musicale (o letterario) puó non coincidere con il tuo, ma entrambi siamo in grado di esprimere un legittimo giudizio sul valore di un’opera, valore che quindi esiste, pur soggettivo.
    Sostenere che non esistano idee belle o brutte, perché appunto soggettive, significa rinnegare le capacitá intellettuali ed emozionali dell’uomo (figuriamoci quelle dell’artista!), che naturalmente possono anche essere influenzate dalle mode del momento o dai media o da fattori terzi anche transitori.
    Sul valore soggettivo di un’opera d’arte penso sinceramente che dovremmo evitare ipocrisie. Certo, de gustibus… peró un musicista che propone le sue opere al pubblico e al mercato cerca di fatto consensi (e magari anche denari). Questo avviene perché alla base c’é la profonda, intima, sincera, ma personale convinzione, di avere partorito qualcosa di oggettivamente bello e diffusamente apprezzabile. Rimane sempre un’opinione personale, d’accordo, e quindi come tale soggettiva, ma quanto piú la bellezza soggettiva diventa condivisa, tanto piú la soggettivitá perde questa sua connotazione. La signora che ha promosso per un’intera estate il suo libro in spiaggia probabilmente non lo avrebbe fatto se non fosse stata convinta della bellezza della sua opera, la qual opera quasi sicuramente non sarebbe diventata un best seller se non fosse stata realmente un lavoro pregevole (attestato dal successo delle vendite). Sono certo invece che la scrittrice avrebbe avuto lo stesso successo se il libro fosse stato affidato a un bravo promoter, proprio perché non stiamo dubitando della qualitá o dell’eccellenza (largamente condivisa) dell’opera.
    Un’opera d’arte é bella o brutta (nel senso sopra precisato) a prescindere da come viene promossa e presentata, anche se il vestito puó fare tanto, almeno fino a che i nodi non vengono al pettine. Un’opera d’arte é bella o brutta anche se non é stata ancora divulgata, … e se alla prova sul campo non dovesse riscontrare larghi consensi ció non significa che non sia degna di stare comunque sulla faccia di questo mondo e di non poter riscuotere qualche gradimento, oltre a quello dell’autore/artista che l’ha generata.
    Peró, quanto piú l’opera ha un valore intrinseco e rasenta l’eccellenza, tanto piú é probabile che il suo valore soggettivo venga largamente e rapidamente condiviso, innescando un ciclo virtuoso che, come sappiamo, porta alcuni artisti alla notorietá e al successo economico e di immagine. Questo meccanismo é oggi quanto mai reale, efficace e fondamentale proprio grazie alle dinamiche del web, che é un formidabile strumento di condivisione, ma anche un’arma micidiale che, come ho scritto, molti chitarristi non sanno propriamente usare, nonostante siano fermamente convinti del contrario. Come un coltello o una pistola possono far male se impugnati dalla parte sbagliata, cosí avviene con la Rete, dove il tam-tam puó portarti una visibilitá planetaria in un batter di ciglia, catapultandoti sulle stelle o nelle stalle a seconda di quello che “oggettivamente” hai da offrire.
    Ma la visibilitá che la Rete offre va conquistata con sapienza, tecnica, ingegno, gusto, tattica e maestria… e queste sono doti che non tutti hanno in tasca.
    Non escludo categoricamente che un talentuoso chitarrista possa essere anche un talentuoso webmaster, un esperto di comunicazione e media, un profondo conoscitore di Photoshop, un manipolatore di cookies, etc.
    Ma le doti in natura mi risulta siano raramente concentrate e anche ammesso che esista il fortunato, rimane il problema che l’eletto deve poi trovare nella vita il tempo libero necessario per poter fare tutto (comporre, suonare e autoprodursi).
    Non basta insomma saper registrare un dominio sul web per avere una moltitudine di visitatori affamati della propria musica, anche se buona. Il web poi non dimentica e non butta mai via niente, aspetto non secondario totalmente disatteso da quei chitarristi ambiziosi, ma ancora in fase evolutiva, che si guardano bene dall’evitare di pubblicare a destra e a manca ogni sforzo in progress e discutibili performance.
    Forse sbaglio, ma io sono convinto che le nuove menti geniali della musica di domani, oggi sconosciute ai piú, verranno alla ribalta mondiale nel giro di pochi anni e indipendentemente dalla latitudine e longitudine di dove vivono e suonano. E questo avverrá grazie al web, ma solo se ne sapranno fare l’uso corretto, presumo coadiuvati da un esperto e addetto ai lavori.
    Concludo con una considerazione in merito alla distribuzione degli utili tra artista e promoter. Mi sembra che si dimentica che il promoter puó solo guadagnare economicamente, mentre l’artista, oltre al portafoglio, con l’attivitá congiunta puó far crescere prestigio, immagine e visibilitá, elementi che possono sicuramente essere capitalizzati a loro volta.
    Giusto per evitare equivoci o malintesi, tengo a precisare che io strimpello la chitarra con sommo piacere personale, ma senza dote alcuna, e che per campare faccio un lavoro diverso dal promoter. Bye!

