Un fingerstyler trasversale – Intervista a Giovanni Palombo

Giovanni Palombo

Dopo il suo esordio nel 1985 con la partecipazione all’antologia Guitaròma della Lizard di Giovanni Unterberger, Giovanni Palombo ha intrapreso un lungo itinerario per ampliare i confini del proprio fingerstyle chitarristico in ambiti differenti, in particolare affiancando all’attività solistica la formazione di gruppi musicali diversi e piccoli ensemble strumentali: dagli Albacustica a UnoDuo, da Zen Bel Jazz al suo Acoustic Trio e a varie formazioni con musicisti come Feliciano Zacchia, Rosario Jermano, Francesco Lo Cascio, Ettore Fioravanti, Gabriele Mirabassi. In questi ultimi anni è stato poi particolarmente attivo e lo abbiamo trovato alle prese con la pubblicazione di due album di spartiti, un video didattico, la registrazione di un album con il nuovo gruppo Camera Ensemble, il completamento del trittico per la Acoustic Music Records con il suo primo disco interamente solistico, La melodia segreta – A Secret Melody, e infine l’avvio di un nuovo sodalizio con il chitarrista jazz Maurizio Brunod, che ha portato alla realizzazione del recentissimo Tandem Desàrpa. In questa intervista ci racconta come l’insieme di questi dialoghi musicali abbia permesso la maturazione di una sua dimensione peculiare, che lui ama definire di ‘fingerstyler trasversale’.

Dopo i primi due dischi con la Acoustic Music Records, Duos & Trios – Guitar Dialogues del 2003 e Folk frontiera del 2006, entrambi incentrati prevalentemente sull’interazione tra chitarra acustica e altri strumenti, sei uscito nel 2008 con l’album di spartiti Mediterranean Fingerstyle Compositions – Transcriptions for Solo Guitar from the CD ‘Duos & Trios’. Nella “Presentazione” scrivi che  «potenzialmente ogni brano si adatta alla esecuzione solista o di ensemble con nessuna o poche modifiche»: come vedi il rapporto tra la chitarra sola e i gruppi strumentali con chitarra?
L’idea della chitarra acustica che, senza perdere la sua potenzialità, fosse inserita in un contesto di gruppo, è sempre stata per me una meta da raggiungere. Forse per la mia formazione, la chitarra sola da un lato e il divertimento in gruppo “in cantina” dall’altro, o forse per la grande impressione che intorno ai venti anni mi fecero i Pentangle, e successivamente gli Oregon di Ralph Towner. All’epoca il grande problema era avere una amplificazione di qualità decente, suonare l’acustica o la classica in gruppo con velleità solistiche era un’ambizione che pochi si sognavano di avere. La scommessa era quella di inventare un ruolo della chitarra nell’arrangiamento d’insieme, che non si limitasse al classico strumming di accompagnamento o a qualche frase pentatonica. Inoltre si trattava anche di trovare le persone giuste con cui sperimentare questi suoni, perché le sfumature da cogliere erano molto maggiori che non quelle da “plug and play” del rock, del blues o del pop. Ripeto però che gli esempi di John Renbourn e di Ralph Towner mi hanno sempre ispirato. Mi mostravano che si può essere solisti e, usando basilarmente la stessa tecnica, suonare in gruppo. Occorre un bagaglio più ampio di armonia, uno slancio inventivo rispetto alla relazione con gli altri strumenti, un occhio attento alla dinamica e alle sfumature, il piacere della condivisione con gli altri strumenti. Trovo che questo sia l’incontro tra l’approccio del musicista classico con l’inventiva e a volte la informalità presenti nel folk e nel jazz.
 
Nel 2009 hai realizzato un DVD didattico per la Playgame Music, La chitarra acustica fingerstyle – Gli stili e le tecniche, nel quale passi in rassegna i numerosi elementi del tuo bagaglio musicale: fingerstyle tradizionale, blues, ragtime, walking bass, musica celtica e accordatura DADGAD, fingerstyle rock, stile percussivo e tapping…
Come didatta ho una esperienza piuttosto lunga, e in questo caso la Playgame voleva realizzare una carrellata sul maggior numero di stili dell’acustica. Una sorta di antologia legata alla tecnica, affrontabile dal chitarrista medio e con alcuni brani classici come riferimento. Ho accettato con entusiasmo questa opportunità, i differenti stili danno l’opportunità di inventare il proprio stile personale, ricavando elementi diversi la cui miscela può determinare un linguaggio nuovo, o comunque diverso e originale. Inoltre la conoscenza dello stile di base permette spesso una maggiore comprensione del proprio percorso.
 
