Un ritorno indifeso – Intervista a Reno Brandoni

(di Andrea Carpi) – Sono di una decina d’anni fa le ultime interviste che ho fatto a Reno sulla rivista Chitarre: la prima nel dicembre 2006 in occasione del suo album solista Yelda; la seconda nel dicembre 2008 in occasione dell’album in duo con Giorgio Cordini, Anema e corde. E soltanto oggi, finalmente, arriva il suo nuovo disco solista Indifeso, che in una certa maniera rappresenta una continuazione delle trasformazioni messe in moto da quei due album: un progressivo allontanamento dalla dimensione del chitarrista solista in senso stretto; il perfezionamento di uno stile compositivo sempre più attento alla cantabilità e all’espressività della melodia; e l’inserimento del suono centrale della chitarra in un contesto musicale più ampio, di collaborazione con altri strumenti.

IndifesoMa Indifeso non è soltanto questo, è qualcosa di più. In questi lunghi anni di gestazione, tanta acqua è passata sotto ai ponti. E soprattutto, nel mezzo del cammin della sua vita, come sempre accade in qualche misura, Reno si è ritrovato in una fase oscura di difficoltà, in una intensa crisi di maturazione, di sofferenza e di ripresa. Ne è scaturito un pressante bisogno di dare un senso al suo percorso, di comunicare agli altri la sua condizione e condividere la sua storia attraverso il mezzo che più gli è congeniale, la musica. Indifeso è diventato così una sorta di concept album, seppure senza parole, il tentativo di esprimere musicalmente i momenti e le emozioni del suo ‘rito di passaggio’, della sua morte e rinascita simbolica. Difficile dire se questo tentativo sia totalmente riuscito, se saprà coinvolgere appieno gli ascoltatori nelle sue suggestioni. Ma sicuramente si può dire che il disco è molto bello e dotato di un coerente carattere unitario, con il tocco sempre pulito e deciso di Reno a valorizzare il suono affascinante della sua Franklin e delle sue chitarre baritone, con le intense linee melodiche circondate dal discreto ma presente lavoro di arrangiamento diretto da Andrea Maddalone, elegante e fruibile, meno elitario rispetto ai precedenti lavori di Reno. Che in questa intervista lasciamo volentieri parlare a ruota libera, perché ha un mare di cose da dirci.

Sono passati nove anni dal tuo CD in duo con Giorgio Cordini, Anema e corde, e undici anni dal tuo precedente album solista Yelda. Come mai hai fatto passare tutto questo tempo per dare alla luce un nuovo disco?
Ci sono due ragioni, la prima è storica: io vengo dal mondo del vinile, quando per produrre un disco si doveva fare molta attenzione. Non era come oggi che registri due cose a casa, le metti su CD, stampi e hai fatto il disco. Quando si lavorava col vinile c’era un costo d’impianto e di realizzazione molto elevato, per cui ogni cosa doveva essere pensata in quella logica, una logica d’investimento. Cioè si passava tutta una serie di processi, da quello analitico a quello artistico, commerciale e tutto il resto. Così io ho quella mentalità per cui un disco in ogni caso non va fatto ‘cotto e mangiato’, ma va analizzato in tutti i suoi aspetti. In quanto ‘prodotto’ è comunque sempre un’avventura commerciale. La seconda ragione è che in tutti questi anni ho avuto l’occasione di ascoltare decine, oserei dire anche centinaia di lavori realizzati da chitarristi, e spesso mi sono ritrovato mio malgrado a contestarli perché destinati a impolverarsi sulle mensole delle librerie… . Proprio perché quando li apri e ascolti il primo pezzo, capisci subito il meccanismo che c’è dietro, cioè non senti un feeling, una storia, un coinvolgimento. L’ho scritto anche in alcuni editoriali…

Sì, per esempio nell’editoriale di ottobre scorso, dove racconti che prima dell’uscita di un tuo nuovo CD ti chiedi: «Perché? Chi ne ha bisogno?» E aggiungi: «Però la musica per un musicista è un proprio bisogno»… Questo disco ha un perché, oppure è un’urgenza personale?
I pezzi sono già pronti forse da quattro-cinque anni, tranne qualcuno che si è concretizzato alla fine. Ma ogni volta che pensavo di iniziare a registrare, mi mettevo dalla parte dell’ascoltatore e mi dicevo: «Ma che senso ha? A chi può servire?» Perché un disco non significa soltanto concretizzare le proprie idee e ‘bloccarle’, ma anche proporle agli altri. Quando tu offri agli altri un prodotto, quando ti presenti, lo devi fare con qualche ragione, con un messaggio che rispecchi ciò che vuoi dire. E se non sei convinto che quello che stai dicendo sia la cosa giusta, che ti rappresenta in quel momento, a cosa serve? Anche perché nessuno di noi vende milioni di dischi! Non sono un personaggio che deve fare un disco anche se non è bello, perché ha il suo seguito e vende comunque un milione di copie. Questi dischi non si vendono, ormai il mercato non esiste più come una volta. Si vendono ai concerti, ma nessuno di noi fa tanti concerti da giustificare un tale investimento imprenditoriale. Diventa solo un atto di vanità personale. E allora la vanità personale deve avere un corrispettivo nella propria consistenza, altrimenti diventa soltanto un atto di presunzione. Ecco, molti dei dischi che ho ascoltato mi sono sembrati degli atti di presunzione. E io non volevo fare un disco presuntuoso, anche se adesso – per come la racconto – forse risulterò più presuntuoso…