    • Luca Francioso Reply

      Ben ritrovato, Riccardo. Così come è accaduto per il tuo primo intervento, ho letto con molto interesse la tua replica e ci ho trovato interessanti spunti di riflessioni personali, sicuramente costruttivi e arricchenti. Tuttavia, sono pochi i punti che le convinzioni che abbiamo maturato e qui condiviso hanno in comune, ma in effetti questa è la faccenda interessante delle interazioni umane. Ti auguro ogni bene e buona musica. A presto.

  4. Riccardo Reply

    Mi permetto di aggiungere qualche ulteriore elemento di riflessione, che mi pare non sia emerso nella forbita, interessante e articolata analisi oggetto del post. Innanzitutto ritengo che non si possa prescindere dal livello di genialitá e qualitá dell’artista. Come noto, non siamo tutti uguali e poche opere musicali in circolazione toccano l’eccellenza, molte la piacevolezza e moltissime la mediocritá, che rischia a volte di confondersi con la nullitá o, peggio ancora, con l’indecenza. E’ ovvio quindi che il percorso per promuovere, diffondere e capitalizzare un’eccellente opera d’arte sia molto piú breve e agevole di quello che invece deve seguire un musicista, pur capace, ma non particolarmente illuminato. Colui poi che suona e compone (e sono molti) con dosi abnormi di autostima, guardandosi allo specchio e con orecchie solo per se stesso, deve tentare di scalare una montagna anche se é matematico che non arriverá mai in cima. Analoghe variabili qualitative si riscontrano poi nelle figure professionali di promoter, manager e produttori. Concordo nel ritenere che la maggior parte dei musicisti non siano capaci di promuovere se stessi; direi anzi che questa incapacitá intrinseca si manifesta direttamente proporzionale con la propria genialitá artistica. Paradossalmente, chi é piú bravo ad autopromuoversi meno merita come musicista. Conosco chitarristi che passano piú tempo con le mani sulla tastiera del computer piuttosto che su quella del proprio strumento, vivendo letteralmente in Facebook e intasando di stupidaggini il web con la fobia di acquisire a colpi di mouse moltitudini di seguaci ed estimatori. L’approccio “faccio tutto io” del musicista, attuato partendo dal sito Internet, dal blog, dalla grafica dei cd, dai videoclip su YouTube, … anche se legittimo, disconosce professionalitá e competenze altrui, rigettando a priori il potenziale derivante da collaborazioni e sinergie, nonché evidenzia la mancanza di una buona dose di modestia, virtú (rarissima) che personalmente io apprezzo molto, anche e soprattutto di fronte a musicisti affermati o veramente dotati. Stiamo vivendo l’era digitale e il web sta offrendo “democraticamente” straordinarie opportunitá che la maggior parte dei musicisti non sanno cogliere, perché si illudono stupidamente acquistando un computer o un tablet di poter conoscere e padroneggiare materie complesse, come il marketing e le ICT, che impegnano persone per un’intera vita lavorativa. Certo, se si evita di fare da soli bisogna poi dividere la torta quando esce dal forno, ma si puó sempre alzare l’asticella e le ambizioni per far sí che il bilancio rimanga soddisfacente. Comprendo anche il rischio che nella filiera che nasce dall’idea artistica ci sia qualcuno che guadagna piú del musicista che l’ha partorita. Questo peró puó succedere spesso anche in altri contesti, si pensi per esempio ai produttori di latte, che vedono il loro prodotto sugli scaffali dei supermercati a un prezzo molto superiore di quanto hanno percepito. L’economia e i mercati hanno le loro regole e i loro tecnicismi, che appunto bisognerebbe conoscere bene anche se come mestiere si suona la chitarra