L’anno seguente vede la luce per la Helikonia Factory un tuo nuovo progetto di gruppo, Camera Ensemble.

Sì, insieme a me ci sono Gabriele Coen al clarinetto e sax, Benny Penazzi al violoncello e Andrea Piccioni alle percussioni etniche, tutti musicisti esperti e di livello. Le composizioni sono principalmente mie, e alcune di Coen e di Penazzi. È un gruppo che mi entusiasma, perché coniuga molto bene i vari elementi che mi caratterizzano. Infatti c’è dentro un aspetto classicheggiante da musica da camera (anche se il violoncello di Benny è suonato in una veste molto moderna), un aspetto popolare legato alle percussioni di Andrea, la musica jazz e qualche accenno klezmer da cui proviene Gabriele, e tutto il mio vario retroterra. Una miscela composita che definiamo etno-jazz, oppure più semplicemente world music.  All’inizio è stato un po’ faticoso trovare un’espressione comune che mettesse insieme tutti questi elementi. Ci siamo dovuti impegnare in modo particolare per articolare l’insieme, calibrare le specificità dei vari strumenti. Era la prima volta che scrivevo e arrangiavo anche per un violoncello, per me è stata una bella prova e sono soddisfatto del risultato. È un’esperienza che ha affinato la mia capacità sia di suonare in un gruppo particolare come questo, sia di arrangiare in modo più compiuto le composizioni.

Nello stesso anno esce anche l’album di spartiti Acoustic Shapes – Disegni melodici ed armonici della chitarra fingerstyle, edito da Carisch, che raccoglie tue composizioni da Zen Bel Jazz del 1999 a Camera Ensemble: come hai organizzato questa antologia e che senso attribuisci al suggestivo titolo?
Acoustic Shapes raccoglie composizioni che rappresentano le differenti direzioni che la chitarra acustica può prendere, e per questo ho attinto a brani che ho scritto in periodi diversi. Ognuno sottolinea un disegno della chitarra; ci sono i brani più ‘storici’ come “La notte che inventarono il rock’n’roll” e il percussivo “A briglie sciolte”, legati a una visione della chitarra più tipicamente fingerstyle. Poi il blues-walkin’ bass di “Mr.Kelly”, ma anche brani in equilibrio tra jazz e musica classica, come “La profezia dell’armeno” e “Omaggio ad Astor”. Il titolo sintetizza di nuovo la mia filosofia di base, la potenzialità della chitarra acustica legata alla trasversalità, la bellezza della melodia che si poggia su strutture armoniche compiute, più o meno complesse, la capacità di disegnare forme diverse ed esplorare ambiti diversi.

Il tuo terzo album per la Acoustic Music Records, La melodia segreta – A Secret Melody del 2011, è in effetti il tuo primo lavoro discografico interamente dedicato alla chitarra sola.
Sì, non ho voluto trascurare la mia posizione di solista di chitarra acustica. L’album raccoglie le mie composizioni per sola chitarra degli ultimi tre anni, sottolineando la mia propensione per la melodia e allo stesso tempo approfondendo la parte di improvvisazione per sola chitarra, un aspetto che continuo a studiare e perfezionare. La parte più fingerstyle è presente in brani come “Martyn”, un sentito omaggio a John Martyn, e “Corsa del sole lungo il profilo delle colline”; mentre la parte più mediterranea è contenuta in brani come “Quién sabe?” e “Dove finiscono le mie dita”, ancora un omaggio – questa volta al grande De André – ripreso da un suo celebre verso: «pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra». Naturalmente suono buona parte di questo ultimo lavoro nei miei concerti solisti, e a questo proposito vorrei citare la grande soddisfazione di aver aperto il concerto di Ralph Towner all’International Guitar Festival di Rieti a settembre 2011, nella bellissima cornice del teatro Vespasiano e in una bella atmosfera ‘ibrida’ tra chitarra classica e chitarra acustica. Il titolo e il contenuto del CD alludono alla mia convinzione che le composizioni più che costruite o inventate siano svelate, e che la maturità artistica consiste soprattutto nel prendere coscienza di questo, maturare la capacità di sintonizzarsi con la musica in senso lato, ampliando la propria consapevolezza.

