Una jam a Santa Monica

Non so dirvi come, ma è successo.
Io non amo farmi fotografare, forse è solo colpa del lontano ricordo di quando le foto si usava stamparle. E le foto ingiallivano e si deterioravano. Guardandole ricevevo emozioni distanti, appartenenti a un altro mondo, vissuto e passato da tempo, spesso troppo tempo. Eppure ogni foto nascondeva un messaggio e un segreto. Non se ne scattavano tante, una, al massimo due, e ritraevano sempre volti felici. Dietro, però, gli animi erano diversi e solo l’espressione degli occhi qualche volta tradiva la verità.jam3

D’altra parte la mente certe volte fa brutti scherzi, sopratutto a una certa età. E spesso dimentico o confondo. Allora, oggi, guardarmi ritratto in una foto, mi serve a conferma che ricordi ed emozioni sono genuini e che i fatti raccontati sono realmente accaduti.
Ero stato al NAMM Show, e dopo tre giorni di incontri, chiacchiere, strette di mano, fuso dal fuso che più non si può, ero pronto a godermi qualche giorno di riposo a Santa Monica.
Ci vuole poco tempo. Con l’auto a noleggio lasci alle spalle Los Angeles e dopo trenta minuti sei già di fronte all’Oceano Pacifico. In sola mezz’ora lasci la metropoli per finire nella cittadina turistica, dove quasi tutto l’anno si vive in bermuda e maniche corte. Il profumo del mare accompagna le lunghe passeggiate sotto le palme e il pier, il classico molo americano, è sempre vispo, abitato da turisti, saltimbanchi, sovrastato dalle montagne russe e dalla ruota panoramica. La scuola dei trapezisti è proprio sul pontile e ogni anno mi fa l’occhiolino: mai ancora ho avuto il coraggio di lasciarmi dondolare appeso nel vuoto; è un’esperienza che prima o poi vorrò provare.
È appena domenica pomeriggio. A solo poche ore dalla chiusura del salone della musica, l’email di Fred Sokolow si insinua nel mio computer. Lui vive con la moglie proprio a Santa Monica e, così come promesso, sapendo che molti degli amici che aveva incontrato al NAMM avrebbero passato qualche giorno nella sua cittadina, annuncia che il giorno dopo, lunedì, avrebbe organizzato una ‘cena tipica’ a casa sua con jam finale. Cena tipica e jam? Due cose che mi incuriosiscono e alle quali con difficoltà potrei rinunciare. Comunico la notizia a mia moglie un po’ preoccupato: le avevo promesso che, dopo tutti questi giorni immersi tra musica e chitarre, avremmo vissuto qualche giorno di assoluto riposo. Invece, i suoni del NAMM sono ancora nelle nostre orecchie e si prospetta una nuova nottata ‘movimentata’. La proposta per fortuna viene accolta positivamente, essendo lei molto amica sia della moglie di Fred, sia della moglie di Stefan Grossman, il quale ha già confermato la sua presenza alla serata. Nascondo allora le mie preoccupazioni e manifesto quasi un po’ di noia, come se dovesse essere lei a convincere me: trucco da marito ‘vissuto’, ma che funziona quasi sempre poco o niente… Dentro di me il cuore va già a mille e non vedo l’ora che arrivi il giorno seguente. Affogo la mia gioia in una coppetta di gelato allo yogurt, sovrastata da pezzetti di pompelmo rosa, mango e kiwi. È il 27 gennaio!
Arriva finalmente lunedì mattina, compriamo due bottiglie di vino italiano per assicurarci che le bevande siano all’altezza, e studiamo la mappa della città su Google per ricordare la zona residenziale dove abita Fred. A casa sua ci siamo già stati lo scorso anno, ma preferiamo assicurarci che il ricordo del percorso e della strada corrisponda al vero.jam2

