Vale più la presunzione o l’umiltà in un artista?

fantiniScusate se intervengo personalmente sul tema dello scorso mese: “Vale più l’idea o il denaro che serve a divulgarla?” di Luca Francioso. Chiaramente ciò che penso e dico non è rivolto personalmente a Luca, verso il quale nutro affetto e stima, ma è indirizzato a quel nugolo di musicisti insoddisfatti, che spesso addebitano il loro insuccesso esclusivamente all’incapacità degli altri nel produrli, distribuirli o pubblicizzarli, convinti e certi delle loro qualità e dell’apprezzamento del pubblico verso il loro lavoro.
Forse, piuttosto che domandarmi se valga più la presunzione o l’umiltà in un artista, dovrei chiedermi se la presunzione sia il segno di una genialità che si trasforma in rabbia, per una capacità artistica incompresa da un pubblico disattento, oppure se sia solo una nevrosi determinata da un valore artistico sognato, sperato, raccontato, ma nella realtà inesistente.
Ho sempre pensato che la grandezza di un artista vada oltre i meccanismi dello show business. Se uno vale, prima o poi arriva, riesce a sconfiggere ogni dubbio e preconcetto, riesce a sfondare la porta del successo, imponendosi e facendo pesare le proprie idee, trasformando così la propria passione in qualcosa di soddisfacente e costruttivo. Invece per molti artisti vale una regola diversa: Quando ciò accade, è sempre merito loro, quando non accade, è sempre colpa di chi non li ha prodotti bene, di chi non ha creduto nelle loro grandi capacità, ma li ha solo sfruttati per il proprio ingordo interesse.
Ecco allora emergere prepotentemente il solito discorso dei “ricavi”. Sempre qualcuno si arricchisce alle proprie spalle, lasciandoli sopravvivere con un misero dieci per cento invece che condividere ricchezze e benessere.
Ricordo però che il tanto o il poco di niente, è sempre niente. Quindi, quando si parla di percentuali, bisogna anche spiegare su quale valore vanno applicate, altrimenti il dieci per cento o il cinquanta per cento possono sembrare valori estremi. Ma se entrambi fanno riferimento a zero, diventano uguali.
Il valore di un musicista è direttamente proporzionale al suo successo. Se vendi tanto, nessun produttore vorrà perderti, quindi potrai contrattare qualsiasi prezzo per concedere i tuoi diritti e la possibilità di produrti o distribuirti. Se invece non vendi nulla o vendi poco, è il produttore/distributore che ti fa la ‘cortesia’ e ti regala un’opportunità.
Allora non capisco dove sta il problema. Perché si crea così spesso questo sterile confronto? Mi sembra che ogni discorso sull’argomento sia frutto il più delle volte di un’esagerata autostima, che sfocia nella convinzione che credersi un grande artista farà di te un grande artista. Il mercato ha regole e sistemi ben precisi. Si chiamano domanda e offerta. Più alta è la ‘domanda’, più alto è il prezzo a cui potrai vendere il tuo articolo; più bassa è la domanda, più basso sarà il prezzo. Semplice, no?
Ciò non vale solo per le produzioni o le distribuzioni, ma anche per i concerti. Altrimenti perché offrirebbero a qualcuno duecento euro per una serata, a Tommy Emmanuel diecimila, a Paco De Lucia cinquantamila, e ai Rolling Stones o a Bruce Springsteen un milione di euro? Queste cifre sono puramente indicative, ma credo che ognuno, con un po’ di umiltà e di buon senso, riuscirà a darsi la risposta.
Allora, per favore, smettiamola di dare sempre la colpa agli ‘altri’, che investono tempo e denaro per tenere in piedi ‘improbabili’ artisti e sfiduciati musicisti, solo per dar loro ancora un’opportunità e cavalcare insieme a loro un sogno. Pur sapendo che, in caso di successo, nessun artista riconoscerà ad essi il proprio merito; anzi, quando ci sarà realmente da guadagnare, il loro ruolo sarà finito e dimenticato…
Vi racconto una semplice favola. Una volta un giovane con ambizioni da grande fantino cadde da cavallo, e tutti si avvicinarono preoccupati per vedere come stava. Lui si alzò strofinandosi i pantaloni ed esclamò: «Volevo scendere!» Non era vero, era caduto e anche malamente, ma non voleva ammettere di aver sbagliato, di avere sopravvalutato la sua capacità, di aver osato troppo e di avere fallito. Forse avrebbe avuto bisogno di qualche istruttore, che gli avesse spiegato meglio come reggersi; o forse sarebbe bastata un po’ meno presunzione, per completare senza sforzo e senza disaggio la sua passeggiata.
In ogni cosa, ogni piccolo elemento ha un senso; altrimenti si eliminerebbe da solo. Per cui, andare a cavallo presuppone che ci sia qualcuno che tenga a posto il maneggio e che badi ai cavalli, quindi un istruttore, un medico, un organizzatore che gestisca i concorsi e, alla fine, il cavaliere che umilmente dovrà accettare che tutti collaborino e gli diano un supporto per la vittoria.
La vittoria sta nelle sue mani, è tutta sua, suo è il nome e sua la gloria. Più vince, più sarà ricercato. Più il suo valore sarà riconosciuto e più sarà osannato. Allora potrà scegliere di cambiare maneggio, cavallo e istruttore, e di essere pagato quanto crede e per quanto vale. Se invece non vince, dovrà sempre sperare che ci sia qualcuno che gli offra l’opportunità di salire ancora una volta a cavallo, per partecipare a un altro concorso.
Oppure avrà un’ultima eccellente possibilità, quella di comprarsi un cavallo a dondolo e sfidare se stesso tra le mura della propria casa, guardandosi alla specchio e sognando di essere un eroe. Sempre meglio che cadere pubblicamente e dover sussurrare un semplice e vergognoso: «Volevo scendere!»

