The White Book – I Beatles e la chitarra

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
di Daniele Bazzani, Davide Canazza e Marco Bonfiglio

Vi riproponiamo per i 50 anni di Sgt. Pepper’s l’ottavo capitolo del libro The White Book – I Beatles e la chitarra, curato da Daniele Bazzani e Davide Canazza e pubblicato nel 2011 da Fingerpicking.net, libro di cui esce in questi giorni una nuova edizione riveduta e corretta della versione inglese The White Book – The Beatles and the Guitar. Il contenuto del volume era stato pubblicato precedentemente in anteprima sul sito di Fingerpicking.net, in dodici puntate con cadenza mensile dal 5 ottobre 2010 al 5 settembre 2011, e integralmente nel numero speciale monografico di Chitarra Acustica di agosto 2011.

«I’d love to turn you on»
(d.b.)

The White Book - I Beatles e la chitarraLa serie di cui state leggendo l’ottava puntata, lunga un anno e dedicata ai quattro ragazzi di Liverpool che hanno cambiato il mondo della musica, è iniziata con uno scopo, su tutti: analizzare e dare importanza al ruolo della chitarra nella loro band, e quindi nella musica pop. John Lennon e George Harrison, insieme a Paul McCartney, bassista ma eccellente chitarrista lui stesso, erano i componenti di una band assolutamente fondata sull’utilizzo delle sei corde, poche erano le aggiunte di altri strumenti nel primo periodo. Perché diciamo questo? Perché il loro lavoro più significativo (anche se chi scrive non è del tutto d’accordo, ma questo conta poco) è quel Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band che di chitarra, a differenza dei precedenti, ne ha davvero poca.

Cosa può significare? Molte cose, prima fra tutte che il loro ruolo come ‘chitarristi’ poteva anche diventare marginale, ma la qualità della musica non cambiava, anzi, se cambiava, lo faceva in meglio. Questo lavoro è denso di significati nascosti e non, arriva dopo mesi di studio, libertà che i quattro non si erano mai concessi prima, senza la rottura di dover ‘andare in giro a suonare’, cosa che avevano fatto senza smettere da molti, troppi anni.

Già dalla copertina si intuiva che qualcosa sarebbe stato nuovo e per sempre, con quell’insieme di personaggi per cui serviva una guida o un investigatore privato per scoprirli tutti, e i fiori e i baffi e i capelli lunghi, con il disco che si apriva e rivelava un insieme di elementi di contorno che cambiarono anche il mondo del marketing, oltre a quello musicale.

Iniziamo con il consueto gioco, che in questo caso è supportato dall’autorevole parere di George Martin, che in seguito rivelò di aver rimpianto il fatto che il singolo Strawberry Fields Forever / Penny Lane non fosse stato incluso nell’album. E pensare che iniziò tutto da lì: doveva essere un concept album legato ai luoghi della loro infanzia, e invece divenne altro. Il nostro gioco ci porta all’inclusione dei due brani nella scaletta finale in maniera assolutamente casuale, vediamo come.

1. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band
2. With a Little Help from My Friends
3. Lucy in the Sky with Diamonds
4. Strawberry Fields Forever
5. Getting Better
6. Fixing a Hole
7. She’s Leaving Home
8. Being for the Benefit of Mr. Kite!
9. Penny Lane
10. Within You Without You [di George Harrison]
11. When I’m Sixty-Four
12. Lovely Rita
13. Good Morning Good Morning
14. Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)
15. A Day in the Life

Ecco che il ‘disco più bello della storia’ migliora, e anche di molto, vista la grandezza dei due singoli! Singoli che hanno un primato: sono i loro primi a non essere andati al numero uno delle classifiche, ma solo per un vizio di forma. La band, indecisa su quale fosse il lato B, fece il primo 45 giri della storia a due facciate A, così che le classifiche divisero a metà il totale delle vendite e non si resero conto che andavano invece sommate; ecco allora che in testa alle charts ci sarebbero andati, infrangendo anche qualche record!

