Studia male, suona peggio – Come studiare (2)

Daniele Bazzani

Daniele Bazzani

Come molti dei miei studenti sanno, mi trovo spesso a ripetere loro una frase: «Se studi bene, ci sarà una possibilità che suonerai bene; se studi male, suonerai male e basta.»
Passiamo molto tempo della nostra vita da musicisti a studiare, anni e anni di lavoro per costruire quello che siamo, forse mai sorpassati per numero di ore da quanto suoneremo davvero.
Il problema è proprio questo. Si sottovaluta il ‘modo’ in cui si studia, non si mette la giusta attenzione nel fare le cose, «tanto poi quando suono lo faccio meglio». Sbagliato! Se ci si abitua a utilizzare la mano destra in maniera scorretta, che si suoni con le dita o con il plettro, o se la sinistra ha un’impostazione sbagliata, sono tutte cose che contribuiranno a costruire chi saremo. E se il lavoro è fatto male, ce lo dovremo tenere.
Sarebbe come pensare di costruire un palazzo e mettere fondamenta e strutture «così, tanto non si vedono, poi metto una bella carta alle pareti che copre tutto». Suonare è apprendere movimenti grazie alla ripetizione quasi ossessiva degli stessi: se non li ripetiamo nel modo giusto non avremo imparato davvero. Anzi peggio: avremo imparato male.
Da musicista so una cosa: che mi trovi sul palco di fronte a centinaia o migliaia di persone, o che sia da solo nella mia stanza a suonare una semplice scala, non fa differenza: dal momento che inizio a suonare, sto suonando. Il rispetto che devo mettere in ogni singola nota che produco deve essere lo stesso, altrimenti non arriverò mai dove voglio. Se non do io importanza a quello che suono, non posso certo pensare che lo faranno gli altri.
C’è un gioco che faccio ogni tanto con qualcuno dei miei studenti: chiedo di suonare un semplice esercizio di tecnica, qualcosa tipo indice e medio della mano sinistra che passano da una corda all’altra avanzando sulla tastiera, qualcosa di davvero molto banale e assolutamente (all’apparenza) poco musicale. Se l’esecuzione è un po’, come dire, ‘rilassata’, dico: «Adesso ripeti e immagina che stai suonando qualcosa di scritto da Mozart o Beethoven accompagnato da un’orchestra, vedi se lo sai fare meglio». Mozart e Beethoven devono davvero essere due spauracchi, perché di solito l’esecuzione migliora notevolmente! Questo per dire che il nostro approccio è fondamentale: è lo stato mentale in cui ci poniamo verso la musica che ce la fa suonare in un modo o in un altro.
Non voglio arrivare a frasi impegnative come «suona ogni nota come fosse l’ultima», ma poco ci manca. È il rispetto per la musica, la nostra musica, fatta di note, che prese singolarmente sembrano innocue, ma combinate possono avere un potenziale devastante. E cosa le rende tali? Cosa fa di loro una melodia straordinaria ed emotivamente trascinante? Di sicuro la qualità della scrittura, ma anche il modo in cui questa viene proposta: lavoriamo sulle singole note, ognuna di esse sarà un mattoncino del nostro palazzo, tutte hanno bisogno della nostra attenzione.
Pensate a un attore di teatro bello, con presenza scenica e che, al momento di pronunciare la frase di apertura dello spettacolo, la pronunci con la voce di Paperino… che delusione eh? Ecco, rischiamo di fare la stessa fine, se il nostro suono sarà poco convincente.
Quindi lavoriamo sulla mano destra, arpeggi ed esercizi per curare il suono. O se in alternativa utilizziamo il plettro, facciamo in modo che non si senta, ad esempio, la differenza fra una pennata verso il basso e una verso l’alto. Il problema tecnico deve essere nostro, non di chi ci ascolta. E lavoriamo sulla mano sinistra, che dovrà fare in modo di tenere ben salde e legare con scioltezza tutte le note.

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 7/2013, p. 60

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  1. Riccardo Pareschi Reply

    "Il problema tecnico deve essere nostro, non di chi ci ascolta"
    Frase stupenda, peccato che siano pochi ad applicarla !

  2. Simone Gabrielli Reply

    Che saggio uomo…

  3. Flavio Lorenzon Reply

    Ben detto…suona come in un approccio "Zen" alla chitarra; così imparo e insegno anch'io…Grazie!

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