Un anno di Beatles – 11

«Words are flying out like endless rain»

Dall’inizio della serie è stato evidente un nostro approccio scherzoso all’argomento, un po’ come fosse un gioco. Questa volta facciamo ancora più (o meno) sul serio e cambiamo le carte in tavola, stravolgendo il corso della storia, degli eventi.
Gli appassionati dei Fab Four avranno forse già capito di cosa parliamo, gli altri lo scopriranno a breve.
Tratteremo Let It Be, ultimo disco ufficiale della band, come se non fosse l’ultimo.
Perché, in effetti, ultimo non fu.


Cosa vuol dire? Per una serie di eventi, il materiale che oggi ben conosciamo e che compone la scaletta di questo album, uscì nel maggio 1970 ma fu registrato in buona parte all’inizio del 1969, prima che iniziassero le registrazioni di Abbey Road, penultima uscita ufficiale del gruppo. Doveva intitolarsi Get Back ed essere prodotto da Glyn Johns, ma i quattro non furono contenti del risultato, per cui fu temporaneamente accantonato e ripreso in seguito. Johns dovette farsi carico di selezionare qualcosa di decente da centinaia di ore di registrazione, compito così arduo da risultare a lui impossibile. La missione fu portata a termine dall’americano Phil Spector, non senza problemi, come vedremo.
Quindi, l’ultimo disco registrato, Abbey Road, sarà per noi l’ultima puntata della serie.
Visto che giochiamo, prendiamoci il lusso di togliere una cosa praticamente inutile come “Dig It” (già sentiamo le urla dei fan), sostituendola con la splendida “Don’t Let Me Down” e la geniale e divertente “You Know My Name (Look Up the Number)”, retro del singolo “Let It Be”.
Ecco la nuova, inesistente scaletta:

1. Two of Us
2. Dig a Pony
3. Across the Universe
4. I Me Mine (Harrison)
5. Don’t Let Me Down
6. Let It Be
7. Maggie Mae
8. I’ve Got a Feeling
9. One after 909
10. The Long and Winding Road
11. For You Blue (Harrison)
12. You Know My Name (Look Up the Number)
13. Get Back

Non male!
Andiamo per ordine.
Il progetto nasceva come un disco e un documentario live, una ripresa più reale possibile del gruppo al lavoro, telecamere sempre accese per scoprire come la più grande band del pianeta scrivesse, provasse, registrasse. Tutta la musica doveva essere suonata dal vivo, senza sovraincisioni. Una sorta di Grande Fratello che avrebbe di sicuro incuriosito milioni di persone, e più.


Il problema era che i quattro, dopo anni a strettissimo contatto, si sopportavano appena, spesso lavoravano separatamente e litigavano anche in maniera pesante coinvolgendo tecnici e produzione; diverse persone si erano già rifiutate di lavorare ancora con loro.
Volevano (in realtà il progetto era voluto da Paul, più che dagli altri) che fosse un film ‘reale’ e purtroppo lo fu. Le telecamere ripresero in maniera impietosa lo sgretolarsi di una band e le discussioni che nessuno dovrebbe mai vedere: non si entra negli spogliatoi di una squadra di calcio alla fine del primo tempo di una finale mondiale, se non si gioca in quella squadra.
E allora ecco Ringo subire passivamente tutto ciò che accade, George suonare ciò che gli viene chiesto ma ribattere alla sua maniera tagliente, John prendere parte in modo piuttosto distaccato o freddare tutti con uno sguardo dei suoi, e Paul recitare stancamente una parte che sapeva essere falsa e inutile.
Per fortuna che di quel film entrò a far parte la leggendaria esibizione sul tetto della Apple, poche canzoni per vedere i Beatles al lavoro un’ultima volta, con la gente in strada incredula e a bocca aperta fissando il cielo, e la polizia che li fa smettere di suonare perché non autorizzati: quanta ironia nel finale.