Cosa si può scrivere di un disco a cui sono stati dedicati interi libri e che ha fatto discutere diverse generazioni? Noi di solito ci soffermiamo sull’aspetto chitarristico, cercando anche di mettere in evidenza particolarità legate agli arrangiamenti o ai cori: in questo caso il lavoro si fa difficile e dovremo concentrarci sul resto, visto che le orchestrazioni sono le vere protagoniste e di chitarra ce n’è poca.
Potremmo essere tratti in inganno dall’inizio rockeggiante e dalle prime note di chitarra che lanciano la title track, ma la strada prende subito una piega differente. Non vogliamo dire che non ci sia traccia di chitarra, ma davvero su molte canzoni fatichiamo a trovare cose da scrivere.
Notiamo però che dove c’è la chitarra i suoni si fanno sempre più acidi, aprendo la strada a ciò che succederà di lì a poco.
Di sicuro su “Fixing a Hole” abbiamo degli interventi interessanti, incluso l’assolo che George suona nel mezzo, ma il fatto che i quattro avessero ormai libero accesso agli studi della EMI quasi fossero di loro proprietà, e avessero abbastanza tempo da occuparli a lungo, portò la storia di questa band, e di molte altre in seguito, a cambiare radicalmente.

Sgt. Pepper’s è un lavoro spartiacque, e nonostante sia evidente l’influenza, soprattutto per quanto riguarda alcuni suoni, di Pet Sounds dei Beach Boys di Brian Wilson, è uno dei dischi (forse il disco) che traghetta il pop della prima era in quella moderna.
Pensare che un gruppo che fino a due anni prima era ‘beat’, ‘rock’n’roll’ e poi iniziava a scrivere cose più impegnate e innovative, ma sempre apparentemente nei binari, potesse produrre qualcosa di simile, era davvero impensabile.
In questo sarebbe interessante capire che ruolo ebbe George Martin: le orchestrazioni sono qualcosa che senza pensarci attribuiremmo a lui, gli arrangiamenti sono ricercati e sempre originali, va solo stabilito quanto i quattro avessero un ruolo, e di certo lo avevano, nel prodotto finale.

Gli arrangiamenti
Non manca di certo la varietà, se pensiamo a quanto siano differenti brani come “When I’m Sixty-Four” o “Lucy in the Sky with Diamonds”, “A Day in the Life” o “Lovely Rita”. Forse è proprio questo, oltre alla qualità del materiale, ad impressionare: tanta musica così apparentemente senza un legame, ma perfettamente incollata al disco, non era ancora mai capitato di trovarla. Oggi è facile scriverne, ma forse solo chi visse in diretta l’uscita di questo capolavoro può davvero dirci cosa sentì in quel momento, cosa si poteva provare ad ascoltare qualcosa di così nuovo.

Basti pensare che, il giorno dopo l’uscita dell’album, un certo Jimi Hendrix suonò dal vivo con la sua band la canzone che dà il titolo all’album.

Il lavoro in studio si faceva sempre più importante, i Beatles avevano capito che potevano chiedere quasi ogni cosa, possibile e non, e quando John capì che di “Strawberry Fields Forever” c’erano due versioni buone, ma una andava bene per la prima parte e una solo per il finale, chiese di unirle. Il problema è che erano eseguite a velocità e tonalità diverse! Ma lui, incurante degli ostacoli tecnici – oggi una cosa del genere non rappresenterebbe il minimo problema –, disse a George Martin che era sicuro che ce l’avrebbe fatta. Questo dimostra quanto il lavoro della band in fase di scrittura fosse un tutt’uno con quello in studio: i risultati erano dati da un’incredibile mix di sforzi, e viene da chiedersi se quelle limitazioni – si era quasi nell’età della pietra per quanto riguarda le registrazioni – non fossero state invece uno stimolo così grande da risultare fondamentali. Non avremo mai la risposta, e ci va bene così.

