Sono un artista, ma non per questo lavoro gratis

Nel definirmi un artista non intendo certo assumere la vanitosa e autoreferenziale presa di posizione, che pare inevitabile in affermazioni di questo tipo, da sempre alimentata dalla distorta convinzione per cui un artista debba essere in effetti una persona incondizionatamente talentuosa e oltre ogni misura. Affermando di essere un artista, più semplicemente e direi letteralmente, dichiaro di essere un artigiano, alla stregua di un idraulico o di un panettiere, e di essere come loro un professionista, nel senso che questa è la mia professione, il mio unico mestiere e non un hobby o una faccenda che sbrigo a tempo perso.

In un mondo sempre più pragmatico, che dimentica l’arte nella scatoletta degli accessori, considerandola (a torto) nient’altro che un piacevole dettaglio, appare normalissimo identificare l’artista come un semplice hobbista a cui non è dovuto riconoscere alcun onorario per i suoi servizi. Perché si dovrebbe? Anzi, la sua richiesta di contributo è spesso vista come una sfacciata e presuntuosa pretesa, perché ormai è prassi comune dare per scontata la gratuità del suo lavoro.
La gente fatica a scorgere il costante esercizio che esiste dietro il breve lasso di tempo di una perfomance artistica, qualunque essa sia, un po’ come accade ad un centometrista che per quattro anni si allena per poco più di nove secondi di gara. L’intero lavoro viene ogni volta miseramente ridimensionato, annientando così ogni speranza di una più lungimirante considerazione.

Così, stringendo il cerchio della riflessione, il momento in cui vengo contattato per concerti o incontri assume costantemente i contorni definiti di un’imbarazzante dimostrazione, per altro spesso vana, di dignità e di rispetto, dentro cui è necessario muoversi con estrema cautela, anche perché, di frequente, il desiderio di un riconoscimento al proprio contributo viene distorto in un’inopportuna brama di denaro, ingiustificata se si considerano le due ore striminzite di musica da mettere in scena. Senza contare poi il funambolico equilibrio di cui è indispensabile dotarsi per difendere il valore del proprio lavoro, stando però attenti a non perdere l’occasione di poterlo esercitare, perché chissà quando ne arriverà un’altra.

In queste acque svilenti ho imparato a stare a galla da tempo, per spirito di sopravvivenza più che per meriti. Così, pur convinto che non dovrei farlo, una volta comunicato il mio onorario al committente tento sempre di valutare il budget a sua disposizione e lo spirito e lo slancio che lo animano, cercando un terreno comune per arrivare insieme all’obiettivo. Non sempre questo accade, perché la spocchia è sempre in agguato e sa essere letale quando è il momento di mettersi in gioco.
Ecco, dunque, una breve lista dei più comuni scenari di trattativa, ampiamente conosciuta dagli addetti ai lavori, ma che qui scelgo di condividere con la speranza, almeno per quanto mi riguarda, che non si ripropongano ogni volta e con la medesima e disarmante prassi.

 

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Foto di Nicola Boschetti

Quanta gente mi porti?
È la domanda principe delle trattative con i gestori di pub e birrerie, a cui ho sempre risposto “nessuno”, perché avrei fatto prima a suonare per i miei amici nel salotto di casa mia.
In queste circostanze, infatti, il lavoro del musicista viene pagato con il guadagno che lui stesso è costretto a garantire al gestore, riempiendogli il locale con un pubblico di amici e affezionati. È una sorta di autofinanziamento distorto che non può avere alcuna evoluzione costruttiva ed è inutile aggiungere che è una cosa che non sta né in cielo né in terra, ma che purtroppo accade di continuo.

Concerto di beneficenza.
È lo scenario più comune e quello più delicato. Si dà per scontato che l’artista debba suonare gratuitamente all’evento, considerato il suo scopo benefico, e si passa per insensibili e superficiali se invece si richiede un compenso, anche minimo, come se donare il proprio tempo e il proprio lavoro fosse un dovere e non una scelta.
Ad ogni modo, la distorta natura di priorità e ruoli diventa evidente ogni qualvolta salta fuori che il poco budget a disposizione è stato interamente speso per affittare il service audio e per ingaggiare il fonico, come a dire che tutti hanno il diritto di essere pagati, tranne il musicista.