Nonostante tutto, eccoci a scrivere di un pezzo di storia.
Molti di noi si taglierebbero un braccio per aver scritto “Across the Universe” o “Let It Be”, “Get Back” o “I’Ve Got a Feeling”. Songwriting ai massimi livelli, qualcosa di grande ancora usciva dalle menti geniali dei quattro, per fortuna.
Il disco è in commercio grazie al lavoro di Phil Spector, produttore americano all’epoca considerato un guru, e a distanza di molti anni non possiamo che essere d’accordo. Il suo lavoro su Let It Be è stato criticato duramente, fu accusato di aver riempito di archi e sovraincisioni delle canzoni intese per essere diverse (McCartney se la prese per “The Long and Winding Road”), ma la verità è che, come disse Lennon anni dopo, «gli fu fornito del materiale scadente e registrato male, e lui ne tirò fuori un vero album». E a sentire Let It Be… Naked uscito pochi anni fa, con i brani senza il lavoro di Spector, ad avere ragione fu proprio quest’ultimo.
Ma visto che il proposito iniziale era di scrivere di chitarra, che chitarra sia.


Chitarra elettrica

Possiamo iniziare dalla title track e citare il celebre assolo di George Harrison: ne esistono due versioni, molti hanno creduto che si trattasse di due registrazioni separate dello stesso brano; in realtà la base era la stessa, Harrison suonò due assoli diversi a distanza di qualche tempo. “One after 909” era un brano scritto prima di diventare famosi, legato a doppio filo al rock’n’roll che tanto amavano e quindi sorretto dalle chitarre elettriche, e registrato dal vivo come la straordinaria “I’ve Got a Feeling”. Il riff iniziale di quest’ultima è una delle cose più semplici e incisive suonate da Lennon, il brano è ricco di interventi di chitarra, oltre che essere impreziosito dal cantato di Paul e da una parte vocale di John che si sovrappone alla principale come una seconda canzone. Un ulteriore esempio di come i Fab Four sapessero portare nel futuro la musica del passato. Per non parlare di “Get Back”, canzone straordinaria, impreziosita dagli assoli e dalla ritmica di Lennon, che dimostra di essere molto migliore, come chitarrista, di quanto non venisse (o ancora non venga) considerato.

Chitarra acustica

“Two of Us” è splendida nella sua semplicità unplugged. Di “Across the Universe” è impossibile dire cose che non siano già state dette. Il disco è però suonato più con le elettriche e vi rimandiamo alle considerazioni di Davide Canazza, a seguire.

Arrangiamenti
Grazie all’idea di partenza (non rispettata fino in fondo), quella che prevedeva la band suonare dal vivo senza sovraincisioni, gli arrangiamenti sono spesso essenziali e funzionali, molto rock’n’roll in alcuni casi, piuttosto pop in altri. La differenza fra brani acustici e delicati ed altri elettrici e aggressivi è impressionante, ma il tutto risulta piuttosto omogeneo, chissà se per la qualità del materiale o il lavoro di Phil Spector.
La presenza di un quinto musicista aggiunto, a tempo quasi pieno e per la prima volta nell’intera storia della band, si fece sentire. Billy Preston ebbe la fortuna di far parte del progetto, suona il piano elettrico su diversi brani come “Get Back” e “I’ve Got a Feeling”, e l’organo su altri come “Let It Be”. La sua presenza risulta fondamentale e si capisce quanto un musicista di estrazione differente potesse risultare efficace in quel contesto.

Voci
Aspettando la magnificenza di Abbey Road ci godiamo le doppie voci di “One after 909” e “Two of Us”, e i cori orchestrali di “Across the Universe”. Ma non ci sono vette di vocalità eccelsa, solo un onesto lavoro di squadra. Del resto la modalità di lavorazione di questo album non permise alla band di aggiungere e cesellare con elementi come le voci, alla loro solita maniera.


I pensieri di Winston


di Davide Canazza

Sarò controcorrente, ma Let It Be è uno dei miei album preferiti. Il motivo è perché, sotto sotto, si sente quello che avrebbe dovuto essere: un LP live o quasi, registrato senza tanti fronzoli, come una volta, ma con le tecnologie del 1969. Ed è quindi un disco che esalta le qualità di musicisti dei quattro di Liverpool, stavolta non aiutati dalla possibilità di sovraincidere o di rifare una parte successivamente.
A mio parere la produzione di Phil Spector ha rovinato questa genuinità iniziale, aggiungendo troppi strumenti e troppa ‘ciccia’ a canzoni come “The Long and Winding Road” (sarò blasfemo, ma io, con tutto il mio amore per i Beatles, la odio quasi!) e “Across the Universe”, o addirittura costringendo Harrison, McCartney e Starr a tornare in studio a Beatles ormai praticamente sciolti, per incidere “I Me Mine”, brano completamente decontestualizzato in quanto ad arrangiamenti e feeling.
Ecco perché il mio personalissimo Get Back (il titolo che avrebbe dovuto avere secondo il progetto iniziale) è una via di mezzo tra il Get Back di Glyn Johns e lo sfortunato Let it be… Naked di McCartney.
Ho la fortuna di aver ascoltato ore e ore di registrazioni delle sedute di Get Back del gennaio 1969. Ho praticamente tutto e posso dire che il materiale migliore è più o meno quello pubblicato in veste ufficiale, ma qualche altra cosuccia l’avrei salvata. Ecco che, solo per questa volta, azzardo anch’io una mia scaletta personalizzata.