...sull'Autore
  1. simopi Reply

    Davvero un bell’articolo. In effetti gli artisti (spero non tutti) sono abbastanza… fieri di sé ecco. Lei parla della musica, io del disegno, ma il concetto non cambia. Sinceramente non capisco questa esagerata autostima che, stranamente, non riscontro in altri mestieri. Almeno non fino a questo punto. A me dispiace perché non si divertono neppure, ne sono certo. Stanno sempre a litigare e a discutere su chi sia il numero 1. Veramente triste.

  2. Giovanni (grainman) Reply

    Proviamo a fare una lista di grandi smisurati artisti che hanno vissuto di stenti e sono morti nella miseria?
    Non ci sono soluzioni alle questioni che pone Francioso, e un artista non può perdere tempo dietro a queste cose, semplicemente perché impegna il tempo a rincorrere i suoi fantasmi, le sue creature, a nutrirsi della sua passione. Non è questione di essere presuntuosi. Un artista deve essere un po’ guascone per arrivare a comunicare le sue creazioni. Esistono grandissimi artisti umili e altrettanti grandissimi artisti presuntuosi ed arroganti. È giusto credere nelle proprie potenzialità ma il mondo dell’arte si muove per altre vie; potresti ritrovarti all’improvviso ricco sfondato un attimo dopo il momento più buio della tua esperienza. Poi vi ricordo che siamo in Italia… Normalmente qui da noi, degli artisti non si ha una grande considerazione a meno che non sono famosi. In genere un chitarrista è uno al quale chiedono di suonare e dopo il primo momento di meraviglia, ti chiedono di accompagnarli a cantare stornelli e cover. Forse esagero, spero che nessuno s’arrabbi, ma io considero la condizione dell’artista una specie di meravigliosa dannazione, non puoi fare a meno di quello che fai e non è detto che quello che fai ti faccia mangiare…

  3. Luciano Miranda Reply

    Se mi è permesso dire la mia (una possibile delle tante possibili…)…

    Io penso che (sì, purtroppo ogni tanto penso pure, ahahah) che un tempo esisteva Leonardo, c’era Michelangelo e c’era Raffaello; poi chissà… Tiziano, il Caravaggio ed il Botticelli.
    Poi… beh, ma i Grandi erano davvero pochi e quelli erano Artisti (con la maiuscola).
    Beh, voglio dire: i veri, grandi artisti, erano ben pochi rispetto alla, come dire? alla “massa”. Erano delle mosche bianche, praticamente degli illuminati. Anche i musicisti erano pochi, pochi ma Grandi.

    Morale? Beh, un tempo “l’Artista” era l’eccezione (e qualcosa di eccezionale e di alieno, quasi), ora è “la regola” e, scusate, niente di eccezionale (anzi, uniformato più o meno ai suoi colleghi di… massa).
    Voglio dire… è già difficile sfondare come “artista commerciale”, oggigiorno (che poi non è una cosa dispregiativa: il primo ed anche il secondo Lucio Battisti era abbastanza commerciale ma al tempo stesso meraviglioso), figuriamoci per un chitarrista, eppergiunta solista, eppergiunta acustico, EPPERGIUNTA fingerstail, EEEEEEEEEppergiunta apparentemente in stato di perenne depressione, Ahahah (beh, questa è l’impressione che danno i chitarristi acustici odierni, oh! Non è che me lo invento, eh?!?)