Non ti pago, ma al concerto verrà un sacco di gente.
Essendo l’arte un esercizio che vive essenzialmente di opportunità divulgative, ecco il baratto più comune: un’importante vetrina in cambio della gratuità del servizio. Non c’è cosa più vigliacca! Certo, a volte non esiste malizia in una proposta del genere, ma i furbi hanno imparato presto lo squallido trucchetto di giocare con i sogni degli artisti, egocentrici al punto giusto, ambiziosi e protesi verso un riconoscimento sempre più importante.
Non si può spacciare una platea gremita come un valore aggiunto all’evento, perché la speranza di un pubblico numeroso dovrebbe essere il normale auspicio che anima ogni promoter, considerando che il fallimento di un evento artistico trova le sue origini sia nella proposta eventualmente non gradita sia in una pessima organizzazione.

Non ti pago, ma ti faccio un sacco di pubblicità.
Variante sul tema della riflessione appena condivisa, ma stessa solfa. Come se fare pubblicità fosse un favore che l’organizzatore fa al musicista. Ma non è così che funziona.

Quando il concerto lo commissiona un amico.
Avere a che fare con un amico è forse lo scenario più delicato, perché la trattativa cammina di frequente in bilico tra le cose dette e le cose non dette, speranzosi entrambi che un certo feeling possa rendere in effetti la faccenda più agevole. E invece, quando si prova a chiarire meglio ruoli e condizioni, è spesso l’incomprensione a vincere, perché è difficilissimo far capire all’amico, che magari sgobba dodici ore al giorno su un lavoro che gli sta stretto, che intendi monetizzare quello che è ormai comunemente classificato come un hobby. E allora per non creare dissapori, accetti le più improbabili delle condizioni.
Non che le cose migliorino se l’amico committente è pure lui un artista, perché spesso la commissione viene confusa con un distorto gioco di squadra, per cui proposte poco dignitose sono da considerarsi normale e ordinarie, visto l’andazzo delle cose. Insomma, alla fine finisci comunque per accettare condizioni poco gratificanti.

Esiste un’ultima riflessione che è opportuno fare. Gli artisti hanno un viscerale bisogno di esercitare la propria arte, indipendentemente dal denaro che ne ricavano. È una necessità talmente urgente che spesso, pur di avere nuove occasioni, accettano con leggerezza condizioni che ne sviliscono talento e valore. C’è chi approfitta di questa debolezza e c’è invece chi la comprende. Devi solo capire cosa vuoi fare tu, se e quando vorrai organizzare un concerto, se approfittarne o comprenderla. In fondo, pensaci bene: come staresti se qualcuno svilisse il tuo lavoro?

PUBBLICATO

Chitarra Acustica, 12/2012, p. 8

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  1. luapnea Reply

    La professione del musicista, come altre sta cambiando abbastanza sensibilmente.
    L’offerta è aumentata a dir poco, spesso un musicista deve confrontarsi con proposte musicali di scarso livello, come coloro che riempiono birrerie e locali con tastiere e basi musicali spesso (ma non sempre) dal basso valore artistico.
    Qui stiamo parlando invece di musicisti che compongono per uno strumento, che hanno bisogno di un pubblico che “ascolta”, non di un pubblico che “sente” e basta, quindi la sede ideale sono i concerti in sale o in piccoli teatri, spesso e sovente durante rassegne specializzate.
    Sappiamo benissimo che in passato le fonti finanziarie erano prettamente pubbliche, quando si considerava ancora l’arte una forma di cultura e quindi era possibile dare un compenso adeguato.
    Mio figlio che ha 10 anni canta in un coro polifonico di voci bianche che esegue e studia brani di repertorio, come Les choristes del francese Bruno Coulais. Ebbene in Francia i fondi pubblici e privati, messi a disposizione solo per i cori di voci bianche, sono superiori a quelli che in Italia attualmente vengono stanziati per tutta la divulgazione e proposizione della cultura musicale in genere.
    Mancando allo stato attuale la possibilità di organizzare i concerti, perché sarebbe impensabile ed oltremodo molto difficile immaginare di trarre i fondi dal solo introito dei biglietti, ecco che un musicista trova estrema difficoltà a fare la doverosa “esperienza retribuita” anche al minimo.
    Probabilmente il musicista deve cercare di suonare il più possibile per farsi conoscere assieme alla sua musica, anche gratuitamente perché cambia l’ottica; chi “ascolta”, può acquistare i CD, i libri o i metodi o quant’altro accompagna sempre il musicista durante i concerti, se il budget è basso o se non c’è del tutto. E solitamente chi va a un concerto del genere, se rimane piacevolmente coinvolto nella serata è disposto ad acquistare anche i cd.
    Quindi alla domanda del gestore: “quanta gente mi porti?” gli puoi rispondere che nel tuo sito, nella pagina FB e Tw (ad esempio) inserirai la data e gli chiedi: “e tu quanti Cd pensi di vendermi?”
    Caro Luca, capisco perfettamente il tuo stato d’animo, ma cerca di non abbatterti, considera che questa professione allo stato attuale soffre a qualsiasi livello ed è necessario reinventarsi totalmente. Certe professioni stanno addirittura sparendo.
    Solitamente le buone idee e soprattutto la buona musica sono un buon biglietto da visita.
    Ti saluto
    Luciano