E arriviamo così alla tua ultima nuova esperienza, concretizzata in un disco fresco di stampa
Il nuovo CD Tandem Desàrpa inaugura la mia presenza discografica su Fingerpicking.net, collaborazione della quale sono particolarmente felice, vista la mia amicizia di vecchia data con molti protagonisti di questa importante realtà italiana. È un lavoro che mi ha dato grande soddisfazione, alla cui base c’è l’incontro tra il fingerstyle e il jazz attraverso un duo di chitarre formato da me e Maurizio Brunod, che è stato il vero promotore di questo progetto. Maurizio appartiene all’area jazz, suona in diversi gruppi, ed è un bravissimo chitarrista che fa un’importante ricerca sul suono. Suona chitarra classica e acustica, e naturalmente elettrica, usando in quest’ultima una serie di effetti e di peculiarità sonore che lo hanno reso giustamente famoso. Il nostro è stato un incontro molto piacevole anche sul piano umano e dell’amicizia, mentre musicalmente abbiamo in comune l’amore per il jazz europeo, per gruppi e chitarristi storici e fondativi come gli Oregon, Ralph Towner ed Egberto Gismonti. Il titolo Tandem Desàrpa, è una sorta di gioco di parole che accenna al duo (‘Tandem’), mentre ‘Desàrpa’ sembra evocare il suono di molteplici corde raccolte in una simbolica arpa, anche se in realtà è il termine dialettale che indica il ritorno festoso delle mandrie valdostane dai pascoli alti, a fine estate. Il termine mi era piaciuto al di là del significato, e così lo abbiamo tenuto, anche considerando che la registrazione è stata fatta nello studio casalingo di Maurizio, a mezza costa e con vista montagna. Ognuno di noi due ha preparato alcuni brani, scrivendo anche l’arrangiamento per la seconda chitarra, e con gli aggiustamenti del caso abbiamo cercato un incontro tra jazz e fingerstyle. Significativa anche la parte delle improvvisazioni, fino a un brano chiamato “Tandem Impro”, che nasce completamente improvvisato, anche se all’ascolto sembra perfettamente strutturato, una bella soddisfazione. Del resto anche nei concerti dal vivo proponiamo sempre un paio di brani totalmente improvvisati. Un bel modo di lavorare sulla creatività, l’ascolto reciproco, la composizione istantanea.

Giovanni Palombo e Maurizio Brunod

Insomma ne hai messa di carne al fuoco in questi ultimi cinque anni! Che bilancio faresti di questo tuo ultimo periodo?
È stato un periodo che considero molto proficuo, con alcune collaborazioni che hanno confermato la mia posizione di ‘fingerstyler trasversale’. Intendo con questa espressione la maturazione di un percorso musicale, che mi ha permesso di affiancare al mio repertorio di sola chitarra fingerstyle la possibilità di suonare in modo soddisfacente in relazione ad altri strumenti e in ensemble, mantenendo una tecnica basilarmente fingerstyle, ma con elementi che prevedono un approfondimento dell’armonia e la capacità di improvvisare. Dopo molti anni di studio ed esperienza, mi sento abbastanza soddisfatto di questa mia peculiarità, anche per il riconoscimento che lentamente mi sembra sia arrivato in diversi ambiti. Ho dichiarato molte volte che alla posizione di ‘one man band’ della chitarra acustica, per quanto bella ed entusiasmante, spesso consegue una sorta di rinuncia al dialogo musicale, mentre alcune volte occorre essere un po’ meno chitarristi e un po’ più musicisti. Mi sembra comunque che questo pensiero sia ora fatto proprio da diversi chitarristi.