Arriviamo alle 18.30, un po’ in anticipo. L’appuntamento era per le ore 19, dovevamo discutere qualche minuto con Fred della nuova collana di libri in italiano, che stiamo preparando per fingerpicking.net e di cui lui sta curando alcuni volumi. Ci accoglie Lynn Shipley Sokolow, sua moglie nonché leader di un gruppo band di old-time music tutto al femminile [www.sugarinthegourdband.com]. Sembra inutile precisare che tutta la band è lì al completo, e subito si inizia una simpatica chiacchierata con la bionda Lisa Salloux, voce, mandolino e chitarra del gruppo. È una cosa sorprendente: tutti qui hanno uno strumento di riferimento, ma in realtà suonano ogni cosa capiti loro sotto mano con una naturalezza imbarazzante. Così non è strano vedere qualcuno che suona il violino (pardon, il fiddle!) abbandonare lo strumento per imbracciare un banjo, una resofonica, un mandolino o qualsiasi altra cosa produca un suono, districandosi tecnicamente con abilità e gusto.
La cena è dedicata a New Orleans con un unico piatto principale chiamato gumbo, una caratteristica zuppa cajun di carne e pesce. Il vino italiano fa la sua comparsa e diventa subito protagonista, racimolando uno stuolo di ‘appassionati’ (troppi per il mio bicchiere…). Peccato, speravo bevessero birra! Durante la cena si aggiungono pian piano nuovi personaggi, che si siedono e si uniscono alle nostre conversazioni consumando vino (mannaggia!) e gumbo, il quale è stato preparato in quantità esageratamente abbondanti. Oltre a Fred, sua moglie con tutta la band al femminile, mia moglie ed io, Stefan e sua moglie, arrivano via via Happy Traum e il figlio di Fred, Zac, con tutta la sua band degli Americans [www.theamericansmusic.com], un gruppo di ragazzi incredibili di cui vi racconterò a breve, e infine altri due personaggi di cui purtroppo non ho segnato il nome, che mi vengono presentati l’uno come pianista e l’altro come armonicista. Insomma siamo circa sedici persone, di cui tredici sicuramente abili musicisti. Si mangia, si ride e si scherza, ma la testa di tutti è già al dopocena, quando lasciata la tavola imbandita ci si sposterà tutti nel salotto di Fred per iniziare la nostra old-time session.
Arriva il dolce, ma nessuno resiste oltre: viene proposto di rimandarlo alla fine della suonata, altrimenti l’attesa sarebbe ancora troppo lunga e tutti già scalpitano. Nella confusione recupero mezza bottiglia di vino italiano, abbandonata da un distratto contrabbassista, e mentre lo invoglio a precedermi per prendere posto prima degli altri – stimolando la sua latente furbizia – gli sottraggo il prezioso bottino, che verso fino all’ultima goccia nel mio bicchiere. Forse il gumbo non è proprio il mio piatto preferito, così un buon bicchiere di rosso mi rimette di buon umore e mi fa tornare il sorriso.jam1

Il salottino non è grande, ma c’è spazio per tutti e si trova il modo per sederci in cerchio. Happy Traum tira fuori la sua Santa Cruz, mostrandomela con orgoglio: un vero gioiello. Ma viene interrotto da Fred, che inizia a dispensare strumenti: a Stefan tocca un Martin D-28, a me una bella resofonica National; gli altri si arrangiano da soli: possono attingere da una catasta di strumenti composta da resofoniche, mandolini, banjo, banjo 5 corde, un paio di violini, un contrabbasso, un pianoforte e due cassette piene di armoniche a bocca in tutte le tonalità…

