Roberto Ciotti. Una via al blues mediterraneo

«Io non smetto di credere al potere della fantasia e della musica». Se gli ideali intorno erano caduti, il progresso assomigliava sempre più a un regresso dei rapporti umani, oltre che sociali ed economici, se l’equilibrio era così precario, non era forse l’amatissima musica il vero credo e l’unica forza salvifica cui aggrapparsi, oggi come quarant’anni fa? Per Roberto Ciotti questa era la certezza in assoluto, lui che le certezze del vivere quotidiano le aveva sempre rifiutate. Roberto se n’è andato l’ultimo giorno dello scorso anno lasciando attonito e triste il suo popolo, quel popolo del blues che non tradì mai, lui chitarrista «testardo e fedele alla sua musica, il blues, estranea a quelle patinate del mercato», come ricordava Renzo Arbore nella prefazione ad Unplugged, il libro autobiografico edito da Castelvecchi che Roberto pubblicò nel 2007, accompagnandolo con un CD contenente dodici pezzi del suo repertorio riproposti in chiave acustica. Scelse di intitolarlo così perché rispecchiava l’essenza della sua musica, del suo carattere, della sua vita, ‘senza fili’ appunto ma, andando oltre, senza vincoli, coerente con la sua linea, col suo amato blues.

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Roberto Ciotti, classe 1953, iniziò a suonare la chitarra regalatagli dal padre con la curiosità e le incertezze di chi sta cercando le ‘note giuste’, e non seguendo un percorso didattico regolare. Si avvicinò al blues più che altro per «stare al passo coi tempi, per accostarsi al fenomeno del momento. Solo in una fase successiva, con l’inizio della passione, per conoscere e capire la cultura afroamericana» ricordava all’inizio dell’autobiografia. «Poi arrivò Jimi Hendrix, con la sua “Hey Joe”, incredibilmente travolgente» aggiungeva confessando il suo senso di profonda riconoscenza per il chitarrista di Seattle, una vera e propria folgorazione grazie alla quale decise che «il futuro alla Romana Gas [il padre lavorava in quell’azienda – N.d.R.] e la vita che facevo non mi interessavano più». La Musica, il Blues li fece entrare con passione e determinazione nella sua vita.
All’inizio degli anni ’70 cominciò ad affinare l’interesse per l’idioma del blues, attraverso l’ascolto dei musicisti del Mississippi e di Chicago, vale a dire del blues rurale e di quello urbano. Ciò comportò impadronirsi della tecnica basilare di questo linguaggio e della sua evoluzione elettrica, percorso che lo pose a metà strada tra rock e blues. Lo colpirono chitarristi come Alvin Lee dei Ten Years After, con il suo cavallo di battaglia “I’m Going Home”, punta di diamante di una delle più energiche performance del mitico raduno di Woodstock; ma anche Jimmy Page dei Led Zeppelin, che pur lontani formalmente dal blues, esprimevano quell’energia dissacratoria così apprezzata dal chitarrista romano. Era giunto il momento di fare un salto di qualità, anche sul fronte strumenti: fu la Gibson 335 che glielo permise. Con il suo acquisto si assicurò una chitarra semiacustica professionale che lo accompagnò per gran parte della sua carriera. Militò in vari gruppi che gli consentirono di procurarsi i primi guadagni, cosa che gli dette sicurezza e gratificazione. Tra questi ci fu il trio rock che accompagnava la cantante e ballerina nigeriana Mary Afi, «uno dei tanti personaggi strambi che hanno costellato la mia vita», ricordava Roberto nel suo Unplugged. Lo spettacolo di Afi era una danza scatenata con una componente sexy molto accentuata, con cui accompagnava l’interpretazione di canzoni di Janis Joplin e Jimi Hendrix, con il pubblico che veniva trascinato dal suono della chitarra su cui lei cantava e ballava. Arrivarono i club più importanti di Roma, il Piper, il Titan, dove suonò lo stesso Hendrix dopo il concerto romano del 25 maggio 1968, in una storica jam session con musicisti locali. Frequentò anche il Folkstudio di Giancarlo Cesaroni, il locale di Roma che offriva i suoi spazi al gospel, al jazz e alla canzone d’autore, che allora muoveva i suoi primi passi con Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Giorgio Lo Cascio, Ernesto Bassignano. Ma a quei tempi era l’elettrico che catturava di più Roberto, dimensione che era trascurata dal piccolo palcoscenico del club trasteverino.
Intanto procedevano gli studi al liceo scientifico Malpighi, tra l’amore per la filosofia e la matematica e le assemblee studentesche, a cui il chitarrista romano partecipava più per quel senso di libertà che evocavano che non per un’attenzione specifica alla politica, dimensione che non interessava a Roberto, lui spirito anarchico per eccellenza. Arrivò un primo amore importante, Susanna, con cui condivise per parecchio tempo la follia di quegli anni, segnati dal ritmo, dal blues e dal sesso, vissuti intensamente, con rispetto e libertà. E con l’amore arrivò la presa di coscienza di poter utilizzare la propria voce al posto di cantanti da accompagnare, processo niente affatto facile, in continua evoluzione, giunta fino alla maturità anagrafica e artistica.
