L’eredità di Doc Watson (3/3)L’eredità di Doc Watson (3/3)
Raffinatezza, semplicità e potenza
di Andrea Tarquini
Il suo vero nome era Arthel Lane Watson… ma il soprannome ‘Doc’ gli fu dato in relazione al personaggio del Doctor Watson, che affianca Sherlock Holmes nelle celebri avventure ideate da Sir Arthur Conan Doyle. Ad avere l’idea del soprannome si dice fosse stato un impresario imbeccato da un fan, che tra il pubblico di un concerto urlò il nomignolo di ‘Doc’ all’indirizzo dell’artista.
Senza Doc Watson la chitarra acustica contemporanea non sarebbe la stessa. Sarebbe impossibile enumerare qui la quantità di premi e riconoscimenti ricevuti da questo immenso musicista, tra i quali spicca la Medal of Honor of Arts che gli assegnò il Presidente Clinton. Doc Watson, chitarrista, cantante, banjoista, armonicista e accordatore di pianoforti era cieco dall’età di un anno. Esordì come artista di studio con il suo primo album solo nel 1964. Da quel disco iniziò una lunga e intensa attività concertistica con l’amato figlio Merle alla chitarra, che poi morì tragicamente in un incidente con il trattore. Al duo si aggiunse pochi anni dopo T. Michael Coleman al basso.
Un trattore? Sì, perché i Watson non hanno mai interrotto né disconosciuto le proprie attività contadine e le proprie origini rurali. Ma il vero boom di successo Doc lo ottenne nei primi anni settanta grazie alla splendida “Tennessee Stud”, che compare nel glorioso triplo vinile Will the Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band nel 1974, un disco che segnò una generazione e che ancora oggi è tra i ‘must’ consigliati a chi voglia avvicinarsi al bluegrass, al folk, e agli sturmenti acustici.
Doc Watson io l’ho scoperto grazie a Stefano Rosso, cantautore e chitarrista romano con il quale ebbi il privilegio di suonare ed esordire parecchi anni fa. Stefano Rosso, con la sua erre moscia e il suo accento trasteverino, eseguiva un’affascinante versione della splendida “Deep River Blues”: un fingerpicking sincopato in un contesto a metà tra una ballad, un gospel e un blues, che Stefano iniziava ‘a cappella’ invitando il pubblico a battere le mani. La prima volta che l’ascoltai fu davvero folgorante!
Successivamente, con grande stupore, scoprii a casa di un vecchio signore, amico di famiglia, un doppio live con il figlio Merle, intitolato Doc Watson on Stage – Featuring Merle Watson, per la prima volta pubblicato in vinile nel 1971, nel quale Doc esegue quasi tutti i successi del suo repertorio, suonando anche l’armonica e ovviamente sfoggiando tutta la sua tecnica flatpicking e fingerpicking. La copertina con Doc e Merle in primo piano davanti a un sipario è davvero una chicca rétro, il disco si trova ancora oggi in tutti i più noti store online. Naturalmente, appena mi impossessai del disco (che non restituii mai al proprietario!) saltai tutte le tracce per sentire la versione originale di “Deep River Blues”, che avevo sentito solo da Stefano Rosso… potenza delle cover! Nella versione da disco quel bellissimo arpeggio era ovviamente accompagnato dalla bellissima e profonda voce di Doc; e davvero, qualunque ulteriore commento non restituirebbe al brano il senso vero della sua grandiosa esecuzione. Ascoltare per credere!
L’unica ulteriore cosa che si può dire è che “Deep River Blues” resta un brano che vanta un’innumerevole quantità di cover. Nelle più recenti, tra le quali la più degna di nota è senza dubbio la versione di Jim Hurst che si può ascoltare anche su YouTube, Jim Hurst come Bryan Sutton e altri eseguono degli assoli, che Doc invece preferiva non suonare su questo brano, nemmeno quando era accompagnato dal figlio o da altri, forse per mantenerne una sorta di integrità tipica di un racconto o di una ballad.
Ad ogni modo, quel disco fu un’illuminazione, e solo tempo dopo lo ascoltai per intero anziché fossilizzarmi su “Deep River Blues”. Fu così che iniziai a rendermi conto di quale grandezza avessi di fronte. Quello è forse uno dei primi dischi che, come una lampadina che si accende per sempre, mi hanno portato a sposare la chirarra acustica e non lasciarla mai. Doc Watson per tutto il concerto mostra la sua grande capacità tecnica e rare abilità di entertainer.
