Segnali di umana presenza – Intervista a Nino Buonocore

Ci troviamo in compagnia di Nino Buonocore, seduti a un tavolino di un bar romano in procinto di gustarci un caffè. Il cantautore di “Scrivimi” e “Rosanna”, esempi di quel modo di scrivere canzoni dove la chitarra esprime un importante ruolo armonico ed espressivo, sta facendo il giro promozionale per l’uscita del suo nuovo disco d’inediti, Segnali di umana presenza, a nove anni dal precedente. È stato pensato e realizzato per essere distribuito in mezzo mondo, dalla Francia agli USA e Inghilterra, dal Brasile al Sud America e Spagna. Dodici canzoni dense di suggestioni sonore, melodie eleganti accarezzate da armonie larghe, ariose, fragranze jazz e orchestrazioni rétro, chitarre morbidamente presenti, il tutto permeato da liriche che esprimono una voglia urgente di recupero di emozioni e prerogative proprie del genere umano.

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Ho ascoltato più volte Segnali di umana presenza, un bel disco, ben scritto e realizzato. Ce ne puoi parlare?
Come sai questo disco esce dopo nove anni dal mio precedente, Alti e bassi. Io sono abituato a lavorare con molta tranquillità. Una volta l’impegno economico era molto gravoso, si stava due mesi in studio per registrare. Oggi non è più così, tutti quanti oramai sono equipaggiati benissimo per fare una preproduzione, cosa che io peraltro non faccio. Io scrivo e poi, con i miei musicisti, andiamo in studio e verifichiamo al momento che tipo di arrangiamento dare a quel certo pezzo. Penso che quando cominci a fare troppa preproduzione lo spirito, l’estemporaneità si perda.

Scusa Nino, un passo indietro. Quando dici “scrivo” intendi…
Tutto, le partiture per i musicisti, gli arrangiamenti. Quindi, partendo da questo presupposto, il disco lo realizzi con la comodità necessaria, cioè scrivi, verifichi, pensi, ragioni in funzione di quello che poi saranno gli interventi successivi, peraltro molto limitati. Infatti, noi musicisti procediamo registrando quasi tutto live. Per questo disco in particolare, abbiamo affittato un bellissimo locale, una sorta di auditorium, con una bellissima acustica, sai, dove si riuniscono quei predicatori con pubblico adorante… Ecco, lì abbiamo spostato le sedie, creato lo spazio vuoto, piazzato le attrezzature varie con gli strumenti – che abbiamo cercato di separare con dei pannelli – e abbiamo semplicemente suonato e registrato in diretta. Devo dire che, comunque, nel suono del disco si sente che ci sono delle interazioni tra gli strumenti; però a me piace! Alla fine, posso dire che il cinquanta, sessanta per cento dell’intero prodotto è stato realizzato così. Il restante quaranta per cento è frutto di sovraincisioni. Aggiungo che questo è stato un po’ sempre il mio metodo. Adesso ancora di più. Come hanno notato dei miei colleghi, si sente che il disco è suonato essenzialmente dal vivo, che gli strumenti suonano insieme, pur con delle sbavature inevitabili, anche dal punto di vista della scrittura, che però sono diventate dei punti di forza, rendendolo più vivo.

Si nota la cura, l’attenzione nell’ambito dei testi realizzati con Michele De Vitis, anche questa una tua peculiarità di sempre. Ce ne puoi parlare?
Beh, non è stato difficile trovare argomenti. Da trent’anni viviamo una realtà di… appiattimento generale, di omologazione, diciamo così. Io ho cinquantacinque anni: il ‘68 no, ma il ‘77 l’ho vissuto, e un po’ di quello spirito là mi è rimasto. Da quel momento in poi non è più successo nient’altro. Si è verificata, gradualmente, una sorta di appiattimento verso il basso. Non sono tanto i valori ad essere venuti meno, quanto le prerogative umane. L’uomo è un animale molto complesso, e a me piace pensarlo tale. Oggi, invece, questa complessità si è ridotta drasticamente. Stiamo diventando delle persone piccole piccole, perché l’omologazione a questo ti porta. L’intelligenza, la creatività, sono prerogative umane che danno fastidio, perché sovvertono quegli equilibri che poi si tramutano in mercato, consumismo, potere economico. Ecco, è di questo che mi preoccupo. Sembriamo un branco di animali, perché abbiamo perso la prerogativa di essere umani, senza sapere neanche dove stiamo andando. E allora in questa ‘cultura’ né l’arte né la scienza, purtroppo, servono più.

