12 BIRRE – Un thriller tra i post (6)

23 maggio 2010 - postato da Luca Francioso in Fingerpicking.net

6. Camilla

Ettore adagiò la Martin D28 nel fodero rigido, accanto alla porta del bagno del suo camerino, ancora incredulo per quello che era successo quella sera. La sequenza non faceva che ripetersi nella sua testa come un film inceppato: Mike che lasciava palco e concerto impassibile. La cosa aveva spiazzato davvero tutti, lui, Jeff, l’organizzatore della serata seduto in prima fila e i 1420 paganti del Dal Verme, rimasti sospesi su quell’assenza con mezzo applauso fra le mani e mezzo sorriso sulle labbra, convinti – o illusi – che qualsiasi improvvisa stranezza di uno show debba essere necessariamente prevista. Era stato il tempismo di Jeff a metterci una toppa, entrando in scena con la giusta dose di credibilità e riprendendo il brano di Mike esattamente da dove lui l’aveva interrotto.
Pur intuendo la dinamica forzata del suo intervento, il pubblico si era lasciato benevolmente ingannare, tanta era stata la carica emotiva dello spettacolo fino a quel momento, così pure quando Ettore aveva raggiunto l’amico inglese per eseguire almeno un paio dei sei pezzi previsti in trio, nel tentativo di abbozzare, nonostante tutto, un encore conclusivo.
A fine concerto i due si erano diretti dietro le quinte con passo svelto e deciso, ma sempre con l’apparente sicurezza di chi ha tutto sotto controllo. Per quanto tormentoso fosse il suo dolore, di certo non se la sarebbero mai aspettata una reazione del genere da Mike, attento com’era stato fino a quella caduta a non ostentarlo alla curiosità mondo, riuscendoci sempre con una forza invidiabile, in effetti. Ma ancora di più non erano riusciti a spiegarsi la scena di lui lungo il corridoio dei camerini, stranamente sorridente, intento a spiegare la sua fuga con la scusa di un improvviso giramento di testa all’organizzatore, l’unico immune dall’illusione collettiva. La cosa gli aveva completamente spiazzati.
Adesso che erano tutti e tre nel camerino di Ettore, Mike rivolse loro la parola con una certa serenità, come chi ha sbollito la rabbia e il torpore ed è pronto a ripartire.
«Scusatemi», disse, «non accadrà più».
Ettore e Jeff, stupiti dal cambiamento d’umore dell’amico, preferirono non aggiungere altro alla faccenda, sebbene il loro disappunto fosse ancora vivido, risparmiando a tutti ulteriori pensieri. La cosa venne archiviata definitivamente da Jeff, con l’ironia che usava ogni volta per defilarsi. Mentre usciva dal camerino, disse con il suo slang:
«La prossima volta che decidi di andartene, assicurati almeno che il brano su cui devo intervenire sia bello», e sparì dietro la porta con un’occhiata maliziosa.
Rimasti soli nel camerino, Ettore e Mike si scambiarono un lungo sguardo d’intesa e alla fine sbuffarono un sorriso divertito e liberatorio. Mike si alzò dalla sedia con un sospiro e seguì la scia di Jeff, ma prima che anche lui sparisse dietro la porta, Ettore lo afferrò per un braccio sulla soglia e proprio non riuscì a non chiederglielo. Gli occhi furenti e nuovi che gli aveva visto poco prima di entrare in scena lo avevano incuriosito e spaventato, come se la decisione che se ne intuiva fosse in realtà più pericolosa che salvifica. E allora, tra imbarazzo e disinvoltura, gli chiese:
«Come fai ad essere sicuro che non accadrà più?».
Mike non pensò, rispose e basta.
«Perché ho deciso di lasciarla».
Detto questo, abbassò lo sguardo e si allontanò, provando a nascondere la dolorosa evoluzione di quella scelta e lasciando all’amico la sorpresa di quella rivelazione tra le mani.
Fuori dal teatro, poco prima della mezzanotte, un gruppetto di fans decimato dal freddo gelido aspettò i tre per i soliti autografi, accerchiandoli come un plotone poco prima di sferrare l’attacco. Ettore, davanti a Mike e a Jeff, salutò la gente ringraziando, ancora un po’ stordito dalle parole di Mike, e cominciò distratto a firmare cartoni del suo disco, agende, pezzi di carta improvvisati, magliette e ogni cosa su cui si potesse scrivere, così come i suoi amici.
Dopo l’ennesimo autografo, dalla ressa intorno sbucò una ragazza con le braccia conserte e le spalle strette dal freddo, chiaramente disinteressata al frivolo souvenir d’inchiostro, e si mise a fissare Ettore con una certa insistenza, resistendo alla carica di mani e gomiti che volevano superarla, così vicina che quasi gli cascò in braccio. Lui fermò la penna a metà di una firma, un po’ infastidito dall’improvviso ostacolo, e alzò lo sguardo con tutta l’intenzione di guadagnare spazio a costo di spingere. Una bellezza dolce e sfrontata, però, lo investì con forza non appena guardò la ragazza, rimanendo in balia della calca della gente, senza reagire o dire niente.
Fu la ragazza a parlare, con la voce vellutata e ammaliante delle più spietate seduttrici.
«Pensi di passare tutta la notte a scarabocchiare fogli?», gli chiese.
