Tempo di Musikmexit? C’era una volta la fiera europea degli strumenti musicali

(di Reno Brandoni / foto di Serenella Lunesu) – Per fare ogni cosa ci sono solitamente due modalità, quella semplice e quella complicata. Io di solito, animato dal buon senso, scelgo sempre quella semplice ma, per una mia innata virtù che non starò qui a spiegarvi, mi trovo poi a seguire quella più complicata. Nei giorni dal 5 all’8 di aprile si sarebbe tenuta a Francoforte la Musikmesse, meglio nota come la fiera musicale più importante d’Europa. Orientato da una piccola delusione avuta l’anno precedente, quando l’edizione mi era sembrata un po’ sottotono, e reduce da una interessante anche se scarna fiera di Los Angeles (il NAMM Show), ma soprattutto ispirato da un’aria di spending review che anima costantemente i buoni propositi, avevo deciso di non andarci, trascurando così qualunque invito e ogni accessibile combinazione di viaggio che mi avrebbe potuto portare a Francoforte con un investimento poco oneroso.
La mia decisione, e la mia indifferenza, hanno in qualche modo influenzato le scelte di altri comuni amici, quali Giuseppe Tropeano e Gavino Loche, che – incerti anche loro sul da farsi – avevano accantonato, insieme a me, la possibilità di qualche serata a ‘stinco e birra’. Oddìo, questo vale solo per Giuseppe perché Gavino, essendo vegetariano, poco può godere dell’attrattiva di maggiore interesse della trasferta germanica.

Tutto rimane così oziosamente immobile fino alla vigilia dell’apertura della Musikmesse, quando tra le centinaia di spam email che ricevo ogni giorno – in cui mi viene promesso di tutto, compresi dimagrimenti, allargamenti e allungamenti di ogni parte del mio corpo – una sembrava suonare veritiera: era l’amico Gherard, proprietario di una delle più importanti società di distribuzione nel campo dell’editoria musicale in Germania, che mi chiede se sarò a Francoforte, perché gli piacerebbe incontrarmi per visionare il catalogo editoriale di Fingerpicking.net.
Come rispondere no a una proposta del genere? L’attività commerciale è fatta di opportunità, e questa mi sembra una di quelle importanti. Rispondo immediatamente, garantendo la mia presenza a mezzogiorno di venerdì presso il suo stand. Magari ci scappa anche l’invito a pranzo…

Bene, ora si tratta di rivedere i piani del ‘risparmio’ e trovare il modo per poter essere presente all’appuntamento nel modo più indolore possibile, visto che la teoria del ‘quel che è rimasto te lo vendo a poco’, appresa presso il banco del pesce sotto casa mia quando vivevo in Sicilia, con i voli e soprattutto con la Lufthansa non funziona. Anzi, è esattamente il contrario: non hai prenotato per tempo? Bene, ti imbarco lo stesso, ma mi paghi quanto una rata del mutuo della tua casa. Tradotto in euro, ben 680 per andare e tornare da Bologna a Francoforte. Quasi il doppio di quanto ho speso per andare a Shangai, e un terzo in più del mio ultimo viaggio a Los Angeles. Se considerate le ore di volo, il paragone è pazzesco.
Decido che non si può! Umilmente chiamo sia Giuseppe che Gavino, sperando di ricevere stimoli o idee alternative interessanti. Arriva immediato il diniego di Gavino, che già si era organizzato per navigare verso altri lidi, mentre Giuseppe risponde con il suo solito spirito assistenziale meridionalistico: «Se vuoi ti accompagno in macchina». Solo tredici ore di viaggio per l’andata e altrettante per il ritorno: ventisei ore di guida per un appuntamento di mezz’ora… Però con duecento euro di benzina da dividere in due dovremmo farcela. Organizziamo così la partenza per il giovedì all’alba; dovrò semplicemente andare a prendere Giuseppe a Parma, visto che arriverà con un treno da La Spezia. Lo prego di portare il suo navigatore TomTom, in quanto quello mio della macchina non è aggiornato e spesso mi fa fare giri strani.