Intanto continuava lo studio della chitarra acustica, a cui affiancò quello del dobro. Con la chitarra resofonica fece la sua prima importante esperienza musicale, ma anche umana, partecipando al raduno annuale delle Saintes-Maries-de-la-Mer nella Camargue in Francia, uno dei più importanti raduni di popolazioni nomadi esistente al mondo. Credenti, turisti, curiosi, figli dei fiori e zingari si riversavano nelle strade a cantare, suonare e ballare. Lo fece anche Roberto, testando così il suo suono, la sua sicurezza, il suo progressivo allineamento allo spirito di quei tempi. L’ingresso nel primo circuito professionale strutturato avvenne quando accettò l’invito di Tony Esposito, già percussionista affermato, che in quegli anni lavorava con Alan Sorrenti pre svolta commerciale, a ricoprire il ruolo di bassista, lui che non aveva mai suonato professionalmente il basso. «Fu un’esperienza forte per me, in un gruppo di livello così alto [nell’organico c’erano Toni Marcus futura violinista di Van Morrison e David Jackson fiatista dei Van Der Graaf Generator – N.d.R.], e ancora oggi mi domando come sia stato possibile cavarmela. Guardavo con grande attenzione gli accordi che Alan prendeva sulla chitarra, e cercavo di seguirlo con il basso. Diciamo che a salvarmi è stato ‘l‘orecchio’» ricordava con autoironia.
Altra tappa fondamentale, questa volta in termini stilistici e di crescita musicale, fu l’esperienza dei Blue Morning che Ciotti formò con Maurizio Giammarco, sassofonista colto di estrazione jazz, Alfredo Minotti e Alvise Sacchi alla batteria e percussioni, Sandro Ponzoni al basso. Si ispiravano a gruppi come i Traffic e i Soft Machine, fino a Miles Davis. «All’inizio fu difficile suonare tutti quegli accordi e ‘dover’ pensare mentre suonavo» confessava «ma fu un arricchimento di stile che non mi ha più abbandonato». Con i Blue Morning, Roberto partecipò alla prima edizione di uno dei primi festival pop in Italia che si tenne a Villa Pamphili, a Roma. Il pop, allora, era un genere molto più contaminato di adesso, era quasi un sinonimo di ‘rock’ inteso in senso lato: sulle melodie semplici e facili da ricordare e sui ritornelli accattivanti, infatti, c’era spazio per improvvisazioni e sperimentazioni jazz, blues e funky. Ma all’indomani dell’esperienza con i Blue Morning, si affacciò ben presto in Roberto l’esigenza di mettersi alla prova come compositore e di lavorare anche da solo.
Ci fu una parentesi legata ai viaggi visti come crescita esperienziale e di ricerca, che lo portò prima in Grecia e successivamente in Marocco, a Ketama. Quel luogo rappresentava una realtà carica di significati per i ragazzi occidentali di quel periodo: vi avevano dimorato anche i Rolling Stones, con tutto il carico di fascinazione che ciò poteva comportare. In questo peregrinare rientrò anche la più domestica Calcata, un paese arroccato in provincia di Viterbo, che contribuì a far ritrovare a Roberto delle radici familiari, ma anche a vivere una stagione di relazioni umane e musicali con una comunità di creativi, musicisti e artisti in genere, che pian piano mise radici in quel minuscolo borgo.

Super-Gasoline-Blues-thumb
Dopo un viaggio a New York non propriamente esaltante, il nostro fece ritorno a Roma, dove avvenne qualcosa d’importante: la realizzazione del suo primo disco. Super Gasoline Blues fu prodotto per l’etichetta indipendente Cramps da Maria Laura Giulietti, giornalista del settimanale Ciao 2001, che fra l’altro mise in contatto Ciotti con Edoardo Bennato, grande appassionato di blues, con cui collaborò proficuamente: andò in tour con lui per due anni di fila e incise due suoi album, Burattino senza fili e La Torre di Babele. Le cose andavano decisamente a gonfie vele.
Intanto continuava la vita di musicista e di fruitore di festival internazionali, che alimentava conoscenze importanti (Muddy Waters), ma anche di musicisti sconosciuti come Claudio Bertolin, armonicista di talento, con cui formò un duo che lo portò a realizzare il suo secondo disco per la Cramps, Bluesman, inciso dal vivo. Arrivò anche la televisione grazie a Renzo Arbore che lo invitò a L’altra domenica, a Quelli della notte e a D.O.C.: «Cominciavo a pensare seriamente alla professione quasi impossibile di bluesman italiano». Le platee importanti da virtuali divennero anche reali, con la fortissima esperienza di aprire a Milano e Torino i concerti di Bob Marley, con la cui musica e filosofia Roberto trovò molte assonanze.