Ettore non rispose, imbambolato com’era dal suo fascino letale. Passò quei lunghi secondi di silenzio a perlustrare con gli occhi tutti i dettagli della sua bellezza, dai lunghi riccioli neri alla pelle chiara, dagli occhi verdi alle labbra rosse e carnose. Ma c’era qualcosa che andava oltre l’aspetto, un misterioso richiamo a cui non seppe dare un nome, ma da cui si lasciò rapire. Non gli era mai capitato di sentirsi così improvvisamente e irrimediabilmente attratto da una donna, al punto di trascurare quel momento di eternità alimentato dai suoi seguaci, a cui raramente si negava.
«Beh», disse la ragazza sicura di sé, «io e le mie due amiche andiamo a bere qualcosa al pub qui all’angolo». Poi indicò con il mento la penna rimasta a mezz’aria e aggiunse:
«Quando finisce l’inchiostro e ti ritorna la parola potreste raggiungerci, tu e i tuoi amici».
Ettore abbozzò un sorriso, mentre tentava di resisterle, e l’accompagnò con lo sguardo quando si girò per andarsene facendosi largo tra i fans. Appena fuori dal mucchio, subito ricompattatosi attorno al proprio divo, lei si alzò sulle punte e gli trovò nuovamente gli occhi.
«Sempre che i tuoi accoliti ti mollino», concluse divertita e sparì nel buio di Milano.
Non appena lo stormo che lo circondava si disperse soddisfatto e gratificato, un’ora dopo circa, Ettore si sentì attratto senza scampo dalla scia di profumo lasciata dalla ragazza e vi lanciò sguardo e intenzioni, sebbene costantemente distratto dall’ingombrante confessione di Mike. Non fece molta fatica a convincere Jeff ad accettare l’invito al pub e Mike, non volendo nuovamente deludere gli amici dopo quanto successo quella sera, seguì entrambi senza dire niente, coltivando in segreto la speranza che le ragazze fossero già andate via, vista l’ora.
Appena dentro al locale i tre ne benedirono il calore – pur stagnato e maleodorante – e si addentrarono tra i tavoli eccessivamente in penombra e affollati, lasciando il gelo alla notte di fuori. Ettore si mise a perlustrare i volti fumosi che lo circondavano e in poco tempo riconobbe quello bellissimo della ragazza.
«Seguitemi», urlò sopra il baccano di musica dance e voci agli amici dietro di lui, puntando rapidamente il tavolo avvistato, con al seguito l’euforia di Jeff e la delusione di Mike. Usò la custodia rigida per farsi largo tra la gente, raggiungendo il profilo della ragazza con pochi passi.
«Ciao», salutò sopra la confusione generale.
La ragazza cercò con gli occhi quella voce e vide Ettore in piedi che la fissava.
«Ehi», urlò sorpresa, «allora 12 birre si è stancato di scrivere il suo nome, a quanto pare».
Sorrise, guardandolo dal basso.
«Prego sedetevi», aggiunse euforica, «vi stavamo aspettando».
I tre costruirono una sorta di castello sotto il tavolo con gli strumenti e si sedettero sulle panche di legno.
«Io sono Camilla», si presentò la ragazza, «lei è Giulia e lei è Sabrina».
La bionda Giulia e la castana Sabrina, di una bellezza più comune e meno appariscente, diedero la mano ai tre che a turno recitarono i propri nomi, come all’appello del mattino.
«Sappiamo chi siete», disse Giulia canzonandoli nel tono.
In effetti i soli a non conoscerli quella sera erano i clienti di quel posto, un popolo notturno distante anni luce dai loro personaggi e dal loro mondo, più predisposto per natura alla musica elettronica e alle discoteche che di lì a poco avrebbero popolato. Considerata la situazione, a nessuno dispiacque il non essere riconosciuti, per una volta.
«Accettate con questa facilità tutti gli inviti post concerto?», chiese con ironica provocazione Camilla, rivolta più ad Ettore che al resto del gruppo.
«Solo quelli delle ragazze impertinenti», rispose lui assecondandone il tono, assorto in ogni dettaglio della sua bellezza quasi dolorosa. Trovava difficilissimo riuscire a parlarle senza essere assalito dal desiderio incontrollato di baciarle le labbra e di sentirne il gusto, come di fronte ad un dolce dall’aspetto invitante non ancora assaggiato. Si era sorpreso affamato di lei non appena l’aveva vista nella calca fuori dal teatro, vittima di un intruglio magico il cui fine non era solo il momentaneo piacere del sesso, pur essendo parte della mistura, ma un’interazione molto più profonda.
«Allora avete fatto bene ad accettare», intervenne Sabrina, sorprendendolo tra i pensieri.
In quel momento arrivò il cameriere e aggiunse tre bionde medie all’ordine che già aveva scarabocchiato sul foglietto sotto il posacenere, un’ora prima.
«Dovrai fare di meglio, 12 birre», lo sfidò Camilla sventolandogli l’ordine davanti.
Ettore sorrise per la battuta, inebriato di lei.
«Le ho già bevute prima del concerto», la riprese con ovvietà, «se conosci il mio nome di battaglia dovresti saperlo».
«Allora potremmo ribattezzarti 24 birre, questa sera», rilanciò la ragazza.
«Sarà difficile», avvertì lui, «ma se ci vuoi provare hai il mio permesso».
