Un sogno ad occhi aperti

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Reno Brandoni a Ferentino Acustica 2011 (foto di Alfonso Giardino)

È una di quelle mattine che non mi va di premere il tasto del telecomando per accendere la TV. Basta con le solite notizie, non mi va di utilizzare gli elettrodomestici, di inserire la cialda nella macchina del caffè e di controllare la posta elettronica sul mio computer. Ho un rifiuto per la tecnologia, per le voci noiose dei notiziari che raccontano sempre la stessa cosa, che non è mai la vera verità ma solo la loro verità, di cui ormai sono stanco. Meglio forse ignorare. Spalanco le finestre ma subito le richiudo, file di assonnati pendolari invadono le strade. Si forma una colonna di auto davanti al semaforo. Mi sembra di vedere la signora che si mette il mascara sulle ciglia, specchiandosi nel parasole mentre cerca di spiegare al figlio, seduto sul sedile posteriore, l’importanza dell’impegno dell’ultimo mese di scuola, del rush finale che lo salverà dal rischio di una bocciatura in qualche materia. E il figlio, temprato dalla noiosa ricorrenza, e in attesa che dal mascara si passi al rossetto per godere un po di pace, risponde a tempo con sorrisi e rassicurazioni, ma con le orecchie piene di musica assordante. È così naturale vederli con le cuffiette nelle orecchie che quasi non ce ne accorgiamo più.
Basta. Silenzio. Per un attimo, silenzio. Ho voglia di qualcosa di nuovo! Blindo la finestra e chiudo le tende. Mi concentro su cosa mi piacerebbe…
Ecco, vorrei sentire il profumo del rumore del caffè! Eh, sì, perché un tempo, quando ero ragazzo, i rumori avevano un profumo. Quello era il più comune: il borbottio dell’acqua che bolle, e subito l’odore del caffè appena ‘uscito’ riempiva tutto l’ambiente. Ti svegliavi con quell’aroma, inconfondibile, indimenticabile, e già era un bell’inizio di giornata. Ricordo l’odore del pane – e non delle odiose brioscine dal retrogusto alla plastica – e della caraffa del latte che profumava di fresco, ma perché era fresco e non ‘a lunga conservazione’. C’era il rumore dello scaldabagno con il suo immancabile (e preoccupante) profumo di gas, che decretava il turno della doccia dal tempo ‘contato’, perché l’acqua calda doveva bastare per tutta la famiglia. E c’era il rumore della carta, il quotidiano che mio padre sfogliava lentamente e che profumava ancora d’inchiostro. Camminavo per casa circondato dal profumo dei rumori, e quasi sempre finivo il mio tour nel salone, dove seduto sul divano mettevo in ordine i miei sogni. Perché all’epoca si sognava ad occhi aperti, non eri sopraffatto dall’angoscia del posto di lavoro e del fine mese. Sognavi memorabili imprese, un futuro di avventure e di desideri realizzati. E ci credevi. E più ci credevi, più l’entusiasmo ti assaliva e allora ti alzavi dal divano, ti vestivi ed eri già per strada ad affrontare la vita, contento, determinato e pieno di entusiasmo.
Poi il mondo si è spento. Prima una luce, poi un’altra. Per ogni lampadina in meno, un nuovo canale sulla TV: non abbiamo più guardato i nostri sogni, ma inseguito quelli degli altri, che da dentro lo schermo ci suggerivano come essere felici. Ora siamo andati oltre. Questo povero mondo martoriato dalla nostra indisciplinata condotta inizia a perdere pezzi, a mandarci dei segnali. E noi, che immaginiamo di reagire, invece siamo fermi, sempre più immobili, agganciati a indefinibili, stupide, inutili certezze. Ecco, lo sapevo, ho di nuovo il respiro affannato, è il segno che questo fermarmi a riflettere non mi fa bene. Allora, forse è il caso che io prema quel dannato tasto del telecomando e che inizi anche oggi a vivere la mia vita da ‘normale’…
Eppure, penso che sarebbe bello se la TV non si accendesse e la lucetta della macchina elettrica del caffè si affievolisse, spegnendosi tremolante. Niente più energia, niente riscaldamenti, solo il sole di questa tarda primavera. Aprirei le finestre per sentire le voci delle persone discutere animatamente, tutti senza benzina, tutti che non sanno come arrivare sul posto del lavoro. Mi sembra di vederlo il ragazzo di prima – quello che ora ha la mamma truccata solo di un occhio, perché non ha fatto in tempo a finire anche l’altro – scuotere il suo telefonino per farlo funzionare: lo immagino levarsi, chissà dopo quanto tempo, le sue cuffiette dalle orecchie stupendosi del suono della natura e del suo profumo.
Le Fender Stratocaster smetterebbero di strillare e i Marshall di gridare la loro rabbia. Piano piano tutto si spegnerebbe fino al silenzio più assoluto. E in quel momento, quando nulla più potrà funzionare senza energia, quando tutto si sarà concluso e consumato fino all’ultima goccia, ecco di nuovo un suono, più suoni. Saranno le nostre chitarre acustiche, fondo e fasce in palissandro, che non avranno bisogno di nulla per far sentire le loro voci. Basteranno mani, passione e un po’ di amore.

Reno Brandoni

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 5/2013, p. 5

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  1. francesco lancia Reply

    spero che si farà anche una ferentino winter magari con seminario pomeridiano e concerto serale…

  2. Riccardo Reply

    Questo mondo sistematizzato ci permette di vivere in modo confortevole ma allo stesso tempo può risultare soffocante e può imprigionare la mente. Lo so, anche per me è una lotta continua. Un tempo ero più selvaggio, più libero e meno sistematizzato ma questo ordine di cose impone uno stile di vita da cui è difficile fuggire e da cui lentamente si viene plasmati come automi. Forse bisogna imparare ad amarlo così com’è e capire quando è il momento di spegnere l’interruttore e andarsi a fare una passeggiata nella natura incontaminata. Anche la chitarra acustica è frutto di un lavoro tecnologico e nel suo processo di fabbricazione sono coinvolti molti interruttori. Hai ragione sui Marshall ma la Fender dei primi due dischi dei Dire Straits ed il tocco inconfondibile di Knopfler hanno fatto un uso sapiente dell’energia, del magnetismo dei single coil e delle valvole dei suoi amplificatori dal suono pulito. Quindi credo che in questo rapporto di amore/odio col sistema tecnologico ci siano sia cose belle che brutte. Abbiamo i pro e allo stesso tempo i contro. Ci sarebbe molto da dire ma credo sia bene concludere dicendo che non si può sapere se sia meglio non avere niente o avere tutto, perché siamo praticamente immersi in questo sistema di cose. I nostri nonni ce l’hanno fatta, se ce la faremo anche noi non lo sappiamo ancora. Una cosa è certa, bisogna lottare.

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