Un ricordo di Irio de Paula

a cura di Giuseppe Tropeano, Alessio Urso, Giovanna Marinuzzi, Gabriele Longo, Paolo Mari

Retrato do… Irio
(di Giuseppe Tropeano) – È un periodo triste… Tanti, troppi grandissimi artisti ci stanno lasciando, in compagnia ‘solo’ della loro musica. E chi non ha avuto la fortuna o la possibilità di vederli dal vivo o, meglio ancora, di conoscerli, dovrà prenderne purtroppo atto. E se uno di questi artisti, oltre ad aver lasciato un patrimonio artistico immenso, è inoltre strettamente legato al nostro paese, il dolore per la perdita è ancora più acuto. Così, capita che in un giorno qualsiasi non hai da fare per un momento, dai un’occhiata ai social e leggi il post di un bravissimo chitarrista brasiliano, che di nome fa Robertinho, che proprio in quel momento – il 23 maggio 2017 – scrive il proprio dolore perché il padre purtroppo non c’è più. E capisci che quel giorno qualsiasi non è più un giorno qualsiasi. Sì, perché se quel chitarrista che pubblica il post fa di cognome De Paula, realizzi in un nanosecondo che non avrai più la possibilità di andare ad ascoltare dal vivo, e magari conoscere, Irio de Paula, un chitarrista brasiliano che si è guadagnato a pieno diritto un posto nell’Olimpo. E neanche troppo lontano dal ‘capo’, chiunque esso sia.

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Un paio di mesi fa, in tempi non sospetti, telefonai ad Andrea Carpi proponendo un’intervista a Irio e lui, con grande entusiasmo, mi disse:«Sì, bravo, mi piacciono queste iniziative; c’è solo da capire come contattarlo». Risposi che sicuramente la prima prova di contatto poteva essere un messaggio privato su Facebook, che dopo dieci minuti avevo già inviato (è inutile negarlo, per queste cose i social sono fotonici). Irio quel messaggio non l’ha mai ricevuto – misteri di Inemernet – e quindi abbiamo iniziato a pensare a vie alternative, amici in comune o artisti che potevano avere un contatto diretto per poterlo raggiungere. Purtroppo non abbiamo fatto in tempo…

Un musicista superattivo, che lascia oltre cinquanta album, tra lavori da solista e in diverse formazioni. Durante gli anni ’70, accompagnò Elza Soares, una cantante brasiliana in tour in Europa, e dopo un concerto al Jazz Festival di Pescara decise di rimanere in Italia. Questo segnò l’inizio di una lunghissima serie di partecipazioni a numerosi programmi televisivi e collaborazioni con orchestre italiane, l’orchestra di Sanremo, di Palermo e la Modigliani in Toscana. La sua notorietà esplose quando il suo brano “Criança” venne scelto come colonna sonora del film L’ultima neve di primavera. Svolse in particolare un’intensa attività di session man e compositore, che lo portò a firmare le chitarre di tante incisioni discografiche, tra le quali Per un pugno di samba, album realizzato a Roma da Chico Buarque de Hollanda con arrangiamenti di Ennio Morricone. Irio collaborò con altri musicisti di fama mondiale come Chet Baker, Baden Powell, Archie Shepp, Sergio Mendes, Astrud Gilberto, Tal Farlow, solo per citarne alcuni, e suonò nei più importanti festival jazz, teatri e location di tutto il mondo.

Abbiamo cercato di raccogliere in queste pagine alcune testimonianze di chi con lui, in un modo o nell’altro, ha avuto la possibilità di avere un contatto ravvicinato, sia dal punto di vista puramente artistico che personale: Giovanna Marinuzzi, che con lui ha cantato e suonato a lungo nei primi tempi della sua permanenza in Italia; Alessio Urso, contrabbassista nel trio storico insieme al batterista Alfonso Vieira, con cui Irio ha introdotto il jazz samba nel nostro paese e inciso i primi dischi; il ‘nostro’ Gabriele Longo, appassionato di musica brasiliana, che lo ha conosciuto fin dai tempi del Folkstudio di Roma; e il nostro ‘esperto’ Paolo Mari, che si è formato alla chitarra brasiliana anche grazie a Irio.

Saravà Irio
(di Giovanna Marinuzzi) – All’inizio degli anni ’70 cominciavo a muovere i primi passi come cantante e chitarrista nell’ambito della bossa nova, prima e per molto tempo unica in Italia… Il buon Giancarlo Cesaroni fu il mio talent scout, incoraggiandomi e invitandomi per anni a proporre questa musica al ‘suo’ Folkstudio.

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Irio e Giovanna Marinuzzi al Folktudio – Roma 1979

Quando, poco dopo, Irio arrivò a Roma con il batterista Alfonso Vieira e il percussionista Mandrake al seguito della grande sambista Elza Soares, il mio primo pensiero fu quello di conoscerlo e cercare di prendere lezioni da lui. Per mia fortuna un frequentatore del Folkstudio, a quel tempo situato ancora in via Garibaldi, avendomi registrato una sera dal vivo a mia insaputa, fece sentire a Irio un brano che eseguivo, “Doralice”, e Irio ne restò piacevolmente sorpreso. Perciò, quando finalmente riuscii a contattarlo, non ci fu bisogno di presentarmi, lui già mi conosceva.