A quest’ultima si è sostituita la tecnologia
Esatto. Mentre la scienza si evolve continuamente, corre, va oltre, la tecnologia obbedisce a un percorso segnato da steps ben prestabiliti, e li consuma. Ecco, è di questo che mi piace parlare e trattare nelle mie canzoni. E riscontro che rispetto a ciò c’è disattenzione, anche nel mondo artistico. Non c’è più il coraggio che io vorrei vedere…

Mi pare che il verso di una delle canzoni nuove reciti: «Perché non basta il lampo di un abbraccio»…
… «Bisogna metterci anche più coraggio», infatti.

Ecco, tutto ciò si riflette nella tua musica, nelle tue canzoni. Mi sento di dire che voi cantautori over fifty questa sensibilità ce l’avete e sapete tradurla in arte. Quelli sotto i cinquanta… 
…Fanno cronaca. Per carità, cronaca va bene. Se vogliamo, fa cronaca anche De André… Ma oggi si è impoverita, non lo so, vedo tanto movimento intorno a me, ma è… scusa il paradosso, un movimento statico! Comunque, alla fine della fiera, io mi ritengo un ottimista per cui, pur conservando un grande spirito di critica, penso che l’uomo sia sempre migliore di quanto appaia. È quasi costretto ad essere così. Quando comincerà a riascoltarsi, riacquisterà quell’umanità in parte persa. Per esempio, nel mio pezzo “L’uomo nuovo”, si dice che se l’uomo guarda dentro di sé, questi cambiamenti non sono così lontani, è una questione di come ci si approccia alla realtà. Ma l’uomo nuovo è già in noi.

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Bene Nino. Vogliamo parlare anche dei tuoi primi ‘approcci’ alla chitarra?
Sono un autodidatta e non sono neanche bravo…

No, no, non direi proprio. Non fare il modesto. Sei un ottimo chitarrista-cantautore e lo testimoniano decine di filmati di tue esibizioni live.
Sai, io vengo da una scuola che si chiama ‘scuola da spiaggia’, la scuola formativa migliore che esista! Io non ho studiato chitarra dal punto di vista degli studi regolari. Ho avuto la fortuna di avere un fratello che suonava il basso in un gruppo. E così ho cominciato con le quattro corde. Dopodiché lui cominciò a portare a casa una chitarra, quindi due corde in più. E lì aumentai il mio approccio. La prima chitarra che ho avuto è stata una Eko Ranger 12 corde. È stato un impatto quasi drammatico! Di arpeggio proprio non se ne parlava. Poiché mi piaceva molto cantare, ho iniziato ad accompagnarmi con i primi accordi, con il giro di Do, Battisti, insomma il percorso del vero e proprio autodidatta di allora. Poi ho scoperto man mano che la chitarra non mi piaceva più di tanto, in realtà rappresentava l’anello che mi avrebbe collegato alla musica come concetto universale, piuttosto che lo strumento da studiare in sé e per sé. Tant’è che strimpello un po’ il piano, la batteria, il basso. Mi piace avere la conoscenza di quel certo strumento, ma per inserirlo in un panorama più ampio che è la scrittura, l’orchestrazione, ciò che veramente mi interessa nel fare musica. Comunque, tornando al mio rapporto con la sei corde, io lo definirei un chitarrismo intuitivo, dove per intuitivo intendo che tutto quello che suono lo imparo in quel momento, non è frutto di una tecnica che sta a monte. Non so, pezzi come “Blackbird” di McCartney o “Mood for a Day” di Steve Howe li ho anche imparati strada facendo, magari mettendoci qualcosa di mio in mezzo, altrimenti che senso ha ripeterli pedissequamente? Ecco, a me piace quel tipo di cultura lì.

Colpisce questo tuo particolare ‘strabismo’: da un lato c’è l’istinto, il cuore e niente tecnica; dall’altro, invece, competenza nella scrittura musicale e nella composizione. 
Sì, infatti. Ho studiato da privatista armonia e composizione, proprio per il mio amore per la musica nella sua accezione più ampia. Ma sono convinto di aver fatto bene ad aver mantenuto la mia dimensione di autodidatta, perché penso – magari dirò un’eresia – che le cose rivoluzionarie, innovative, spesso nascano da questa dimensione, dove invece una formazione troppo imbrigliata da regole non ti permetterebbe di esprimerti.