E in che modo vivi, arrivato a questo punto, il tuo esserti prodigato negli anni ad affiancare alla tua attività di musicista un molteplice impegno come insegnante, organizzatore di concerti con la rassegna ‘Le Acustiche’, giornalista?
Spesso, anche storicamente, il musicista, sia esso classico, jazz o rock, si prodiga anche come didatta, a volte per necessità economica, ma a volte anche perché creare una scuola di pensiero consegue in modo naturale alla musica (ma più in generale all’arte, alla scienza e alla filosofia). In alcuni periodi è faticoso, ti sottrae energia e tempo per i progetti che vuoi portare avanti, altre volte stimola il confronto, ti costringe ad essere aggiornato, migliora la tua stessa conoscenza della musica, attraverso le domande e le necessità degli studenti. La parte giornalistica mi ha insegnato molto sul piano della riflessione, e soprattutto mi ha dato la opportunità di incontrare artisti famosi, di imparare attraverso le loro idee, il loro lavoro, e l’ascolto approfondito della loro musica. A volte ho l’impressione che avrei raggiunto più direttamente alcune mete artistiche evitando queste attività collaterali, ma altre volte mi sembra che esse abbiano contribuito in modo non secondario a tutto quello che sono riuscito ad esprimere. La veste di organizzatore di eventi come ‘Le Acustiche’ è stata quella più faticosa, perché lì devi misurarti con elementi che all’inizio per un artista sono imponderabili: fare tornare i conti, gestire una serie di cose che hanno molto a che vedere con lo spettacolo e poco con l’arte, gestire le relazioni con gli artisti stessi, nella duplice veste di artista e direttore artistico; non è facile. Ma anche da questa esperienza credo di avere imparato qualcosa sui meccanismi che stanno dietro il concerto, e ho avuto la possibilità di conoscere in modo più completo una serie di chitarristi che stimo e ammiro.
 
Per finire, una domanda sulla strumentazione: a che punto è la tua strumentazione e in che modo riflette la tua posizione di ‘fingerstyler trasversale’?
Cerco di avere una strumentazione essenziale, la mia Lakewood M32 CP acustica, e a volte in studio anche una classica, sempre Lakewood M32, che uso per brani specifici. La Lakewood è una chitarra versatile con cui mi trovo veramente bene. È amplificata dal NanoFlex + NanoMag della Shadow, pickup di nuova generazione miscelabili, a cui sommo a volte un pick magnetico che monto ‘al volo’ sulla buca; posso dosare a piacere i vari pickup, e questo è comodo per avere un suono che mantenga le qualità acustiche e resti sufficientemente potente quando suoni in gruppo. Alcuni anni fa ho usato saltuariamente una semiacustica Manne, in quintetto e sestetto, e anche in una orchestra jazz (in questi casi l’acustica è veramente sovrastata dai suoni). Con le nuove possibilità di amplificazione del suono, anche con il gruppo è tutto più gestibile, anche se dal vivo permangono alcune difficoltà soprattutto nel momento degli assolo. Uso sempre il mio ampli SR Jam 400 come monitor oltre a quelli dell’impianto. Questo mi permette di avere il mio suono quasi ovunque. A volte in solo uso il pedale loop Boss RC2, ma con moderazione.
 
Previsioni per il prossimo futuro?
Portare in concerto il duo Tandem Desàrpa il più possibile, e proseguire l’attività con il Camera Ensemble. Sul piano didattico sto poi scrivendo, anche se con imperdonabile lentezza, un libro sull’improvvisazione per sola chitarra. Su YouTube sono presenti alcune mie esecuzioni di miei brani ‘classici’, in una veste più moderna e con spazi di improvvisazione, in cui è evidente la mia idea di coniugare parti melodiche e improvvisazione.(*)

Andrea Carpi

(*) Per chi volesse questi sono i link:
“Martyn”: http://youtu.be/cNSKauMcg3Y
“Anna e Maurizio”: http://youtu.be/GCPn1X5qnes
“A briglie sciolte”: http://youtu.be/EEkiZa6JPQk
“La notte che inventarono il rock & roll”: http://youtu.be/_9HP3-qdWdY
“Camera Ensemble Promo”: http://youtu.be/nX9UcRtPmDI