Infatti, oltre che un grande chitarrista Doc Watson è stato anche un grande performer e front man. Aveva una voce molto profonda, preferiva tenere la nota rispetto alla grande quantità di gorgheggi e abbellimenti in stile violinistico tipica del canto di matrice country-bluegrass. Si misurò anche col mestiere del folksinger reinterpretando brani tradizionali o contemporanei in stile roots. Da “The Last Thing on My Mind” di Tom Paxton a “More Pretty Girls than One”, canzone incisa e cantata da innumerevoli artisti come Woody Guthrie, Tony Rice, Ricky Skaggs, Lyle Lovett e molti altri… canzone che ancora oggi mi diverto a cantare e suonare. Da non dimenticare la sua versione di “Summertime”, nella quale Doc ricrea atmosfere old-timey e restituisce perfettamente il senso di povertà e desolazione dei ‘vecchi tempi andati’, della vita nei campi di cotone, atmosfere nelle quali il senso religioso era l’unica vera ispirazione consolatoria. La voce sola e baritonale di Doc, nel reinterpretare il brano, ricostruisce questa solitudine in maniera incredibilmente autentica, eppure tanto diversa dall’originale.
Pur essendo un multistrumentista e pur padroneggiando diverse tecniche, Doc Watson resta un fondamentale riferimento soprattutto per la chitarra flatpicking, sulla quale egli introdusse grandi innovazioni. Il suo stile raffinato era potente, e per primo Doc Watson introdusse variazioni con scale più tipiche del blues e del jazz, innestandole su un impianto tradizionale. Il suo stile flatpicking, di grandissima ricchezza, offre un importante numero di signature licks che ancora oggi sono oggetto di studio e di citazione da parte dei flatpicker più giovani. In particolare opening e ending licks… ma come non citare le variazioni tutte personali che Doc ha eseguito su frasi evidentemente mutuate da Django Reinhardt!
Prima di altri e in maniera più chiara di altri, l’approccio chitarristico di Watson al flatpicking e in particolare ai fiddle tunes rendeva incisivo e potente il down-up alternato del plettro, in modo da far cadere ciascun down sul ‘battere’ del pezzo. Parliamo in pratica di un utilizzo del plettro che imita i movimenti e soprattutto gli accenti che l’archetto esegue sul fiddle, ossia sul violino della musica tradizionale irlandese e americana: questo elemento tecnico era, è e resterà per sempre l’elemento base ed imprescindibile per chiunque voglia suonare la chitarra flatpicking. Ma anche sul crosspicking e sui salti di corda Doc era maestro.
Senza Doc Watson non sarebbero nati e fioriti mostri sacri della chitarra acustica come Tony Rice, Clarence White, Dan Crary e il nostro Beppe Gambetta, bandiera italiana del flatpicking internazionale che, avendo avuto il privilegio di conoscerlo e salirci insieme sul palco, ha dedicato proprio a Doc una larga parte della propria attività didattica, consentendo anche al pubblico di casa nostra di conoscere meglio questo immenso artista.
Come detto in precedenza, Doc Watson non ha mai abbandonato le proprie attività rurali. Potremmo dire che la sua musica e il carattere roots e rurale erano una cosa sola. La sua musica, il suo canto e il suo chitarrismo, tanto in sofisticatezza che in semplicità e potenza, risentivano di quella caratteristica schietta e diretta della gente dei campi. Questo faceva di lui un artista totale e irripetibile, come ce ne sono ormai pochi e come ci auguriamo ne verranno ancora.

Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19Raffinatezza, semplicità e potenza
di Andrea Tarquini
Il suo vero nome era Arthel Lane Watson… ma il soprannome ‘Doc’ gli fu dato in relazione al personaggio del Doctor Watson, che affianca Sherlock Holmes nelle celebri avventure ideate da Sir Arthur Conan Doyle. Ad avere l’idea del soprannome si dice fosse stato un impresario imbeccato da un fan, che tra il pubblico di un concerto urlò il nomignolo di ‘Doc’ all’indirizzo dell’artista.
Senza Doc Watson la chitarra acustica contemporanea non sarebbe la stessa. Sarebbe impossibile enumerare qui la quantità di premi e riconoscimenti ricevuti da questo immenso musicista, tra i quali spicca la Medal of Honor of Arts che gli assegnò il Presidente Clinton. Doc Watson, chitarrista, cantante, banjoista, armonicista e accordatore di pianoforti era cieco dall’età di un anno. Esordì come artista di studio con il suo primo album solo nel 1964. Da quel disco iniziò una lunga e intensa attività concertistica con l’amato figlio Merle alla chitarra, che poi morì tragicamente in un incidente con il trattore. Al duo si aggiunse pochi anni dopo T. Michael Coleman al basso.
Un trattore? Sì, perché i Watson non hanno mai interrotto né disconosciuto le proprie attività contadine e le proprie origini rurali. Ma il vero boom di successo Doc lo ottenne nei primi anni settanta grazie alla splendida “Tennessee Stud”, che compare nel glorioso triplo vinile Will the Circle Be Unbroken della Nitty Gritty Dirt Band nel 1974, un disco che segnò una generazione e che ancora oggi è tra i ‘must’ consigliati a chi voglia avvicinarsi al bluegrass, al folk, e agli sturmenti acustici.