… dei presuntuosi!
[risate] Esatto… per cui ho smontato e rimontato questo progetto decine di volte. Anzitutto facendo un’analisi personale, cioè riascoltando tutti i pezzi e cercando di capire cosa volevo realmente fare. Lì ho capito che un disco di chitarra sola non mi interessava, per una ragione semplicissima, che i dischi di sola chitarra mi annoiano dopo poco tempo, se in essi non succede nulla: credo che nessuno abbia una capacità di scrittura così elevata da poter rendere interessante, dall’inizio alla fine, un disco con dieci composizioni per chitarra; tranne rarissimi casi appartenenti alla storia, probabilmente determinati dalla curiosità per il passato di questo nostro stile piuttosto che da una reale valenza artistica. Sempre di più, negli ultimi tempi, non emerge secondo me una forza compositiva così grande da essere attraente per tutta la durata di un lavoro acustico. Quindi il mio primo passo è stato capire che volevo fare un disco di chitarra, ma che non fosse solo di chitarra, che fosse di ‘musica’ e che ci fossero degli altri suoni. Così ho cominciato un lavoro di confronto con musicisti da me stimati, che potessero darmi una loro visione. Tra le persone con cui ho parlato parecchio c’è stato per esempio Giovanni Palombo, che dal punto di vista artistico e degli arrangiamenti è un musicista che stimo molto. Lui ha ascoltato i pezzi, mi ha detto quali potevano funzionare secondo lui e su quali poteva avere delle idee; e anche se poi non abbiamo collaborato, in ogni caso mi ha indirizzato su alcuni errori che facevo, mi ha aiutato a capire meglio quello che avevo in testa. Un altro personaggio che mi ha aiutato molto è stato Massimo Varini, che addirittura ha realizzato un provino per farmi sentire come potevano venire certi brani. Anche lui è stato un supporto per l’idea del progetto. Lo stesso Finaz mi ha aiutato molto. Però il disco è rimasto ancora del tempo nel cassetto, perché non avevo ancora trovato la formula giusta, che è nata per caso: producendo il CD di Stefano Nosei, Lovin’ James, ho sentito gli arrangiamenti di Andrea Maddalone e sono impazzito per la delicatezza e l’equilibrio dei suoni e delle armonie che è riuscito a realizzare, registrando e missando peraltro completamente nel suo home studio. Tant’è che all’inizio della scorsa estate ho osato mandargli tutto il mio lavoro, dicendogli: «Senti, mi dai una mano a realizzare questi miei brani? Vorrei che tu mantenessi il tuo stile, come hai fatto in Lovin’ James, e mi mettessi giù delle idee.» Appena ha sentito i pezzi, mi ha risposto: «Be’, secondo me ci si può lavorare parecchio!» Così abbiamo parlato per lunghi mesi fin quando, magicamente, verso ottobre, ha iniziato a fare degli esperimenti e secondo me anche lui è rimasto coinvolto dall’operazione: doveva fare un paio di provini, invece nel giro di una settimana aveva fatto tutti gli arrangiamenti, aveva pensato a tutti gli strumenti, aveva aggiunto le sue idee. E man mano che lavorava, vedevo crescere esattamente l’idea che mi ero prefissato come progetto. Così, a quel punto, siamo entrati in empatia per la costruzione dei pezzi e abbiamo cominciato a realizzare il disco. Una cosa importante: tutte le mie parti di chitarra sono state registrate nel mio studio casalingo da Gavino Loche. Io e Gavino ci siamo autoregistrati reciprocamente: quando mi stancavo, registravo il suo disco; quando lui si stancava, si sedeva alla console e registrava il mio. Abbiamo fatto quasi un mese di sedute, registrandoci a vicenda. Gli altri strumenti sono stati poi aggiunti nello studio di Maddalone, ad eccezione del bouzouki di Giorgio Cordini, che Giorgio stesso ha registrato a sua volta nel proprio studio personale. E nonostante non abbiamo utilizzato grandi sale d’incisione, il risultato mi ha gratificato e credo che abbiamo ottenuto assolutamente un buon suono. Soltanto per il missaggio finale e per il mastering ci siamo rivolti a uno studio professionale, i MacWave Studios di Paolo Costola, una persona squisita che ha dato un’impronta fondamentale al lavoro.

Reno Brandoni

Tu e Gavino, in particolare, come avete lavorato alle registrazioni?
Abbiamo utilizzato ProTools e abbiamo registrato fondamentalmente con due microfoni Neumann 184 sulla chitarra e un AKG 212 per l’ambiente. Più la ripresa diretta dell’amplificazione dello strumento: io non volevo farlo, ma Gavino mi ha suggerito di utilizzare tutte le fonti possibili, anche perché a togliere si fa sempre in tempo.

Colpisce il titolo del disco, Indifeso, che non è il titolo di nessuno dei brani. Che senso ha per te?
Il fatto è che questo disco, anche se non sembra, parte dal presupposto di essere un concept album. Il che vuol dire che presenta una serie di storie che hanno un nesso logico tra loro; un nesso che non svelerò per intero, perché secondo me è giusto che ognuno lo adatti e lo ricostruisca secondo la propria fantasia. C’è un percorso logico anche nell’ordine dei pezzi, nei titoli, nelle atmosfere. C’è una storia che si racconta e questa storia è la mia storia, ma può essere la storia di chiunque ed è legata a questa parola, Indifeso

Che tra parentesi fa pensare a “Helpless” di Neil Young…
[sorride] Esatto… Ed è come un tema scolastico, la cui traccia è Indifeso. Io ho scritto questi titoli, tu costruisciti una tua personale storia come ho fatto io. Devo allora semplicemente spiegare dal mio punto di vista la parola ‘indifeso’: noi viviamo oggi in un’epoca in cui, sempre di più, stiamo entrando in un sistema di cui siamo totalmente vittime. E nessuno di noi se ne accorge, probabilmente perché siamo distratti, o non ci facciamo caso, o non abbiamo più la forza di reagire. Spesso siamo vittime di una modalità che è diventata quasi un abuso nei nostri confronti, e questo abuso viene ripagato da indifferenza. Faccio degli esempi pratici: andiamo da Equitalia alla bolletta dell’Enel, che se per esempio ti arriva sbagliata, anche se tutti riconoscono che hai ragione, in ogni caso la devi pagare per poter aprire una contestazione, sennò ti tagliano la luce. Ormai ci troviamo in un meccanismo in cui non siamo degli esseri umani, siamo degli ingranaggi di un sistema. E se uno per un attimo si ferma, perché ha una necessità, un problema, una difficoltà, viene visto semplicemente come un anello che non sta facendo funzionare bene il meccanismo. In tutto questo io vedo un essere umano totalmente indifeso, che è vittima della giustizia, dei sistemi, delle circostanze, e che spesso non ha la forza di reagire; perché la reazione non si collega a un diritto, ma solo alla propria facoltà di reagire. In sintesi: mentre ciascuno dovrebbe avere il diritto a essere difeso, in realtà questa equità non esiste, perché soltanto chi ha magari delle possibilità finanziarie diverse, delle condizioni diverse, delle amicizie diverse, può essere in grado di controbattere questo sistema. Allora la mia idea, che nasce evidentemente da mie esperienze personali, mi ha posto a confronto con altre persone che mi raccontavano a loro volta le loro storie, anche le più banali. La forza di reagire esiste quando hai almeno una possibilità, ma quando capisci che non c’è neanche quella possibilità, perché comunque quello che tu dici o fai non ti porterà a una soluzione, a quel punto deponi le armi e pensi: tanto vale, se devo subire, che subisca con serenità. E questo è il titolo Indifeso, dedicato a tutte le persone che, per una ragione qualsiasi, si trovano nella stessa situazione. Anche il rapporto padre-figlio certe volte ti può far sentire indifeso: non sei d’accordo con tuo figlio e cosa fai, reagisci pur sapendo che fuori il mondo è talmente diverso che forse preferisci in qualche modo ‘abbozzare’, piuttosto che creare un confronto? Prima anche i rapporti personali erano più sinceri, più veri, forse più ‘aggressivi’. Oggi abbiamo quasi paura di tutto, proprio perché possiamo trovarci in delle situazioni da cui non riusciamo più a uscire. E il disco cerca di raccontare questa storia, di una persona indifesa che attraversa una serie di momenti e di sensazioni, fino ad arrivare a una conclusione che mi piace rappresentare con un valzer, una conclusione né positiva né negativa, una conclusione di ‘serenità’, dove a un certo punto dico: «Ma sì…»

Questo tuo approccio apre un problema enorme, che è il rapporto della musica strumentale con i contenuti concettuali che vi si vogliono esprimere. Buona parte di questi brani te li ho sentiti suonare dal vivo, dove hai modo di presentarli e raccontarli a parole. Ma in che rapporto è realmente il suono ‘puro’ con tutte queste cose che vuoi raccontare?
Quello che posso sicuramente dirti, è che l’idea di base di ciò che racconto in questi pezzi nasce dall’ispirazione. I pezzi questa volta sono costruiti con un’idea. Quando ho scritto una musica è perché stavo pensando a una certa cosa e ho cercato di rappresentarla…