Chitarra Acustica, 3/2012. pp. 30-33

Giovanni Palombo

Dopo il suo esordio nel 1985 con la partecipazione all’antologia Guitaròma della Lizard di Giovanni Unterberger, Giovanni Palombo ha intrapreso un lungo itinerario per ampliare i confini del proprio fingerstyle chitarristico in ambiti differenti, in particolare affiancando all’attività solistica la formazione di gruppi musicali diversi e piccoli ensemble strumentali: dagli Albacustica a UnoDuo, da Zen Bel Jazz al suo Acoustic Trio e a varie formazioni con musicisti come Feliciano Zacchia, Rosario Jermano, Francesco Lo Cascio, Ettore Fioravanti, Gabriele Mirabassi. In questi ultimi anni è stato poi particolarmente attivo e lo abbiamo trovato alle prese con la pubblicazione di due album di spartiti, un video didattico, la registrazione di un album con il nuovo gruppo Camera Ensemble, il completamento del trittico per la Acoustic Music Records con il suo primo disco interamente solistico, La melodia segreta – A Secret Melody, e infine l’avvio di un nuovo sodalizio con il chitarrista jazz Maurizio Brunod, che ha portato alla realizzazione del recentissimo Tandem Desàrpa. In questa intervista ci racconta come l’insieme di questi dialoghi musicali abbia permesso la maturazione di una sua dimensione peculiare, che lui ama definire di ‘fingerstyler trasversale’.

Dopo i primi due dischi con la Acoustic Music Records, Duos & Trios – Guitar Dialogues del 2003 e Folk frontiera del 2006, entrambi incentrati prevalentemente sull’interazione tra chitarra acustica e altri strumenti, sei uscito nel 2008 con l’album di spartiti Mediterranean Fingerstyle Compositions – Transcriptions for Solo Guitar from the CD ‘Duos & Trios’. Nella “Presentazione” scrivi che  «potenzialmente ogni brano si adatta alla esecuzione solista o di ensemble con nessuna o poche modifiche»: come vedi il rapporto tra la chitarra sola e i gruppi strumentali con chitarra?
L’idea della chitarra acustica che, senza perdere la sua potenzialità, fosse inserita in un contesto di gruppo, è sempre stata per me una meta da raggiungere. Forse per la mia formazione, la chitarra sola da un lato e il divertimento in gruppo “in cantina” dall’altro, o forse per la grande impressione che intorno ai venti anni mi fecero i Pentangle, e successivamente gli Oregon di Ralph Towner. All’epoca il grande problema era avere una amplificazione di qualità decente, suonare l’acustica o la classica in gruppo con velleità solistiche era un’ambizione che pochi si sognavano di avere. La scommessa era quella di inventare un ruolo della chitarra nell’arrangiamento d’insieme, che non si limitasse al classico strumming di accompagnamento o a qualche frase pentatonica. Inoltre si trattava anche di trovare le persone giuste con cui sperimentare questi suoni, perché le sfumature da cogliere erano molto maggiori che non quelle da “plug and play” del rock, del blues o del pop. Ripeto però che gli esempi di John Renbourn e di Ralph Towner mi hanno sempre ispirato. Mi mostravano che si può essere solisti e, usando basilarmente la stessa tecnica, suonare in gruppo. Occorre un bagaglio più ampio di armonia, uno slancio inventivo rispetto alla relazione con gli altri strumenti, un occhio attento alla dinamica e alle sfumature, il piacere della condivisione con gli altri strumenti. Trovo che questo sia l’incontro tra l’approccio del musicista classico con l’inventiva e a volte la informalità presenti nel folk e nel jazz.
 
Nel 2009 hai realizzato un DVD didattico per la Playgame Music, La chitarra acustica fingerstyle – Gli stili e le tecniche, nel quale passi in rassegna i numerosi elementi del tuo bagaglio musicale: fingerstyle tradizionale, blues, ragtime, walking bass, musica celtica e accordatura DADGAD, fingerstyle rock, stile percussivo e tapping…
Come didatta ho una esperienza piuttosto lunga, e in questo caso la Playgame voleva realizzare una carrellata sul maggior numero di stili dell’acustica. Una sorta di antologia legata alla tecnica, affrontabile dal chitarrista medio e con alcuni brani classici come riferimento. Ho accettato con entusiasmo questa opportunità, i differenti stili danno l’opportunità di inventare il proprio stile personale, ricavando elementi diversi la cui miscela può determinare un linguaggio nuovo, o comunque diverso e originale. Inoltre la conoscenza dello stile di base permette spesso una maggiore comprensione del proprio percorso.
 
