Un ricordo di Louisiana Red

Louisiana Red (23 marzo 1932 – 25 febbraio 2012) non c’è più. Vorrei ricordarlo così, raccontando questa storia.

Düsseldorf, 2007 (foto di Till Niermann – Wikimedia Commons)

Racconta la tua storia…

I due concerti che ho suonato con Louisiana Red al Big Mama di Roma, soprattutto il secondo in occasione dell’ultimo dell’anno 2008, cinque ore e un quarto di Blues, mi hanno fatto riflettere, e insegnato molto.

So di essere un bianco italiano nato alla fine dei ’60, e non un nero del Mississippi di inizio ’900, sono stato in quella terra ed ho conosciuto più di un musicista di Blues, non è la mia prima volta. Ma entrare nel camerino del locale e trovare lui che mi saluta «Hey Dan!», seduto davanti a una stufetta, senza scarpe e con l’iPod che gli manda la musica che ascolta da sempre, mi ha fatto un certo effetto. Perché lui, quella musica, non la ascolta. Lui è ciò che suona. Ha la dignità nello stare seduto da solo che solo un nero del Sud può avere. Il suo iPod ha dentro tutta musica Blues, quella sua e dei suoi amici. E lui ti dice, con aria candida, che da una settimana ascolta solo Albert King e Robert Lockwood Jr. e sta imparando un sacco di cose e che vuole suonarle questa sera. E che vuole anche imparare a suonare jazz.
«Sono arrivato vestito come un barbone, ma salirò sul palco vestito come un Principe!» E mi mostra con orgoglio la giacca bianca che indosserà stasera sui vestiti neri. Sto imparando adesso più di quanto non abbia fatto in anni di esercizi sullo strumento. Ha comprato un nuovo overdrive e non smette di parlarne, sembra un bambino.

Ho un groppo in gola. È nato nel 1932 in Alabama, sua madre è morta dopo una settimana, il padre l’ha ucciso il Ku Klux Klan. A lui hanno rotto entrambi i polsi da bambino e la sua prima moglie è morta di cancro negli anni ’70. E lui studia ancora e suona tutto il tempo. Io mangio e respiro, per vivere, lui suona. Allora suoniamo, se è questo che vuoi.

Mi mostra una ritmica dicendo «Stasera vorrei che mi accompagnassi così quando suono questo pezzo» e io gli vado dietro con la Strato spenta come la sua, smette di accompagnare ed inizia un assolo: «Earl Hooker avrebbe suonato così, Albert King invece in questo modo». Poi suono io, e lui, che ha suonato con tutti (e quando dico tutti intendo tutti), mi chiede di insegnargli come faccio il vibrato. E cerca di copiare il movimento della mia mano sulla corda: «Interesting, you shake the whole hand». Lui che ha conosciuto Muddy Waters nello studio di Leonard Chess a Chicago, vuole imparare da me.

Cerco di non piangere. Ci ha dormito, nella stanza accanto a quella di Muddy.

Gli mostro una ritmica che ho rubato da un disco di Jimmy Reed, e lui mi dice «Jimmy dormiva spesso da me». Fanculo. Cosa posso dire o fare di più? Non mi viene altro, Red è talmente gentile che sembra un vecchio zio che non vedi da tempo. È lì che suona da chissà quanto, e non ha nessuna intenzione di smettere, non lo farà per altre cinque ore e un quarto almeno, abbiamo suonato fino alle quattro e mezzo di mattina.

Quelli come lui non ci sono quasi più, «they’re all gone» mi dice, parlando di Carey Bell, «un fratello», Muddy Waters, Little Walter, tutti. E capisco che non potrò mai essere come lui: il Blues è la musica che amo più di ogni altra, ma io ascolto lui e i suoi amici, non il contrario. Rientro in camerino poco prima di suonare e mi dice «I’m trying your vibrato thing».