    • Luca Francioso Reply

      Ciao Luciano, grazie per il tuo commento, per altro condivisibile, e per il tuo incoraggiamento. Solo due cose. Credo che tutta la musica abbia bisogno di un pubblico che “ascolta”, senza eccezioni, e credimi, non sono affatto abbattuto. Tutt’altro. Ogni bene a te.

  2. giozik Reply

    D’accordo su tutto, Luca.
    Quando lo sfruttamento del musicista diventa “patologico”, qui bisogna intervenire, e fai benissimo a farlo notare. Finché il musicista può scegliere, allora ogni decisione secondo me andrebbe rispettata.
    Ogni bene a te, e complimenti per i brani su Fingerstyle Guitar Easy, che ho comprato la scorsa settimana a Milano da Ricordi e che sto studiando. Sono bellissimi.

  3. Maurizio Reply

    Bellissimo articolo ed analisi molto puntuale. Purtroppo è la fotografia reale di un sistema che, a tutti i livelli, dal concerto al pub/birreria, dà sempre meno spazio ad espressioni creative: non a caso i gestori di locali, secondo la mia piccola esperienza, richiedono sempre più cover-band, non di interpreti (perché in questo caso la cover la apprezzo), ma di imitatori dell’originale.
    Vorrei aggiungere, se mi permetti, ai tuoi scenari di “baratto”, quello in voga in molti locali del week-end: il “Concorso” o il “Music Contest” del locale, in cui i “votanti”, la giuria, sono le persone che spendono in consumazioni, ed hanno un bigliettino per votare ad ogni scontrino. Tradotto: più i tuoi amici consumano più… hai la possibilità di ripagarti le serate fatte… mah…
    Un saluto, e ancora complimenti, Maurizio