Lo invitai a prendere un caffè a casa mia – abitavo ancora dai miei – e quando arrivò, trovando lì la mia chitarra pronta per lui, cominciò a suonare per me. Non credevo alle mie orecchie! Avevo preparato il registratore, a pizze ovviamente, e lo feci subito partire. Il primo pezzo che suonò fu “Ponteio”, un pezzo virtuosistico e acrobatico che mi lasciò senza fiato. Andò avanti così per più di un’ora, lui suonando un pezzo dopo l’altro ed io senza dire una parola nel timore di spezzare quell’incantesimo. Per anni ascoltai con emozione quel nastro, ma poi un po’ alla volta lo abbandonai, dato che tutti i brani di quel nastro li andò incidendo nei dischi.

Gli chiesi di darmi lezioni, ma lui mi disse che non lo faceva. Però era talmente generoso che ogni volta che ci vedevamo, o da lui o da me per suonare un po’, se io avevo bisogno di capire qualche accordo lui si fermava e con grande pazienza me lo spiegava. Ci siamo frequentati molto. Lui i primi tempi non spiccicava una parola d’italiano, mentre io me la cavavo già discretamente col portoghese. Un’amicizia fraterna, nonostante qualche maligno la pensasse diversamente.
Irio non tornò in Brasile con Elza Soares, ma insieme ai suoi due colleghi brasiliani decise di restare a Roma… rimanendoci fino a due anni fa. Allora abitava in una pensione in via Quintino Sella e spesso, la sera, lo passavo a prendere per andare a cena in qualche trattoria di Trastevere, come Le Cabanon, il Punto e Virgola o El Trauco, dove i gestori lo accoglievano a braccia aperte, anche perché lui non si tirava indietro se gli chiedevano di suonare qualcosa.

Nel 1973 chiamarono Irio e me per cantare “Criança” (‘Bambino’), una bossa nova con testo in portoghese di Sergio Bardotti per la colonna sonora, composta da Franco Micalizzi, del film L’ultima neve di primavera. Fu inserita come Lato B del 45 giri – il Lato A conteneva il tema principale del film – e poiché il disco vendette moltissimo, per un po’ abbiamo sperato che il duo Irio e Gio’, che figurava sull’etichetta, avrebbe avuto un seguito, cosa che non avvenne almeno nei circuiti ‘commerciali’. Peccato.

5_Irio-De-Paula_La-chitarra-brasiliana_coverIl momento più bello però per me, è stato quando Cesaroni ci propose di fare una serata insieme al Folkstudio e Irio accettò. Non mi sembrava vero: suonare in duo con Irio! A quella poi seguirono molte tournée in giro per l’Italia. La cosa bella per me era che ovviamente il pubblico veniva a sentire Irio, ma quando dopo due o tre pezzi eseguiti da lui, io entravo in scena e facevo un pezzo da sola – di solito “Aguas de março” – riscuotevo un successo calorosissimo: insomma Irio mi ha fatto anche questo regalo, poter ‘godere’ del suo pubblico.
C’era l’imbarazzo del repertorio: con lui era veramente difficile deciderlo! Non mi proponeva mai per primo un brano, a lui andava bene tutto. Dovevo cercare di interpretare dal suo sguardo, in questi casi ermetico, se gli piacesse o meno… Non parliamo della scaletta! Abituato a suonare da solo o col suo trio in piena libertà – credo abbia sempre deciso al momento i brani da eseguire in concerto – non sono mai riuscita a fargliela fare!

Era bello suonare con lui: mi sentivo tranquilla anche in caso di errori, la sua musicalità era mostruosa. Cantava solo ogni tanto, canzoni dal vivo a due voci insieme a me, come “Mais um adeus” o “Você” o qualche brano che inseriva nei suoi dischi, tra cui “Teu nome em versos” – inciso per il CD Valeu! – che io avevo scritto tempo addietro e che a lui piaceva molto. Fu davvero un gran regalo. Comunque la cosa di cui andavo più orgogliosa era accompagnarlo con la chitarra in brani strumentali: duo di chitarre con Irio de Paula!

Per un periodo nei nostri concerti suonava anche il cavaquinho, ovviamente da fuoriclasse. Poi non volle più, nonostante al pubblico piacesse molto. Forse avrebbe preferito al suo fianco una chitarra a sette corde, esigenza legittima, ma non sono ahimè mai arrivata a tanto.
Sono stata contenta quando ha deciso di rientrare in Brasile, anche se sapevo che ci sarebbe mancato molto. È tornato fra i suoi cari e si è spento nella sua città. Ed anche se era diventato romano ‘di adozione’, era rimasto pur sempre carioca.

Saravà Irio!