1. Get Back (versione 45 giri)
2. Don’t Let Me Down (versione 45 giri)
3. Two of Us (versione 33 Let It Be)
4. Dig a Pony (versione 33 Let It Be – live sul tetto)
5. All Things Must Pass (reg. 29 gennaio)
6. Dig It (versione breve 33 Let It Be)
7. Let It Be (versione Let It Be… Naked)
8. Maggie Mae (versione 33 Let It Be)
9. I’ve Got a Feeling (versione 33 Let It Be – live sul tetto)
10. One after 909 (versione 33 Let It Be – live sul tetto)
11. The Long and Winding Road (versione Let It Be… Naked)
12. Rocker (reg. 22 gennaio 1969)
13. For You Blue (versione 33 Let It Be)
14. Teddy Boy (versione Get Back di Glyn Johns)
15. Across the Universe (versione WWF febbraio 1968)
16. Get Back Reprise (versione Get Back di Glyn Johns)

Naturalmente cercando di mantenere il tutto più possibile vicino all’idea originale, scegliendo, quando possibile, brani senza sovraincisioni.
Qualunque versione si preferisca, il materiale di questo progetto è molto interessante e nonostante i dissidi interni, i Beatles dimostrano che quando c’è da suonare non ce n’è per nessuno. Finché si scherza si può anche strimpellare a vanvera, ma quando si deve incidere una versione pubblicabile, i quattro diventano impeccabili. Quando poi arriva anche Billy Preston al piano elettrico Rhodes e all’organo Lowrey, allora si torna ad essere una band di professionisti. Mica è il caso di far brutta figura, no? E malgrado qualche litigio passato alla storia, il clima finale delle session è molto scherzoso e produttivo!

Le chitarre sono le assolute protagoniste. La Casino di Lennon si incrocia con la Telecaster Rosewood di Harrison, appena arrivata dagli USA assieme a un carico di materiale tutto Fender DOC: tre Twin Reverb Silverface (sul tetto i chitarristi ne hanno uno a testa più un terzo a cui è collegata la Pianette Honher. Lennon usa il canale Normal, Harrison quello Vibrato), due piani elettrici Rhodes (uno per Paul e l’altro per John, uno dei quali usato da Preston sul tetto), un impianto PA usato sia sul tetto che negli studi Apple.
A questi strumenti si aggiungono un Wah VOX e un Fuzz Face utilizzati entrambi da George.
I due chitarristi si scambiano spesso i ruoli. In “Get Back” è Lennon che suona la solista e i riff di risposta ai ritornelli, mentre Harrison scandisce la ritmica con gli accordi in levare. John torna alla ritmica negli altri brani, ma è sempre pronto a raddoppiare la chitarra di Harrison nei fill di chiusura o nei riff.
Ecco che in “Dig a Pony” affianca George nei riff iniziale e finale, mentre in “I’ve Got a Feeling”, oltre a suonare il caratteristico riff-accompagnamento, raddoppia, ma un’ottava più in basso, i passaggi di chiusura del brano suonati da Harrison. Famoso è anche il bending di due battute eseguito da George a metà canzone, prima ascendente e poi calante, sulla realizzazione del quale c’era stato un battibecco con McCartney!
Harrison mostra tutta la sua bravura ed esperienza nelle parti soliste di “One after 909”, con un assolo graffiante, double stops e passaggi che accompagnano tutta la canzone. Anche in “Dig a Pony” il suo lavoro non è da poco e mai banale. In “Don’t Let Me Down” non c’è assolo, ma la chitarra di Harrison ha comunque un ruolo fondamentale.
L’aspetto più interessante di questi brani è che le due chitarre non suonano mai la stessa cosa e non si sovrappongono mai. Ognuno dei due chitarristi sa sempre cosa suonare e come farlo!
In “Let It Be” e “The Long and Winding Road” il basso originale è suonato da Lennon col Fender VI Bass, ma nelle versioni ufficiali è stato doppiato in fase di sovraincisione. Ad entrambe le canzoni furono aggiunte parti orchestrali e cori.
“Let It Be” è stata pubblicata in tre differenti versioni, ognuna con un assolo differente dall’altro, anche se sempre realizzati da Harrison. Il primo, l’originale in presa diretta, è presente nella versione Naked, il secondo è ascoltabile sul 45 della canzone, il terzo nell’LP.
Negli altri pezzi predominano le chitarre acustiche. Interessante è l’arrangiamento di “Two of Us”, in cui John e Paul imbracciano le loro Martin D-28 mentre George esegue una linea di basso con la sua Telecaster.
In “For You Blue” George suona la Gibson J-200 con capo al quinto tasto, John è alla steel guitar (una Hofner da appoggio accordata DADF#CD), Paul al piano e Ringo alla batteria. Non c’è basso!
Durante le session furono provati numerosi brani che poi avrebbero visto la luce sull’album Abbey Road. Val la pena ricordare una “I Want You” in stile funky cantata in coppia da Lennon e Preston, “Old Brown Shoes”, “Something”, “Octopus’s Garden”. Altri pezzi non videro mai la luce, come “Wake up this morning” scritta da McCartney ma cantata da Lennon; altri ancora entreranno negli LP da solista dei veri componenti della band: “All Things Must Pass” di Harrison, “Teddy Boy” di McCartney, “Gimme Some Truth” di Lennon per citarne solo alcune.