Da quelle parole scivolò un’involontaria dichiarazione di infatuazione che raggiunse Camilla veloce e diretta. Lei fu sul punto di dire qualcosa, lusingata, ma spettò a Giulia smascherare l’evidente realtà con malizia.
«Il permesso lo abbiamo già rivendicato invitandovi», precisò.
Jeff intervenne con il suo slang spigoloso, mostrando pure lui le sue intenzioni piuttosto chiaramente. Disse:
«Potete contare su tutto il nostro appoggio, allora».
Ci fu una risata generale che diede all’aria un’ulteriore slancio di confidenza a parole e distanze. Tra gli sbuffi di risa Sabrina si rivolse a Mike, rimasto zitto e defilato per tutto il tempo, e ne stuzzicò il silenzio.
«Per essere il veterano del gruppo parli davvero poco, Mud», gli disse sarcastica.
Fu il cameriere e le tre bionde medie che salvarono Mike, impacciato, svogliato, stanco e agitato. Non era certo il posto in cui aveva pensato di schiarirsi le idee, dopo la fuga di quella sera. Il suo unico desiderio in quel momento era di tornare in albergo e probabilmente era lo stesso di tutti a quel tavolo, ma certamente per motivi assai diversi l’uno dall’altro. E dopo il tempo di cinque birre, in effetti, se ne stava già parlando tra una battuta e un’allusione, e alla fine fu cosa decisa.
I sei si alzarono all’unisono dalle panche di legno e pagarono in fretta, spinti in strada dal desiderio. Camminarono con passo veloce lungo il viale buio e gelido che li avrebbe condotti all’hotel, ammutoliti dal freddo e dal batticuore, raggiungendone l’ingresso in pochissimo tempo. Davanti alle porte a vetri dell’albergo a quattro stelle, quasi naturalmente si definirono coppie e intenzioni: Giulia era già avvinghiata a Jeff ed Ettore stringeva la mano di Camilla. Solo Sabrina e Mike erano a distanza di braccio, lei seccata, lui combattuto.
L’imminente epilogo, in effetti, tentava e stuzzicava le aspettative di tutti con evidenti strattoni emotivi e anche Mike, di fronte a quella possibilità, si era sentito spingere con forza. Non erano esattamente quelle le modalità con cui era intenzionato a farlo, tuttavia il pensiero di lasciarsi il dolore alle spalle con quel gesto irrimediabilmente definitivo lo aveva colto in ogni caso e con un certo sgomento. Fu proprio l’improvvisa consapevolezza di esserne capace ad allontanarlo stranamente da quell’ipotesi, ad una distanza che gli permise di rivolgersi al gruppo con occhi sicuri e voce convinta.
«Scusatemi», disse guardando in sequenza i volti di tutti, «sono molto stanco e credo che me ne andrò a letto».
L’ultimo su cui posò lo sguardo fu quello di Sabrina, irritata all’idea di dover aspettare le amiche nella hall tutta la notte, a cui le dimostrò gratitudine con un sorriso. Poi si girò e andò via.
«Fantastico», sbottò la ragazza respinta.
Nessuno disse altro finché Mike non fu fagocitato dalla penombra dell’albergo. Ettore ne seguì le tracce provando a capire lo stato d’animo dell’amico, soprattutto alla luce della decisione presa quella sera, ma gli fu quasi impossibile pensare ad altro, in quel momento. Camilla, avida e sensuale, assorbiva tutta la sua attenzione.
«Io vi aspetto giù», aggiunse Sabrina tra collera e invidia, «non vi divertite troppo», e sparì anche lei lungo il percorso di Mike.
Un altro silenzio si insinuò tra il freddo e la notte milanese, macchiando con un piccolo alone la tela bianca sopra cui, le due coppie rimaste in strada, stavano per dipingere la loro passione. Jeff guardò Ettore scuotendo la testa e, senza curarsi delle due ragazze, disse:
«Te l’ho detto. Lo farà impazzire».
Poi prese Giulia e la trascinò con sé dentro l’albergo, stringendole un braccio intorno al collo.
Incuriosita da quelle parole, Camilla ne intuì la delicata vicenda a cui erano riferite.
«Chi farà impazzire chi?», chiese con delicatezza.
Ettore, ormai completamente anestetizzato dal suo charme, non ci trovò nulla di male nel confidarle la cosa, illuso in effetti dall’improbabile idea che quella notte avrebbe potuto avere un seguito. Di certo lo sperava, invaghito e affamato com’era della sua presenza.
«Mike», ammise vago, provando ad opporre un’ultima resistenza. Ma poi, scioltosi dentro i suoi occhi verdi, le rivelò: «oggi ha deciso di lasciare la moglie».
Camilla non ebbe reazione alcuna, come se la vita di un musicista in effetti non potesse avere altra sorte. Gli accarezzò la barba incolta e si avvicinò con un passo, fino a premere il seno abbondante contro il suo corpo, proprio all’altezza del cuore.
«Sembra che la cosa turbi più te».
«Voglio bene a Mike. È la mia famiglia».
«Capisco», disse lei allungandosi con il collo, «adesso, però, non ci pensare».
Percorse lentamente l’ultimo spazio che li divideva e lo baciò. Prima con dolcezza e poi con vigore.
«Vieni con me», gli sussurrò con le labbra umide e carnose, «anche io so come fare impazzire un uomo».
Un altro bacio sigillò le loro bocche e infine Camilla aggiunse:
«Credimi».