Se ho capito bene, il frutto di un racconto diventa un’ispirazione musicale…
Sì, esattamente, sono quattro anni che lavoro su questa idea. È l’idea del concept album, che è più difficile cogliere in questo caso, perché è più facile trovarla in un album che ha un testo, una storia. Ma comunque io qui sono partito da un tema, un tema pesante, del soccombere, dell’essere indifeso. E tutti i brani che avevo costruito seguivano una loro logica, di composizione, di posizionamento, per cui hanno dato vita a una storia, che nel disco non racconto e non voglio neanche raccontare. La racconto nei concerti, perché in quel momento mi rappresento e quindi è giusto che dia magari qualche chiarimento in più. Ma la mia idea è che il disco possa fornire un’ispirazione ad altre storie e che altre persone all’interno di questo percorso possano raccontare la loro storia. Mi piacerebbe per esempio che qualcuno mi dicesse: «Ho costruito una mia ‘scaletta’ di storie e di emozioni sulla base della traccia che mi hai dato.» Ecco perché alla fine torno ad essere ‘il più presuntuoso dei presuntuosi’… Però sicuramente ho fatto la cosa che volevo fare e questo disco in questo momento mi rappresenta. Di tutti i dischi che ho fatto è quello che in questo momento rappresenta esattamente ciò che penso e quello che sono. Quindi sono soddisfatto.

Credo che sia chiaro. È l’idea che i fatti a cui ci si riferisce, in qualche modo, trasmettano alla musica degli stati d’animo che ripropongono quei fatti a livello simbolico, a livello di simbolo musicale.
Assolutamente sì.

D’altra parte, da cronista, noto pure che Indifeso mostra una continuità con il discorso che avevi iniziato con Yelda e Anema e corde, cioè un certo abbandono della figura del chitarrista solista, lo sviluppo di una dimensione ‘cantabile’ del tuo stile compositivo e l’apertura a una sempre più estesa collaborazione con altri musicisti. Quei due dischi erano frutto soprattutto di una collaborazione con Giorgio Cordini e allora mi viene da chiedere: nel passaggio dalla produzione di Cordini a quella di Maddalone, senza fare dei paragoni di valore tra i due, si è forse concretizzato il passaggio da una dimensione ‘etno-cantautorale’ a una dimensione più ‘pop’? Che poi così pop alla fine non è, perché Maddalone – nella discrezione del suo intervento – ha saputo mantenere una continuità con una dimensione più intima, acustica e anche chitarristica.
Hai detto una cosa giusta. E questa cosa evidentemente l’ho discussa anche con Giorgio, che è un amico e che ha comunque partecipato al disco. Perché in effetti l’idea di base con Indifeso è stata che volevo fare un disco pop, intendendo pop come abbreviazione di ‘popolare’, popolare nel senso di fruibile da tutti. Con Giorgio avevo lavorato da innamorato di certi suoni legati alla sua esperienza con Fabrizio De André, al suo modo di arrangiare, e da lì era nato Yelda, un disco per così dire più ‘elitario’. Con Indifeso, invece, dove volevo raccontare storie di vita quotidiana, quasi ‘banali’, desideravo essere più ‘popolare’. E volevo essere popolare anche attraverso dei suoni che risultassero più facilmente comprensibili nelle loro atmosfere. Certi miei riferimenti continuano a esistere, certi suoni mediterranei ed etnici continuano a essere tra i miei prediletti, e sono testimoniati dalla presenza in questo disco di Cordini e di Mario Arcari, anche lui legato all’esperienza di De André. Però sono stati in qualche modo ‘moderati’ e resi più fruibili da Andrea Maddalone, che ha una visione diversa, perlomeno nei suoi lavori più conosciuti…

Del resto anche in Maddalone si può ritrovare in qualche modo un nesso con De André, che passa attraverso la sua collaborazione con Vittorio De Scalzi e i New Trolls…
Sì, infatti, non è che sia avvenuta una spaccatura, non sono andato a fare musica etno-elettronica o rap; sono andato da una persona che in ogni caso ha una certa sensibilità, però con una visione – diciamola tutta – più ‘commerciale’ del suono. L’idea di abbandonare una certa forzatura ‘etnica’ e di spostarsi verso un clima pop effettivamente c’è, chiaramente lasciando la chitarra protagonista. Andrea è un chitarrista, quindi ha capito perfettamente questo discorso e ha lasciato sempre la chitarra in primo piano.

La chitarra in primo piano, a parte i tre brani in cui hai suonato delle chitarre baritone, è sempre la tua Franklin OM. Puoi dire due parole su questa scelta e sul suono molto bello che è venuto fuori?
Questo è il mio amore! Il suono della mia Franklin è quello che individuo come mio, ormai è entrato assolutamente in simbiosi con me. Benché nel disco io abbia usato anche due baritone, come hai accennato, e anche se ultimamente sto andando in giro con le Effedot, ciò non toglie che dovendo parlare della mia chitarra, la mia chitarra è quella e ha quel suono. Del resto ho voluto usarla espressamente in Indifeso, perché anche la Franklin fa parte della storia che racconto.

Proviamo a entrare un po’ nel dettaglio dei pezzi. Nel brano d’apertura “Centocammelli” c’è subito l’accordatura di Sol con il basso in Do, CGDGBD, che è diventata una delle tue principali. Più in generale, rispetto a certe tue esibizioni dal vivo in cui cambi parecchie accordature, nel disco alla fine ci sono soltanto questa accordatura di Sol, anche in versione minore, l’accordatura di Re in maggiore e in minore, e la DADGAD. Hai fatto un po’ una sintesi delle accordature…
Questa ‘sintesi’ in buona parte è determinata dal fatto che l’accordatura di Sol con basso in Do è sicuramente, in questo momento, un’accordatura che riconosco come mia. Non perché l’abbia inventata io, per carità, ma perché dal momento che l’ho scoperta non l’ho più abbandonata. Mi offre delle possibilità armoniche che adoro e in qualche modo, con quel basso in Do, mi permette di realizzare dei suoni che si avvicinano alla baritona. In un certo senso poi me la sono ‘costruita’ da me, solo in un secondo momento ho scoperto che esisteva già; l’ho costruita su una base logica, perché nell’accordatura di Sol c’è quel basso in Re che tutto sommato non è che serva tanto: c’è già un basso Re sulla quarta corda, il Sol è la nota principale, e di solito un accordo che si usa sempre è il Do; così, quando si arriva su quell’accordo, il basso in Do mi dà più profondità. E da lì è nata tutta una storia. C’è anche un aneddoto che vorrei raccontare: un paio di anni fa ero a San Diego in California, in un Guitar Camp dove Stefan Grossman mi aveva invitato ad assistere a un suo seminario.