E capisco. Che posso fare solo una cosa. Tutti noi musicisti possiamo fare solo una cosa. Essere noi stessi, qualunque cosa accada, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia. È come andare ad una festa e cercare di dire la battuta più divertente, o mettere il vestito più elegante. Possiamo solo ‘cercare’ di farlo. Perché alla nostra battuta ci sarà sempre qualcuno che non riderà, o a cui non piacerà il nostro vestito. Ma una cosa possiamo farla per essere accettati di sicuro, dire la verità. E questo nessuno potrà mai togliercelo, neanche qualche fottuto razzista dell’Alabama. Non suonare licks a memoria senza comprenderne il senso, ma mettere insieme le parole e fare un discorso, con le parole ci mettiamo una vita ad imparare, con le note una vita non è detto che basti. E allora cerchiamo il senso della lingua, impariamo la grammatica e la pronuncia, perché così potremo provare a parlare.

E ora sono sul palco con Louisiana Red, lui canta due strofe come solo uno con la sua vita alle spalle può fare, poi si gira verso di me e mi fa un cenno con la mano chiudendo gli occhi e chinando la testa come a dire:

«Va’, figliolo. Racconta la tua, di storia. Ti ascolto.»
Louisiana Red (23 marzo 1932 – 25 febbraio 2012) non c’è più. Vorrei ricordarlo così, raccontando questa storia.

Düsseldorf, 2007 (foto di Till Niermann – Wikimedia Commons)

Racconta la tua storia…

I due concerti che ho suonato con Louisiana Red al Big Mama di Roma, soprattutto il secondo in occasione dell’ultimo dell’anno 2008, cinque ore e un quarto di Blues, mi hanno fatto riflettere, e insegnato molto.

So di essere un bianco italiano nato alla fine dei ’60, e non un nero del Mississippi di inizio ’900, sono stato in quella terra ed ho conosciuto più di un musicista di Blues, non è la mia prima volta. Ma entrare nel camerino del locale e trovare lui che mi saluta «Hey Dan!», seduto davanti a una stufetta, senza scarpe e con l’iPod che gli manda la musica che ascolta da sempre, mi ha fatto un certo effetto. Perché lui, quella musica, non la ascolta. Lui è ciò che suona. Ha la dignità nello stare seduto da solo che solo un nero del Sud può avere. Il suo iPod ha dentro tutta musica Blues, quella sua e dei suoi amici. E lui ti dice, con aria candida, che da una settimana ascolta solo Albert King e Robert Lockwood Jr. e sta imparando un sacco di cose e che vuole suonarle questa sera. E che vuole anche imparare a suonare jazz.
«Sono arrivato vestito come un barbone, ma salirò sul palco vestito come un Principe!» E mi mostra con orgoglio la giacca bianca che indosserà stasera sui vestiti neri. Sto imparando adesso più di quanto non abbia fatto in anni di esercizi sullo strumento. Ha comprato un nuovo overdrive e non smette di parlarne, sembra un bambino.

Ho un groppo in gola. È nato nel 1932 in Alabama, sua madre è morta dopo una settimana, il padre l’ha ucciso il Ku Klux Klan. A lui hanno rotto entrambi i polsi da bambino e la sua prima moglie è morta di cancro negli anni ’70. E lui studia ancora e suona tutto il tempo. Io mangio e respiro, per vivere, lui suona. Allora suoniamo, se è questo che vuoi.

Mi mostra una ritmica dicendo «Stasera vorrei che mi accompagnassi così quando suono questo pezzo» e io gli vado dietro con la Strato spenta come la sua, smette di accompagnare ed inizia un assolo: «Earl Hooker avrebbe suonato così, Albert King invece in questo modo». Poi suono io, e lui, che ha suonato con tutti (e quando dico tutti intendo tutti), mi chiede di insegnargli come faccio il vibrato. E cerca di copiare il movimento della mia mano sulla corda: «Interesting, you shake the whole hand». Lui che ha conosciuto Muddy Waters nello studio di Leonard Chess a Chicago, vuole imparare da me.

Cerco di non piangere. Ci ha dormito, nella stanza accanto a quella di Muddy.