Bluesman-light
L’ascesa continuava. Arrivò l’incontro con un mostro sacro: Ginger Baker, il folle e raffinato batterista dei Cream. La scintilla scoccò al Pistoia Blues Festival, dove Baker invitò Ciotti a suonare con lui sul palco. «In pochi minuti ci eravamo già intesi alla perfezione» raccontò Roberto, «avevamo una sensibilità musicale molto simile e a ciascuno piaceva lo stile dell’altro. Ginger Baker suonava in un modo molto particolare, adorava spostare gli accenti e usare ritmi africani. Aveva passato cinque anni in Nigeria dove aveva conosciuto Fela Kuti, il più importante musicista africano del XX secolo, inventore dell’Afrobeat, genere musicale che mischia sonorità ossessive funky e groove». Da  questo incontro con Baker scaturì una tournée in America, in trio con Enzo Pietropaoli al basso. Fu un’esperienza ricca di crescita artistica, professionale, non disgiunta da una buona dose di divertimento.
Siamo intorno alla prima metà degli anni ’80. L’ennesimo ritorno a Roma, una volta finita l’avventura con Ginger Baker, si tradusse in una svolta importante per Roberto: l’incontro con Odette, probabilmente la donna più importante della sua vita, che rimase al suo fianco per ben tredici anni, fino a quando un cancro non se la portò via. L’inizio della relazione sentimentale con Odette coincise con l’apertura del Big Mama di Roma, che dette a Ciotti nuovi stimoli e una certa stabilità. Fu il primo locale a Roma con la musica dal vivo un po’ in stile americano. Lì cominciarono a farsi vedere Alex Britti e Federico Zampaglione, ancora minorenni. Fu quello il momento artistico in cui Roberto inventò un nuovo stile, diverso da quello che aveva fatto fino a quel momento. Divenne più soft e quindi più melodico, insomma creò un sound più personale. Cominciò a comporre ballate e ad ascoltare artisti come Prince, che fondeva il rock al classico e al funk, ma anche maestri come J.J. Cale, Eric Clapton e Mark Knopfler. Tutti elementi che lo portarono a provare nuove combinazioni di note, virando sempre più verso una componente melodica: «Fu nel bel mezzo di quel mio rinnovamento musicale che nacque l’album No More Blue, che prendeva il titolo dal nome della canzone guida dedicata a Odette». Per quel disco fondamentale nella discografia di Ciotti, che è arrivata alla cifra di quattordici album, il chitarrista romano chiamò alcuni grandi musicisti suoi amici, assemblando così una ritmica molto rock inglese. C’erano Derek Wilson alla batteria, Claudio Golinelli al basso e James Thompson al sax, a cui si aggiunse la componente armonica napoletano-mediterranea affidata alle tastiere di Ernesto Vitolo e alle percussioni di Sergio Quarta, per finire con i cori afroamericani di Crystal White e Phillis Blanford: «In quell’album si concretizzò tutto quello che tentavo di fare, tutto quello che ero e tutto quello che erano quei musicisti dalle esperienze così diverse» commentò orgoglioso Roberto. «Il sound fu incredibilmente azzeccato e io ne andai veramente fiero».
E arriviamo a un altro snodo nella carriera di Roberto Ciotti: l’incontro col cinema. L’occasione gli venne data dalla conoscenza con l’allora giovane regista Gabriele Salvatores che rimase colpito dalle atmosfere di No More Blue: nacque la colonna sonora di Marrakech Express, film culto, divertente e malinconico al tempo stesso. Le canzoni dell’album si sposarono perfettamente alle immagini e alla storia del film: «Ricordo di aver firmato centinaia di musicassette di gente che era stata in Marocco dopo quel film e che a quella storia era legata a doppio filo». Era il 1989 e paradossalmente, a fronte del grande successo che riscosse l’album, trainato anche dal film, si chiusero molte porte in faccia a Roberto, accusato di aver tradito la causa del blues ortodosso. Nel dicembre dello stesso anno Ciotti fece ritorno negli States per registrare la colonna sonora del nuovo film di Salvatores, Turnè. Questa volta assaporò veramente in positivo gli stimoli newyorchesi che in precedenza non colse, complici un suo atteggiamento più positivo e i suoni underground degli studi Sorcerer di Chinatown a Manhattan dove registrò con musicisti locali.
Il ritorno a Roma segnò il cambio di etichetta discografica, la Gala Records, orientata verso il jazz, e la strada dell’autoproduzione attraverso l’allestimento di un proprio studio casalingo. Le serate erano tante, anche 140 all’anno: «L’atmosfera era quella della Londra beat e dell’America del Saturday Night Live anticonformista e confusa. Per un periodo di quattro anni lasciai il Big Mama per fare base al Caffè Latino, un club diverso dal solito, che faceva sia musica live sia da discoteca». Tenne concerti anche in Svizzera e Germania, mentre sul fronte discografico pubblicò Road ’n’ Rail e King of Nothing: «Il ‘Re di niente’ era una frase ironica sulla situazione che stavo vivendo io e, come me, altri musicisti. Allora ancora riuscivamo a vivere bene senza bisogno di spot, di TV, di articoli sui giornali, e riempivamo i locali e i festival. Mi sentivo come un Re, ufficialmente di niente, ma che in fondo, invece, era moltissimo». Roberto era consapevole del grande privilegio che aveva a quel tempo, quello di poter continuare a essere libero, quando molti altri artisti erano costretti ad annullarsi artisticamente per poter sopravvivere.