    Ragazzi! Io sono FISSATO per la guitar, ma vi giuro che non riuscirei neanche a seguire un concerto di bluegrass intero se fosse supportato solo dal suono di chitarre acustiche. Io amo sentire anche il violino, in quest’ambito, il contrabbasso, il mandolino, tutto il cucuzzaro…

    Sapete, sono innamorato di Norman Blake e di Tony Rice, eppure, dopo avermi scaricato i loro tanti dischi, beh, ad un certo punto ho rinunciato ad ascoltarli. Ed era Flatpicking!
    In quei dischi c’era solo tanta chit.acustica, e beh: che palle! :-))

    Non so se è chiaro il senso del mio discorso e le allusioni non tanto velate che intendo manifestare…

    Esistono delle eccezioni, è vero.
    Una di queste si chiama Tommy Emmanuel.
    Ecco, lui è l’unica “persona di chitarra acustica” al mondo che ascolterei e guarderei per ore ed ore, senza stancarmi. Forse per giorni, per mesi…
    E questo non tanto per i suoi pezzi fulminei e spettacolari (servono anche quelli), ma proprio per ciò che trasmette con le sue “canzoni”, con le melodie, per ciò che trasmette la sua persona intera, il suo sorriso, la sua ironia, il suo comportamento e il suo essere Artista a 360 mila gradi.

    Il grande Riccardo Zappa, che poi è uno dei pochissimi, se non l’unico, in Italia ad aver compiuto un percorso discografico acustico con un riscontro quasi a livello popolare, diceva riferendosi a chitarristi come Maurizio Angeletti (sempre in quel famoso libro di Reno, di cui parlavo in un altro post) che erano delle “mani baciate”. Beh, io mi sento di dire che persone come Tommy Emmanuel sono “Anime baciate”, persone particolari che possono assurgere al titolo di “Artista”, come Leonardo, o Raffaello o Paganini…
    Ma quelle persone sono poche, pochissime, come rari papaveri in mezzo a sterminati campi di grano (meditate su questa immagine).
    Le altre… lavorano di giorno e si divertono di sera, con una guitar o un altro strumento fra le mani (negli Estados Unidos, praticamente, lo fanno un po’ tutti, gente di ogni età, dalle parti del Kentucky e dintorni e non credo abbiano problemi di roialiti 🙂

    Solito bacione a todos, mes amis. Good night!

  4. Alessandro Reply

    L’Italia ha bisogno di più persone come Luca Francioso, cuore, coraggio, passione, perseveranza…
    Queste cose portano ad un reale e naturale cambiamento delle cose, mentre invece siamo diventati tutti troppo mentali, tutti è ma, però, sai, lo spread e l’inflazione e mia nonna in cariola…
    Mi sono rotto le palle di vedere persone come Francioso che devono star qui a discutere di queste cose, è di una tristezza assurda. Ma non voglio dar la colpa ad un fantomatico sistema o ai politici, troppo facile. Mi viene solo da dire svegliamoci gente, ma svegliamoci veramente, tutti, per il bene di tutti.

    • Luca Francioso Reply

      Grazie per le tue parole, Alessandro. Ogni bene.

