Tra musica, insegnamento e strumenti di qualità – Intervista a Michelangelo Piperno

Micki Piperno corrisponde pienamente al prototipo del moderno chitarrista acustico fingerstyle, che con tutta probabilità vive ai margini del grande successo nel mondo discografico ufficiale (ma quanto grande è oggi questo successo?) e in compenso lavora in modo instancabile, con qualità e competenza, in una visione totale della musica che va dai concerti dal vivo alla composizione, dallo sviluppo di una didattica musicale moderna all’impegno nella valorizzazione degli strumenti di qualità. Con un retroterra di chitarra classica sotto la guida di Bruno Battisti D’Amario e una precoce passione per la musica jazz, si è fatto le ossa suonando nei locali e svolgendo la professione dei turni in sala d’incisione e delle collaborazioni in ambito pop, per decidere poi di trovare una strada più personale attraverso l’insegnamento e la fondazione di una scuola riconosciuta a livello europeo, fino a sviluppare una matura attività di composizione sulla chitarra acustica. Recentemente ha pubblicato in collaborazione con fingerpicking.net il libro Original Compositions e il disco MP3, nei quali mette in evidenza una via personale e peculiare, al tempo stesso ‘cantabile’ e molto trasversale, al chitarrismo fingerstyle.

Micki, quali sono state le tue prime attività musicali, prima di dedicarti con intensità all’insegnamento?
Tutto inizia negli anni ’90: dopo i miei studi, con il diploma di V anno di chitarra classica e diversi corsi di perfezionamento in chitarra jazz, ho cominciato a frequentare i locali più importanti di Roma, in particolare il Big Mama e il suo circuito, suonando soprattutto con Roberto Ciotti, Fulvio Tomaino, Alex Britti e lo stesso Daniele Bazzani, con il quale ho suonato per anni negli Heart & Soul, quartetto vocale con due chitarre acustiche insieme a Tomaino e Alessandro Pitoni. In seguito ho iniziato il vero e proprio lavoro di professionista, entrando come sostituto in formazioni di ambito pop, facendo serate e festival, in particolare con cantautori come Pino Marino con cui ho collaborato per una tournée di un anno, e lavorando in turni in sala d’incisione per dischi di musica leggera. Fin quando nel 2000 ho cominciato ad accusare un po’ di stanchezza verso quel tipo di vita e ho attraversato un periodo di silenzio e di crisi musicale, dopo il quale ho capito che volevo investire su dei progetti più personali. Ho aperto la scuola MP Music e ho deciso di dedicare più tempo alla didattica per chitarra, cercando di raccogliere le idee su tutte le mie esperienze precedenti, dalla chitarra classica alla chitarra jazz e alla musica dei gruppi. E ho iniziato a scrivere dei pezzi miei, che hanno portato a un mio primo disco, All of Me del 2004 per la MP Music Production, che era in embrione un disco acustico, però con una band di sette-otto elementi: c’erano i fiati di Eric Daniel e Mike Applebaum, la sezione ritmica delle Nuove Tribù Zulu. Facevamo una musica in fin dei conti abbastanza simile a quella degli Hot Tuna, tra il blues e la canzone. Le cose che scrivevo erano anche abbastanza vicine a quelle che scrivo oggi, solo che adesso le mie idee sono riportate completamente sulla chitarra.

Quando hai cominciato a dedicarti pienamente alla chitarra acustica?
Nella prima fase ho suonato per tanti anni la chitarra elettrica. Poi, grazie anche all’esperienza avuta con Bazzani e gli Heart & Soul, ho comprato una chitarra Martin OM-28 e ho cominciato a scrivere per chitarra acustica, via via eliminando l’elettrica. Soprattutto dal 2000 in poi è iniziata la determinazione di portare tutte le mie esperienze precedenti sulla chitarra acustica.