Ma chi sono gli “emergenti”?

26 aprile 2010 - postato da Luca Francioso in Luca Francioso

Il labirintico sentiero degli "emergenti"

Esiste uno strano limbo in cui un artista si ritrova agli inizi della sua proposta pubblica, un primo stadio di notorietà le cui condizioni di evoluzione e durata sono insolite e strettamente legate agli ingranaggi del mercato a cui si rivolge. Chi si sosta all’interno di questo perimetro invisibile viene da tutti definito “emergente”. Ma cosa vuol dire questo termine? Chi sono realmente gli “emergenti”? Un chiarimento credo sia necessario, perché il termine “emergente” è fonte di una serie di atteggiamenti che il mondo assume nei confronti di chi viene marchiato con questa etichetta, a volte indelebile. Da che cosa si deve emergere? Dall’anonimato? Serve dunque nuotare in apnea verso la superficie e rimanere costantamente e faticosamente a galla per essere notati? Sembrerebbe di sì, percorrendo a rapido volo d’uccello tutte le discipline artistiche. Ma è davvero così stretto il collo d’imbuto dell’attenzione collettiva, tanto che solo se si “emerge” si è degni di attenzione? Considerando che il talento spesso non è sinonimo di notorietà e viceversa, allora cosa significa “emergente”?
Io credo che sia una faccenda piuttosto importante, non tanto per l’etimologia del termine, quanto per la considerazione e il rispetto che questo marchio conferisce all’artista in questione, soprattutto agli occhi dei committenti. Di frequente, infatti, si piange povertà quando si tratta di riconoscere ad un “emergente” un lavoro, usando con astuzia la promessa (o il ricatto) di un’amplificata visibilità. In sostanza, se vieni etichettato come “emergente”, è del tutto giustificata l’assenza di ogni forma di pagamento a beneficio di un’importante vetrina, per la quale poco manca che debba essere tu a pagare un tributo per poter godere dell’occasione.
Ma giocare sulle emozioni e sui sogni di qualcuno, prospettandogli un grande pubblico per non pagarlo, così da conservare le risorse per gli artisti “emersi” e avere nel contempo un numero sostanzioso di “emergenti” per dimostrare che si dà spazio alle nuove voci, è un atteggiamento ingordo e poco corretto. Vorrei vedere un giorno tutti gli artisti “emergenti” dire no a questa routine, sarebbe il giorno in cui forse cambierebbe qualcosa al riguardo.