Abbiamo tutti uno strumento in mano, quando Stefan accenna le prime note di “Mississippi Blues”: ed è subito festa! Sembra che si siano aperte le porte di uno dei più malfamati club del Delta: tutti sono intonati, accordati, perfettamente a tempo, e intervengono sul tema improvvisando a turno con maestria e competenza. Solo questo primo pezzo basterebbe a rendere fiero e orgoglioso chiunque. Poter dire «io c’ero» già ripaga della fatica e dello stress di tutti questi giorni passati nel padiglione E del NAMM. Si prosegue poi con le vecchie canzoni popolari: mi viene da pensare come da noi si intonerebbe subito una “Canzone del Sole”, mentre qua si canta “Candy Man” o “My Creole Belle”… Culture diverse ed enormemente distanti dal punto di vista musicale. La nostra storia, per quanto più antica e meravigliosamente ricca di artistiche declinazioni in musica, ‘sparisce’ di fronte alla più povera e breve storia di questo paese, che in pochi anni ha creato quasi da zero tradizioni e cultura, e ha fatto della musica un incredibile mezzo di comunicazione.
La vera novità della serata però è proprio il gruppo di Zac Sokolow, il multistrumentista figlio di Fred. Il cantante Patrick Ferris stupisce tutti: è un giovane ragazzetto americano appena uscito da una scena di American Graffiti, si muove come Fonzie e ha il un look da Grease. Voce forte e potente, è l’unico che canta, ma a dire il vero è l’unico a cui chiediamo di cantare, perché la sua voce ci conquista e ci ammalia. Inizia a dialogare con Stefan sui vecchi blues e conosce tutto: di ogni canzone sa testo, parole, accordi e ha pronto un arrangiamento di ogni brano che gli viene sottoposto. E Grossman di cose belle, vecchie e rare ne conosce parecchie. L’ultima ‘sfida’ si conclude con un suo accenno a “Going to Germany” di Gus Cannon, e qui come sempre in precedenza riparte la magia: Patrick la conosce, canta tutto il testo e improvvisa con la sua armonica. In effetti aveva iniziato suonando una chitarra ma, come già detto, i vari membri del gruppo più volte si sono scambiati gli strumenti dimostrando grande versatilità e praticità… Alla fine del brano scatta spontaneo l’applauso di tutti. Sicuramente una prova di grande personalità: il gruppo di giovanotti americani e il suo cantante dimostrano di avere le carte in regola per diventare uno dei fenomeni musicali di cui a breve si parlerà sempre più spesso. È di qualche ora fa la notizia – la ricevo mentre scrivo questo resoconto – che sono stati invitati il 20 febbraio al David Letterman Show: mi sembra un grande riconoscimento.
L’ora è tarda, le torte aspettano sul tavolo e l’appetito, nonostante il sostanzioso gumbo, è tornato aggressivo. Tutti stanno per abbandonare il loro strumento quando, timidamente e con l’eleganza che lo contraddistingue, Happy Traum imposta un bel Re maggiore sulla sua chitarra, lo fa risuonare grazie a un fantastico arpeggio e inizia a cantare “I’ll Be Your Baby Tonight” di Bob Dylan. Allora, parlare di commozione è poca cosa e svilisce l’essenza dell’atmosfera che queste note creano in tutti noi! Si aggiunge Patrick per dare una mano al coro, così il gruppo si ricompone e si riparte con una lunga versione improvvisata di questa ballad. Ogni giro è buono per chiudere, ma tutti capiscono che sarà l’ultimo e ne invocano «one more»… finché il brano si spegne dopo aver sfiorato ognuno di noi, permettendoci di lasciare un ultimo riff a quella serata che mai svanirà nei nostri ricordi.
Sembra tutto un sogno e alla fine tutti si risvegliano chiedendosi se è accaduto veramente. Allora la moglie di Stefan, Jo Ayres, e mia moglie Flavia mostrano le loro macchine fotografiche che racconteranno per sempre di questa magnifica serata. Ci salutiamo con abbracci e strette di mano. Mi emozionano Patrick e Lisa, che si avvicinano sorridenti e dopo un caloroso abbraccio mi dicono: «È stato un piacere suonare con te». È un modo per salutarci e darci appuntamento a un prossime evento, a un’altra notte di sogni e di musica, a un’altra avventura, forse il prossimo anno proprio qui a Santa Monica, sulla costa della California.

Reno Brandoni

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 3/2013, pp. 32-35

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  1. gu Reply

    …difficile far emozionare con un paio di foto ed un breve articolo, ma tu ci sei riuscito benissimo, sembrava di stare lì con voi…

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