Nel frattempo la tua scuola è diventata un’esperienza molto importante, che è cresciuta fino a diventare Music Academy e a rilasciare diplomi di laurea triennale validi a livello europeo.
L’idea della scuola è nata come un progetto destinato principalmente a dare credibilità alla didattica per musica moderna. Io ho sempre insegnato, ho iniziato a farlo quasi per caso, o per errore, da ragazzino o giù di lì. E lentamente ho cominciato a scrivere dei manuali per chitarra moderna. Sentivo l’esigenza di cominciare a creare una continuità didattica, perché mi rendevo conto – facendo le mie prime sostituzioni nelle scuole – che esisteva moltissimo materiale, ma c’era poco ordine nel modo di presentarlo ai ragazzi. Gli stessi argomenti venivano nominati in modi differenti, proposti in tempi diversi, ripetuti senza coordinamento da vari insegnanti. Mentre nella musica classica, dove esiste una tradizione scolastica che si è consolidata tra l’ottocento e il novecento, si è arrivati a un equilibrio, a una razionalizzazione di tutto il percorso didattico, per cui tutti gli insegnanti utilizzano gli stessi metodi, seppure con le dovute differenze legate alle personali esperienze e capacità umane. Perciò inizialmente ho cercato, con la scuola, di portare avanti questo lavoro di normalizzazione. Da qui è nata poi l’esigenza di dare ai ragazzi la possibilità di ottenere un riconoscimento al proprio percorso di studi, che permettesse loro di pensare alla musica anche come a una professione e di potersi affacciare verso altri paesi, con l’aiuto psicologico dato da una continuità didattica impostata in modo corretto. E poco a poco siamo riusciti a creare un contatto con un Ente certificatore inglese, l’Edexcel, che da anni si occupa di questo aspetto, e abbiamo potuto così certificare anche a livello di punteggio i nostri percorsi di studio, presentando la documentazione di tutti i programmi didattici e i testi utilizzati.

In che modo gli studenti possono ottenere questo riconoscimento?
Questo tipo di riconoscimento è entrato in vigore dopo il 2000 attraverso normative europee, per le quali questi percorsi di studio – che sono stati riconosciuti a noi così come ad altre realtà italiane simili alla nostra – ottengono un riscontro di punteggi in quello che viene chiamato il Quadro Europeo delle Qualifiche per l’apprendimento permanente [EQF o European Qualifications Framework for lifelong learning] e che può essere speso con dei crediti acquisiti. In determinati paesi della Comunità Europea questa è ormai la norma e non necessita di richiedere nessun tipo di equipollenza: per esempio in Spagna l’Edexcel ha un contatto diretto con il governo e le procedure di riconoscimento sono automatiche. Invece in Italia per ottenere l’equipollenza, cioè un riconoscimento valido per poter proseguire gli studi o anche lavorare, bisogna richiedere una trasposizione del titolo di studi internazionale in quello italiano. A questo scopo esiste un ente del Ministero della pubblica istruzione, il CIMEA [Centro di Informazione sulla Mobilità e le Equivalenze Accademiche], che attualmente è molto attivo, perché nel frattempo le richieste in tal senso stanno aumentando in modo considerevole e anche i Conservatori, con il nuovo ordinamento, hanno cominciato a parlare di lauree universitarie e non più di diplomi alla vecchia maniera. E le procedure ormai sono molto rapide.

In questa ricerca di percorsi di studio comuni, mi sembra che sia stata importante la formazione di orchestre di studenti, come la MP Delta Blues Orchestra che è un’orchestra di chitarre acustiche.
Sì, l’Orchestra è nata proprio a scuola, grazie al grande avanzamento del mondo della chitarra negli ultimi anni. Ora i chitarristi, notoriamente, non sono dei campioni nella lettura della musica. Ma d’altra parte, poverini, all’inizio devono barcamenarsi tra una marea di stili prima di trovare una loro identità: c’è la chitarra classica, la chitarra pop, la chitarra fingerpicking, la chitarra fingerstyle, la chitarra blues, la chitarra heavy metal, la chitarra rock… Insomma devono darsi molto da fare e, spesso, noi insegnanti rendiamo lo studio delle materie quali la lettura assai faticoso e un po’ noioso; anche per sopperire al fatto che noi stessi, in passato, magari non abbiamo dato una grande importanza alla lettura… In virtù di questo io, che vengo da un percorso iniziale di musica classica, ho avuto l’idea di creare un’orchestra di chitarre quasi come una formula obbligatoria. In questo modo gli studenti hanno potuto associare l’elemento della lettura a un elemento ritmico e di divertimento, finalizzato all’esecuzione di brani godibili, ai quali potevano unirsi cantanti, bassisti e batteristi/percussionisti. Tanto che ho scritto un libro intitolato Suonare la teoria [Voll. 1-2, Sinfonica Jazz, distr. Carisch, 2009-2010] proprio per assegnare a quel tipo di studio un nome diverso: ‘suonare la teoria’ non vuol dire ‘studiare la teoria’, ma significa trasporla subito in qualcosa che suona, che ‘rimbalza’. La chiave insomma è stata quella di mettere gli studenti insieme, far loro suonare dei bei brani trascritti, facendo anche delle cose semplici ma obbligandoli alla lettura. Da lì poi il laboratorio è diventato man mano una realtà quasi professionale: si sono avvicendati ragazzi che nel frattempo sono cresciuti, e qualcuno ha iniziato a lavorare come professionista.