Doc Watson io l’ho scoperto grazie a Stefano Rosso, cantautore e chitarrista romano con il quale ebbi il privilegio di suonare ed esordire parecchi anni fa. Stefano Rosso, con la sua erre moscia e il suo accento trasteverino, eseguiva un’affascinante versione della splendida “Deep River Blues”: un fingerpicking sincopato in un contesto a metà tra una ballad, un gospel e un blues, che Stefano iniziava ‘a cappella’ invitando il pubblico a battere le mani. La prima volta che l’ascoltai fu davvero folgorante!
Successivamente, con grande stupore, scoprii a casa di un vecchio signore, amico di famiglia, un doppio live con il figlio Merle, intitolato Doc Watson on Stage – Featuring Merle Watson, per la prima volta pubblicato in vinile nel 1971, nel quale Doc esegue quasi tutti i successi del suo repertorio, suonando anche l’armonica e ovviamente sfoggiando tutta la sua tecnica flatpicking e fingerpicking. La copertina con Doc e Merle in primo piano davanti a un sipario è davvero una chicca rétro, il disco si trova ancora oggi in tutti i più noti store online. Naturalmente, appena mi impossessai del disco (che non restituii mai al proprietario!) saltai tutte le tracce per sentire la versione originale di “Deep River Blues”, che avevo sentito solo da Stefano Rosso… potenza delle cover! Nella versione da disco quel bellissimo arpeggio era ovviamente accompagnato dalla bellissima e profonda voce di Doc; e davvero, qualunque ulteriore commento non restituirebbe al brano il senso vero della sua grandiosa esecuzione. Ascoltare per credere!
L’unica ulteriore cosa che si può dire è che “Deep River Blues” resta un brano che vanta un’innumerevole quantità di cover. Nelle più recenti, tra le quali la più degna di nota è senza dubbio la versione di Jim Hurst che si può ascoltare anche su YouTube, Jim Hurst come Bryan Sutton e altri eseguono degli assoli, che Doc invece preferiva non suonare su questo brano, nemmeno quando era accompagnato dal figlio o da altri, forse per mantenerne una sorta di integrità tipica di un racconto o di una ballad.
Ad ogni modo, quel disco fu un’illuminazione, e solo tempo dopo lo ascoltai per intero anziché fossilizzarmi su “Deep River Blues”. Fu così che iniziai a rendermi conto di quale grandezza avessi di fronte. Quello è forse uno dei primi dischi che, come una lampadina che si accende per sempre, mi hanno portato a sposare la chirarra acustica e non lasciarla mai. Doc Watson per tutto il concerto mostra la sua grande capacità tecnica e rare abilità di entertainer.
Infatti, oltre che un grande chitarrista Doc Watson è stato anche un grande performer e front man. Aveva una voce molto profonda, preferiva tenere la nota rispetto alla grande quantità di gorgheggi e abbellimenti in stile violinistico tipica del canto di matrice country-bluegrass. Si misurò anche col mestiere del folksinger reinterpretando brani tradizionali o contemporanei in stile roots. Da “The Last Thing on My Mind” di Tom Paxton a “More Pretty Girls than One”, canzone incisa e cantata da innumerevoli artisti come Woody Guthrie, Tony Rice, Ricky Skaggs, Lyle Lovett e molti altri… canzone che ancora oggi mi diverto a cantare e suonare. Da non dimenticare la sua versione di “Summertime”, nella quale Doc ricrea atmosfere old-timey e restituisce perfettamente il senso di povertà e desolazione dei ‘vecchi tempi andati’, della vita nei campi di cotone, atmosfere nelle quali il senso religioso era l’unica vera ispirazione consolatoria. La voce sola e baritonale di Doc, nel reinterpretare il brano, ricostruisce questa solitudine in maniera incredibilmente autentica, eppure tanto diversa dall’originale.
Pur essendo un multistrumentista e pur padroneggiando diverse tecniche, Doc Watson resta un fondamentale riferimento soprattutto per la chitarra flatpicking, sulla quale egli introdusse grandi innovazioni. Il suo stile raffinato era potente, e per primo Doc Watson introdusse variazioni con scale più tipiche del blues e del jazz, innestandole su un impianto tradizionale. Il suo stile flatpicking, di grandissima ricchezza, offre un importante numero di signature licks che ancora oggi sono oggetto di studio e di citazione da parte dei flatpicker più giovani. In particolare opening e ending licks… ma come non citare le variazioni tutte personali che Doc ha eseguito su frasi evidentemente mutuate da Django Reinhardt!
Prima di altri e in maniera più chiara di altri, l’approccio chitarristico di Watson al flatpicking e in particolare ai fiddle tunes rendeva incisivo e potente il down-up alternato del plettro, in modo da far cadere ciascun down sul ‘battere’ del pezzo. Parliamo in pratica di un utilizzo del plettro che imita i movimenti e soprattutto gli accenti che l’archetto esegue sul fiddle, ossia sul violino della musica tradizionale irlandese e americana: questo elemento tecnico era, è e resterà per sempre l’elemento base ed imprescindibile per chiunque voglia suonare la chitarra flatpicking. Ma anche sul crosspicking e sui salti di corda Doc era maestro.