Ho visto i Beatles dal vivo – 5


di Dennis Conroy

The Cavern, 1961 (foto di Dick Matthews – www.samleach.com)


È un mercoledì sera al Cavern, in un giorno qualunque fra il 1961 e il 1963. Se potete leggere quanto segue ascoltando le canzoni elencate, sarà quanto di più vicino possibile alla possibilità di ascoltare mai i Beatles al Cavern.
Kingsize Taylor and the Dominoes hanno appena lasciato il palco dopo aver fatto da apertura. Kingsize, un omone, grande fan di Fats Domino di cui suonava molte canzoni durante i concerti, era anche ospite fisso ad Amburgo, dove la sua band suonava regolarmente.
I Beatles, non annunciati, salgono sul palco. I loro strumenti sono già pronti dall’esibizione dell’ora di pranzo. Paul inizia a guardare fra i foglietti che contengono le richieste, lasciati principalmente dalla metà femminile del pubblico, sistemandoli in modo che si adattino anche alla scaletta già decisa.
George come al solito controlla che la chitarra sia accordata, cosa non facile in un’epoca in cui non esistevano ancora gli accordatori, in un club in cui i muri trasudavano di condensa ancor prima che il primo gruppo iniziasse a suonare. Tutti a quell’epoca ci riferivamo ai Beatles chiamandoli il ‘gruppo’.

The Cavern, 1962 (foto di Dick Matthews – www.samleach.com)


Pete sta finendo di sistemare la batteria parlottando con George, mentre John raccoglie l’ampia tela incerata che ricopre il piano verticale, rimasta a terra dopo l’esibizione di Kingsize Taylor and The Dominoes.
John guarda il coperchio e urla verso i camerini «Kingsize, hai dimenticato l’impermeabile!» condividendo la battuta con qualcuno nascosto fra il pubblico oltre l’arco alla sua sinistra. Paul entra nella conversazione ridendo con John, mentre si avvicina alla sua posizione al centro del palco. Si gira verso George, che ride ancora per la battuta, che Pete si è persa: è seduto guardando John con la testa leggermente inclinata.
Poi accade. Mentre Paul e George hanno catturato la nostra attenzione, John ci sorprende, ancora una volta, contando «un, due, tre, quattro». Questo annuncia gli accordi di La e Do, che portano alla tonalità di Re per una scatenata versione di “Some Other Guy” (1), una canzone di Richie Barrett. Nella versione di Barrett le note iniziali erano suonate con una tastiera ad un tempo molto più lento. John usò questa sequenza tempo dopo nella sua “Instant Karma”. John e Paul cantano buona parte del brano all’unisono.
Il brano finisce fra le urla entusiastiche e gli applausi di un pubblico già conquistato. Prima che l’applauso termini, Paul lancia la veloce “Red Sails in the Sunset” (2), una canzone del 1935 rilanciata nel 1955 da Nat King Cole.
I Beatles si fermano un attimo e ci lasciano riprendere fiato. John legge richieste scritte su pezzetti di carta, seduto sul suo amplificatore, prima di prendere l’armonica poggiata proprio sull’ampli, per suonare il primo originale della serata, “Love Me Do” (4). Appena l’applauso sfuma John strilla il titolo seguente, “Mr Moonlight” (4). Il tremolo del VOX AC30 di George aggiunge un sapore latinoamericano al drumming di Pete.
È ora il turno di George di cantare una delle canzoni di Carl Perkins nel suo repertorio, “Everybody’s Tryin’ to Be My Baby” (5), che era un altro brano anni ’30 originariamente di Rex Griffin. La versatilità di George era evidente anche a questa giovane età, visto come inseriva il tipico arpeggiato ritmico di Perkins in un gruppo di rock’n’roll.
John prende il comando per un lato B di Arthur Alexander, “Soldier of Love” (6). Questo tipo di pezzi rendeva i Beatles davvero unici rispetto agli altri gruppi di Liverpool. Questi rhythm’n’blues lenti mostravano l’attenzione che mettevano nei cori, caratteristica predominante lungo tutto l’arco della loro carriera.
Prima che l’applauso finisca i Beatles attaccano con “Slow Down” (7), lato B di “Dizzie Miss Lizzie” di Larry Williams.