  5. Giovanni Pelosi Reply

    Luca, quando si dice ‘equo’ si fa una affermazione incontestabile, di che vogliamo discutere? E non parlo, questo lo dico a Riccardo Zappa, che solleva un altro interrogativo che riguarda la ‘qualità’ dei divulgatori, da ‘editore’: io mi sento, in questo mondo in cui scriviamo, un chitarrista, né più, né meno di te. Il problema dell’equità, diceva Reno, si pone quando c’è qualcosa da dividere… ma non è tutto qui. Così come un CD puoi registrartelo a casa a costo zero, a costo zero quasi zero posso metterlo in vendita sul sito. Oppure tu, o anche il ‘divulgatore’, può decidere di investire una fortuna nella tua arte, metterti a disposizione i migliori studi, i migliori effetti, i grafici, fare una promozione capillare che richiede la stampa di decine di migliaia di copie. È chiaro che il valore percentuale di quello che fa questo tipo di distribuzione sarà maggiore rispetto a quello che aspetta che tu gli mandi le copie del disco finito e le mette in vendita sul sito. la tua opera sarà potenzialmente la stessa… ma il trattamento economico che tu ritieni misurabile come percentuale avrà valori assoluti completamente differenti a seconda dell’investimento che viene fatto nella tua opera. È davvero strano che pensi di misurare la equità dalla percentuale che ricevi… io penso che se qualcuno ti rendesse ricco attraverso la distribuzione della tua opera artistica, potresti ritenerti soddisfatto, anche se il divulgatore dovesse guadagnare molto più di te… lui ci ha messo i soldi e la professionalità, deve recuperare le spese oltre a farsi pagare il suo lavoro… ma c’è anche altro. Normalmente i nostri CD vengono venduti, diciamo, in modo ‘informale’ ai concerti. Un Cd che viene venduto in un negozio, normalmente, paga l’IVA, il lavoro del venditore, il suo guadagno. Non è estrapolabile cosa succede dell’importo di un CD una volta che è affidato ad un distributore efficiente. Certo è che lui non vende direttamente i CD, ma li recapita e li vende, se non ad un grossista, ad un negoziante.
    Prendiamo un altro tipo di divulgazione: il management di un artista per le sue performance live. Tradizionalmente, si parla del 10% per l’agente, il 90% per l’artista. Giusto? dipende… adesso alcuni dei maggiori chitarristi acustici al mondo suonano per meno di 1000 euro. Ciò significa che qualcuno deve accompagnarlo sul posto, spendere una giornata di viaggio, o due, per 100 euro… si presume che almeno l’artista si diverta! È debole questa posizione, e infatti il management dei chitarristi acustici è praticamente inesistente e, quando esiste, è un lavoro da appassionati che, di solito, vengono anche bypassati da organizzatorucoli che passano tramite conoscenze personali per risparmiare quel 10%. Dal punto di vista discografico, il mercato non c’è più e, mentre la vendita di 2000 dischi è un sogno per chiunque, la macchina della distribuzione mantiene gli stessi costi di quando i dischi si vendevano a milioni… a meno che non si faccia tutto da soli, si metta il disco su iTunes e si aspettino i dieci, i venti euro alla fine del mese. Come diceva Reno, il 100% di niente. Se un divulgatore ci mette centomila euro di promozione oltre al suo lavoro e alla sua capacità e fa diventare quei 20 euro ventimila, a te sembrerebbe iniquo ricevere il 10%?

    • Reno Brandoni Reply

      Giovanni grazie, finalmente un post in cui ci capisco qualcosa. Mi sembrava che fino ad ora l’argomento fosse semplicemente sfiorato.

    • Luca Francioso Reply

      Rispondo alla tua ultima domanda. Sì. Ma evidentemente vediamo le cose in modo diverso, come spesso ci accade. D’altronde, come ho detto di frequente (specie tra i post e i commenti di questo spazio), avere vedute differenti è la faccenda interessante delle interazioni umane. A presto amico.

      • Giovanni Pelosi Reply

        Bene, tengo a sottolineare che questa è una divergenza d’opinione e non di interesse… non per te, caro Luca, ma per chi ci legge, può non risultare così evidente.

        • Luca Francioso Reply

          Certo, hai fatto bene a chiarirlo. Spero di rivedere presto te, Reno e Giovanni. A presto.

  6. Luca Francioso Reply

    Ciao Giovanni. Quando ho parlato dell’etimo di “presunzione”, ho scritto che l’accezione cruda e abituale del termine, cioè “sopravvalutarsi”, nasce dalla convinzione che l’immagine prefigurata (il “prefigurarsi”) debba diventare mia a tutti i costi e senza eccezioni, in sostanza quando “immaginarsi prima” diventa pretendere qualcosa (o percentuali) che non mi spetta. Ecco perché ho scritto che non si può parlare di presunzione, riferendosi alle parole del mio articolo “Vale più l’idea o il denaro che serve per divulgarla?”, perché io non pretendo cose (o percentuali) che non mi spettano, ma solo una spartizione equa, qualunque sia il guadagno. Se per equo si intende 90% al divulgatore e 10% a chi l’idea l’ha generata, allora c’è qualcosa che non va.
    Riguardo all’esempio che hai fatto sulle diverse percentuali e guadagni che si possono avere a fronte di una divulgazione più o meno larga, ribadisco che il problema che ho posto non è legato alla quantità degli introiti, ma all’equità della loro spartizione.
    Infine, sono d’accordo con te quando hai scritto che l’esigenza di scrivere e comporre nasce da uno slancio emotivo profondo e non è mai finalizzata al guadagno (escludendo l’arte dichiaratamente commerciale). È così anche per me, credi. Solo che quando la tua arte è il tuo unico lavoro e hai moglie (che fa la mamma) e tre figli, l’aspirazione che ti venga riconosciuto ciò che è tuo di diritto diventa una vivida speranza che tenti con tutto il cuore e tutte le tue forze di rivendicare. È facile teorizzare su questi argomenti quando si ha già un lavoro e la musica la si fa nel tempo libero (e sono tantissimi i musicisti che hanno questo approccio). Questo è un fatto, non un giudizio (e di certo non mi riferisco a te). Ogni bene.