Senza Doc Watson non sarebbero nati e fioriti mostri sacri della chitarra acustica come Tony Rice, Clarence White, Dan Crary e il nostro Beppe Gambetta, bandiera italiana del flatpicking internazionale che, avendo avuto il privilegio di conoscerlo e salirci insieme sul palco, ha dedicato proprio a Doc una larga parte della propria attività didattica, consentendo anche al pubblico di casa nostra di conoscere meglio questo immenso artista.
Come detto in precedenza, Doc Watson non ha mai abbandonato le proprie attività rurali. Potremmo dire che la sua musica e il carattere roots e rurale erano una cosa sola. La sua musica, il suo canto e il suo chitarrismo, tanto in sofisticatezza che in semplicità e potenza, risentivano di quella caratteristica schietta e diretta della gente dei campi. Questo faceva di lui un artista totale e irripetibile, come ce ne sono ormai pochi e come ci auguriamo ne verranno ancora.
L’eredità di Doc Watson (2/3)L’eredità di Doc Watson (2/3)
Un modello raro e prezioso
di Roberto Dalla Vecchia
Stavo terminando di caricare i bagagli in macchina per andare al mio Acoustic Guitar Workshop. Come sempre ci sono mille cose da fare all’ultimo minuto, l’entusiasmo per quello che mi attende è tanto. Do un’ultima occhiata su Internet per sapere come sta Doc Watson, è grave in ospedale da più di una settimana, e così arriva la doccia fredda: ci ha lasciato giusto poche ore prima. La prima reazione è stata quella di prendere un suo CD e ascoltare qualcosa: mi è subito venuto in mente un suo brano “Life Is Like a River”, stupendo, intenso, con un testo da pelle d’oca. Su queste note incrocio in corridoio Mark Cosgrove, in Italia per il tour e il workshop: ha già capito tutto, non serve aggiungere nulla.
Quando ho iniziato ad ascoltare il flatpicking mi sono imbattuto prima con il chitarrista Norman Blake. Proprio cercando di dare un nome a quella musica che tanto mi incantava, mi sono subito dopo incontrato con la musica di Doc Watson. Naturalmente non c’era Internet e dischi di questo tipo era difficilissimo averli, è stato solo per fortuna se ho conosciuto una persona che vendeva parte della sua collezione di dischi, fra questi tre erano di Doc Watson!
Era la fine degli anni ottanta, suonavo la chitarra già da qualche anno, avevo una gran passione per il fingerpicking e i cantautori americani. Doc Watson mi ha subito catturato per il suo stile sulla chitarra, la voce, il repertorio: una combinazione di elementi che difficilmente trova eguali in altri artisti nelle mie preferenze musicali.
Mi sono presto procurato il suo libro The Songs of Doc Watson e ho iniziato a suonare prima i suoi brani di fingerpicking, “Deep River Blues” e lo strumentale “Doc’s Guitar”, e poi via via i suoi brani flatpicking, primo su tutti “Black Mountain Rag”. Negli anni tanti sono stati i brani suoi che ho imparato diligentemente nota per nota. Tra i brani tradizionali di cui esistono svariate versioni, spesso è la sua versione la prima che ho imparato e che mi è rimasta dentro. Ricordo che per un certo periodo ho anche usato il suo stesso tipo e modello di plettro: Dunlop Nylon da 1 mm!
Facendo un salto temporale e venendo al presente, è difficile dire senza scadere nello scontato quale aspetto di Doc Watson mi abbia maggiormente influenzato. Di certo è più facile dire che cosa ancora oggi mi affascina. La parola che per prima mi viene in mente, volendo parlare di flatpicking e del suo stile sulla chitarra, è ‘potenza’: non tanto intesa come volume sullo strumento, quanto potenza delle sue idee negli assolo, potenza del suo tocco preciso, solido, pieno, potenza nell’arrangiare un brano facendo emergere la natura profonda e originale del brano stesso. Non c’è spazio per lick impossibili da suonare… e anche da ascoltare: al centro c’è la musica e solo quella. Tutto è al servizio del brano, e quindi mai accade che sia il brano piegato a far emergere le qualità del chitarrista.
Se invece penso al Doc Watson musicista, sono affascinato dal suo repertorio che attraversa tutti i generi rimanendo allo stesso tempo indiscutibilmente personale. E mi piace quindi ricordare Doc Watson non solo come chitarrista, ma anche come grande cantante, con una voce alla ‘carta vetrata’, capace di trasportarmi in un attimo in un mondo in parte sconosciuto, in parte abitato da mille ricordi.