1. Some Other Guy (Live At The BBC)
2. Red Sails In The Sunset (Live At The Star Club)
3. Love Me Do (Live At The BBC)
4. Mr. Moonlight (Live At The Star Club)
5. Everybody’s Trying to Be My Baby (Live At The Star Club)
6. Soldier of Love (Live At The BBC)
7. Slow Down (Live At The BBC)

(5 – continua)

Questo articolo, con un diverso contributo finale, è stato pubblicato in Chitarra Acustica, n. 5, agosto 2011, pp. 62-64.

«Words are flying out like endless rain»

Since the beginning of this column, it was pretty clear our approach to the whole thing, like if it was a game. This time we are more (or less) serious and change cards on the table, distorting history’s course and events.
Fab Four passionates will probably be on the right way to understand, the others will find out in a while.
We’ll treat Let It Be, their last official release, as if it wasn’t the last one.
Because, in facts, it wasn’t.


What does this mean? For a series of events, the record that we know well was released in May 1970 but was recorded at the beginning of 1969, before Abbey Road’s recordings began. It was supposed to be called Get Back and being produced by Glyn Johns, but the four were unhappy with the result, so it was set aside and resumed lately. Johns had to select something decent from hundreds of hours of recordings, a task so difficult that resulted impossible to him. The mission was accomplished by the american Phil Spector, not without problems, as we shall see.
So, the last album recorded, Abbey Road, will be for us the last episode of the series.
As we are playing, let’s substitute something in fact useless as “Dig It” (we can already hear screaming fans), to insert the beautiful “Don’t Let Me Down” and the brilliant “You Know My Name (Look Up The Number)”, B-side of the single “Let It Be”.
Here’s the new, non-existent, track list.

1. Two of Us
2. Dig a Pony
3. Across the Universe
4. I Me Mine (Harrison)
5. Don’t Let Me Down”
6. Let It Be
7. Maggie Mae
8. I’ve Got a Feeling
9. One after 909
10. The Long and Winding Road
11. For You Blue (Harrison)
12. You Know My Name (Look Up the Number)
13. Get Back

Not bad!
First things first.
The project began as a record and a live film, a realistic movie of the band’s work, cameras always on to discover how the greatest band on the planet wrote, rehearsed, recorded. Everything should be played live, no overdubs. A sort of Big Brother that would certainly intrigued millions of people, or more.


The problem was that the four, after years in close contact, barely stood each other, often working separately and fighting heavily, involving technicians and producers; several people had already refused to work with them again.
They wanted (Paul more than the others) a ‘reality’ movie, and unfortunately, it was. Cameras filmed in a pitiless way the crumble of a band and the fights that no one is supposed to see: you don’t go in the football team lockers room at the end of the first half, if you don’t play in the team.
So here is Ringo passively accepting everything that happens, George playing what he is asked answering back in his sharp way, John taking part in a rather detached way killing with a glance of his eye, and Paul playing a part he knew to be false and useless.
Luckily that movie saw the legendary Apple’s rooftop performance, where the four played together a bunch of songs for the very last time, people in the street were astounded, looking at the sky, and policemen stopped them because unauthorized: so much irony in this ending.