  7. Riccardo Zappa Reply

    Nell’ interessante dibattito sui vicendevoli interessi messi in campo da autori ed editori, aggiungo un elemento che trovo più “pesante” ancora rispetto alla contrattazione dei dividendi. In parole povere, io direi ad un editore: “senti, mi sta bene la tua percentuale usuale, però, cortesemente, questo progetto, riesci a pubblicarmelo subito?” Ciò perché, da sempre, i tempi di attuazione si protraggono a tal punto da risultare, questi sì, irriguardosi verso l’ artista, il quale, poveretto, ed avendo ben ultimata la parte progettuale di un lavoro, vede trascorrere, giorno dopo giorno, settimane, mesi, anni. A quanto sento dai colleghi stranieri operanti in Italia, è stra-confermata un’ attitudine, tutta nostrana, a quest’ insana dilatazione dei tempi di tutta quanta la filiera produttiva e commerciale.

  8. Giovanni Pelosi Reply

    oh bella! due amici in disaccordo, con i quali non sono del tutto d’accordo neanch’io :-).
    Reno ha ragione, secondo me, nel descrivere un atteggiamento piuttosto diffuso tra gli artisti, spesso sedicenti. Essere presuntuoso non ha mai avuto il senso di essere ‘presuntivo’, Luca: ha il senso di sopravvalutarsi, benché affondi le sue radici nello stesso verbo. È evidente il senso in cui lo usa Reno, mi pare. Mi sembra però che Luca abbia ragione quando dice che il senso del suo articolo era un altro.
    L’idea preesiste alla sua divulgazione, niente si divulga se prima non viene ideato. per questo l’atto creativo deve avere il suo giusto riconoscimento, e non essere svilito da eccessive pretese da parte del ‘divulgatore’.
    Quando si parla di ‘eccessivo’, è ovvio che non può essere ‘giusto’… ma, facciamo un esempio fantasioso. Io trovo che negli escrementi dei cittadini romani c’è ricchezza di sostanze adatte, una volta depurate, ad essere vendute a caro prezzo. Le depuro e le vendo, acquistando a tonnellate la materia prima. Pubblicizzo il prodotto finale sui più efficaci media, ne ricavo una fortuna. Si fa presto a dire che, se non ci fossero gli escrementi, non sarei ricco… non è che si possano arricchire i produttori! a loro andrà una piccola parte, sufficiente a stimolarli a conservare anziché gettare ‘alle ortiche’ la loro fatica. Mi scuso della trivialità, ma quello che voglio dire con questo è che il successo commercialmente enorme anche se effimero di tanta musica estiva e non, ha più o meno questa spiegazione… qualcuno trasforma quelle cosacce in oro, ma chi le fa non ha partorito dei capolavori… solo la loro commercializzazione lo è, un capolavoro commerciale.
    Faccio un altro esempio, meno fantasioso e non greve: se un mio disco è distribuito da fingerpicking.net che mi corrisponde il 50% del ricavato e vende 200 copie del mio disco, io sono povero. Se lo distribuisce la Sony, e mi dà 1 euro a copia, ma ne vende 50.000, io non sono povero, alla faccia della equità.
    Infine, vorrei dire qualcosa di mio, non in contestazione di quanto è stato detto: l’idea dell’artista nasce da una sua necessità interiore, non dalla necessità di pagare le bollette. Anche se l’arte è il suo lavoro, nel senso che riesce a guadagnarsi da vivere con la realizzazione delle sue opere, l’idea nasce da un moto interiore, salvo che si tratti di un’opera commissionata, e credo che nel nostro campo non si dia frequentemente il caso. La possibilità di trarne un guadagno economico non è incorporata a qualsiasi opera d’arte, quale che sia il suo ‘livello’. Trovare qualcuno che ci aiuti a finalizzarla, a divulgarla ed a trarne qualche profitto, è spesso soltanto un sogno, per la maggior parte degli artisti. I beatles dicevano al loro agente ‘You Never Give Me Your Money…’, ma Paul McCartney, quando Michael Jackson, per investire parte degli enormi proventi che gli erano venuti da ‘Thriller’, comprò tutta la Northern Songs per 55 milioni di dollari, commentò: ‘bene… io quelle canzoni le ho fatte gratis’ 🙂