L’anno seguente vede la luce per la Helikonia Factory un tuo nuovo progetto di gruppo, Camera Ensemble.

Sì, insieme a me ci sono Gabriele Coen al clarinetto e sax, Benny Penazzi al violoncello e Andrea Piccioni alle percussioni etniche, tutti musicisti esperti e di livello. Le composizioni sono principalmente mie, e alcune di Coen e di Penazzi. È un gruppo che mi entusiasma, perché coniuga molto bene i vari elementi che mi caratterizzano. Infatti c’è dentro un aspetto classicheggiante da musica da camera (anche se il violoncello di Benny è suonato in una veste molto moderna), un aspetto popolare legato alle percussioni di Andrea, la musica jazz e qualche accenno klezmer da cui proviene Gabriele, e tutto il mio vario retroterra. Una miscela composita che definiamo etno-jazz, oppure più semplicemente world music.  All’inizio è stato un po’ faticoso trovare un’espressione comune che mettesse insieme tutti questi elementi. Ci siamo dovuti impegnare in modo particolare per articolare l’insieme, calibrare le specificità dei vari strumenti. Era la prima volta che scrivevo e arrangiavo anche per un violoncello, per me è stata una bella prova e sono soddisfatto del risultato. È un’esperienza che ha affinato la mia capacità sia di suonare in un gruppo particolare come questo, sia di arrangiare in modo più compiuto le composizioni.

Nello stesso anno esce anche l’album di spartiti Acoustic Shapes – Disegni melodici ed armonici della chitarra fingerstyle, edito da Carisch, che raccoglie tue composizioni da Zen Bel Jazz del 1999 a Camera Ensemble: come hai organizzato questa antologia e che senso attribuisci al suggestivo titolo?
Acoustic Shapes raccoglie composizioni che rappresentano le differenti direzioni che la chitarra acustica può prendere, e per questo ho attinto a brani che ho scritto in periodi diversi. Ognuno sottolinea un disegno della chitarra; ci sono i brani più ‘storici’ come “La notte che inventarono il rock’n’roll” e il percussivo “A briglie sciolte”, legati a una visione della chitarra più tipicamente fingerstyle. Poi il blues-walkin’ bass di “Mr.Kelly”, ma anche brani in equilibrio tra jazz e musica classica, come “La profezia dell’armeno” e “Omaggio ad Astor”. Il titolo sintetizza di nuovo la mia filosofia di base, la potenzialità della chitarra acustica legata alla trasversalità, la bellezza della melodia che si poggia su strutture armoniche compiute, più o meno complesse, la capacità di disegnare forme diverse ed esplorare ambiti diversi.

Il tuo terzo album per la Acoustic Music Records, La melodia segreta – A Secret Melody del 2011, è in effetti il tuo primo lavoro discografico interamente dedicato alla chitarra sola.
Sì, non ho voluto trascurare la mia posizione di solista di chitarra acustica. L’album raccoglie le mie composizioni per sola chitarra degli ultimi tre anni, sottolineando la mia propensione per la melodia e allo stesso tempo approfondendo la parte di improvvisazione per sola chitarra, un aspetto che continuo a studiare e perfezionare. La parte più fingerstyle è presente in brani come “Martyn”, un sentito omaggio a John Martyn, e “Corsa del sole lungo il profilo delle colline”; mentre la parte più mediterranea è contenuta in brani come “Quién sabe?” e “Dove finiscono le mie dita”, ancora un omaggio – questa volta al grande De André – ripreso da un suo celebre verso: «pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra». Naturalmente suono buona parte di questo ultimo lavoro nei miei concerti solisti, e a questo proposito vorrei citare la grande soddisfazione di aver aperto il concerto di Ralph Towner all’International Guitar Festival di Rieti a settembre 2011, nella bellissima cornice del teatro Vespasiano e in una bella atmosfera ‘ibrida’ tra chitarra classica e chitarra acustica. Il titolo e il contenuto del CD alludono alla mia convinzione che le composizioni più che costruite o inventate siano svelate, e che la maturità artistica consiste soprattutto nel prendere coscienza di questo, maturare la capacità di sintonizzarsi con la musica in senso lato, ampliando la propria consapevolezza.