Despite everything, here we are, writing about a piece of history.
Many of us would give an arm to write songs like “Across the Universe” or “Let It Be”, “Get Back” or “I’Ve Got a Feeling”. Songwriting at the highest level, something great was still coming out of their work.
The record saw the light thank to Phil Spector’s work, the american producer who was considered a guru at the time, and so many years later we must agree with that. His work on Let It Be was heavily judgeg, he was accused of filling the songs with too much orchestration and overdubs (McCartney was really angry because of “The Long and Winding Road”), but the truth is that – how Lennon said years after – «he was given the shittiest load of badly recorded shit with a lousy feeling to it ever, and he made something of it». And after listening to Let It Be… Naked, the original songs released recently without Spector’s work, he was right.
But our purpose was to write about guitar, so let guitar be.


Electric Guitar

We could start from the title track and quote the famous guitar solo by Harrison: two versions exist, many of us thought it was two separate recordings of the same song; the track was in fact the same and George played two different solos in separate moments. “One after 909” was one of their first songs, written before being famous, a rock’n’roll inspired by the music they grew up with, supported by electric guitars and recorded live as the great “I’ve Got a Feeling”. The opening riff is one of the simplest and more incisive things John Lennon ever played, the song is enriched by guitar parts, other than Paul’ singing and John’s vocal part that overlaps to the first as a second song. Another example of how the four could bring to the future the music of the past. Not to mention “Get Back”, wonderful tune made precious by Lennon’s rhythm and solo guitar parts, where he shows to be a lot better – as a guitarist – of what he was (or still is) considered.

Acoustic Guitar

“Two of Us” is beautiful in his unplugged simplicity. About “Across the Universe” it’s impossible to write already unsaid things. But the whole record is more electric – please refer to the following Davide Canazza’s thoughts.

Arrangements
Thank to the initial idea (not respected till the end), the one that saw the band playing live with no overdubs, arrangements are pretty easy and functional, very rock’n’roll in some cases, more pop in others. The difference between soft unplugged songs and aggressive electric tunes is impressive, but everything result in a homogenic record – who knows if because of the quality of the material or because of Spector’s work.
The presence of a fifth musician, nearly full time for the first time in the band’s history, has an importance. Billy Preston was lucky to be a part of the project, he plays electric piano on “Get Back” and “I’ve Got a Feeling”, and the organ on others like “Let It Be”. His presence is fundamental and we can hear how much a musician from a different context could give in that situation.

Vocals
Waiting for the magnificence of Abbey Road, we enjoy the double voices on “One after 909” and “Two of Us”, and the orchestral choruses of “Across the Universe”. But there’s no vocal excellence, just a honest team work. Moreover, the mode of production of this album didn’t allow the band to carve and add elements such as voices, in their usual manner.


Winston’s Thoughts


by Davide Canazza

I will go against the grain, bu Let It Be is one of my favourite albums. The reason is because, deep down, you can feel what it really should have been – a live LP or almost, recorded without a lot of frills, just like the old times, but with the technology of 1969. And so it’s a record that brings out the excellence of these four musicians from Liverpool, who this time weren’t helped by the possibility of overdubbing or re-doing a part subsequently.
In my opinion, Phil Spector’s production ruined this initial genuineness, adding too many instruments and too much ‘stuffing’ to songs such as “Across the Universe” or “The Long and Winding Road” (I may be blasphemous but, despite all my love for The Beatles, I almost reach the point of hating it!) and even making Harrison, McCartney and Starr return to the studio once The Beatles had practically split up, in order to record “I Me Mine”, that’s a piece completely decontextualised both in terms of arrangements and feelings.
That’s why my personalised Get Back (the title that the initial project should have had) is a compromise between Glyn Johns’ Get Back and McCartney’s unfortunate Let It Be… Naked.
I’ve had the good fortune to listen to hours and hours of recordings of the sessions of Get Back from January 1969. I have almost everything and I can say that the best material is more or less what was published officially, but I would have saved a couple of other small bits. And for this, I’ll hazard a go at making my own personalised playlist too.

