Simone Guiducci ad Acoustic Franciacorta in Castello

(di Olawumi Olayemi Ajileye / foto di Elio Berardelli) Anche nel periodo invernale Acoustic Franciacorta ha regalato ai suoi appassionati diverse serate entusiasmanti, tenendo vivo l’interesse per il festival che quest’anno si svolgerà tra il 30 agosto e l’8 settembre. I concerti invernali si tengono a Iseo e proseguiranno fino al mese di maggio, con cadenza mensile. Sul palco dell’auditorium del Castello Oldofredi si sono già alternati grandi musicisti provenienti sia dalla provincia di Brescia che da tutta Italia e anche dall’estero: François Sciortino e Gaspare Bonafede hanno esordito in novembre, poi è stata la volta di Antonio D’Alessandro e Max De Bernardi e, successivamente, abbiamo festeggiato il ritorno di Reno Brandoni insieme all’eccezionale duo di Simone Guiducci e Fausto Beccalossi. In marzo è stata la volta di Gianmarco Astori e del duo dei Bruskers.

Prima del concerto di venerdì 15 febbraio, abbiamo intervistato Simone Guiducci, chitarrista torinese, mantovano di adozione, che ha poi suonato con il fisarmonicista Fausto Beccalossi, stretto collaboratore di Al Di Meola. Guiducci è un musicista che ha iniziato da autodidatta all’età di dodici anni, imparando dai dischi il repertorio dei Beatles per poi diventare a vent’anni fan di Chet Baker e João Gilberto. Dopo aver seguito negli anni ‘80 alcuni stage con Mick Goodrick, John Scofield e Jim Hall, Guiducci è emerso agli inizi degli anni ‘90 come membro del quartetto Trapezomantilo del clarinettista Mauro Negri. In seguito ha messo a frutto le esperienze al fianco di Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi, Enrico Rava, dando vita nel 1995 al proprio progetto solistico Gramelot, inaugurando un’originale strada di dialogo creativo tra folk e jazz e lavorando (in concerto e su disco) con personaggi straordinari come Ralph Alessi, Erik Friedlander, Chris Speed, Don Byron, Kenny Wheeler, Eberhard Weber. Influenzato dalla poetica di Django Reinhardt come dalla psichedelia rock blues di Jimi Hendrix, alterna la chitarra acustica a quella classica con uno stile personale che coniuga sapientemente tecnica e istinto.

Hai avuto l’occasione di suonare e portare la tua musica in molte regioni del mondo: che ambienti, che sensibilità hai trovato in tutti questi posti?
È stata una fortuna poter viaggiare per il mondo per tanti anni portando la nostra musica, in rappresentanza dell’Italia, negli Istituti di cultura di mezzo mondo, in città diverse come Helsinki, Rio de Janeiro, Vancouver, Tokyo, Amsterdam, Haifa, Dublino, Mosca. Forse sarà stato per il fatto che arrivavamo da un paese lontano e ricco di tradizioni musicali come l’Italia, ma devo dire che ho constatato in tanti paesi un maggiore rispetto nei confronti della musica e della figura stessa del musicista, diversamente da quanto avviene nel nostro paese. In alcuni luoghi come il Giappone o il Brasile addirittura mi sono stupito della reverenza con cui la gente ci avvicinava, quasi fossimo dei sacerdoti o degli sciamani. Da noi questa percezione – mi si passi il termine – della ‘sacralità’ della musica, si è in larga parte affievolita, se non addirittura persa…

È stata molto importante per te l’influenza di Django Reinhardt. Come hai incontrato la sua musica?
La musica di Django Reinhardt è stata per me realmente il primo tramite verso l’ascolto e lo studio della musica improvvisata di carattere jazzistico. Quando ero ragazzo, ai tempi del liceo, ero appassionato di musica folk, ascoltavo e cercavo di imparare il repertorio di gruppi rock come i Beatles, i Genesis, Neil Young. La scoperta del brano “Nuages”, il capolavoro di Django, ascoltata per caso su una musicassetta di mio padre, mi aveva colpito in maniera profonda fin dal primo ascolto. Non capivo con precisione la progressione armonica e il fraseggio di Django, ma intuivo che a livello musicale ero al cospetto di qualcosa di assolutamente superiore. Per me, fino a quel momento assolutamente autodidatta, fu il motivo scatenante per iniziare a studiare musica seriamente. Quindi un’influenza determinante per la mia vita musicale, oltre che un amore perdurante tutt’oggi.

Sei professore di chitarra jazz e tecnica dell’improvvisazione presso il dipartimento jazz del Conservatorio ‘Campiani’ di Mantova. Come ti ritrovi nel ruolo di insegnante in una materia che è la sua passione? Inoltre cos’è la ‘tecnica dell’improvvisazione’, espressione che somiglia tanto a un ossimoro?
Mi piace moltissimo trasmettere i rudimenti della chitarra jazz e sopratutto vedere come ogni studente, in seguito, interpreta in maniera diversa e personale conoscenze valide in assoluto per tutti: la connessione degli arpeggi, l’armonizzazione delle melodie dei classici del jazz. Io cerco di spronare ognuno a scavare nell’armonia jazz fino a trovare un proprio stile. Lo faccio soprattutto tentando di sviluppare l’intuizione e l’orecchio musicale, importantissimi nel jazz, come peraltro nel blues. Riguardo alla tecnica dell’improvvisazione, può sembrare un concetto paradossale, ma il mio approccio è rivolto all’analisi di esempi tratti dalle improvvisazioni di grandi artisti, non solo chitarristi, ad esempio Louis Armstrong, Charlie Parker, Miles Davis, Django Reinhardt, Chet Baker. Si ascoltano gli assoli, si analizzano le frasi, si ricercano trame, moduli e stimoli da cui partire per una propria improvvisazione. Quindi, come in tutte le arti, all’inizio si lavora per imitazione, poi si cerca di distanziarsi cercando un proprio fraseggio. In particolare, spingo gli allievi a imparare a memoria e riprodurre cantando i soli, cercando di far lavorare l’orecchio.

Hai avuto una lunga collaborazione artistica con Fausto Beccalossi: com’è nato questo legame tra un chitarrista e un fisarmonicista? E come si suddivide il ‘lavoro’ fra voi due?
Con Fausto siamo amici da oltre vent’anni, abitiamo a venti chilometri di distanza l’uno dall’altro… Ho cominciato a coinvolgerlo nel mio progetto come sostituto del grande Gianni Coscia, ma ben presto Fausto si è rivelato un compagno insostituibile sulla strada della ricerca di un ponte fra la musica folk e il jazz. Abbiamo scoperto di avere un linguaggio comune, fondato sull’uso della voce, su una predilezione per la melodia, sulla comune passione per musicisti di frontiera, come Astor Piazzolla, Django, Egberto Gismonti e altri. Dopo tanti anni abbiamo costruito una forte empatia, che ci permette di prenderci delle grosse libertà e pure di non perdere mai il filo del discorso. La suddivisione dei ruoli fra noi, fra i momenti di accompagnamento e quelli solistici, avviene naturalmente, grazie all’intesa costruita in anni di esperienze insieme. Anche se Fausto negli ultimi quattro anni è diventato collaboratore fisso di Al Di Meola, con tour mondiali che lo portano spesso lontano, siamo comunque riusciti a mantenere sempre vivo il nostro interplay.

Olawumi Olayemi Ajileye


Chitarra Acustica, 4/2013, pp. 8-9

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