Stefan e Reno

Stefan e Reno

Con l’occasione gli ho fatto ascoltare questa accordatura e lui, sorprendentemente, ne è rimasto impressionato, soprattutto nella versione in minore, CGDGBbD. Così mi ha chiesto di intervenire nel suo seminario per illustrare questa accordatura, le sue potenzialità e l’uso che ne facevo. Di nuovo, inaspettatamente, anche i suoi studenti hanno dimostrato un grande interesse. Non solo, ma dopo poco ch’ero tornato nella mia camera, ho sentito bussare alla porta: era il manager di Jorma Kaukonen, che mi ha raccontato come gli studenti di Jorma, che a sua volta stava tenendo un seminario in quel campus, erano venuti a conoscenza della mia ‘lezioncina’ e avevano espresso il desiderio di partecipare anche loro; così che Jorma stesso mi chiedeva se potevo replicare la lezione anche per i suoi studenti. Purtroppo dovevo ripartire l’indomani per Los Angeles, ma Kaukonen ha voluto comunque conoscermi e – dopo averlo raggiunto a cena – ha detto che mi avrebbe invitato volentieri nel suo Fur Peace Ranch Guitar Camp in Ohio, se lo desideravo e se passavo da quelle parti! Va bene, sono cose che si dicono una sera a cena… però sicuramente quell’accordatura, soprattutto in minore, aveva suscitato una bella curiosità.

Proprio all’inizio di “Centocammelli” il bouzouki di Cordini cita De André…
Sì, è una citazione di “Mégu megún”. Il pezzo inizialmente l’avevo costruito perché Giorgio, che aveva cominciato a suonare l’oud, mi aveva chiesto di scrivere qualcosa dove potesse suonare questo strumento. Quando poi ho iniziato a lavorare a Indifeso, il brano – “Centocammelli” appunto – è diventato il primo pezzo di questa storia che volevo raccontare, per rappresentare proprio il passato, i ricordi sereni di tutto quello ch’era la mia vita, nella quale De André chiaramente era importante, con tutti i suoni e le atmosfere di Crêuza de mä che avevano cambiato l’esistenza di molti di noi. E quando ho finito il pezzo e l’ho presentato a Giorgio, lui a quel punto aveva smesso di suonare l’oud. Così ha provato a metterci il bouzouki ed è diventato un brano di chitarra e bouzouki. L’intervento di Maddalone poi ha cambiato un po’ di cose, perché ha aggiunto del ritmo, in particolare la batteria nella seconda parte…

Ecco, le note di copertina indicano che la batteria è stata arrangiata da Andrea Maddalone: cosa significa?
Non ho seguìto nello specifico tutte le fasi del lavoro di Andrea, perché ero più concentrato ad ascoltare a posteriori risultati del suo intervento. So che ha preso delle tracce di batteria, che un altro musicista aveva suonato precedentemente in un altro lavoro, ed è riuscito a modificarle e adattarle a “Centocammelli”. Non avevo mai pensato che il pezzo potesse prendere quell’andamento, e sono rimasto molto sorpreso quando ho sentito entrare la batteria nella seconda parte, perché in quel modo il brano acquisiva una dimensione totalmente diversa da quella che avevo immaginato all’inizio. Generalmente le mie composizioni comprendono due sezioni, più una terza che ogni tanto fa da bridge alle altre due. E probabilmente, anche se avevamo aggiunto in modo particolare dei mandolini, la seconda parte sarebbe diventata noiosa senza quell’ingresso di batteria, che secondo me le ha dato veramente una spinta pop. Questa è stata un’altra ragione per la quale ho messo “Centocammelli” come primo pezzo, perché – oltre a essere l’inizio della storia – da un punto di vista musicale è un po’ il sommario di tutto ciò che accadrà nel disco, con tutti i suoni che vanno da quelli etnici del bouzouki e del mandolino a quello pop della batteria. E un effetto voluto è stato anche iniziare con uno strumento che non fosse la chitarra; mi son detto: «È un disco di chitarra, ma la prima nota la suona un bouzouki» che inizia a raccontare la storia come se fosse un’altra persona che ti guida nel mondo che stai per esplorare.

Come vi siete organizzati per combinare le parti della tua chitarra con le cose aggiunte da Maddalone? Avete usato il click?
Sì, ho usato il click in quasi tutti i pezzi, tranne in tre che hanno un ritmo libero. E suonare con il click non è una cosa che mi piace, anche se rappresenta un elemento importante dell’educazione musicale. Quindi spesso andavo un po’ fuori, poi rientravo. Poi tutto ha incominciato a funzionare – questo è un dettaglio che devo precisare – quando alle mie parti di chitarra registrate con il click sono state aggiunte delle percussioni. Come percussionista volevo Emanuele Pellegrini dei Musica da Ripostiglio, un gruppo che adoro, così Emanuele è stato una giornata a casa mia e ha registrato alcune percussioni e idee ritmiche, che hanno cominciato ad arricchire e dare un senso all’andamento dei pezzi. Quindi ho mandato il tutto ad Andrea, che ha fatto tutto il resto. E lui ha rispettato molto le mie parti di chitarra. Mi ha spiegato che se la chitarra suona da sola, le risonanze armoniche delle corde lasciate vibrare creano un senso di completezza, per esempio nel caso di note che continuano a vibrare anche quando si cambia accordo; così che quando lui ha iniziato ad arrangiare, molte sue idee ha dovuto limitarle, perché magari avrebbe voluto inserire un altro accordo, ma le risonanze in sottofondo non glielo consentivano. Insomma ha cercato di adattarsi e di inserirsi lasciando la chitarra il più possibile come io l’avevo registrata, senza ‘editarla’. Normalmente, invece, lui avrebbe dovuto registrare tutte le basi, poi io avrei dovuto suonare la chitarra per ultima. Abbiamo fatto esattamente il contrario, ma questo ha permesso effettivamente al disco di avere il suono di un disco di chitarra.

In particolare il basso, che Maddalone ha suonato spesso nel disco, è usato in modo molto discreto.
Sì, però, se lo togliessimo, ci accorgeremmo che non c’è!

Certo, rimane un po’ sotto, ma si sente che c’è…
Questa è stata una cosa decisa a tavolino da Andrea, che mi ha detto: «Per fare un disco come vuoi tu, con un respiro da concept album, è importante che tutti i pezzi siano accomunati da qualcosa». E come filo conduttore dell’album, oltre alla chitarra e alle percussioni, ha scelto in particolare il basso e la fisarmonica. Così abbiamo lavorato molto anche con la fisarmonica, o a volte con il bandoneón, grazie oltretutto a Paolo Bonfanti che ci ha segnalato Roberto Bongianino, uno strumentista molto bravo della zona di Genova, dove Andrea ha lo studio. E Roberto ha eseguito benissimo le parti che Andrea aveva già preparato, simulandole sulla tastiera. Non c’è stato quasi nulla di improvvisato nel disco, ogni musicista che ha suonato aveva la sua parte preparata da Andrea. L’unico al quale è stata data una certa libertà, sulla base di alcune indicazioni generali di Andrea, è stato Mario Arcari, che tra l’altro ha registrato le sue parti a casa sua. Tornando poi al basso, non dimenticare che in “Centocammelli” la sesta corda della mia chitarra è abbassata in Do, quindi a volte quello che senti è una fusione tra il mio basso e quello di Andrea. Cioè il suo lavoro è consistito nel riempire gli spazi che lasciavo vuoti con il mio basso, e nel fare un passo indietro quando il mio basso usciva fuori.