1. Get Back (45 rpm version)
2. Don’t Let Me Down (45 rpm version)
3. Two of Us (33 rpm version Let It Be)
4. Dig a Pony (33 rpm version Let It Be – live on the rooftop)
5. All Things Must Pass (rec. 29th January)
6. Dig It (short 33 rpm version Let It Be)
7. Let It Be (version Let It Be… Naked)
8. Maggie Mae (33 rpm version Let It Be)
9. I’ve Got a Feeling (33 rpm version Let It Be – live on the rooftop)
10. One after 909 (33 rpm version Let It Be – live on the rooftop)
11. The Long and Winding Road (version Let It Be… Naked)
12. Rocker (rec. 22nd January 1969)
13. For You Blue (33 rpm version Let It Be)
14. Teddy Boy (version Get Back by Glyn Johns)
15. Across the Universe (version WWF February 1968)
16. Get Back Reprise (version Get Back by Glyn Johns)

Naturally I would seek to keep everything as close as possible to the original idea, choosing pieces without overdubbing, whenever possible.
Whatever version you prefer, this project’s material is very interesting and – despite inside disputes – The Beatles show that when it comes to playing there’s nobody can hold a torch to them. As long as you’re just playing around, you can strum along haphazardly, but when you have to record something that can be released, the four of them become impeccable. When Billy Preston comes along on the Rhodes electric piano and Lowrey organ, it goes back to being a band of professionals. It’s hardly worth making a fool of yourself, is it? And despite a few quarrels that are now water under the bridge, the atmosphere at the end of the session is still productive and full of jokes!

The guitars steal the scene completely. Lennon’s Casino crosses over with Harrison’s rosewood Telecaster, just arrived from the USA together with a whole load of material all genuine Fender: three Silverface Twin Reverbs (on the rooftop the guitarists have one each, and there’s also a third one that’s connected to the Honher Pianette – Lennon uses the Normal channel and Harrison the Vibrato one); two Rhodes electric pianos (one for Paul and the other for John – one of these is used by Preston on the roof); and a PA system that’s used on the roof as well as in the Apple studios.
These instruments were joined by a Wah VOX and a Fuzz Face, that were both used by George.
The two guitarists often exchange roles. In “Get Back” it is Lennon who plays the solo and the riffs that answer the chorus, while Harrison beats out the rhythm with off-beat chords. John returns to the rhythm in the other pieces, but is always ready to back up Harrison’s guitar during the closing fills and the riffs.
So in “Dig a Pony” he plays alongside George during the initial riffs and the finale, while in “I”ve Got a Feeling”, as well as playing the characteristic riff-accompaniment, he doubles up the closing passages of the piece played by Harrison, with a version an octave lower. The two bars bending by George half way through the song is also famous, first rising and then falling, the creation of which was the cause of some bickering with McCartney!
Harrison shows all his bravura and experience in the solo parts of “One after 909”, with a gritty solo, double-stops and passages that accompany the whole song. In “Dig a Pony” too his work is considerable and never banal. In “Don’t Let Me Down” there’s no solo, but Harrison’s guitar has a fundamental role just the same.
The most interesting aspect of these pieces is that the two guitars never play the same thing and never overlap. Each one of the two guitarists always knows exactly what to play and how to play it!
In “Let It Be” and “The Long and Winding Road” the original bass is played by Lennon on his Fender VI Bass, but in the official version it has been dubbed during post-production. Orchestral and choral parts were added to both the songs.
“Let it be” was released in three different versions, each one with a solo that was different from the others, even though each was played by Harrison: the first, the original live recording, is present in the version Naked, the second can be heard on the 45 rpm version of the song, and the third is on the LP.
In the other pieces the acoustic guitars dominate. The arrangement of the “Two of Us”, in which John and Paul take up their Martin D-28s, while George plays a bass line with his Telecaster, is rather interesting.
In “For You Blue”, George plays a Gibson J-200 with a capo on the 5th fret, John is on the steel guitar (a Hofner for support, tuned to DADF#CD), Paul is on the piano and Ringo on the drums. There’s no bass guitar!
During the sessions numerous pieces were tried out, that came to light later on the album Abbey Road. It’s worth remembering a version of “I Want You” in funky style, sung in a duet by Lennon and Preston, “Old Brown Shoes”, “Something” and “Octopus’s Garden”. Other pieces such as “Wake Up This Morning”, written by McCartney but sung by Lennon, never saw the light. Others will come to light later on the solo LPs by the various members of the group: “All Things Must Pass” by Harrison, “Teddy Boy” by McCartney and “Gimme Some Truth” by Lennon, to name just a few.