Tra un impegno e l’altro nell’insegnamento, sei riuscito anche a concretizzare un tuo progetto di composizioni per chitarra acustica, dapprima nel libro con DVD Original Compositions [fingerpicking.net/distr. Carisch], quindi nel disco MP3 [MP Music Production/fingerpickig.net]. Una caratteristica di queste tue composizioni è che, pur basandosi interamente su una tecnica fingerstyle, attraversano diversi generi musicali in maniera tale che sembrano quasi mostrare degli intenti didattici e dimostrativi, anche se i brani non sono dei semplici studi ma sono tutti da suonare e da ascoltare.
Queste composizioni presentano in effetti un duplice aspetto. Da una parte c’è la mia esperienza personale: sono nato in una famiglia nella quale mio padre suonava la chitarra classica, però amava il rock’n’roll anni ’50, e in più avevamo parecchi dischi di jazz, così che mi sono appassionato di questa musica fin da bambino. Perciò inizialmente suonavo molte cose diverse e quando mi chiedevano «Ma tu che suoni?» rispondevo «Un po’ di tutto, male» perché appunto mi piaceva curiosare tra uno stile e l’altro. Poi nel tempo ho fatto delle scelte più orientate e ho approfondito determinati aspetti, anche grazie alle persone che ho incontrato e con cui ho suonato, e l’idea è stata quella di portare nelle mie composizioni anche gli stili di altre musiche. L’anello di congiunzione che ricercavo è quello della ‘evocazione’, cioè la capacità – seppure nella forma ‘scarna’ della chitarra sola – di concepire dei pezzi tali che chi li ascolta possa ‘cantarci’ sopra o immaginare le altre parti, come se si trattasse di una sorta di orchestra ridotta all’essenziale, su cui sia possibile fantasticare e ognuno possa aggiungere il proprio arrangiamento. Dall’altra parte c’è l’aspetto didattico: negli ultimi anni, nella musica per chitarra acustica, abbiamo visto tantissimi bravi esecutori, ma ritengo che manchi una buona letteratura originale per lo strumento studiata anche per l’insegnamento. Infatti trovo molto giusta l’operazione della collana “Original Compositions” di fingerpicking.net, che consiste nel creare una vera e propria biblioteca di brani dedicati. Nella chitarra classica, per esempio, c’è tantissima letteratura originale destinata allo studio. Nella chitarra acustica, invece, esistono molti arrangiamenti di pezzi, ma la letteratura originale è meno sviluppata. Allora nel mio piccolo sto cercando di creare dei brani che possano essere suonati da tutti, che non siano tecnicamente impossibili e dove, al tempo stesso, l’elemento fondamentale sia la musicalità; dei pezzi accessibili, cioè, ma che siano anche orecchiabili, che abbiano un tema semplice e riconoscibile, dei brani veri e propri insomma. Al libro poi è allegato un DVD, nel quale le parti sono suonate sia a tempo, sia più lentamente nelle sezioni più difficili.

Sembrerebbe che tu non scinda i due aspetti: l’impressione è che tu ti riconosca in questi pezzi in quanto composizioni, ma al tempo stesso li inserisca in una dimensione didattica.
Per esempio ho cercato appositamente di comporre un brano in basso alternato, poi un altro brano in accordatura aperta nello stile di Bensusan o Renbourn, ispirandomi anche alla letteratura per liuto, quindi un pezzo blues come un tributo a Stevie Ray Vaughan in stile shuffle. Cioè nei pezzi che poi vado a suonare dal vivo, in effetti, cerco anche di trasmettere agli allievi quelle che sono le tecniche di ognuno degli stili che compongono il genere fingerstyle. Quindi in realtà c’è un intento programmatico.

In un certo senso è un modo di usare i diversi stili come degli ‘espedienti’ compositivi.
È proprio questa l’idea. Per esempio, in alcuni brani che ho scritto nella classica tecnica del basso alternato, ho utilizzato appositamente come tonalità di base quelle più adatte alla chitarra acustica, come le tonalità di La maggiore o La minore dove i tre bassi a vuoto corrispondono ai tre gradi portanti, per poi magari – in un pezzo come “In treno” – decidere di modulare dal La minore addirittura al Do minore, che è una tonalità tipica del violino o della viola: eppure la composizione funziona e si lega. Cioè spesso parto dalla ‘tradizione’, per poi ‘tagliare’ nelle tonalità tipiche di altri strumenti, per fare in modo di abituarsi a incontrare delle difficoltà e a superarle. A volte parto da elementi che uso come esercizi personali, che poi mi portano a costruire una composizione.