Le voci
I cori assumono anche loro un ruolo quasi orchestrale. L’atteggiamento del gruppo nei confronti del loro strumento principe si andava modificando, e la grande abbondanza di orchestrazioni vere metteva leggermente in secondo piano i loro celebri cori: ce ne sono ma vanno a far parte del brano restando in molti casi quasi inosservati, come su “With a Little Help from My Friends” in cui la band e il solista si alternano come fossero un solo cantante; qualcosa di simile accade su “She’s Leaving Home”. Nel complesso notiamo come si perda un po’ la concezione del ‘io canto, tu rispondi’, in favore di un utilizzo delle voci come veri e propri strumenti.

I pensieri di Winston
(d.c.)
Su Sgt. Pepper’s è stato scritto di tutto e di più e il libro più interessante è senz’altro Summer of Love di George Martin, il mitico produttore dei Beatles, colui che più da vicino seguì la creazione di questo capolavoro.
È già stato detto che questo è l’album meno chitarristico tra gli LP dei Beatles, ma le chitarre comunque ci sono, e quando sono presenti, colpiscono con il tocco caratteristico e imprescindibile di sempre.

Nella title track ce ne sono addirittura tre: una ritmica di McCartney, una prima solista di Harrison e una seconda solista, quella più marcata, nuovamente di Paul. Le sue parti sono eseguite con la sua Epiphone Casino e il nuovo ampli Selmer Thunderbird da 50 watt.
Sono di George le chitarre elettriche, sia ritmiche che soliste, in “With a Little Help from My Friends”, “Lucy in the Sky with Diamonds” (qui suona anche un tambura indiano), “Getting Better” e “Fixing a Hole”, canzone nella quale esegue il bellissimo e caratteristico assolo. Le chitarre elettriche utilizzate da Harrison sull’album sono
prevalentemente la Epiphone Casino e la Stratocaster.

Il solo di “Good Morning Good Morning” è di Paul, eseguito qui con la sua nuova Fender Esquire Custom (una Telecaster col solo pickup al ponte, in colorazione sunburst e doppio binding). Questo è anche l’unico brano in cui Lennon suona la ritmica con l’elettrica. John imbraccia invece l’acustica in “A Day in the Life” e in “Lovely Rita”,
raddoppiata qui da un’altra acustica suonata con lo slide da Harrison.

In tutte le altre canzoni Lennon si occupa solo delle parti vocali; in alcuni casi suona le percussioni e le tastiere (organi Hammond, Lowrey, armonium).
Altre parti di tastiera sono suonate da McCartney e da George Martin: suo è l’assolo di piano in “Lovely Rita”.
Gli amplificatori utilizzati, oltre al già citato Selmer, sono i Fender Showman e Bassman già introdotti nelle puntate precedenti.
Paul usa esclusivamente il Rickenbacker 4001 che segna il sound di basso di tutto l’album.

Il disco che venne dal futuro
(m.b.)
Dunque Lennon e McCartney se ne stavano uno accanto all’altro, la leggenda vuole nell’antro magico di Abbey Road, a ragionare sul testo di una canzone che prometteva particolarmente bene, “A Day In The Life”: l’ultimo vero momento di collaborazione alla pari tra il sole e la luna dei Beatles. Doveva essere uno dei primi giorni dell’inverno del 1967 e quei due, insieme a quegli altri due un po’ meno in vista ma non meno importanti nell’economia dei Beatles, il mondo l’avevano già cambiato. E nemmeno loro, però, immaginavano cosa avrebbero scatenato con quella e altre dodici canzoni, circa sei mesi più tardi. Lo intuivano, questo sì. Ragionavano sul testo e a un certo punto gli venne un verso: «I’d love to turn you on». ‘Mi piacerebbe eccitarti’. Un momento, però: nessuno aveva mai usato parole così audaci, dirette e sfacciate dentro un pezzo di musica ‘popolare’. Non sarebbe stato azzardato? Ci pensarono un paio di secondi, giusto il tempo di strizzarsi un occhio e dirsi: «Vaffanculo, facciamolo».