12 BIRRE – Un thriller tra i post (1)

18 aprile 2010 - postato da Luca Francioso in Fingerpicking.net

1. Prologo

Il pub vicino al teatro si chiamava “Crispi’s” e dentro non c’era ancora nessuno. D’altronde non erano che le sette di sera e il gestore aveva alzato le saracinesche solo da qualche minuto. Ettore e Jeff entrarono ridacchiando, sfuggendo al freddo di Arezzo che della neve aveva il profumo ma non ancora la forma. Dentro furono accolti dal caldo secco del riscaldamento e dal silenzio dei tavoli vuoti, in penombra.
«Si può?», domandò Ettore senza aspettare risposta, camminando di fianco a Jeff verso il bancone, entrambi rigidi e con le mani in tasca.
Dopo un attimo privo di rumori di fondo, si aprì la porta con su scritto “privato”, vicino alle porte della toilette, e ne uscì un ragazzone alto e occhialuto, sformato dalla palestra e scurito dalle lampade. Nonostante il gelo di fuori indossava una maglietta a maniche corte, nera e sufficientemente attillata per l’ego di un culturista.
«Buonasera», salutò in tono gentile i suoi primi clienti, affrettandosi col proseguire per anticiparne le intenzioni: «Purtroppo è ancora presto per mangiare».
«No, niente cibo», lo tranquillizzò Ettore, «vogliamo solo bere».
Il palestrato mostrò i denti bianchi e perfetti, un po’ inebetito dall’evidente imbarazzo di chi è sicuro di aver già visto dei volti ma non ricorda dove.
«Naturalmente. Volete sedervi?», chiese facendo finta di niente.
Jeff tolse le mani dalle tasche e le strofinò forte per scaldarle. Con il suo italiano stentato rispose che sarebbero stati in piedi. «Abbiamo fretta», precisò.
Il ragazzone mostrò i palmi aperti. Disse: «Certo». E poi subito: «Cosa bevete?».
«Due bionde medie».
Il gestore non disse altro. Ancora con il pensiero in ricognizione e con gesti veloci lavò due bicchieri, li riempì fino all’orlo e li appoggiò sul bancone, sopra due sottobicchieri di cartone con il marchio della birra stampato sopra. Jeff ne afferrò uno e cercò l’altro con il vetro.
«A stasera», disse abbozzando un brindisi e si scolò mezza bionda d’un fiato.
Ettore lo imitò in tutto, solo che lui quasi la finì, la sua. L’amico inglese sbuffò un sorriso, dando seguito alla risata che avevano trattenuto entrando nel pub, e lo indicò con il mento.
«Come se non avessi già due confezioni da sei lattine nel camerino».
«Quelle sono per scaldare lo spirito», precisò Ettore guardando il bicchiere che teneva ancora a mezz’aria. «Questa è per il corpo».
«Giusto», scherzò Jeff, «allora non perdiamoci in chiacchiere inutili».
Il tempo di un altro silenzio ed entrambi mostrarono i bicchieri già vuoti al tipo dietro al bancone. Non ci fu bisogno di dire altro. Dopo qualche secondo, altre due birre erano pronte sui soprabicchieri sponsorizzati. La scena che seguì fu la stessa di prima. Altro brindisi, altra lunga sorsata.
«Ho le mani che sono due ghiaccioli», balbettò Jeff che ancora non sentiva i benefici né del riscaldamento del pub né della birra.
«Fortunato te che c’hai ancora le mani!», disse Ettore. E aggiunse: «Sarà dura questa sera».
«Vedrai che sarà un gran concerto, mocciosetto! Come sempre».
Fu allora che lo scatto di un’intuizione fece voltare improvvisamente il tipo palestrato verso la colonna al centro del locale, come se finalmente i suoi pensieri avessero messo a fuoco la lontana sagoma di un ricordo.
Ettore e Jeff si girarono spaventati nella stessa direzione, colti così di sorpresa che per poco a Jeff non scivolò il bicchiere di mano. Non ebbero tempo di fare domande al riguardo, perché intuirono subito la spinta e la connessione che avevano animato il gestore, non appena si accorsero dell’evidente manifesto del concerto di quella sera, appeso alla colonna sotto i pacchiani addobbi di Natale.
«Come ho fatto a non riconoscervi subito!», esclamò il palestrato indicando i tre chitarristi fotografati sulla locandina, ancora incredulo per la gaffe.
Ettore e Jeff trattennero una risata compiaciuta, provando a mostrarsi indifferenti, come se la cosa in effetti non avesse gonfiato l’ego di entrambi.
«Però», continuò il tipo, «è già il 22 dicembre!».
«Il tempo vola», scherzò Ettore.