  4. giozik Reply

    Caro Luca, ottime osservazioni, come sempre molto garbate e precise.
    Mi hanno sollevato però alcuni dubbi (che condivido volentieri).
    Mentre sui primi due punti non ci piove, sui secondi due sono un po’ più indeciso.
    Mi spiego: essere pagati (per suonare) è sacrosanto, e non essere pagati svilisce la professione.
    Però, nell’era tecnologica e della comunicazione odierna, l’artista può non sentirsi svilito (anzi!) se, pur non essendo pagato, ha un ritorno che lo gratifica.
    L’aspetto della gratificazione è secondo me estremamente soggettivo. Uno può essere più gratificato (e nobilitato) se ad esempio suona in quel posto che sogna da una vita (teatro o auditorio o pensa, al limite, alla Royal Albert Hall!!) e non solo lo farebbe gratis ma pagherebbe pure, o se potesse suonare con quel determinato artista/idolo, o se potesse suonare davanti a migliaia di persone, o in quel determinato programma televisivo, e così via.
    Questa la chiamerei “gratificazione diretta” che secondo me è molto comune non solo nell’ambito della musica ma in tutte le arti (il commentatore che scrive gratis sul quotidiano che ha sognato da una vita, lo scrittore che pubblica gratis con l’editore che si sognava, e così via) e che oggi, nell’era della comunicazione, non è più legata solo al denaro.
    Non tutti, voglio dire, vedono il denaro come gratificazione. Per cui sono d’accordo con te sul punto che la professione non vada svilita, ma chi può giudicare cosa sia “svilente” (si dice così??”) e cosa no? Solo l’artista e come vive, lo stesso, il suo mestiere.
    Il secondo punto è che oggi ci sono anche modi “di rimbalzo” per essere gratificati che non sono necessariamente la corresponsione diretta soldi-musica.
    Penso a suonare gratis ma in cambio ci saranno vendita di CD o chiamate ad altri concerti (magari non più gratis) o diffusione del proprio nome in ambienti che ci interessano. La vicenda di Jeff Tweedy/Wilco che si organizzò un tour a sue spese (quindi non solo non era pagato, ma ci mise soldi in proprio!) quando fu scaricato dalla sua etichetta e poi, visto il sold-out del tour, rinegoziò l’anticipo sul CD è citata spesso come esempio clamoroso di capacità per l’artista, quando ci crede veramente, di poter valutare (e reagire) ogni modo che serva per portare nobiltà alla sua arte e successo anche al di fuori dei metodi/circuiti comuni.
    Solo per dire che secondo me la percezione dell’artista circa la sua professione, e la nobiltà della stessa, è molto difficile da inquadrare oggi nei canoni tradizionali.
    Io non ho mai visto come scandaloso o nocivo al mondo degli artisti il suonare gratis, o anche il pagare per suonare, o il contribuire gratuitamente a blog o quotidiani, o il pagare per pubblicare il proprio libro, se quell’azione non è, come giustamente noti tu, una costrizione o un metodo affinché qualcuno se ne approfitti (fino a vere e proprie truffe) ma è un semplice step verso un obiettivo che è dettato dall’amore per ciò che si fa. Umberto Saba, mi sembra di ricordare, amava talmente tanto le sue poesie che pubblicò a pagamento la sua prima raccolta, che nessuno voleva.
    La mente e la sensibilità di ogni artista sono complesse e diverse, secondo me, e solo lui è in grado di percepire se il lavoro si sta svilendo o no.
    Grazie ancora per lo spunto, bell’articolo! 😀

    • Luca Francioso Reply

      Ciao Listezik, grazie per il tuo commento e per gli interessanti spunti che hai fornito. Le tue osservazioni sono più che condivisibili, perché in effetti la gratificazione non sempre genera denaro (e viceversa). Anche io sarei più che felice e oltremodo orgoglioso di condividere gratuitamente il palco con uno dei tanti artisti che stimo o di esibirmi senza budget in un’importante location, sia perché per realizzare un sogno si è disposti a tutto sia perché collaborazioni e eventi di questo tipo sono a tutti gli effetti opportuni investimenti divulgativi.
      La mia riflessione tenta di andare oltre e punta l’occhio di bue sulla svilente regolarità di queste dinamiche e sul fatto che spesso si tende a giocare sporco proprio e soprattutto su questo terreno, in cui (come ho scritto nell’articolo) è facile cedere al desiderio e scordare la necessità. Se è il musicista a permettere questo processo, per una volontà definita, allora non è un problema (l’ho fatto spesso anche io e lo continuerò a fare), lo diventa quando il musicista non ha più scelta e la faccenda si trasforma in una squallida e ingiustificata prassi. Perché c’è un’altra cosa da tenere presente: chi ha moglie, figli e un affitto da pagare, ha scadenze a cui far fronte e conti da fare. Quotidianamente.
      Chi afferma di essere disposto a vivere continuamente situazioni che generino solo gratificazione e poco guadagno (addirittura di essere disposto a pagare perché questo accada), non vive la musica come una professione, non potrebbe, perché è certo che durerebbe solo l’arco di poche stagioni. Lo scrivo con estrema umiltà, profondo rispetto e senza alcun giudizio.
      Credimi, anche io vivo tutti i giorni in equilibrio precario fra il desiderio di gratificazione artistica o “diretta”, come l’hai definita tu (che allargherei anche al desiderio di qualità e bellezza, che troppo spesso non paga), e il guadagnare denaro per sopravvivere. Sono spesso e bonariamente preso in giro per questo e la pelle delicata del sognatore ormai è diventata la mia pelle, ma sono convinto che l’intera faccenda si possa vivere in modo diverso. Ho una famiglia da mantenere e questo è il mio unico lavoro. Penso che sia un motivo sufficientemente valido per sperarlo e ambire così ad un approccio più dignitoso. Ogni bene a te.

  5. Francesco Piovan Reply

    Concordo…

  6. yanez Reply

    Solo 3 parole… sei un grande 🙂

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