I Saw The Beatles Live – 5


By Dennis Conroy

The Cavern, 1961 (photo by Dick Matthews – www.samleach.com)


It’s a wednesday evening session at the Cavern, sometime between 1961 and 1963. If you can read this while playing the tracks listed below, it will be as near as you could ever get to hearing The Beatles in the Cavern.
Kingsize Taylor and the Dominoes had left the stage after opening the evening show. Kingsize, who was a big man and a huge fan of Fats Domino, performing many of his songs in the band’s set, was also a big favourites in Hamburg, where the band regularly played.
The Beatles, unannounced, take to the stage. Their equipment is already in place from this afternoon’s lunchtime session. Paul starts sifting through bits of paper which contain requests, mostly from the female side of the audience, arranging them no doubt to fit in with their anticipated running order.
George as ever is making certain his guitar is in tune, no easy feat in pre guitar tuner days, in a club where the brick walls were already glistening with condensation before the group’s first number. The use of the word ‘group’ to describe The Beatles was the term we all used back then.

The Cavern, 1962 (photo by Dick Matthews – www.samleach.com)


Pete’s making final adjustments to the positioning of his drums, as he chats to George, while John picks up the large tarpaulin upright piano cover, which was lying on the stage floor after Kingsize Taylor and The Dominoes had left the stage.
John looks at it and shouts towards the dressing room: «Kingsize, you’ve forgotten your Mac [raincoat]!» John shares this joke with an unseen member of the audience through the arch to his left. Paul now picks up on this conversation, laughing along with John as he, Paul, edges towards his position, centre stage. He turns towards George, who is also enjoying the joke, which is lost on Pete, who sits watching John from a slightly head bowed position.
Then it happens. As Paul and George gain our attention, John catches us, once again, by surprising us with a «one, two, three, four» count in. This heralds the opening A and C chords that lead into the key of D, for a storming version of “Some Other Guy” (1), a Richie Barrett number. On Barrett’s version the opening notes were played on a keyboard, at a more laid back tempo. John was to use the same sequence much later on “Instant Karma”. John and Paul sing most of the track in unison.
The number finishes to the enthusiastic applause and shouts of encouragement, from an already won over audience. Before the applause can finish, Paul launches into an up-tempo “Red Sails in the Sunset” (2), a 1935 song revived in 1955 by Nat King Cole.
The Beatles now pause to let us get our breath back. John reads requests from pieces of paper sat on his amplifier, before collecting his harmonica from the top of it, to lead into their first original track of the evening, “Love Me Do” (4). Just as the applause fades John screams the title, “Mr Moonlight” (4). George’s VOX AC30 tremolo effect adds to the Latin American feel of Pete’s drumming.
It’s now the turn of George to sing one of his repertoire of Carl Perkins tracks, “Everybody’s Tryin’ to Be My Baby” (5), which was another 1930’s song originally by Rex Griffin. George’s versatility even at this young age was very evident, as he brought Perkins’ picking style rhythm to this rock’n’roll group.
John takes the lead on an Arthur Alexander B-side, “Soldier of Love” (6). This type of track really set the Beatles apart from the other Liverpool groups. This slower rhythm and blues track shows the attention they gave to the backing vocals, a characteristic that is heard throughout their careers.
Before the applause ends, the Beatles rip into the B-side of Larry Williams hit “Dizzy Miss Lizzie”, “Slow Down” (7).

1. Some Other Guy (Live At The BBC)
2. Red Sails In The Sunset (Live At The Star Club)
3. Love Me Do (Live At The BBC)
4. Mr. Moonlight (Live At The Star Club)
5. Everybody’s Trying to Be My Baby (Live At The Star Club)
6. Soldier of Love (Live At The BBC)
7. Slow Down (Live At The BBC)

(5 – to be continued)

This article, with a different final contribution, has been published in Chitarra Acustica, n. 5, August 2011, pp. 62-64.

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  1. Giovanni Pelosi Reply

    Non so se sono uno dei tanti, o dei pochi, che sono rimasti delusi da Let It Be. Le tracce più famose, tranne la sola Across The Universe, erano già uscite in 45 giri, con in più le citate Don’t Let Me Down e You Know My Name… che bisogno c’era di un disco postumo, dopo Abbey Road?
    Per carità, si tratta sempre dei Beatles… i loro scarti avrebbero fatto la fortuna di chiunque altro, ed anche la loro.
    Ma la tempistica è stata davvero infelice.

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