Eccome, se lo fecero. I Beatles potevano fare tutto, arrivati a quel punto. Lo sapevano loro, lo sapevano gli altri musicisti, lo sapeva tutto il mondo. È da qui che bisogna partire, per rendersi conto di cosa ha significato Sgt. Pepper’s. Ci sono passati una quarantina d’anni, ma ancora non lo si è capito completamente. Probabilmente perché è un errore cercare di capire un album del genere. È lui che capisce te. Ed è altrettanto ovvio che un simile capolavoro poteva succedere non semplicemente e soltanto negli anni sessanta, ma soprattutto e particolarmente tra il 1967 e il 1968. Lì la cultura musicale e la controcultura sociale che stava esplodendo tra il vecchio e il nuovo continente vennero a contatto, ed esplosero letteralmente. Prima si erano soltanto annusate, si erano ascoltate a distanza coi vinili che attraversavano l’oceano sui transatlantici e poi, in un groviglio sempre più stretto e veloce, si mescolarono insieme in quella che superficialmente e rapidamente viene chiamata psichedelia. Acidi e sostanze in grado di aprire la mente: se si vuole uno stereotipo è la prima cosa che viene in mente quando si pensa alle influenze primarie di Sgt. Pepper’s.

Sì, ma poi ci vuole comunque la mente di quei quattro per fare una cosa del genere. Per dire, ci vuole la mente di McCartney, sia pure espansa dall’acido, per pensare a un nome come Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band per la sua band immaginaria, e non è un caso che l’idea gli venne dopo un viaggio sulla West Coast statunitense, dove gli occhi e le orecchie gli si riempirono di colori che schizzavano da tutte le parti e nomi improbabili di orchestrine che giostravano su palchi davanti al Pacifico. Senza dimenticare che l’idea originale era di un concept album dal sapore liverpooliano, dedicato ai ricordi di infanzia dei quattro, per il quale un paio di pezzi erano già stati scritti: “Strawberry Fields Forever” e “Penny Lane”, poi dirottate su 45 giri, tanto per ricordare quanto la prolificità del sole e la luna dei Beatles permettesse di sprecare «tutta una serie di piccoli gioielli» (cit. George Martin) sul mercato dei singoli. Ci vuole la mente di Lennon, dicevamo, per farsi ispirare un pezzo come “Being for the Benefit of Mr. Kite!” dal manifesto di uno spettacolo circense dell’epoca vittoriana, scovato in un mercato delle pulci. O, rimanendo su “A Day in the Life”, buttare in mezzo alle strofe la storia di un loro amico miliardario che imbottito di droga va a schiantarsi con la sua auto sportiva, dopo avere letto la cronaca dell’incidente sul Daily Mail, proprio accanto a un trafiletto che diceva: «Ci sono quattromila buche sulle strade di Blackburn, nel Lancashire».

Ci vuole la mente indianizzata di George Harrison per scrivere: «Potremmo salvare il mondo, se soltanto loro sapessero». Dove quel «se soltanto loro sapessero» è l’emblema dell’effetto che Sgt. Pepper’s fece nel mondo. Perché per il resto della popolazione, in quel momento storico, quelli che sapevano veramente erano i quattro di Liverpool. Erano avanti. Venivano dal futuro proprio come quell’album a portare la parola, il verbo, la voce della musica all’apice dell’illusione che, davvero, la musica potesse cambiare il mondo e salvarlo. Quando uscì, Sgt. Pepper’s fu trasmesso a manetta dalle radio di tutto il pianeta. Si organizzavano ascolti collettivi, seduti in religioso silenzio nei salotti o nelle sale da conferenza, perché i guru della musica stavano parlando con suoni e parole che nessuno aveva mai sentito prima. Bisognava solo lasciarsi guidare e ascoltarli, per fare in modo che anche noi comuni mortali potessimo finalmente sapere È talmente complicato, Sgt. Pepper’s, che per qualcuno non è nemmeno bello. È talmente variegato che qualcun altro, come Brian Wilson dei Beach Boys, ci perse completamente il senno perché stava ancora elaborando come superare Revolver, l’album precedente, quando loro se ne vennero fuori con quella roba.