Sei in buonissima compagnia, Nino! Questo stesso concetto lo ha espresso Paul McCartney in una intervista di tanto tempo fa, in cui dichiarò di non aver voluto imparare a leggere la musica e a studiarne le regole, per paura che queste avrebbero potuto influenzarlo negativamente rispetto alla libertà della sua vena creativa. 
E ci ha proprio preso! Io penso che un passaggio musicale, un dipinto, debbano emozionare l’uomo della strada, aldilà di come gli ‘addetti ai lavori’ ci siano arrivati. Io, quando imbraccio la chitarra, ho già in testa quello che voglio esprimere in musica: lo strumento mi serve solo per ricavare le note e trasferirle su carta. In questo sicuramente mi sono di ausilio la mia parte istintiva e quella della conoscenza dell’armonia. L’importante è comunque osare, non fermarsi all’approccio matematico che era così preponderante nei grandi compositori del passato. Detto questo, ammetto che però… mi dispiace non saper suonare bene uno strumento! [ride divertito]

Tornando al tuo disco, ho notato una grande varietà timbrica, proprio grazie alle tue doti di arrangiatore orchestratore. Ha una forza sonora molto ampia.
Sì, molto libera. Sai, spesso una produzione discografica punta molto alla resa, più che alla libertà. Invece nel mio disco ho voluto privilegiare il concetto che i pezzi devono poter comunicare se stessi in piena libertà, senza forzature. La strada la individuo io, il musicista deve percorrere quella strada con tutta la libertà di cui ha bisogno. Il mio concetto della musica è che essa viene fermata sul supporto, e in un certo senso muore. Oggi ho detto una cosa bellissima… me lo dico da solo: la musica sui dischi è natura morta. Se la fermi l’ammazzi. È come la caduta naturale del suono di uno strumento: noi la fermiamo, ma quella continua, continua e continua sempre. Il segnale continua a rimanere nell’aria. E allora io dico: cerchiamo di dare libertà alla musica. Se dobbiamo proprio fermarla, okay. Ma se poi dobbiamo addirittura ‘pensarla’ per essere fermata, quella è veramente paranoia!

È un po’, se ho capito il concetto, come quando faccio una foto istantanea e mi appare la persona nell’atto del camminare con una certa postura… Ma non gli chiedo, per ottenere quel risultato, di assumere preventivamente quella posizione!
Esatto! È questa la differenza.

Quindi, come procedi nell’indicazione delle parti ai tuoi musicisti?
Do loro dei canovacci, tranne negli insiemi dove devo dare scritture musicali obbligate. Poi, una volta delineato il disegno ritmico, indico magari qualche fill di batteria, do indicazioni al pianista sulle altezze, le triadi, ma a parte questo il pianista deve sona’…

Arrivando alle chitarre, quali strumenti hai usato sul disco?
Principalmente una Norman acustica ST40 senza l’ultima verniciatura (quella finale). Poi una Taylor 514 che suono sia con le dita che col plettro e va bene in entrambi i casi. Ma sul disco l’ho usata molto poco, solo ne “Il lessico del cuore”.

Però si vede bene nel video promozionale.
Esatto. Poi ho usato una Ramirez classica 2CWE, una Gibson semiacustica ES 347 molto rara, con una cassa armonica formato jumbo ma piccola, e una Fender Telecaster del ‘54. A casa ne ho molte altre, che però uso saltuariamente. Sono una Takamine LTD 2005, una Martin HD-28MP, una bellissima Washburn semiacustica J7V che mi regalarono ai tempi di “Scrivimi”, con un solo pickup, un’altra Washburn elettrica RX20 e una Fender Stratocaster del ’67.

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Che scalatura di corde usi per l’acustica?
Normalmente .011. In passato, a volte, ho utilizzato le ‘mezze scalature’ .010.5. Ma adesso non mi piacciono più.

Usi il capotasto mobile? 
Mai, cerco sempre di adattare la posizione alle mie esigenze.

Grazie Nino per la tua disponibilità. È da qui che cominciano a manifestarsi i primi… segnali di umana presenza. 

Gabriele Longo

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 10/2013

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