Roberto Ciotti. Un tuffo nel passato

Ben oltre il tempo conosciuto, là dove affondano le radici della chitarra acustica italiana, quando non esisteva YouTube o Facebook, e solo la memoria poteva aiutarmi a ricordare… In una mattinata romana, costruita la notte prima con entusiasmo e passione, ho incontrato Roberto Ciotti.

Ero reduce da un tour con Stefan Grossman. Lui come sempre mi parlava dei suoi progetti e dei suoi prossimi manuali. Io con sano spirito ‘emulativo’, e sopravvissuto al successo della trasposizione in tablatura dei primi due metodi di Giovanni Unterberger, mi proposi come autore di un manuale/racconto sulle mie esperienze con i chitarristi americani e inglesi, da corredare con le trascrizioni dei loro brani più conosciuti. Grossman mi suggerì di lasciar perdere: stava facendo già lui una cosa del genere. Mi suggerì, anzi quasi mi impose, di fare invece il punto sulla chitarra acustica in Italia: il lavoro sarebbe stato sicuramente più interessante e sopratutto ‘unico’. Così nacque il progetto Chitarristi italiani: la loro musica le loro idee e, di conseguenza, l’esigenza di conoscere tra gli altri Roberto e di tuffarmi nella sua musica.

Acoustic Guitar Meeting, Sarzana 2008 (foto di Mario Giovannini)

Acoustic Guitar Meeting, Sarzana 2008 (foto di Mario Giovannini)


Il tramite fu sempre il ‘solito’ Andrea Carpi, che organizzò l’incontro. Era il 1983, Ciotti lo avevo visto più volte suonare insieme a Edoardo Bennato, nel periodo in cui i cantautori erano il fenomeno del momento. Però il suo stile era diverso: non si limitava ad ‘accompagnare’ Bennato, ma riempiva la musica di quest’ultimo con fraseggi blues, con atmosfere americane, che davano al tutto un sapore internazionale. Credo che quelle siano state le prime volte in cui ho sentito suonare una chitarra con il bottleneck. Roberto era la sua musica e il suo stile non si fondeva con quello degli altri musicisti, ma si sovrapponeva arricchendolo di emozioni.
«I miei pezzi corrispondono a un modo di suonare blues molto libero, basato su delle linee melodiche più approssimate che reali. […] fisso prima certe cose come le posizioni del tema sugli accordi, poi quando faccio il ‘solo’ mi libero, mi muovo in un’altra maniera, sempre restando sulla stessa melodia.» Così mi raccontava Roberto durante l’intervista, che alla fine si trasformò un una breve lezione sulle origini ‘emozionali’ del blues: «Istintivamente mi è piaciuto il blues. Anche perché quando ho iniziato a suonare suonavo con un nero. Si chiamava Steve Wilkinson. Suonava l’armonica e cantava ogni sera a Trastevere. Erano altri tempi! Io lo ascoltavo spesso, così siamo diventati amici e abbiamo messo su un complesso. Suonavamo tutti i classici del blues. Iniziando così, avevo solo quindici anni, è chiaro che mi sia rimasta questa grande passione per il blues, che mi porto ancora dentro.»
Era un periodo in cui il feeling veniva prima della tecnica esecutiva. Si suonava musica ‘per suonare’, per stare insieme, per condividere idee ed emozioni: Roberto rappresentava tutto questo. La voglia di suonare ti costringeva a imparare, a sperimentare; e mancando i mezzi di apprendimento attuali, si usava l’intuizione e la fantasia: così vinceva solo il vero artista. Solo chi, con la propria creatività, riusciva a riprodurre i suoni che ascoltava sui dischi e a riproporli con un proprio personale stile: «La tecnica si può acquisire in due modi: o attraverso gli studi o attraverso se stessi. Cioè con le posizioni che uno si va a cercare ad orecchio. Secondo me entrambi i sistemi sono validi. La tecnica ci vuole. Senza non si può fare niente. L’importante è avere la giusta tecnica necessaria per esprimersi. Io tendo a fare cose molto semplici. Nel senso che ‘arrivino’ armonicamente e non siano troppo complicate. È una ricerca di equilibrio fra tecnica e feeling.»
Roberto era già un musicista affermato, in un periodo in cui l’interesse per la chitarra, per il blues, e credo per tutto ciò che veniva da oltreoceano, conquistava il pubblico italiano. Lui sicuramente era uno degli interpreti ‘locali’ più interessanti: «La musica blues, se suonata accentuando la componente ritmica, piace molto. Ma, per i piccoli club preferisco dare preminenza all’acustico. […] Il concerto lo decide proprio l’ambiente, io mi lascio condizionare. Ultimamente ho suonato a Napoli, davanti a cinquemila persone. Tendevo molto al rhythm and blues. Mi piace coinvolgere il pubblico. […] Ho suonato anche da solo. Ma è parecchio che non lo faccio più. […] lo trovo bellissimo. Si è liberi, ci si può muovere come si vuole. È chiaro che se si ha davanti tanta gente da solo è più difficile coinvolgerla.Tranne che non si abbia a disposizione un’amplificazione pazzesca.»
Nel mio lungo cammino per realizzare il libro, poi commissionato e edito da un’allora giovane società editrice, la Happy Grass, avevo cercato di catturare il fermento acustico del momento. Entusiasmo che faceva sì che ai concerti di Grossman e Renbourn si presentassero più di mille persone a sera. Allora la musica per chitarra acustica brillava come una piccola scintilla. Ciò nonostante, dopo mesi di lavoro trovai solo sei chitarristi (sette con me) che avevano trasformato la loro passione in professione, dando origine a quello che forse poteva diventare un movimento dei chitarristi italiani. Chiesi allora a Roberto cosa pensasse dei ‘chitarristi italiani’ e se ritenesse possibile l’eventuale crescita di una nuova scuola: «Penso proprio di no. Ognuno sta per i cazzi suoi! Abbiamo ancora dei grossi problemi da risolvere. Però, chissà, forse in un prossimo futuro qualcosa si potrebbe creare. Sono cambiate molte cose negli ultimi anni. Ci sono delle iniziative personali che probabilmente sfoceranno in qualcosa. Acora però non si può dire niente. Non c’è nulla di ‘solido’.»