«È la prima volta che degli artisti professionisti vengono nel mio pub, da quando ho aperto di fronte al Petrarca», ammise incredulo il gestore, continuando a guardare il manifesto. Poi scosse la testa e aggiunse: «Immagino che doveva succedere prima o poi».
Ettore e Jeff annuirono, ancora trattenuti, gustandosi a pieno quel momento sospeso di eternità che si apriva ogni volta che qualcuno li riconosceva. Il tipo invece non la finiva più di parlare: era eccitato come un liceale di fronte al divo pop del momento. Una cosa che in effetti non si addiceva né a lui né tanto meno ai due chitarristi di fronte.
«E non credevo che i primi sarebbero stati niente meno che Ettore Silenzio “12 birre” e Jeff Stone».
Jeff sbuffò un sorriso, soffiando su quella bolla di imbarazzo e compiacimento che, anche se piacevole, tendeva a ingrossarsi fino a scoppiare, dopo un po’. Disse fra l’italiano e l’inglese:
«Beh, per noi è un piacere essere qui, amico».
Il ragazzone indicò nuovamente il manifesto.
«E Mike Mud? Dov’è?».
I due chitarristi si guardarono con complicità, provando a non farsi sorprendere dall’espressione che di certo non avrebbe nascosto il momentaccio dell’amico e collega agli occhi di nessuno. Una crisi matrimoniale non è mai cosa facile da affrontare e per un musicista nel bel mezzo di una tournée può diventare davvero una catastrofe. Le difficoltà con la moglie stavano smagrendo Mike nel corpo e nello spirito, rendendo assai complicata ogni serata. E così, ormai da un mese, prima e dopo i concerti si defilava quasi sempre, annullandosi e allontanandosi dal mondo. Soprattutto quella sera che il teatro era solo a un paio d’ore di macchina da casa sua. In tutto il tour non era mai stato così vicino alla moglie, che ormai non vedeva da tempo.
«Si è fatto un giro», balbettò Ettore guardando per terra.
Nonostante il tentativo dei due, però, il ragazzone riuscì a percepire l’eco di disagio nelle parole del chitarrista e non vestì oltre i panni del fan adolescenziale, sentendosi improvvisamente inopportuno. Provò a ridimensionare per un momento il suo slancio, lasciando scivolare dalle labbra solo un semplice: «Peccato!». Poi, dalla stessa porta da dove era sbucato lui prima, si materializzò una ragazza biondo acceso che gli chiese se poteva andare un attimo in cucina.
«Scusatemi», disse, forse più per la sua domanda su Mike che per il momentaneo congedo, e scomparve con la bionda dietro la porta. Ettore e Jeff rimasero fermi ad osservarne il legno scuro per alcuni secondi che parvero lunghissimi.
«Hai visto che sventola?», chiese Ettore per non dare possibilità all’amarezza di attecchire. Jeff lo assecondò.
«Altrochè, 12 birre. Proprio non male!».
Ettore si voltò a guardarlo, tra l’incredulo e il sarcastico, indicando là dove prima c’era il gestore.
«Anche il culturista conosce il mio nome di battaglia. Chi l’avrebbe detto!».
«Visto mocciosetto? La tua fama ti precede!».
«Di certo non più delle vostre chiacchiere».
«Di certo!».
In quel momento nel pub entrò Mike come una furia, quasi staccando la porta del locale. I due amici si voltarono spaventati e lo videro avvicinarsi tremando, gli occhi lucidi e l’espressione disperata e spaventata. Non riuscirono a muoversi o a dire niente, sorpresi, spiazzati, disarmati dalla velocità e dall’inaspettatezza di quella visione, ancora con il bicchiere di birra in mano da finire e il mezzo sorrisetto appeso alle labbra per la battuta di un attimo prima. Quando Mike fu vicino, come uno spettro, parlò a voce bassa, confuso e intimorito.
«È successa una cosa», sospirò.
Ettore non riuscì a dire altro che: «Dio mio, Mike, sei uno straccio!».
Fu Jeff a chiedere: «Cosa è successo?», ma senza aggiungere altro. Sebbene sospettassero entrambi che avesse a che fare con Isabella, ebbero il timore di nominare la moglie, considerato il fuoco devastante che pareva bruciargli gli occhi.
Fu un silenzio lungo, quello che seguì, un tempo carico di supposizioni e congetture. E poi Mike, guardando per terra e consumato da una strana paura, se ne uscì con quella frase: «Dovete aiutarmi, vi prego!», le parole che diedero inizio alla notte che avrebbe cambiato definitivamente le loro vite. Per sempre.