Reno BrandoniUn’altra caratteristica del suono della tua chitarra, sono i rumori lasciati in evidenza delle tue dita che strisciano sulle corde: è una cosa voluta, un effetto verità?
Sono due gli effetti verità: le dita che strisciano sulle corde e il mio respiro. Io volevo toglierli per una mia idea di pulizia. Però mi è stato ‘vietato’, sia da Andrea che da Paolo Costola in fase di missaggio, che mi hanno detto: «Ma no, anzi, ben vengano questi rumori, basta con i dischi ‘incellofanati’!» E Andrea aggiungeva: «Ho fatto tanti dischi pop dove si cerca di essere estremamente precisi; quest’album, grazie al cielo, ha un respiro di imprecisione che lo rende vero. Ed è suonato, non è costruito copiando e incollando le battute».

Il secondo brano, “Il mondo invisibile”, te l’ho sentito suonare dal vivo negli ultimi tempi e mi sembra che sia un pezzo centrale nel discorso di Indifeso.
Sì, “Il mondo invisibile” è un pezzo costruito sulla crisi di un chitarrista. Che può essere di qualsiasi tipo: una malattia, un evento, un viaggio che ti allontana dallo strumento. Ho sempre detto che il chitarrista non è semplicemente uno che suona la chitarra, ma è colui che la ‘vive’ come compagna di vita, come ‘arma di difesa’. Mi immagino il ragazzino di sedici anni che pensa di scappare di casa, e la prima cosa che vuole portarsi dietro è la sua chitarra, anche se non ‘servirà’ a nulla nel viaggio immaginario della sua vita. Se sei un chitarrista, quando sei felice o triste, la prima cosa a cui pensi è lo strumento. Non devi necessariamente essere un virtuoso o un funambolo, ma sei un chitarrista, ed essere chitarrista è parte del tuo essere. Così è nato questo pezzo, immaginando – o vivendo – un distacco forzato dalla chitarra e ciò che potrebbe succedere quando la ritrovi dopo un periodo di ‘astinenza’. Quale potrebbe essere la prima cosa che suoni quando la riprendi in mano? Ho voluto fare un esperimento da questo punto di vista: fare in modo che fosse la chitarra, in un certo senso, a suggerirmi cosa suonare. Come se io avessi dato tanto allo strumento per tanto tempo, e in quel momento la chitarra mi ‘restituisse’ in qualche modo qualcosa… Non so spiegarlo tecnicamente, non è stato un processo razionale, ma in qualche modo è successo. Ho utilizzato l’accordatura di Re minore, che si presta a creare la giusta ‘atmosfera’ in maniera semplice e immediata: basta sfiorare le corde e il mood del brano è tutto lì. Poi, veramente, ho lasciato fare alla chitarra, facendo in modo che l’istinto melodico che mi ‘arrivava’ non fosse ingabbiato in nessun tipo di logica. Ho solo aggiunto lo Shimmer, uno dei preset del BigSky della Strymon, che armonizza le note. In realtà il brano potrebbe funzionare anche senza, la parte melodica si regge sulle sue gambe. L’effetto si limita ad aggiungere qualcosa, giusto un ‘colore’. “Il mondo invisibile”, comunque, è stato sicuramente il pezzo di Indifeso più difficile da realizzare, per una serie di ragioni. Anzitutto è suonato in maniera molto libera, senza il click, lasciando andare l’interpretazione. Poi, nella mia testa, il brano doveva avere sì una cadenza melodica molto importante, ma al tempo stesso lo sentivo riempito di suoni e rumori sullo sfondo, in un’ambientazione completamente ‘estranea’. Ci ho lavorato parecchio, ne ho parlato con Giovanni Palombo, come ho detto prima, e l’ho anche passato a Massimo Varini. Poi mi è venuta la ‘folgorazione’ di mandarlo a mio cugino Stefano, di cui ti ho parlato…

Stefano ‘Brando’ Brandoni, il chitarrista che ha collaborato con Dolcenera, Francesco Renga e tanti altri…
Già, e saranno quarantacinque anni che non ci vediamo, l’ultima volta eravamo ragazzini. Ci siamo ritrovati su Facebook, ma anche se entrambi siamo sempre in giro per l’Italia, non siamo mai riusciti a beccarci. E mentre ero indeciso su come chiudere il brano, mi è tornata in mente una delle nostre conversazioni ‘telematiche’, in cui raccontava di essere particolarmente apprezzato in certi ambienti, più che come chitarrista, per il suo lavoro sull’ambientazione dei pezzi, così ho deciso di mandarglielo da sentire. Stefano ha accolto l’idea con entusiasmo e ci ha lavorato aggiungendo tutta una serie di rumori e ronzii, che emergono a tratti e si sentono sullo sfondo. Quando ho sentito il suo intervento, ho capito che era il naturale completamento del brano.

E la parte degli archi?
Quella è opera di Andrea Maddalone, che ha utilizzato degli strumenti ‘virtuali’ per precisa scelta: alla fine volevamo che si ‘sentisse’ che sono strumenti elettronici, in contrasto con la mia chitarra e a far da contrappunto alla chitarra ‘urbana’ di Stefano. Andrea ha fatto un lavoro eccellente, che mi ha davvero colpito. Sembra una storia che sta arrivando al termine, poi invece riparte da capo senza riuscire a concludere, per riandare finalmente a una conclusione con un carico emozionale altissimo. Quando l’ho sentita, per me è stata subito ‘buona la prima’: non ho avuto necessità di modificare nulla, era esattamente quello che cercavo. Come dicevo prima, trattandosi di un brano ‘venuto fuori’ dalla chitarra, una volta terminato mi son trovato di fronte a una struttura tutto sommato semplice, che rischiava di essere banale. Poi, per caso, ho ascoltato un brano di Rachmaninov in cui, sostanzialmente, l’autore lavora su un tema semplice, riproponendolo su più ottave e giocando con l’intensità del suono. Allora ho ripreso coraggio e sono andato avanti seguendo la mia strada. Alla fine è il brano a cui tengo di più e con cui inizio sempre i miei concerti. Nato nel momento peggiore della storia che racconto nel disco, rappresenta il momento della svolta, quando riprendo in mano la chitarra e ritrovo la mia forza, la mia ‘corazza’ per affrontare la vita.

Da questo punto del disco, per tre brani, utilizzi accordature in minore, che penso connotino bene l’atmosfera nell’ambito della storia…
Certo, sono un punto centrale della storia. Siamo partiti da un ricordo felice, “Centocammelli”, passando per un momento pesante in “Il mondo invisibile”, che pian piano si risolve. Poi c’è la ripresa, che passa per due momenti importanti. Il primo è l’amicizia: avere vicino le persone giuste ti dà speranza. Così, ecco la mia ‘passeggiata con Stefan Grossman’, “Walkin’ with Mr. Grossman”, in cui prendo di fatto il suo caratteristico walking bass, quello di “Bermuda Triangle Exit” per intenderci, e ci costruisco sopra una melodia in minore, il che è abbastanza strano se ci pensi. Ne viene fuori un pezzo ritmato caratterizzato dai bassi, che simboleggia un primo passo di ripresa, in cui capisci che nonostante tu sia ‘indifeso’, puoi tornare a essere protagonista di te stesso. A questo si sono aggiunti i ‘cori’ di Emanuele Pellegrini: le virgolette sono d’obbigo perché il suo intervento è l’unione di una serie di sospiri con il beat boxing, che danno al brano una connotazione quasi indie. Ci sono poi le chitarre di Finaz che completano l’atmosfera alla perfezione. In origine Finaz aveva anche realizzato un assolo, molto bello, da inserire su quattro battute di passaggio. Ma nell’insieme dell’atmosfera del brano, Maddalone mi ha fatto notare che quel solo avrebbe riportato il tutto su binari troppo ‘normali’, smarrendo l’idea quasi onirica della passeggiata persa tra i ricordi. Così ha realizzato lui stesso dei passaggi con l’ebow, che caratterizzano molto di più il brano. Anche il solo finale è opera di Andrea che, con un tocco alla Knopfler, cambia di nuovo atmosfera al pezzo in maniera molto azzeccata.