Di roba ce n’è talmente tanta che non si può comprimere in una spiegazione univoca. Ancora, è il disco che comprime te. Con la produzione fantascientifica di George Martin, la copertina ricca di indizi sulla presunta morte di Paul, con la cura maniacale dei dettagli al punto che Abbey Road sembrò trasformarsi in uno zoo (e se andate in rete è reperibile l’immagine del foglio che Geoff Emerick, il tecnico del suono, utilizzò per stabilire in che modo mettere in rotazione circolare i versi degli animali utilizzati per “Good Morning Good Morning”), con la scoperta che si può scrivere una canzone partendo da una poliziotta che ti fa la multa (“Lovely Rita”), l’acronimo LSD di “Lucy in the Sky with Diamonds” e l’improvvisa dolcezza carica di rimpianto di “She’s Leaving Home”, con la sua arpa e il suo «il divertimento è l’unica cosa che i soldi non possono comprare». Ah già, i Beatles erano quelli dei testi sciocchini, confezionati per le ragazzine ingenue. Sì, ma qui c’è anche un’intensità di significati su cui ancora oggi si discute in ambito perfino accademico.

C’è “With a Little Help from My Friends” e provate a soffermarvi sul significato di una frase come «Cosa vedi quando spengi la luce? Non saprei spiegarlo, ma so che è mio». Vedete dove vi portano, le canzoni del Sergente Pepe eseguite dalla sua Banda dei Cuori Solitari. In un posto diverso ogni volta, sicuramente. Ancora a quella “A Day in the Life”, probabilmente, con quel suo «Mi piacerebbe eccitarti» sussurrato, ripreso dalle noti montanti di un’orchestra che doveva essere di novanta elementi e poi ridotta a ‘soli’ quarantacinque, che accompagnano l’orecchio verso l’amplesso uditivo e quel Mi maggiore finale, un orgasmo prodotto da quattro pianoforti suonati all’unisono. Non è più musica. È Arte alta, di quella con la maiuscola, e diventa accessibile a ogni strato sociale. Non più solo agli adolescenti, non più solo agli appassionati di musica. È di tutti, ed è per questo che entra nell’immaginario collettivo anche come ‘la versione novecentesca della musica classica’. Sgt. Pepper’s non venne solo per esserci, ma per rimanere. E infatti è ancora qui, adesso. E siccome anche nel 2011 potrebbe venire dal futuro, rimane misterioso come sia potuto venire alla luce nel 1967.

Cambia proprio la storia, in quel momento. Quei quattro lo sapevano prima. Anche loro non furono più gli stessi, dopo. Da bravi ragazzi da sposare a pericolosi capelloni da censurare, perché i loro testi facevano allusioni troppo evidenti alle droghe e al sesso. Dall’ottimismo smisurato di quella che poi sarebbe diventata l’Estate dell’Amore, nel 1967, ai tumulti tempestosi del 1968 che era alle porte. Tornate alla fine di “A Day in the Life”, dopo il Mi maggiore, e ascoltate quel terrificante scricchiolio, poi noto come “The Inner Groove”, un loop inciso nel solco alla fine della facciata, che scorre ad libitum fino a quando la puntina non viene sollevata dal vinile. E una voce che dice: «Never could be any other way». ‘Non potrebbe andare diversamente’. Quasi come se i Beatles, benché volessero semplicemente occupare tutti gli spazi disponibili nel tentativo di essere quanto più innovativi, sapessero cosa stava per succedere nei mesi successivi. Al mondo e a loro stessi.

Ma questa è cronaca successiva. George Harrison spiegò che aveva poca memoria di quei giorni, perché «chi ha vissuto davvero negli anni sessanta non se li può ricordare». Qualcosa di simile lo disse anche Lennon, quando gli fu chiesto di ricordare le fasi della registrazione dell’album. Ecco un altro paradosso. Che un lavoro del genere dovrebbe essere come i mobili Ikea, con le istruzioni passo passo per capire come è possibile realizzarlo. E invece nemmeno chi l’ha costruito sapeva ricordare come ci era riuscito. Troppo semplicistico ridurlo a un semplice stordimento da droghe e vita da rockstar. Forse viene veramente dal futuro.

Daniele Bazzani
Davide Canazza
Marco Bonfiglio

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