Anche Giovanni Unterbergerger, per stimolare negli allievi la creatività nella composizione, proponeva per esempio delle cosiddette ‘regole assurde’, che si rivelavano degli espedienti utili per stimolare a comporre in modo originale.
Infatti, un pezzo che avevo scritto qualche anno fa era nato proprio dall’idea di mettere d’accordo due tonalità che non c’entrano niente tra loro. E mi ero chiesto: «Come faccio a scrivere due bei temi, uno per la prima parte e l’altro per la seconda, che devo riuscire a cantare?» Perché io cerco sempre di cantare i pezzi: appena mi viene un’idea, la fisso su un registratore. E poi, una volta che avevo scritto queste due sezioni, dovevo anche trovare il sistema per ‘scivolare’ dall’una all’altra senza far avvertire fatica all’orecchio. A volte queste difficoltà portano a delle aperture bellissime, che non ti aspetteresti.

Concluderei con una domanda di prammatica sulla tua strumentazione, che nel tuo caso non è solo di prammatica, perché riguarda un progetto più ampio di endorsement e di collaborazione con le chitarre Lakewood e la ditta Aramini che le distribuisce in Italia.
Sì, ho un ottimo rapporto con Gianluca Aramini, che si sta affacciando da qualche tempo a questo mondo della chitarra acustica con una signorilità rara, portando l’esperienza di una famiglia importante nel settore della distribuzione degli strumenti musicali, che ha partecipato alla fondazione dell’associazione DISMA [Distributori Industria Strumenti Musicali Artigianato]. La mia conoscenza con lui è avvenuta abbastanza per caso. Come ti dicevo, all’inizio suonavo una Martin OM-28, una bellissima chitarra peraltro, leggermente dura ma molto bella. Sentivo però l’esigenza di uno strumento un po’ più arioso, e un giorno in un negozio mi trovai a provare una Lakewood che mi colpì tantissimo. Allora mandai un messaggio email direttamente alla casa madre in Germania, facendo loro i complimenti e raccontando che avevo una scuola a Roma e che avrei avuto piacere a collaborare in qualche modo con loro. Fatto sta che, avendo a che fare con dei tedeschi molto precisi, dopo una decina di giorni ho ricevuto una telefonata di Gianluca Aramini che mi comunicò che la Lakewood aveva esaminato il mio curriculum, che era interessata a darmi una mano e voleva darmi una chitarra! Così Gianluca mi fece avere una bellissima Lakewood M-32 CP. In quel periodo stavo preparando il mio primo disco solista di chitarra acustica, Fuori del 2008 per la Headache Production. Pensavo di registrarlo con la Martin, ma questa nuova Lakewood mi piacque talmente tanto e mi ci trovai talmente bene che lo realizzai interamente con lei. Poi l’anno dopo Gianluca mi chiamò come dimostratore per l’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, e da lì in poi abbiamo fatto amicizia, ho avuto altre chitarre da loro e abbiamo fatto tanti lavori insieme. Da qualche anno uso fondamentalmente una Lakewood M-48, amplificata con un ampli Schertler e un sistema blend con un vecchio preamp Raven Labs a due canali e un D-Tar stereo dentro la chitarra, con microfono e piezo. Su un’altra chitarra invece uso un K&K e uno Shadow, che comprende un pickup magnetico e un piezo, sempre in stereo. Poi ogni tanto aggiungo un delay T-Rex Reptile. Quando lavoravo nel campo della musica pop e rock usavo tanti pedali, ma negli ultimi anni ho eliminato praticamente tutto, in particolare nei concerti dal vivo. Perché poi, soprattutto per i ragazzi, l’uso degli effetti diventa spesso un modo di nascondersi, fondamentalmente per un’insicurezza sullo strumento, per problemi emotivi più che per una reale esigenza. Mentre lo stesso risultato si può ottenere cercando i suoni con le mani. Questo è un aspetto che andrebbe curato maggiormente: il suono andrebbe ricercato non soltanto nell’abilità tecnica e nella velocità, ma anche sperimentando i vari punti dove puoi colpire sulla chitarra; non parlo tanto delle percussioni, ma proprio di come e dove pizzicare la corda. Il suono vero è quello.

Andrea Carpi


Chitarra Acustica, 2/2013, pp. 24-27

...sull'Autore
Redazione

Related Posts

Lascia il tuo commento

*

Captcha * Time limit is exhausted. Please reload the CAPTCHA.