Gli mostro una ritmica che ho rubato da un disco di Jimmy Reed, e lui mi dice «Jimmy dormiva spesso da me». Fanculo. Cosa posso dire o fare di più? Non mi viene altro, Red è talmente gentile che sembra un vecchio zio che non vedi da tempo. È lì che suona da chissà quanto, e non ha nessuna intenzione di smettere, non lo farà per altre cinque ore e un quarto almeno, abbiamo suonato fino alle quattro e mezzo di mattina.

Quelli come lui non ci sono quasi più, «they’re all gone» mi dice, parlando di Carey Bell, «un fratello», Muddy Waters, Little Walter, tutti. E capisco che non potrò mai essere come lui: il Blues è la musica che amo più di ogni altra, ma io ascolto lui e i suoi amici, non il contrario. Rientro in camerino poco prima di suonare e mi dice «I’m trying your vibrato thing».

E capisco. Che posso fare solo una cosa. Tutti noi musicisti possiamo fare solo una cosa. Essere noi stessi, qualunque cosa accada, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia. È come andare ad una festa e cercare di dire la battuta più divertente, o mettere il vestito più elegante. Possiamo solo ‘cercare’ di farlo. Perché alla nostra battuta ci sarà sempre qualcuno che non riderà, o a cui non piacerà il nostro vestito. Ma una cosa possiamo farla per essere accettati di sicuro, dire la verità. E questo nessuno potrà mai togliercelo, neanche qualche fottuto razzista dell’Alabama. Non suonare licks a memoria senza comprenderne il senso, ma mettere insieme le parole e fare un discorso, con le parole ci mettiamo una vita ad imparare, con le note una vita non è detto che basti. E allora cerchiamo il senso della lingua, impariamo la grammatica e la pronuncia, perché così potremo provare a parlare.

E ora sono sul palco con Louisiana Red, lui canta due strofe come solo uno con la sua vita alle spalle può fare, poi si gira verso di me e mi fa un cenno con la mano chiudendo gli occhi e chinando la testa come a dire:

«Va’, figliolo. Racconta la tua, di storia. Ti ascolto.»

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  1. Matteo Reply

    Bellissime parole, bellissimi pensieri… Complimenti.

  2. NESSUNO Reply

    HO UN RICORDO SIMPATICO DI LOUISIANA RED, AL BIG MAMA, CREDO CI FOSSE BRITTI A SUONARE CON LUI QUELLA SERA, ERA TALMENTE PRESO DALLA MUSICA CHE NON SI FERMAVA MAI, UNA LOCOMOTIVA A VAPORE, GLI ALTRI CHE ERANO SUL PALCO, CERCAVANO DI CAPIRE QUANDO FINIVA IL PEZZO, MA LUI, ANDAVA AVANTI IMPERTERRITO, PRATICAMENTE, RICORDO GLI SGUARDI CHE SI SCAMBIAVANO TRA LORO, LO DOVEVANO PLACCARE MUSICALMENTE, DURANTE IL CONCERTO, PRESO DALLA FOGA DEL SUONARE È SALITO SULLA SEDIA, UN GIGANTE AI MIEI OCCHI, ESSENDO SEDUTO DI FRONTE A LUI, AD UN CERTO PUNTO PERDE L’EQUILIBRIO IN AVANTI, FORTUNATAMENTE IO ED UN MIO AMICO CON LE MANI SUL SUO PETTO EVITIAMO CHE CADA, RICORDO ANCORA IL TESSUTO DELLA CAMICIA, SEMBRAVA LISCIO COME FOSSE SETA O QUALCOSA DI SIMILE…

  3. maul Reply

    L’ho ‘visto’ anch’io qualche anno fa al Big Mama e ne ho ancora un ricordo vivo capace di emozionarmi come allora.
    R.I.P.

  4. Zio Mich Reply

    gran bell’articolo, forse il più bello che ho letto qui. Grazie Daniele della tua testimonianza.

  5. francesco Reply

    Sono contento per te che sei riuscito a dividere emozioni con un grande uomo!

  6. Alfonso Giardino
    Alfonso Giardino Reply

    Gran bella storia, Daniele.

    R.I.P., Lousiana

  7. Francesco Bucci Reply

    Commovente.

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