E arriviamo così alla tua ultima nuova esperienza, concretizzata in un disco fresco di stampa
Il nuovo CD Tandem Desàrpa inaugura la mia presenza discografica su Fingerpicking.net, collaborazione della quale sono particolarmente felice, vista la mia amicizia di vecchia data con molti protagonisti di questa importante realtà italiana. È un lavoro che mi ha dato grande soddisfazione, alla cui base c’è l’incontro tra il fingerstyle e il jazz attraverso un duo di chitarre formato da me e Maurizio Brunod, che è stato il vero promotore di questo progetto. Maurizio appartiene all’area jazz, suona in diversi gruppi, ed è un bravissimo chitarrista che fa un’importante ricerca sul suono. Suona chitarra classica e acustica, e naturalmente elettrica, usando in quest’ultima una serie di effetti e di peculiarità sonore che lo hanno reso giustamente famoso. Il nostro è stato un incontro molto piacevole anche sul piano umano e dell’amicizia, mentre musicalmente abbiamo in comune l’amore per il jazz europeo, per gruppi e chitarristi storici e fondativi come gli Oregon, Ralph Towner ed Egberto Gismonti. Il titolo Tandem Desàrpa, è una sorta di gioco di parole che accenna al duo (‘Tandem’), mentre ‘Desàrpa’ sembra evocare il suono di molteplici corde raccolte in una simbolica arpa, anche se in realtà è il termine dialettale che indica il ritorno festoso delle mandrie valdostane dai pascoli alti, a fine estate. Il termine mi era piaciuto al di là del significato, e così lo abbiamo tenuto, anche considerando che la registrazione è stata fatta nello studio casalingo di Maurizio, a mezza costa e con vista montagna. Ognuno di noi due ha preparato alcuni brani, scrivendo anche l’arrangiamento per la seconda chitarra, e con gli aggiustamenti del caso abbiamo cercato un incontro tra jazz e fingerstyle. Significativa anche la parte delle improvvisazioni, fino a un brano chiamato “Tandem Impro”, che nasce completamente improvvisato, anche se all’ascolto sembra perfettamente strutturato, una bella soddisfazione. Del resto anche nei concerti dal vivo proponiamo sempre un paio di brani totalmente improvvisati. Un bel modo di lavorare sulla creatività, l’ascolto reciproco, la composizione istantanea.

Giovanni Palombo e Maurizio Brunod

Insomma ne hai messa di carne al fuoco in questi ultimi cinque anni! Che bilancio faresti di questo tuo ultimo periodo?
È stato un periodo che considero molto proficuo, con alcune collaborazioni che hanno confermato la mia posizione di ‘fingerstyler trasversale’. Intendo con questa espressione la maturazione di un percorso musicale, che mi ha permesso di affiancare al mio repertorio di sola chitarra fingerstyle la possibilità di suonare in modo soddisfacente in relazione ad altri strumenti e in ensemble, mantenendo una tecnica basilarmente fingerstyle, ma con elementi che prevedono un approfondimento dell’armonia e la capacità di improvvisare. Dopo molti anni di studio ed esperienza, mi sento abbastanza soddisfatto di questa mia peculiarità, anche per il riconoscimento che lentamente mi sembra sia arrivato in diversi ambiti. Ho dichiarato molte volte che alla posizione di ‘one man band’ della chitarra acustica, per quanto bella ed entusiasmante, spesso consegue una sorta di rinuncia al dialogo musicale, mentre alcune volte occorre essere un po’ meno chitarristi e un po’ più musicisti. Mi sembra comunque che questo pensiero sia ora fatto proprio da diversi chitarristi.