Del viaggio c’è poco da raccontare, se non qualche sporadico episodio che ha illuminato il grigio paesaggio svizzero. Prima di attraversare il confine tedesco decidiamo di fermarci per una pausa pranzo, ma l’assenza di Autogrill ci confonde: bisogna trovare un luogo adatto ai nostri gusti, però ognuno di quelli in cui ci siamo fermati presentava, come vanto nel proprio menu, solo specialità svizzero-tedesche sinceramente poco attraenti. Dopo un po’ di ricerche, la fame ha preso il sopravvento e abbiamo deciso di fermarci al successivo ‘posto di ristoro’, accettando di mangiare qualsiasi cosa ci venisse offerta di commestibile.
Ci sediamo, guardiamo il menu in tedesco cercando di interpretare il loro linguaggio con poche vocali, fin quando probabilmente ci concentriamo sul menu bambini, selezionando un semplice hamburger. Col nostro inglese spieghiamo cosa vogliamo alla cameriera, che alla fine – guardando le nostre ‘stazze’ – rimane un po’ perplessa. Giuseppe mi chiede in italiano il perché di questo sguardo inquisitore, e la ragazza risponde in perfetto italiano che quello che abbiamo scelto è un mini hamburger di dimensioni quasi invisibili, certamente non compatibile con il nostro appetito. Le chiediamo da dove viene, scopriamo che è calabrese, come Giuseppe. Lei dice: «Ci penso io!»
Spunta dopo poco con due ‘paninazzi’ pomodoro, mozzarella e basilico riscaldati sulla piastra, che hanno tutto il sapore della nostra infanzia. Bene, ora si può proseguire diretti verso Francoforte.

Io guido e il navigatore è il tal Giuseppe di prima: governa il suo TomTom orgogliosamente dal cellulare. Dapprima seleziona come meta il centro di Francoforte, poi, quando siamo a cento chilometri dall’obiettivo, perfeziona il tiro e con il suo cellulare invia un messaggio al navigatore: «Portaci in albergo», indicando nome della magione e indirizzo. Mi fido poco di questa tecnologia innovativa, e suggerisco a Giuseppe di controllare o inserire a mano l’indirizzo. Ricevo improperi e atteggiamenti di offesa. Dopo aver chiesto una volta di troppo se il navigatore era settato nella giusta direzione, abbandono la sfida e decido di fidarmi. Solo quando siamo al centro di Francoforte, Giuseppe mi guarda e mi dice che qualcosa non ha funzionato. Dobbiamo tornare indietro di tredici chilometri – ventisei in totale – per raggiungere l’albergo. Il silenzio sarebbe la migliore risposta per far sentire a disagio il tuo compagno di viaggio, ma io – che non faccio mai la scelta giusta – preferisco evidenziare tutto il mio disappunto, ricordando responsabilità genealogiche e genetiche, che confermano l’ormai storica disfida che accompagna i popoli delle due sponde tra Messina e Reggio Calabria.
Finalmente in albergo, si va in centro a cenare, poi il giusto riposo pronti per la giornata che verrà.

Giuseppe Tropeano

Giuseppe Tropeano

L’arrivo in fiera è traumatico. Di solito l’ingresso era reso difficoltoso dalla grande ressa. Invece arriviamo… ed entriamo immediatamente! Penso sia il frutto della consueta efficienza teutonica: no, è proprio assenza di traffico. Poca gente gira tra i corridoi della fiera e il salone – che di solito vedeva esposti gli strumenti di nostro interesse, e che ogni anno si mostrava denso di stand e di espositori – dà subito l’idea di quello che ci aspetta: corridoi ben larghi e l’evidente defezione dei marchi di grande prestigio che solitamente animavano la kermesse.
Mentre prima si doveva fare la fila per parlare con gli espositori, ora sembra quasi che i vari manager si contendano i pochi ospiti, catturandoli e trattenendoli nei loro spazi.