Infine non posso non mettere l’accento anche sul Doc Watson uomo: anche se non ho avuto la fortuna di incontrarlo di persona, dalle sue dichiarazioni, interviste e notizie varie emerge uno stile umile, pacato, lontano mille miglia dalla volontà di apparire, di primeggiare a tutti i costi, di essere al centro del mondo. In un certo senso è come se il suo stile come uomo confluisse in modo trasparente, evidente, potente nella sua musica, diventando in ultima analisi un’unica cosa: un modello raro e prezioso.

Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19Un modello raro e prezioso
di Roberto Dalla Vecchia
Stavo terminando di caricare i bagagli in macchina per andare al mio Acoustic Guitar Workshop. Come sempre ci sono mille cose da fare all’ultimo minuto, l’entusiasmo per quello che mi attende è tanto. Do un’ultima occhiata su Internet per sapere come sta Doc Watson, è grave in ospedale da più di una settimana, e così arriva la doccia fredda: ci ha lasciato giusto poche ore prima. La prima reazione è stata quella di prendere un suo CD e ascoltare qualcosa: mi è subito venuto in mente un suo brano “Life Is Like a River”, stupendo, intenso, con un testo da pelle d’oca. Su queste note incrocio in corridoio Mark Cosgrove, in Italia per il tour e il workshop: ha già capito tutto, non serve aggiungere nulla.
Quando ho iniziato ad ascoltare il flatpicking mi sono imbattuto prima con il chitarrista Norman Blake. Proprio cercando di dare un nome a quella musica che tanto mi incantava, mi sono subito dopo incontrato con la musica di Doc Watson. Naturalmente non c’era Internet e dischi di questo tipo era difficilissimo averli, è stato solo per fortuna se ho conosciuto una persona che vendeva parte della sua collezione di dischi, fra questi tre erano di Doc Watson!
Era la fine degli anni ottanta, suonavo la chitarra già da qualche anno, avevo una gran passione per il fingerpicking e i cantautori americani. Doc Watson mi ha subito catturato per il suo stile sulla chitarra, la voce, il repertorio: una combinazione di elementi che difficilmente trova eguali in altri artisti nelle mie preferenze musicali.
Mi sono presto procurato il suo libro The Songs of Doc Watson e ho iniziato a suonare prima i suoi brani di fingerpicking, “Deep River Blues” e lo strumentale “Doc’s Guitar”, e poi via via i suoi brani flatpicking, primo su tutti “Black Mountain Rag”. Negli anni tanti sono stati i brani suoi che ho imparato diligentemente nota per nota. Tra i brani tradizionali di cui esistono svariate versioni, spesso è la sua versione la prima che ho imparato e che mi è rimasta dentro. Ricordo che per un certo periodo ho anche usato il suo stesso tipo e modello di plettro: Dunlop Nylon da 1 mm!
Facendo un salto temporale e venendo al presente, è difficile dire senza scadere nello scontato quale aspetto di Doc Watson mi abbia maggiormente influenzato. Di certo è più facile dire che cosa ancora oggi mi affascina. La parola che per prima mi viene in mente, volendo parlare di flatpicking e del suo stile sulla chitarra, è ‘potenza’: non tanto intesa come volume sullo strumento, quanto potenza delle sue idee negli assolo, potenza del suo tocco preciso, solido, pieno, potenza nell’arrangiare un brano facendo emergere la natura profonda e originale del brano stesso. Non c’è spazio per lick impossibili da suonare… e anche da ascoltare: al centro c’è la musica e solo quella. Tutto è al servizio del brano, e quindi mai accade che sia il brano piegato a far emergere le qualità del chitarrista.
Se invece penso al Doc Watson musicista, sono affascinato dal suo repertorio che attraversa tutti i generi rimanendo allo stesso tempo indiscutibilmente personale. E mi piace quindi ricordare Doc Watson non solo come chitarrista, ma anche come grande cantante, con una voce alla ‘carta vetrata’, capace di trasportarmi in un attimo in un mondo in parte sconosciuto, in parte abitato da mille ricordi.
Infine non posso non mettere l’accento anche sul Doc Watson uomo: anche se non ho avuto la fortuna di incontrarlo di persona, dalle sue dichiarazioni, interviste e notizie varie emerge uno stile umile, pacato, lontano mille miglia dalla volontà di apparire, di primeggiare a tutti i costi, di essere al centro del mondo. In un certo senso è come se il suo stile come uomo confluisse in modo trasparente, evidente, potente nella sua musica, diventando in ultima analisi un’unica cosa: un modello raro e prezioso.