  9. Luca Francioso Reply

    Reno, ho letto con molto interesse la tua risposta alla mia riflessione sull’equità di spartizione delle percentuali che riguardano una qualsiasi produzione artistica e in effetti sono d’accordo su quanto hai sostenuto, in merito alla frustrazione di artisti che navigano pericolosamente tra presunzione e umiltà e che scivolano troppo spesso nella confusione di meriti e demeriti dei loro eventuali fallimenti.
    Tuttavia, credo che tali condivisibili considerazioni non abbiano colto il punto del mio intervento, perdendo per un attimo l’obiettivo delle mie intenzioni, e per cui trovo necessarie queste mie ulteriori parole, perché ritengo caduto nel vuoto il messaggio originale.
    Desiderare un’equa percentuale tra chi ha l’idea e chi la divulga nulla a ha che fare con il fallimento, perché è un’ambizione che precede tale risultato e prescinde da numeri e successo. Che si guadagni 10 o 100 non importa, importante è, continuo a credere con forza, la modalità di spartizione degli introiti. Non credo che ci sia nulla di malizioso o sfrontato sperare in questa equità, anzi la ritengo più che mai opportuna, considerando i ruoli di queste dinamiche.
    È naturale che l’artista e il divulgatore parlino e difendano il proprio lavoro e le intenzioni che lo animano, ma nessuno fa favori a nessuno in questo scambio di servizi, perché vorrebbe dire ritenere superiore il proprio contributo, a priori e in modo imprescindibile.
    Affermare, come ho fatto tra le righe della mia riflessione, che un’idea nasce libera e che chi sceglie di divulgarla è semplicemente al suo servizio, non è la presuntuosa rivendicazione di un artista frustrato e fallito, ma un’evidente constatazione già palese e viva nel significato dei termini “idea” e “divulgatore”, soprattutto alla luce di produzioni quasi sempre finanziate dall’artista e poi stampate e distribuite dal divulgatore.
    Parlando di presunzione, la sua etimologia rivela l’intenzione del “prefigurarsi”, immaginarsi qualcosa cioè prima che diventi vera. È un esercizio in effetti che facciamo sempre, tutti i giorni, quando ad esempio immaginiamo un incontro importante prima che accada, o magari, per rimanere nell’ambito musicale, un concerto prima che si compia. L’evoluzione da questa quotidiana e semplice accezione ad una più cruda e sconveniente, passa attraverso la convinzione che l’immagine prefigurata debba diventare mia a tutti i costi e senza eccezioni, una pretesa di appartenenza verso ciò che non mi spetta e verso ciò che non è mio che non ha criterio né prove tangibili.
    Riferendo tale accezione alle considerazioni qui discusse, non si può dunque parlare di presunzione e porre quindi il problema fra artista presuntuoso e artista umile, perché ambire ad una equa spartizione degli introiti di una produzione compiuta con una equa spartizione del lavoro è cosa più che mai opportuna e giusta. Non ho mai parlato di pretesa dell’intero bottino, né di una percentuale superiore a quella del divulgatore, ma di una percentuale più dignitosa, indipendentemente dalla quantità dei frutti e dei guadagni, cosa in effetti irrilevante.
    È vero che la presunzione corrode lo spirito (sarà il tema della mia prossima riflessione), perché ci colloca sempre in spazi fisici e mentali che non sono i nostri, deteriorando in questo modo la nostra visione della realtà, ma c’è differenza tra presunzione e caparbietà, sfrontatezza e consapevolezza del proprio potenziale. Battere sulla spalla di un mondo affaccendato e fargli notare, con grinta o pacatezza, che ha sbagliato a caricare i pesi sulla bilancia, be’, credo proprio che vado fatto, anzi è auspicabile che ci sia sempre qualcuno che abbia voglia e ostinazione per farlo.
    A conclusione di questo chiarimento, vorrei ringraziarti per avermi dato la possibilità, attraverso il tuo contributo, di chiarire meglio le intenzioni e il messaggio del mio pensiero, convinto con forza che il confronto porti sempre ricchezza. Sempre. Ogni bene.

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.