Walking-light
Nel 1995 Ciotti tornò al Pistoia Blues Festival, dopo dieci anni di assenza. Con la chiusura della Gala Records iniziò una collaborazione col quotidiano Il manifesto, che lo portò a pubblicare nel 1996 Changes, un album che segnò musicalmente una tendenza un po’ intimista attraverso un rock morbido, percussioni minimaliste e atmosfere acustiche. Il disco coincise con la morte di Odette: «Credo che sia per questo che quel disco riuscì a metà malinconico e metà incazzato». Seguì un periodo doloroso, denso di impegni concertistici. Sulla scia della collaborazione con il quotidiano, Roberto pubblicò nel 1999 Walking, e nel 2002 Behind the Door, un lavoro a metà tra l’antico e il moderno, perché univa la chitarra acustica e le percussioni alle tastiere, a ritmiche molto cariche e a influenze latin rock: «Il sound era davvero attuale. All’acustico si aggiungevano la chitarra elettrica spinta e il funky. Oltre al blues e alle ballads c’erano delle sonorità un po’ pop, un po’ blues e un po’ rock. Ne andavo piuttosto fiero». Le sonorità latin rock, aggiungiamo noi, scaturirono dalle contaminazioni con la musica cubana e brasiliana, soprattutto dal punto di vista ritmico, che Roberto accolse nel suo stile, spinto dalla grande libertà espressiva che quelle culture gli trasmisero. Tutto ciò lo portò a risvegliare in lui l’interesse per la chitarra acustica, che da diversi anni aveva riposto nella custodia. La partecipazione all’undicesima edizione dell’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana, nel 2008, durante la quale ripercorse le varie fasi della sua carriera accompagnato dal solo Daniele Maglie alle percussioni, seguendo le tracce del CD allegato al suo già citato libro Unplugged, fu la consacrazione ufficiale di questo ritorno al vecchio amore quasi dimenticato.
Dopo la collaborazione con Il manifesto ci fu un ulteriore cambio di etichetta, la Suono Records, con cui realizzò nel 2008 My Blues, un CD e DVD di all time favourites, registrato dal vivo alla Stazione Birra di Roma; nel 2010 Troubles & Dreams; nel 2013 Equilibrio Precario, il suo ultimo lavoro, a cui seguì a maggio un tour nel Senegal.

My-Blues-light
Proprio riferendosi al paese africano, riportiamo una dichiarazione della bassista che ultimamente suonava con Ciotti, Fabiola Torresi: «Roberto aveva un progetto per il nuovo anno. Fare un disco dove il blues si sarebbe fuso con i ritmi africani. Teneva molto a questo nuovo sound che avrebbe creato». Il suo sound, la ricerca di una vita. Chi meglio di lui può raccontarcelo: «Credo che lo stile che ho acquisito in tutto questo tempo abbia attraversato due fasi fondamentali. La prima in cui ho personalizzato le strutture blues con testi miei e lunghe improvvisazioni di chitarra. La seconda, invece, più incentrata sulla composizione di musiche e melodie nuove, sempre basate su un retroterra blues, ma mischiate a ritmiche diverse, con una chitarra più melodica e con gli assolo un po’ più brevi. […] ho sempre e solo usato la musica per raccontare una storia, un feeling, come qualsiasi cantautore musicista».

Gabriele Longo

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 02/2014, pp. 26-29

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