Le parti di Finaz sono realizzate con l’acustica o con l’elettrica?
Con l’acustica, ma a modo suo, con tutti gli effetti che usa di solito.

E arriviamo a “Tu si’ na cosa grande”…
Dopo l’amicizia il secondo momento è l’amore. E scrivere una canzone d’amore è la cosa più difficile, se non vuoi cadere nel banale. È stata proprio mia moglie a risolvere il problema, portandomi lo spartito di Modugno: «Suona questa» mi ha detto. Io, per natura, non sono un arrangiatore di brani altrui. Però avevo la chitarra in mano, accordata in Sol minore con il basso in Do, e ho provato… La canzone era tutta lì: seguendo la melodia c’era già tutta, è uscita fuori con una naturalezza disarmante! Poi l’ho eseguita con la baritona per completare l’effetto del brano.

Come mai hai usato due baritone differenti nel disco?
Ne ho diverse a casa, ma tutte hanno problemi di tenuta dell’intonazione con le accordature che utilizzo. Avevo appena finito di registrare “Assafà” con la Eko baritona, che Massimo Varini mi ha regalato conoscendo la mia passione per questi strumenti. Questa Eko si era dimostrata decisamente all’altezza della situazione, più di altri strumenti blasonati che possiedo, così avevo deciso di usarla anche per il brano di Modugno. Poi è arrivato Gavino Loche, che aveva appena ricevuto una Sangirardi & Cavicchi e me l’ha fatta provare… be’, è andata a finire che ho usato quella. Anche questo brano, che ho eseguito in maniera totalmente libera senza click, pensavo inizialmente di lasciarlo con la sola chitarra. Invece, quando Andrea me l’ha rimandato, sono rimasto stupito dal bandoneón di Bongianino e dal flauto di Alessia Vespa, con i quali il pezzo prende magicamente un respiro ritmico inaspettato. Si tratta di strumenti che permettono note lunghe, adatti a seguire un modo di suonare non strettamente legato al beat. E i due musicisti sono riusciti ad andare a tempo sul mio ‘fuori tempo’…

Reno BrandoniTerminata la fase in minore, si torna in tonalità maggiore con “Assafà”, un brano che non avevo ancora sentito: devo dire che l’abbinamento tra la baritona e la chitarra battente è fantastico, per me forse il momento migliore del disco.
Quando ho scritto questo brano, avevo ospite a casa Francesco Loccisano, che stava registrando i video per il suo libro didattico La chitarra battente. Tutto è nato quasi per caso: io ero sul divano con la chitarra e stavo provando il pezzo; Francesco è sceso in salone, avendo finito di registrare, mi ha sentito suonare e senza dire nulla ha cominciato a suonare. E ha fatto da subito esattamente la parte che si sente nel disco. L’abbiamo registrata immediatamente, per fortuna. Perché a più di un anno di distanza, quando l’ho richiamato per registrarla in modo definitivo, non se la ricordava assolutamente più… La baritona e la battente, comunque, presentano degli ‘squilibri tonali’ che effettivamente sono fantastici, e il risultato è sbalorditivo.

Il titolo “Assafà” cosa significa?
Intanto va detto che questo pezzo racconta il ritorno alle origini, nel momento in cui si esce dalle difficoltà. E c’è la Sicilia che s’incontra con la Calabria. Inizialmente il titolo era diverso, ma non ne ero soddisfatto. Poi una sera sono andato in parrocchia con mia moglie, per una raccolta fondi della Zucchero e Cannella ONLUS, fondata da mia figlia. Lì ho conosciuto il ragazzo che suona e canta durante le funzioni, il quale mi ha fatto vedere un disco del suo gruppo che desiderava promuovere; non ricordo più se Assafà fosse il titolo del disco o il nome del gruppo. Allora gli abbiamo chiesto cosa significasse e ci ha spiegato che è l’abbreviazione di «’Assa fa’ a Maronna», ‘lascia fare alla Madonna’ in napoletano: mi è sembrato perfetto. E devo dire che non ho avuto ancora il coraggio di confessare ai ragazzi del gruppo di avergli scippato il titolo, per cui ne approfitto adesso per fare ammenda. Un giorno o l’altro andrò a regalare loro una copia di Indifeso e spiegare cosa è successo. Dal punto di vista musicale, poi, anche in questo caso l’intervento di Maddalone è stato importante: flauto e oboe sono stati una sua idea, come pure gli archi a metà del pezzo. Il mio modo di scrivere, probabilmente, è molto in stile ‘canzone’ e si presta bene a questo genere di arricchimenti.

Arriviamo quindi a “Woman from San Teodoro”, e torniamo a parlare di Grossman…
Parliamo di Grossman e della Sardegna… Come sai, racconto sempre che l’armonia di questo pezzo è presa da “Woman from Donori”, un brano di Stefan dedicato al piccolo paesino sardo. Anche se, sinceramente, ho pensato per anni che quel nome si riferisse a una località del Marocco, finché non ho avuto la curiosità di controllare in rete. In questo pezzo s’incontrano il mio passato remoto – i concerti con Grossman – e il mio futuro prossimo, perché San Teodoro e la Sardegna sono il posto dove mi vedo vivere tra qualche anno. Così ho cambiato la melodia del pezzo, mantenendo inalterata la struttura armonica, trasformandolo in qualcosa di più mediterraneo. Il brano è nato già con la parte per la seconda chitarra, che pensavo di sovraincidere, anche se poi ho capito che era meglio lasciar fare a Gavino, il quale ha imparato la parte e poi ci ha messo del suo. Il primo tema che lui espone è mio, poi tutto il resto è opera sua. La batteria in cadenza reggae è stato infine un colpo di genio di Emanuele: una volta che me l’ha fatta sentire, non siamo più tornati indietro.

Come sono accordate le due chitarre?
La mia è in DADGAD con il capo al secondo tasto, suonata nelle posizioni di Sol, il che non è così usuale con questa accordatura; mentre l’altra è in accordatura standard, suonata in La.

Tra le tastiere mi è sembrato di sentire un tocco di organo Hammond molto ‘dylaniano’…
Sì, sai bene quanto io abbia sempre amato Dylan e abbia sempre cercato, quando possibile, di inserire riferimenti alla sua musica. Soprattutto a questo punto del ‘percorso’, quando si ricomincia ad avere una percezione di positività.