L’eredità di Doc Watson (1/3)L’eredità di Doc Watson (1/3)
di Gambetta, Dalla Vecchia, Tarquini – Doc Watson, che ci ha lasciati il 29 maggio scorso all’età di ottantanove anni, è stato uno dei massimi interpreti della musica tradizionale nordamericana e non solo, dai primi passi nella propria singing family fino all’elaborazione del più avanzato stile di flatpicking, di cui è l’indiscusso caposcuola e punto di riferimento. Abbiamo chiesto a tre amici di Chitarra Acustica ed esponenti del flatpicking nel nostro paese, di tracciare un ricordo personale del grande musicista e del retaggio che ci ha trasmesso: il nostro capofila Beppe Gambetta, che ha avuto l’onore di conoscerlo e di suonare insieme a lui; Roberto Dalla Vecchia, la nostra seconda generazione; e Andrea Tarquini, chitarrista con Stefano Rosso negli anni novanta, dal quale ha ereditato l’amore per Watson e la chitarra country, al punto da formare il recente gruppo Acoustic Problem di ispirazione ‘newgrass’. (a.c.)
Dal primo all’ultimo incontro
di Beppe Gambetta
Il primo incontro, forse quello più esaltante, è stato davanti a un giradischi nel lontano 1973, ascoltando una traccia di Doc Watson di un disco live del Newport Folk Festival. Pochi minuti possono bastare a colpire nel cuore e a cambiare una vita. Dissi addio ai Led Zeppelin e presi la decisione di diventare un flatpicker, anche se a quei tempi amavo semplicemente quel suono senza sapere come quello stile si chiamasse. Un tipico colpo di fulmine musicale, come quando si incontra per la prima volta la donna della propria vita.
Il primo incontro di persona è stato invece negli anni ottanta, a Dahlonega in Georgia nel backstage di un festival. Parlavo poco l’inglese, ma ricordo intensamente le poche frasi che riuscii a costruire nonostante l’emozione, la stretta di mano e lo stupore nel sentire i calli da contadino. Ma come? Il mio eroe, anziché trascorrere le giornate a esercitarsi sulla chitarra, passava il tempo a lavorare la terra e ad aggiustare la casa? Leggende tutte confermate: Doc, nonostante la cecità, aveva un sesto senso e una memoria tattile che gli consentivano di fare molti lavori in casa e nel giardino. E questo funzionava anche sulla scena, dove riusciva a gestire il rapporto con il pubblico attraverso un filo invisibile sempre teso, sempre a cavallo tra umorismo, ironia, profondità nei commenti e nei racconti. Era un cantastorie intelligente, con una vastissima cultura musicale popolare, che gestiva le dinamiche e faceva fluire la sua arte con un ritmo meraviglioso e un susseguirsi di capitoli musicali sempre diversi. Regista di un concerto poliedrico, che toccava e abbracciava tante facce della roots music americana senza poter essere classificato con precisione. Come accade solo per i grandi maestri, non era solo old-time, bluegrass, fingerstyle, country, gospel, swing, rockabilly e altro, ma tutto ciò e molto di più. Le sue invenzioni sulla chitarra acustica, gli arrangiamenti, le composizioni e quella voce aspra, ma perfetta e inconfondibile per il suo repertorio, davano un suono nuovo a tutto ciò che interpretava.
I ricordi sono tanti e riaffiorano tutti insieme, ma il più vivo è quello della prima esibizione insieme in North Carolina al MerleFest, il grande festival intitolato a Merle, il figlio di Doc prematuramente scomparso. Erano i primi anni novanta, la notizia che avremmo suonato insieme arrivò qualche giorno prima e ricordo di aver trascorso giorni interi a ripassare il repertorio. Poi finalmente sono sul palco con Doc e Jack Lawrence, che propongono di suonare il famoso fiddle tune “Salt Creek”. Nella riproposizione del tema in armonia, mi inserisco con una terza voce alle due voci impeccabili e perfettamente sincronizzate di Watson e Lawrence e, con la coda dell’occhio, riesco a vedere Doc che sorride… Momenti indimenticabili tanto che, solo per un attimo, ho addirittura pensato che, dovendo per qualsiasi motivo smettere di suonare in quel momento e intraprendere una nuova carriera, avrei conservato per tutta la vita la luce e l’energia di quel giorno!
Ho incontrato Doc in luoghi diversi nel corso degli anni e sono sempre stati momenti importanti e conversazioni che non dimenticherò mai. Un episodio affettuoso è accaduto nel 2006 durante un “Convegno internazionale sulla musica popolare” a Ponte Caffaro in provincia di Brescia. Con un gruppo di appassionati (tra cui il nostro Andrea Carpi) abbiamo acquistato un grosso pezzo di formaggio Bagosso (il tipico formaggio di montagna di quelle zone) che è stato recapitato a Doc in occasione del suo ottantatreesimo compleanno. Sappiamo che l’insolito dono è stato molto apprezzato!