Acoustic Guitar Meeting, Sarzana 2008 (foto di Mario Giovannini)

Acoustic Guitar Meeting, Sarzana 2008 (foto di Mario Giovannini)


Vi ho riportato una parte dell’intervista con Roberto tratta dal libro pubblicato nel 1983. Molte delle cose sono attuali, eppure sono passati trentun anni. In realtà il circuito dei chitarristi italiani si è evoluto e ha generato musicisti di spessore internazionale. Ma i dubbi che ognuno si faccia i ‘cazzi suoi’ permangono…
Ho rivisto Roberto qualche anno fa all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana. Il suo spirito era sempre lo stesso: indifferente allo show business e come sempre genuino. Si era pensato a una nuova intervista a quasi trent’anni di distanza, per misurare gli eventi e comprendere i cambiamenti. Roberto era sempre disponibile alla chiacchiera, e la possibilità di rianalizzare le cose discusse molto tempo prima lo affascinava. Invece… è andata a finire che siamo qui a ricordarlo con le sue parole dell’epoca e la sua musica in sottofondo, che sottolinea momenti di commozione e divertimento, mentre scrivo queste pagine di ricordo. Come sempre ognuno di noi avrebbe voluto fare qualcosa in più, avrebbe voluto dedicare un giorno in più a un amico, ma queste sono le cose che si dicono sempre quando è ormai troppo tardi. Come sempre il tempo non ci dà respiro, e sembra che la cosa più importante sia correre e dimenticare, viaggiare e fuggire dal quotidiano. Abbiamo fretta di arrivare al domani, perdendo di vista che la nostra vita è oggi. Così, quell’ultimo desiderato abbraccio diventa solo un pensiero e suona come una sconfitta, che solo la speranza di un ‘dopo’ potrà forse risolvere.
Arrivederci Roberto!

Reno Brandoni

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 02/2014, pp. 30-31

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