    • Luca Francioso Reply

      Ciao Riccardo, grazie per le riflessioni, gradite davvero, che di sicuro forniscono maggiori elementi per inquadrare l’argomento e farsene una personale idea.
      Mi permetto, però, di condividere alcuni dubbi nati leggendo le tue parole, così da rendere più interessante e ricco il confronto.
      Fai riferimento alla genialità dell’idea, da cui non si potrebbe prescindere nel processo di divulgazione. Non sono d’accordo. La qualità di un’idea è del tutto soggettiva e la storia lo insegna. Mi vengono in mente infiniti esempi di idee inizialmente ritenute poco valide, giudicate tali perfino dallo stesso artista, che poi sono diventate opere d’arti riconosciute da mercato e critica, sebbene in maniera del tutto arbitraria, naturalmente. Cito il caso della canzone “Eye in the sky” di Alan Parson Project, da Parson non molto amata inizialmente e che invece è diventata spinta e icona del suo successo. Penso a Gianmaria Testa, ora stimato cantautore di nicchia, che in Italia è stato per anni solo un ferroviere come altri e in Francia invece era considerato un artista geniale. Per non parlare degli innumerevoli demo o manoscritti rifiutati da case discografiche e editrici e poi diventati opere di grande successo, solo perché altre case di produzioni hanno creduto in quell’idea.
      Io credo che non esistano idee belle o brutte, ma che esistano le idee, il cui cammino trova alimento e strada a seconda dello spazio e del tempo in cui vengono generate.
      Sono in disaccordo anche con la tua riflessione secondo cui i percorsi di idee geniali, o ritenute tali dalla maggior parte di appassionati e addetti ai lavori, siano più brevi. Semmai più breve è il percorso di opere dai connotati più strettamente e dichiaratamente commerciali. E credo che basti fare un rapido volo d’uccello per rendersene conto. Quasi sempre (scrivo “quasi” per la speranza che continuo a riporre in una buona semina) il tendere verso un proprio ideale di bellezza è un investimento che ripaga solo con la gratificazione personale, essendo un tentativo oggettivamente (sempre contemplando la storia degli accadimenti) svilito dai numeri del mercato, ma che io continuerò a preferire per sempre.
      Dubbi anche sul fatto che il talento sia inversamente proporzionale alla capacità di promuoversi. A parte l’ammirazione e la stima che provo per tutte quelle persone che, non avendo fondi su cui contare per ingaggiare un web promoter, si ingegnano pur di far viaggiare e divulgare la propria proposta con metodo e costanza, si ritorna inevitabilmente al punto di partenza di questo intervento e alla mia convinzione secondo la quale la validità di una proposta sia del tutto soggettiva. Credo, dunque, si possano solo valutare i risultati dei molti artisti divenuti noti grazie alle loro forze, indipendentemente dal giudizio soggettivo che ci spinge a valutarne le opere. Penso a quella scrittrice (di cui non ricordo il nome, me ne scuso) che ha passato un’estate tra gli ombrelloni di una spiaggia a proporre e vendere il suo libro alla stregua di chi vende borse, braccialetti o gelati, e che nel giro di poco tempo ha visto il suo libro diventare un best seller. Oppure a tutti quegli artisti che grazie al loro assiduo lavoro sui social sono stati scritturati (mi viene in mente l’italiano Guglielmo Scilla i cui video su YouTube hanno realizzato oltre 63 milioni di visualizzazioni in poco tempo e gli hanno permesso di partecipare ad un film e scrivere un libro).
      D’accordo sono invece (come scritto anche nell’articolo) sul fatto che un artista avrebbe notevole vantaggio ad affidarsi ad un promoter professionista, le cui competenze sono frutto di studio e qualifica, a patto che esista una più equa distribuzione dei proventi, considerando le forze e gli sforzi messi in gioco da entrambi, oltre all’auspicata ricollocazione dei ruoli per definire in effetti chi è al servizio di chi.
      Un abbraccio e grazie per questo piacevole confronto. Ogni bene a te.

  5. Luca Reply

    Sono d’accordo con tutta l’analisi e sono anche d’accordo con l’idea che sarebbe bene che il sistema crollasse definitivamente, anche se dubito che questo avverrà. Ma rimane un problema di fondo: l’artista (tranne rarissime eccezioni) non è capace a promuovere se stesso. Da anni si dice che la rete rivoluzionerà il mercato discografico, che è un po’ quello che dici anche tu; ma sono anni che non succede assolutamente niente. O meglio, il cambiamento c’è stato in peggio: le vendite sono crollate e, come hai scritto, gli editori sono diventati stampatori. Anche se l’autoproduzione è oggi alla portata di tutti per costi e attrezzature (e questo rende ancora più drammatico il fatto che gli editori non siano disposti a spendere per produrre un album) l’auto-promozione rimane un ostacolo insormontabile per la maggior parte degli artisti, che non hanno idea di come si faccia. Tu dici che l’idea può fare a meno del divulgatore. Io penso che sia così teoricamente, ma che nella pratica la faccenda sia molto più complessa, soprattutto perché la struttura del mercato discografico, fondamentalmente, è sempre la stessa. Per arrivare al pubblico (se parliamo almeno di cifre dai 3 zeri in su), c’è ancora bisogno di arrivare prima alle radio, alle riviste, ai locali “di grido”, etc. E questo l’artista più geniale del mondo, se non ha anni di esperienza nella giungla del music-business non riesce a farlo. Ovviamente le eccezioni ci sono, ma direi che sono casi sporadici di artisti particolarmente “coraggiosi” e smaliziati. Tra l’altro, proprio giocando su questo problema, sono fioriti negli ultimi anni dozzine di siti internet che promettono servizi di promozione per musicisti a prezzi stracciati, senza garantire (e fornire) nessun risultato concreto, ma mettendosi in tasca i soldi sporchi, maledetti e subito. In pratica, la giungla è diventata affollata di iene pronte a spolpare le decine di migliaia di artisti sprovveduti alla ricerca di un modo per “divulgare la loro idea”.

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