E in che modo vivi, arrivato a questo punto, il tuo esserti prodigato negli anni ad affiancare alla tua attività di musicista un molteplice impegno come insegnante, organizzatore di concerti con la rassegna ‘Le Acustiche’, giornalista?
Spesso, anche storicamente, il musicista, sia esso classico, jazz o rock, si prodiga anche come didatta, a volte per necessità economica, ma a volte anche perché creare una scuola di pensiero consegue in modo naturale alla musica (ma più in generale all’arte, alla scienza e alla filosofia). In alcuni periodi è faticoso, ti sottrae energia e tempo per i progetti che vuoi portare avanti, altre volte stimola il confronto, ti costringe ad essere aggiornato, migliora la tua stessa conoscenza della musica, attraverso le domande e le necessità degli studenti. La parte giornalistica mi ha insegnato molto sul piano della riflessione, e soprattutto mi ha dato la opportunità di incontrare artisti famosi, di imparare attraverso le loro idee, il loro lavoro, e l’ascolto approfondito della loro musica. A volte ho l’impressione che avrei raggiunto più direttamente alcune mete artistiche evitando queste attività collaterali, ma altre volte mi sembra che esse abbiano contribuito in modo non secondario a tutto quello che sono riuscito ad esprimere. La veste di organizzatore di eventi come ‘Le Acustiche’ è stata quella più faticosa, perché lì devi misurarti con elementi che all’inizio per un artista sono imponderabili: fare tornare i conti, gestire una serie di cose che hanno molto a che vedere con lo spettacolo e poco con l’arte, gestire le relazioni con gli artisti stessi, nella duplice veste di artista e direttore artistico; non è facile. Ma anche da questa esperienza credo di avere imparato qualcosa sui meccanismi che stanno dietro il concerto, e ho avuto la possibilità di conoscere in modo più completo una serie di chitarristi che stimo e ammiro.
 
Per finire, una domanda sulla strumentazione: a che punto è la tua strumentazione e in che modo riflette la tua posizione di ‘fingerstyler trasversale’?
Cerco di avere una strumentazione essenziale, la mia Lakewood M32 CP acustica, e a volte in studio anche una classica, sempre Lakewood M32, che uso per brani specifici. La Lakewood è una chitarra versatile con cui mi trovo veramente bene. È amplificata dal NanoFlex + NanoMag della Shadow, pickup di nuova generazione miscelabili, a cui sommo a volte un pick magnetico che monto ‘al volo’ sulla buca; posso dosare a piacere i vari pickup, e questo è comodo per avere un suono che mantenga le qualità acustiche e resti sufficientemente potente quando suoni in gruppo. Alcuni anni fa ho usato saltuariamente una semiacustica Manne, in quintetto e sestetto, e anche in una orchestra jazz (in questi casi l’acustica è veramente sovrastata dai suoni). Con le nuove possibilità di amplificazione del suono, anche con il gruppo è tutto più gestibile, anche se dal vivo permangono alcune difficoltà soprattutto nel momento degli assolo. Uso sempre il mio ampli SR Jam 400 come monitor oltre a quelli dell’impianto. Questo mi permette di avere il mio suono quasi ovunque. A volte in solo uso il pedale loop Boss RC2, ma con moderazione.
 
Previsioni per il prossimo futuro?
Portare in concerto il duo Tandem Desàrpa il più possibile, e proseguire l’attività con il Camera Ensemble. Sul piano didattico sto poi scrivendo, anche se con imperdonabile lentezza, un libro sull’improvvisazione per sola chitarra. Su YouTube sono presenti alcune mie esecuzioni di miei brani ‘classici’, in una veste più moderna e con spazi di improvvisazione, in cui è evidente la mia idea di coniugare parti melodiche e improvvisazione.(*)

Andrea Carpi

(*) Per chi volesse questi sono i link:
“Martyn”: http://youtu.be/cNSKauMcg3Y
“Anna e Maurizio”: http://youtu.be/GCPn1X5qnes
“A briglie sciolte”: http://youtu.be/EEkiZa6JPQk
“La notte che inventarono il rock & roll”: http://youtu.be/_9HP3-qdWdY
“Camera Ensemble Promo”: http://youtu.be/nX9UcRtPmDI


Chitarra Acustica, 3/2012. pp. 30-33

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