È arrivato il giorno!

18 aprile 2010 - postato da Reno Brandoni in Reno Brandoni

È arrivato il giorno!

19 aprile 2010, prima puntata del romanzo di Luca Francioso “12 Birre – Un thriller tra i post!

L’attesa è stata lunga, prima l’idea, poi la creazione, la traduzione, il brano che fa da colonna sonora al libro, il video, la videolezione e l’intervista. E oggi finalmente Fingerpicking.net inizia nella sua nuova veste di editore letterario questo nuovo percorso.

Un romanzo a puntate (che a settembre debutterà in forma cartacea) può sembrare qualcosa di distante dalla nostra musica e dalla nostra passione. Ma non è così, nella realtà si narra di tre chitarristi acustici e di quel fantastico periodo che sono stati in Italia gli anni ’80 per la chitarra acustica.

Grandi concerti, enorme entusiasmo sia tra il pubblico che tra gli organizzatori, prestigiosi spazi messi a disposizione per la chitarra acustica… Un passato che a raccontarlo oggi sembra fantascienza. Palasport o grandi teatri impegnati per i concerti di un chitarrista acustico, una realtà lontana che fa sognare un futuro diverso per il nostro strumento, che solo attraverso la passione e l’ostinazione può tornare attuale.

L’appuntamento è per ogni lunedi su www.fingerpicking.net per scoprire l’emozione e il mistero del racconto di Luca.

Luca Francioso: 12 BIRRE un thriller tra i post – Intervista

14 aprile 2010 - postato da Reno Brandoni in Fingerpicking.net
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Distanze

18 marzo 2010 - postato da Reno Brandoni in Fingerpicking.net
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Luca Francioso: Le Cavallette

10 febbraio 2010 - postato da Reno Brandoni in Fingerpicking.net
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Luca Francioso: Autoritratto

10 febbraio 2010 - postato da Reno Brandoni in Fingerpicking.net
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