Doc ha continuato a stupire negli anni per la longevità della sua carriera. Il suo spirito e il suo carisma praticamente intatti lo facevano pensare immortale, insieme a Pete Seeger, i due grandi del folk che continuavano ad essere mentori delle nuove generazioni. Ma circa un anno fa, gli amici preoccupati mi raccontavano che Doc cominciava a dimenticare le parole nel mezzo della canzone. Ad aprile 2012, però, Doc era ancora sul palco del MerleFest a cantare. Poi, dopo una caduta in casa, il ricovero in ospedale e la scoperta di problemi diversi e gravi, che hanno richiesto un intervento chirurgico devastante da cui Doc non ha potuto più riprendersi. È mancato il 29 maggio all’età di 89 anni. Alle sue esequie nel piccolo paese natale di Deep Gap in North Carolina non hanno potuto partecipare la moglie Rosalie, da tempo ricoverata in casa di riposo, e la figlia Nancy, distrutta dal dolore. Erano presenti gli altri familiari, i due fratelli e il nipote Richard, figlio di Merle con cui Doc aveva diviso il palco negli ultimi anni. Il mio ultimo incontro con Doc è stato lì, nella camera ardente con la sua famiglia e i suoi amici di Deep Gap, dopo una lunga guidata e una notte insonne per arrivare in tempo a dare l’ultimo saluto al maestro. Sull’autostrada la polizia organizzava il traffico e, fuori dalla chiesa, c’era la coda con tutti i compaesani nell’abito migliore che guardavano con stupore le mie scarpe rosse (non ne ho di altro colore…).
Poi, lentamente, tutti dentro in fila davanti al feretro con la chiesa piena di fiori e tanta gente commossa. I saluti alla famiglia: «Siamo italiani, tanta gente ama Doc anche nel nostro paese»… Sono passato davanti a Doc, gli ho sfiorato il braccio pensando a quanta musica avesse generato. Poi, qualcuno mi ha porto una chitarra, mi sono seduto e ho suonato “La Vergine degli Angeli” e la “Ave Maria” sarda, melodie universali trasformate in brani per chitarra acustica, come lui aveva fatto così bene in tutta la sua carriera.
Addio Doc. Come si usa dire, «adesso appartieni veramente a tutti!»

Chitarra Acustica, 7/2012, pp. 16-19di Gambetta, Dalla Vecchia, Tarquini – Doc Watson, che ci ha lasciati il 29 maggio scorso all’età di ottantanove anni, è stato uno dei massimi interpreti della musica tradizionale nordamericana e non solo, dai primi passi nella propria singing family fino all’elaborazione del più avanzato stile di flatpicking, di cui è l’indiscusso caposcuola e punto di riferimento. Abbiamo chiesto a tre amici di Chitarra Acustica ed esponenti del flatpicking nel nostro paese, di tracciare un ricordo personale del grande musicista e del retaggio che ci ha trasmesso: il nostro capofila Beppe Gambetta, che ha avuto l’onore di conoscerlo e di suonare insieme a lui; Roberto Dalla Vecchia, la nostra seconda generazione; e Andrea Tarquini, chitarrista con Stefano Rosso negli anni novanta, dal quale ha ereditato l’amore per Watson e la chitarra country, al punto da formare il recente gruppo Acoustic Problem di ispirazione ‘newgrass’. (a.c.)
Dal primo all’ultimo incontro
di Beppe Gambetta
Il primo incontro, forse quello più esaltante, è stato davanti a un giradischi nel lontano 1973, ascoltando una traccia di Doc Watson di un disco live del Newport Folk Festival. Pochi minuti possono bastare a colpire nel cuore e a cambiare una vita. Dissi addio ai Led Zeppelin e presi la decisione di diventare un flatpicker, anche se a quei tempi amavo semplicemente quel suono senza sapere come quello stile si chiamasse. Un tipico colpo di fulmine musicale, come quando si incontra per la prima volta la donna della propria vita.
Il primo incontro di persona è stato invece negli anni ottanta, a Dahlonega in Georgia nel backstage di un festival. Parlavo poco l’inglese, ma ricordo intensamente le poche frasi che riuscii a costruire nonostante l’emozione, la stretta di mano e lo stupore nel sentire i calli da contadino. Ma come? Il mio eroe, anziché trascorrere le giornate a esercitarsi sulla chitarra, passava il tempo a lavorare la terra e ad aggiustare la casa? Leggende tutte confermate: Doc, nonostante la cecità, aveva un sesto senso e una memoria tattile che gli consentivano di fare molti lavori in casa e nel giardino. E questo funzionava anche sulla scena, dove riusciva a gestire il rapporto con il pubblico attraverso un filo invisibile sempre teso, sempre a cavallo tra umorismo, ironia, profondità nei commenti e nei racconti. Era un cantastorie intelligente, con una vastissima cultura musicale popolare, che gestiva le dinamiche e faceva fluire la sua arte con un ritmo meraviglioso e un susseguirsi di capitoli musicali sempre diversi. Regista di un concerto poliedrico, che toccava e abbracciava tante facce della roots music americana senza poter essere classificato con precisione. Come accade solo per i grandi maestri, non era solo old-time, bluegrass, fingerstyle, country, gospel, swing, rockabilly e altro, ma tutto ciò e molto di più. Le sue invenzioni sulla chitarra acustica, gli arrangiamenti, le composizioni e quella voce aspra, ma perfetta e inconfondibile per il suo repertorio, davano un suono nuovo a tutto ciò che interpretava.