La fiera ha perso il suo fascino ‘internazionale’, per approdare a una dimensione più locale. Ed è un vero peccato, perché è necessario un punto di riferimento europeo e Francoforte soddisfaceva appieno questa esigenza.
Tra gli italiani noto subito le Edizioni Curci, le corde Galli e gli amplificatori Acus: tutti mi dicono di aver lavorato tanto, che è vero che la fiera ha perso molto del proprio appeal, ma che finalmente ci sono solo gli operatori veramente interessati e si riesce a fare un buon business. Sarà vero? Non so proprio dirlo. Certo è che meno persone in giro, secondo me, vogliono anche dire meno opportunità e meno contatti.

Acus

Acus

Gli amici della Schertler sono in prima fila con il loro Arthur e con il loro nuovo ambasciatore: Nazzareno Zacconi. Un volto già noto. Vedo un po’ di coda allo stand Acus, tutti a sentire qualcuno che suona e che sta raccogliendo molti consensi. Mi avvicino curioso e vedo una ‘paletta’ che riconosco: è un chitarrista con una Effedot. Seguo le mani fino al volto, per scoprire la faccia di Gavino Loche che suona sorridente! Lo incontro alla fine dello show per chiedergli cosa fa da queste parti: anche lui, sapendo che ero qui con Giuseppe, ha pensato di fare un salto, il che si traduce in una serie di esibizioni nei vari stand amici.

Gavino Loche

Gavino Loche

Tommaso Galli ospita Paolo Annessi e Simona Grasso: anche loro, bravi come sempre, vengono accolti con curiosità e interesse. Basta girare l’angolo per imbattersi nei Bruskers: Matteo Minozzi ed Eugenio Polacchini sono onnipresenti e, dopo il tour americano non potevano tralasciare la Germania. Insomma, il solito giro di italiani: bastava fare pochi chilometri per incontrarli tutti, invece sono qui con tredici ore di viaggio sulle spalle e altre tredici da affrontare per condividere la medesima delusione!

I Bruskers

I Bruskers

Si è già fatto mezzogiorno e corro quasi puntuale allo stand di Gherard, che mi sta aspettando. Lo saluto e gli chiedo educatamente come sta: fa segno con la mano di avere problemi allo stomaco; qualche fitta non gli permette di stare in piedi e sembra aver patito una notte di coliche. Ecco che l’invito a pranzo immediatamente svanisce… Parliamo di accordi, opportunità e distribuzione: promesse che potrebbero aprirci nuovi interessanti mercati.
Finito l’appuntamento decido di andare a mangiare qualcosa, immaginando la grande fatica da fare per sgomitare tra i numerosi avventori. Invece no, i luoghi di ristoro sono vuoti e ci si può addirittura sedere ai tavolini senza fare neanche un minuto di fila.

Cos’altro volete vi racconti? Qualche giro per cercare strumenti da provare: i nuovi dobro Sigma e qualche chitarra senza buca o senza paletta, così, tanto per dire che l’estetica propone sempre qualcosa di nuovo, anche se è poco funzionale.
Giro e rigiro fino alla chiusura, sperando in una illuminazione che renda interessante la mia visita oltre l’incontro con l’amico Gerhard. Ma niente, niente di entusiasmante, di cui valga la pena parlare. Non rimane che raccogliere quel poco che resta delle mie energie per organizzare la cena con gli amici della Curci. Il giorno dopo ci aspettano tredici ore di viaggio e francamente ne avrei fatto a meno. Tranne che per le gag con Giuseppe Tropeano, con cui mio malgrado ho condiviso la camera. Ma questa è un’altra storia, troppo audace per queste pagine musicali…
Al prossimo anno… se ci sarà.

Reno Brandoni

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