Una grave perdita
(di Alessio Urso) – L’amore e il rispetto per la vera musica sopra ogni cosa. La professionalità massima nel gestire la propria vita in funzione della sua passione. I valori dell’amicizia e della fratellanza, il carattere mite, il rispetto per gli altri, soprattutto per quelli che condividono la sua stessa passione. Niente sfoggio di talento o di tecnica, ha insegnato a quelli che lo hanno conosciuto come dev’essere un artista professionista, cioè: il rispetto dei propri valori, con onestà e senza alcun compromesso.

Purtroppo l’Italia ha solo sfruttato la sua arte senza alcuna riconoscenza.
Irio, ci mancherai tanto. Fraternamente e amichevolmente.

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Il suo ultimo concerto romano
(di Gabriele Longo) – La mia ultima volta è stata anche la sua ultima volta. Per me, quella di aver avuto l’immenso piacere di ascoltarlo; per lui, quella di aver suonato in Italia, a Roma in particolare. Esattamente due giorni prima di ripartire per il Brasile, per Rio de Janeiro, la sua città.

La ‘nostra’ ultima volta è avvenuta di sabato, la sera di sabato del 1° di agosto 2015, in un caffè bistrot di via Veneto a Roma, l’Elegance Café. Lì, appunto, si è esibito Irio De Paula, con il suo trio formato da Nicola Borrelli al contrabbasso e Lucio Turco alla batteria.
Quella sera ho avuto la gioia di incontrare di nuovo un ‘vecchio amico’ – perso di vista da molti anni – e di ritrovare la scintilla della passione per la chitarra brasiliana, che scoprii per la prima volta nei primi anni ’70 al Folkstudio di Giancarlo Cesaroni, grazie ad un giovane chitarrista carioca.

Lo ascoltai più volte in quel locale, rapito dalla sua bravura, dalla sua comunicativa, da quel saper creare con la sua chitarra classica il groove, il balanço della musica brasiliana, del samba, della bossa nova, dello choro, tanto da rendere il proprio strumento una vera e propria piccola orchestra! Con lui scoprii e apprezzai cosa vuol dire ascoltare musica ‘popolare’ attraverso il suono di un solo strumento. Da quella chitarra sapeva ricavare il ritmo, la melodia, le armonie attraverso quella cascata di accordi sofisticati, quel suo giocare con le corde allentate e poi intrecciate fra loro a creare una sorta di cordiera di rullante di batteria, per enfatizzare alcuni passaggi ritmici: tutto era magistralmente manipolato ad arte.

Grazie a Irio mi entrò nelle vene la passione per la musica brasiliana. Non che non l’avessi frequentata in precedenza, anche se occasionalmente. I concerti di Baden Powell e Toquinho mi avevano certo colpito, e sto parlando di vette altissime. Ma fu Irio De Paula a farmi portare con semplicità, naturalezza e umiltà la musica popolare brasiliana ‘a casa’, nella mia intimità, nel chiuso della mia stanza quando provavo a imitarne qualche passaggio sulla mia chitarra.

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Irio De Paula aveva il dono di esaltare magistralmente le peculiarità della chitarra acustica e di quella elettrica, dialogando con entrambe rispettandone le rispettive peculiarità, dando loro il miglior linguaggio musicale con cui esprimersi. La sera del suo ultimo concerto romano ha suonato dell’ottimo jazz samba con la sua fedele Gibson 175, dove improvvisazione e tradizione hanno trovato il giusto equilibrio. Ma, se posso confessare una mia preferenza, adoravo il suo approccio sulla chitarra classica. Con lei non c’era più legno e corde, ma cuore e anima.

Irio De Paula era nato per raccontare di sé, suonando la chitarra.
Grazie Irio.

La ‘chitarra brasiliana’
(di Paolo Mari) – Sono molto riconoscente a Irio De Paula, per il suo fondamentale contributo alla diffusione della chitarra brasiliana in Italia. Ho avuto modo di conoscerlo personalmente in alcune occasioni, in particolare nell’estate 2015 a Talamone in provincia di Grosseto, quando si esibì in solitaria come ospite d’eccezione del festival Vele e chitarre in Maremma, organizzato dall’amica Paola Venturini.

Ricordo che quando iniziai a studiare i brani di Irio, contenuti nella videocassetta La chitarra brasiliana (Playgame Music), circa venti anni fa, fui colpito dalla sua varietà stilistica. In quel periodo mi stavo avvicinando con grande interesse a questo mondo, e scoprii quanti stili interessanti esistono nella cultura brasiliana. Nell’immaginario comune mio e di molti chitarristi, quando parlavamo di Brasile pensavamo solo a samba e bossa nova. Irio invece suonava tutto benissimo, dallo choro al baião, dallo xote al samba-funky, dal frevo alla classica.

Pur non essendo un insegnante in senso tradizionale, le sue composizioni e i suoi arrangiamenti sono ricchissimi di informazioni utili per tutti gli appassionati, sia principianti che esperti. La pulizia e la bellezza del suono della sua chitarra sono difficilmente eguagliabili. La qualità ritmica, armonica e melodica dei suoi brani è altissima. La sua musica resterà sempre, gli saremo sempre grati per le emozioni che trasmetteva con la sua arte.
Obrigado Irio!

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Redazione

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