I ricordi sono tanti e riaffiorano tutti insieme, ma il più vivo è quello della prima esibizione insieme in North Carolina al MerleFest, il grande festival intitolato a Merle, il figlio di Doc prematuramente scomparso. Erano i primi anni novanta, la notizia che avremmo suonato insieme arrivò qualche giorno prima e ricordo di aver trascorso giorni interi a ripassare il repertorio. Poi finalmente sono sul palco con Doc e Jack Lawrence, che propongono di suonare il famoso fiddle tune “Salt Creek”. Nella riproposizione del tema in armonia, mi inserisco con una terza voce alle due voci impeccabili e perfettamente sincronizzate di Watson e Lawrence e, con la coda dell’occhio, riesco a vedere Doc che sorride… Momenti indimenticabili tanto che, solo per un attimo, ho addirittura pensato che, dovendo per qualsiasi motivo smettere di suonare in quel momento e intraprendere una nuova carriera, avrei conservato per tutta la vita la luce e l’energia di quel giorno!
Ho incontrato Doc in luoghi diversi nel corso degli anni e sono sempre stati momenti importanti e conversazioni che non dimenticherò mai. Un episodio affettuoso è accaduto nel 2006 durante un “Convegno internazionale sulla musica popolare” a Ponte Caffaro in provincia di Brescia. Con un gruppo di appassionati (tra cui il nostro Andrea Carpi) abbiamo acquistato un grosso pezzo di formaggio Bagosso (il tipico formaggio di montagna di quelle zone) che è stato recapitato a Doc in occasione del suo ottantatreesimo compleanno. Sappiamo che l’insolito dono è stato molto apprezzato!
Doc ha continuato a stupire negli anni per la longevità della sua carriera. Il suo spirito e il suo carisma praticamente intatti lo facevano pensare immortale, insieme a Pete Seeger, i due grandi del folk che continuavano ad essere mentori delle nuove generazioni. Ma circa un anno fa, gli amici preoccupati mi raccontavano che Doc cominciava a dimenticare le parole nel mezzo della canzone. Ad aprile 2012, però, Doc era ancora sul palco del MerleFest a cantare. Poi, dopo una caduta in casa, il ricovero in ospedale e la scoperta di problemi diversi e gravi, che hanno richiesto un intervento chirurgico devastante da cui Doc non ha potuto più riprendersi. È mancato il 29 maggio all’età di 89 anni. Alle sue esequie nel piccolo paese natale di Deep Gap in North Carolina non hanno potuto partecipare la moglie Rosalie, da tempo ricoverata in casa di riposo, e la figlia Nancy, distrutta dal dolore. Erano presenti gli altri familiari, i due fratelli e il nipote Richard, figlio di Merle con cui Doc aveva diviso il palco negli ultimi anni. Il mio ultimo incontro con Doc è stato lì, nella camera ardente con la sua famiglia e i suoi amici di Deep Gap, dopo una lunga guidata e una notte insonne per arrivare in tempo a dare l’ultimo saluto al maestro. Sull’autostrada la polizia organizzava il traffico e, fuori dalla chiesa, c’era la coda con tutti i compaesani nell’abito migliore che guardavano con stupore le mie scarpe rosse (non ne ho di altro colore…).
Poi, lentamente, tutti dentro in fila davanti al feretro con la chiesa piena di fiori e tanta gente commossa. I saluti alla famiglia: «Siamo italiani, tanta gente ama Doc anche nel nostro paese»… Sono passato davanti a Doc, gli ho sfiorato il braccio pensando a quanta musica avesse generato. Poi, qualcuno mi ha porto una chitarra, mi sono seduto e ho suonato “La Vergine degli Angeli” e la “Ave Maria” sarda, melodie universali trasformate in brani per chitarra acustica, come lui aveva fatto così bene in tutta la sua carriera.
Addio Doc. Come si usa dire, «adesso appartieni veramente a tutti!»

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@ Fingerpicking.net - Restauro conservativo di una Kel Kroydon (1930-1932) - 2013-05-14 12:52:41
@ Reno Brandoni - Chitarra acustica - Eko Mia 018 CW FL XII - 2013-05-12 05:27:56
@ Reno Brandoni - Chitarra acustica - Eko Mia 018 CW FL XII - 2013-05-12 02:18:27
@ Reno Brandoni - Chitarra acustica - Eko Mia 018 CW FL XII - 2013-05-11 12:37:50
@ Reno Brandoni - Chitarra acustica - Eko Mia 018 CW FL XII - 2013-05-10 09:00:41