Anche “La giostra” è un pezzo che non avevo ancora ascoltato…
È un brano nuovo che non suono mai dal vivo. E se lo suono, cerco di farlo come se ci fossero due chitarre con espressività completamente differenti tra loro. Ci sono infatti quattro melodie diverse che alternano pacatezza e rabbia, in una continua altalenanza che racconta un dialogo tra padre e figlio. La mia idea è quella di una giostra come simbolo del tempo che passa. Guardi la giostra che gira e vedi che tutto si ripete uguale nel tempo: il nonno accompagna il figlio e poi il nipote, quindi il padre prende il posto del nonno, e alla fine il bimbo diventa uomo e porta il suo, di figlio, sulla giostra. Le generazioni, per quanto si evolvano e cambino, alla fine si ritrovano a ripetere costantemente gli stessi gesti. Come gli ‘attori’ che girano attorno sulla giostra: cambiano il loro ruolo, ma ripetono sempre gli stessi gesti. Quando hai un rapporto conflittuale con un figlio, il quale è sempre e comunque convinto che tu abbia torto – la chitarra ‘arrabbiata’ –, ti rendi conto che la tua voce diventa sempre più ‘pacata’, perché sai già che verrà il momento in cui lui si troverà nella tua stessa situazione, a confrontarsi con l’immaturità di suo figlio. Così come tu stesso ricordi com’eri aggressivo nei confronti di tuo padre. Questa ruota che gira, con i personaggi che si sovrappongono, ha suggerito al brano una struttura circolare con dinamiche fortemente contrastanti, come abbiamo cercato di evidenziare nell’arrangiamento.

Questo mi fa capire anche da dove arrivano le idee per alcuni dei tuoi editoriali [ridendo]…
Vero? Almeno si capirà che non sono proprio un pazzo delirante [ridendo a sua volta]… Come forse si capirà la valenza del disco, che rappresenta una certa maturità, se non artistica quanto meno umana. Mi hanno chiesto, dopo un concerto, quale fosse la voce del padre e quale quella del figlio, ma non ho risposto. Ognuno può sentirla in maniera differente. Anche a seconda del momento.

“Il mare tra Ponza e Tavolara” è l’unico pezzo di chitarra ‘sola’.
Sì, è l’unico brano in cui non ci sono interventi esterni. È un brano che simboleggia il distacco dalla terra prima dell’arrivo sull’isola, che sarà anche la conquista della tranquillità. In questo viaggio, appunto tra Ponza e Tavolara, c’è un punto in cui è possibile spegnere i motori e, semplicemente, ascoltare il mare. Ma è necessario essere sereni, aver trovato un punto di equilibrio, una pace interiore che ti permetta di affrontare il viaggio.

È un pezzo che suoni dal vivo da tempo, ma non era mai stato inciso…
Sì, l’ho scritto due anni fa e non aveva mai trovato una collocazione. È un brano che amo molto suonare dal vivo.

Anche “La chiamerò Carmela” è un pezzo nuovo…
Che, inizialmente, era il brutto anatroccolo del disco. Il pezzo non funzionava per una serie di problemi ed ero tentato di escluderlo. Poi, lavorandoci con Andrea, abbiamo cambiato la sezione ritmica e il suo intervento è stato fondamentale. L’atmosfera che volevo evocare è quella di una vecchia osteria bolognese, con una coppia di anziani che – a forza di stare assieme – si sono quasi dimenticati uno dell’altro. Magicamente, una sera, in questa osteria qualcuno prende una chitarra, accenna un valzer e loro, in silenzio, cominciano a ballare. Si toccano nuovamente dopo tanto tempo, s’incontrano e si riscoprono. Pian piano tutti nella sala cominciano a suonare uno strumento, quasi per incanto, e il disco finisce in crescendo con tutti questi strumenti che suonano assieme. Il difficile era appunto rendere questo crescendo, essendo la mia chitarra molto presente. Ma Andrea ha aggiunto tante e tali sonorità, che ha sintetizzato perfettamente la mia idea, a simboleggiare la rinascita di una speranza tra i due, il senso di attesa di qualcosa, di un giorno nuovo, di una ri-nascita. Quasi l’attesa di un figlio, in un certo senso, che porta con sé l’esigenza di dargli un nome: «Come la chiamerai?» chiede lui. «La chiamerò Carmela» risponde la donna. Che è anche una citazione dall’ultima strofa di una canzone di De Gregori, “Ipercarmela”: non so bene come mi sia arrivata questa citazione, ma ce l’avevo in testa da parecchio. In fondo era una citazione doverosa per un personaggio che in qualche modo mi ha cambiato la vita, una frase che mi si era piantata in testa e aspettava solo di uscire…

Quante cose, quanti temi importanti, la crisi e la ripresa, la morte e la rinascita…
Infatti, è per questo che lo definisco un concept album. C’è il titolo, Indifeso, che suscita curiosità, poi occorre dare una traccia per seguire tutto il percorso. Dal vivo questa traccia la racconto, ma sarebbe interessante anche realizzare il percorso inverso, magari con un ragazzino, chiedendogli di scrivere la storia che sente dietro questi ‘capitoli’ sonori. Proprio perché non ha parole, in questo disco ciascuno può trovare la sua storia e il suo modo di interpretarla.

Concluderei con una nota a margine: Indifeso ha come numero di catalogo FNET-074…
Già, abbiamo prodotto settantaquattro dischi con Fingerpicking.net…

Ed è un lavoro in cui viene fuori in maniera precisa la tua idea di fare musica…
Sì, così spero!

Allora quanto di questa idea porterai nel lavoro dell’etichetta?
Certamente, spero di portarla questa idea; anzi, vorrei sperare di averla sempre portata nel corso degli anni… Anche se – è inutile negarlo – all’inizio un editore musicale ha bisogno di fare catalogo e di raccogliere più prodotti possibili. Si cerca comunque sempre di realizzare prodotti di qualità, ma col tempo arriva anche un po’ più di esperienza e si cerca di evitare certi errori; o meglio, si cerca di guidare gli altri a evitare certi errori. Questo dovrebbe essere il ruolo dell’editore. Ecco, questo disco potrebbe rappresentare un riferimento in tal senso: un lavoro voluto e pensato, con una produzione impegnativa che mi rappresenta completamente, non una semplice ‘raccolta’ di brani. Spero che diventi una modalità di stimolo, per lavorare con persone che abbiano dei veri e propri progetti, piuttosto che idee ‘sparse’. Con la sovraesposizione che ci offre la rete, con tutti i media che abbiamo a disposizione, oggi c’è forse troppa immediatezza e poca volontà di dare organicità ai prodotti. Ritornare al concept album, anche nel modo di registrarlo per far sì che tutti i suoni abbiano una coerenza e una continuità in tutto il lavoro, è una cosa che mi è piaciuta particolarmente.

Forse è il momento di tornare a una sintesi delle cose?
Certamente, ci sono troppe variabili e troppo ‘rumore di fondo’. Troppe chiacchiere musicali, come in una discussione da bar, in cui si parla di tutto e di niente. C’è la necessità di mettere a fuoco un discorso e portarlo fino in fondo.

