Scuolacustica (6) – La lezione di Keith

(di Stefano Barbati) – … E poi arriva il momento del concerto: c’è l’attesa, la preparazione e il primo passo sul palco, dove si spera vada tutto alla perfezione…
Sappiamo tutti che non è sempre così: possono esserci problemi tecnici, possono esserci problemi legati al tempo atmosferico (troppo freddo, troppo caldo, vento, umidità), ma generalmente i problemi maggiori derivano dall’emotività legata alla performance. Anche il performer più esperto sa benissimo che il fattore emotivo può giocare brutti scherzi, quindi vale la pena dargli la giusta importanza.

Stefano BarbatiQuesta è una lezione che innanzitutto vorrei fare a me stesso: qual è, dunque, l’atteggiamento migliore per affrontare un’esibizione live?
Ogni performer dirà la sua: esercizi di riscaldamento, ripasso della scaletta, concentrazione (ritmo più velocità…), ma io credo che l’approccio vincente sia quello basato sulla semplicità e la naturalezza, che abbracciano sia il fattore tecnico, sia il fattore umano. È tanto importante avere una strumentazione semplice e funzionale, quanto cercare di avvicinarsi al pubblico con semplicità e tranquillità, senza assumere l’atteggiamento tipo ‘io lo so fare e voi non ci riuscirete mai’.

Ed è qui che ci viene in aiuto il buon Keith Richards. Lo voglio mettere in mezzo non solo perché ho da poco letto la sua gustosissima autobiografia Life, ma anche perché in una recente intervista dichiarava che la cosa più importante per un chitarrista è saper suonare la chitarra acustica (e questo già dovrebbe rendercelo simpatico). La ricerca del proprio stile e del proprio suono parte da lì, poi arriva tutto il resto (amplificazioni, effetti ecc.). Infatti tutti i suoi riff elettrici più importanti sono efficaci anche suonati in acustico, e lo sono perché l’energia che producono è caratterizzata da una immediatezza e semplicità a volte disarmante. Inoltre, basta guardarlo dal vivo – anche adesso dopo una vita di eccessi con tutti i segni che si porta addosso – per intuire la genialità delle sue invenzioni musicali basate sul ‘risparmio’.
Come posso riuscire a comunicare meglio l’energia del rock’n’roll? Semplice: accordo la mia chitarra in Sol aperto – così da ottenere un convincente accordo maggiore con le corde a vuoto – e, visto che la sesta corda mi è solo di intralcio, la tolgo e non se ne parla più! Spesso la soluzione è dietro l’angolo e la si trova se si comincia a ragionare intorno al concetto del ‘semplice’ e al concetto del ‘togliere’.

Siamo spesso alla ricerca dell’inutile difficile, non considerando che il virtuosismo è roba per pochissimi eletti; e i virtuosi non sono gli unici che hanno il diritto di comunicare attraverso la musica…
Salire su un palco e mettersi in discussione è una prova importante, e ‘quello’ che si comunica non è secondario rispetto a ‘come’ si comunica. Quindi la ‘lezione di Keef’ può tornare utile a tutti quelli che non si ritengono dei virtuosi e che, spesso, hanno rovinato le proprie performance dal vivo inseguendo un’idea di originalità legata al ‘difficile’, al ‘perfetto’.

Proviamo anche a suonare qualche riff di Keith Richards in acustico e scopriamone l’efficace semplicità, per esempio “Brown Sugar”:

Brown Sugar
Questo non vuol dire ‘basta con lo studio, da oggi solo droga e rock’n’roll’ (il sex ormai è bello che andato)… assolutamente no. Lo stesso Keith è uno che ha approfondito meticolosamente i suoni e gli stili dei suoi bluesman preferiti, cercandone però l’essenza e non l’imitazione fine a sé stessa. E qual è l’essenza del blues? È proprio l’atteggiamento rilassato, naturale, che bisogna perseguire per riuscire a comunicare le proprie emozioni.
Quindi non si sale sul palco per far vedere a tutti le nostre faticose ore di studio, ma proprio per comunicare emozioni. E le emozioni arrivano se chi le genera ha la tranquillità per comunicarle, e chi ascolta ha l’impressione che si tratti di qualcosa di semplice e di quanto più vicino alla propria sensibilità.

Stefano Barbati
Insegnante di Lanciano

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