Tu, come Stefan Grossman o Peter Finger, sei un musicista che – per portare avanti la sua passione – la riempie di altre cose più legate al lato imprenditoriale: fai l’editore di libri, segui il sito di Fingerpicking.net, pubblichi la rivista, fino ad arrivare ora alla produzione delle chitarre Effedot… Quindi, se qualcuno ti fa osservare che fai troppe cose, forse si può anche capire, oppure no? Come vivi tutte queste ‘vite’ differenti?
Da Stefan, che in fondo è sempre stato il mio stimolo su come vivere questa dimensione, ho imparato una cosa: che noi siamo visti più che altro come degli ‘imprenditori’, ma nessuno ci vede come degli ‘altruisti’. Se invece si pensa a tutti i personaggi che Stefan ha lanciato, dallo stesso Peter Finger a Duck Baker e tanti altri, si deve ammettere che sono diventati quello che sono perché lui, a un certo punto, ha pensato che la musica fosse anche altruismo, fosse anche la possibilità, dopo aver aperto una strada per sé, di condividerla con altri. Non si tratta di ‘delirio di onnipotenza’, ma semplicemente della consapevolezza che se ho aperto dei canali che hanno funzionato per dar visibilità a ciò che faccio, li posso far utilizzare anche da altri. La mia forza diventa la forza di tutti. Ma non per rendere me ancora più forte; anzi, spesso mi metto anche da parte per far spazio ad altri…
Del resto, se un musicista ha un disco di sola chitarra, a chi lo propone? Alla EMI? Alla Warner? Meno male che esistono strutture come Fingerpicking.net, come quella di Stefan o di Peter, che almeno rappresentano un campanello a cui suonare, un orecchio disposto all’ascolto! Se poi si pensa che la nostra mentalità imprenditoriale sia mirata al lucro, evidentemente non si conosce questo mercato: un Eros Ramazzotti della chitarra non lo abbiamo. E se non c’è una ricchezza da rincorrere, o noi siamo una manica di folli, oppure siamo animati da altre esigenze…
L’idea della condivisione della musica, peraltro, in Italia l’abbiamo persa completamente. Mentre in America no: l’ho toccato con mano, ancora di recente, con il tour che abbiamo fatto io e Gavino. In America il musicista è ancora considerato e ascoltato come il ‘cantastorie’ di una volta. Da noi, invece, sta diventando parte di una casta, in cui ci si guarda uno con l’altro con sospetto, per stabilire chi è il più bravo. Questo è un problema che io, così come Stefan o Peter, non abbiamo. Altrimenti non andrei in giro con Gavino, che tecnicamente è anni luce da me e fa delle cose diverse: non ho paura di suonare con lui, di duettare anche, piuttosto che dividere soltanto uno spettacolo. Non mi sento né migliore né peggiore, ciascuno ha il suo ruolo. E il mio ruolo è anche quello di presentare delle persone che ritengo interessanti e aiutarle a esprimersi.

Continuare a fare tutte queste cose contemporaneamente, è una cosa che ti arricchisce come musicista o ti obbliga a rinunciare a qualcosa?
Personalmente mi sento arricchito da tutte queste esperienze. Ho imparato tanto da tutte le persone con cui sono venuto in contatto in questi anni. Ma è chiaro che dipende anche da come gli altri si pongono. In alcuni casi le aspettative nei miei confronti forse sono state troppo alte, e c’è chi ha pensato che bastasse fare un disco o un libro con me per ottenere eventi organizzati e suonare in tutti i festival d’Italia: non è così. Se posso, spingo gli artisti che lavorano con me, anche perché magari vendo due copie in più. Ma non si può dare tutto per scontato. Quando ho iniziato a entrare nel mondo della musica, ho conosciuto Unterberger e Grossman, però non mi sono avvicinato pretendendo qualcosa: speravo solo in una opportunità, che loro mi hanno dato; poi sono andato avanti per la mia strada. Invece c’è chi si avvicina pensando di ottenere qualcosa e, quando questo non succede, ci rimane male. Altri guardano solo al lato ‘economico’, mentre il lato economico io lo vedo solo come un completamento di un buon lavoro di gruppo…
Dal punto di vista artistico personale, poi, faccio le cose che mi sento di fare nei tempi in cui mi sento di farle. Indifeso poteva uscire cinque anni fa, se avessi sentito ch’era pronto; anche perché era pensato come regalo a mia moglie per il nostro anniversario, come un racconto della nostra vita insieme. Però non era ancora come lo volevo e ho lasciato stare. Invidio molto i colleghi che riescono a fare un disco l’anno, con dieci canzoni nuove, tutte perfette e assolutamente interessanti… Per me è impossibile, ogni cosa ha il suo tempo e deve funzionare come si deve. Quindi, se il mio disco ha bisogno di tempo per arrivare alla giusta maturazione, nel frattempo mi dedico ad altro e ci metto tutte le mie energie: libri, riviste, sito, i concerti d’estate… Cerco di fare tutto con l’energia giusta e il livello di qualità adeguato. In compenso, tendo a rimanere indietro sulle cose più banali: contabilità, adempimenti burocratici, le cose ‘noiose’ che rubano tempo alla creatività…
Poi sono assolutamente d’accordo con Daniele Bazzani, con il suo articolo “Il delirio di onnipotenza” del numero scorso, quel ‘delirio’ che porta molti a pensare che – grazie al computer e a una manciata di programmi – possano far tutto e bene nella produzione di un CD. Questo non è possibile. È per questo che sono andato a finire il mio disco da Andrea: avrei anche potuto far tutto nel mio studio, ma sentivo la necessità di confrontarmi con altri artisti e desideravo un valore aggiunto al mio lavoro, grazie alla professionalità di chi ha contribuito. Far tutto da solo sarebbe stato finanziariamente più conveniente, ma artisticamente disastroso.

In questo contesto, il progetto delle chitarre Effedot come si colloca?
Anche le chitarre Effedot non sono state un progetto ‘speculativo’, ma ‘ideativo’. Come per il disco, mi sono chiesto perché farle, se servissero davvero. L’idea era di produrre uno strumento di qualità a un prezzo assolutamente accessibile. Quando vedi che esistono produttori in grado di realizzare strumenti a prezzi davvero irrisori, perché non cercare di renderli davvero suonabili, perfezionando tastiera, manico e tutto il resto. Per riuscirci sono stato in Cina decine di volte, ma alla fine il risultato è arrivato. Anche questo, se vuoi, è stato un lavoro per ‘altri’, tant’è vero che nel disco ho usato sempre la mia Franklin… Ma quando è arrivato il momento del nostro tour in America, e si è posto il problema di che chitarre utilizzare, con Gavino ci siamo guardati in faccia e la risposta è stata semplice: prendiamo due Effedot e vediamo cosa succede a usarle ‘realmente’ per suonare in giro, in maniera professionale. E la risposta del pubblico americano, che di chitarre se ne intende, è stata incredibile: rimanevano tutti a bocca aperta quando sentivano che si trattava di strumenti da trecento dollari. La mia, poi, era completamente originale, tolta dalla scatola appena prima di partire. Siamo rimasti abbastanza sorpresi anche noi, a tal punto da decidere che i duetti presentati durante questi spettacoli finiranno in un disco, che s’intitolerà Effedot Guitar Duo. Il primo esperimento che abbiamo realizzato, registrando un video promozionale per il mercato americano e riprendendo gli strumenti solo con due microfoni alla buca, ha dato risultati sorprendenti: non c’è bisogno di aggiungere altro!

Andrea Carpi

Grazie a Mario Giovannini per il contributo alla trascrizione dell’intervista.

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