Per riascoltare i vecchi long playing

(di Reno Brandoni) Dopo tanto tempo ho ripreso in mano i miei vecchi vinili. Il primo impatto non è stato dei migliori. Abituato al suono pulito e preciso del digitale, ogni fruscio e ogni rumore mi ha fatto sobbalzare. Sono stato quasi tentato di abbandonare questo viaggio nel passato, convinto di aver sbagliato valutazione.

Però resisto, e continuo ad ascoltare in maniera distratta e quasi infastidita il suono prodotto dai solchi. Mi accorgo di una cosa: il suono non è quello solito, ha un diverso colore e forse più profondità. Non so spiegarlo, ma è una sensazione che avevo dimenticato. Si percepisce una terza dimensione, ignota nell’ascolto frettoloso di un CD o di un MP3. Sarà frutto della suggestione?

Decido che procedere e approfondire l’argomento è la cosa giusta da fare. Affronto allora il problema del ‘restauro’, cercando di riportare i vecchi vinili al meglio della loro qualità.

Per prima cosa cerco di gestire l’elemento più devastante di tutti, la polvere, accompagnata dalle sue sorelle più temibili: le cariche elettrostatiche. I vecchi dischi accumulano nel tempo ‘detriti’ che rendono spesso quasi inascoltabili alcuni solchi. Dopo aver provato l’utilizzo di vari panni in microfibra, mi convinco dell’utilità di una spazzola antistatica con fibre di carbonio. La acquisto online e ne percepisco subito la funzionalità e l’utilità.

Ma per i vecchi e strausati LP, questa soluzione talune volte non è sufficiente. Sembra che la polvere sia irremovibile e il suono risulta impastato. Mi verrebbe quasi voglia di lavare i dischi…

Mi informo per leggere i diversi pareri sull’argomento. Il mio desidero non è così estremo, se ne parla in rete. Quasi tutti suggeriscono di evitare l’uso di sostanze che lubrificano i solchi promettendo strabilianti risultati. Leggo invece giudizi positivi sull’utilizzo di una macchina lavadischi che dovrebbe rimuovere buona parte degli elementi che disturbano l’ascolto.

La cosa mi incuriosisce. Tra le varie ricerche trovo un oggetto della Knosti, il Disco Antistat, Generation II. Decido di provarlo per capire la qualità del prodotto e la bontà della soluzione. Sembra l’oggetto fatto per me: i vinili dopo il trattamento sono puliti, luccicano come se fossero appena comprati. Il suono si risveglia, anche se i fastidiosi ‘tac’ non spariscono del tutto, in quanto il lavaggio chiaramente non può rigenerare i solchi deteriorati. Però l’effetto è fortemente positivo, almeno emozionalmente. Il risultato sembra rigenerante per i dischi su cui ho effettuato il test. Pian piano cercherò di completare il trattamento su tutti i vinili. Per fortuna il liquido utilizzato, dopo i lavaggi può essere rimesso di nuovo nella sua bottiglia, facendo risparmiare notevolmente sui costi di gestione.

Ho anche ripristinato il mio storico giradischi, dopo oltre vent’anni di pensione. L’oggetto ha preteso solo il cambio di cinghia per tornare ad essere perfettamente performante.

Dopo i vari collegamenti mi si è posto il problema del primo ascolto. Con cosa iniziare? Guardo la mia collezione e tiro fuori If I Could Only Remeber My Name di David Crosby, un disco del 1971. Ecco il long playing con cui avviare questa rubrica.

Giusto il tempo di appoggiarlo sul piatto e ho un ripensamento. Questo è un disco storico, per anni è stato al top delle classifiche, indicato da tutti come il miglior disco da portare su in isola deserta, osannato e conclamato capolavoro che racchiude tutti i suoni della West Coast. Personaggi e voci si sovrappongono in intrecci di armonie, le chitarre sono piene e fluide. Crosby chiama intorno a sé i suoi amici del quartetto (Crosby, Stills, Nash & Young), i Jefferson Airplaine (Jorma Kaukonen, Grace Slick, Jack Casady), il buon Jerry Garcia (dei Grateful Dead) e la regina delle regine, Joni Mitchell. Il risultato è ovviamente strepitoso e ne ho un ricordo commosso. Ma non posso mentirvi: questa scelta sarebbe ovvia, troppo ovvia. Io invece voglio seguire il mio istinto e inaugurare la nuova puntina del vecchio giradischi con un lavoro che ha fortemente cambiato la mia infanzia.

Rimetto il vinile di Crosby di nuovo dentro la sua copertina e tiro fuori Blood on the Tracks di Bob Dylan. Era il 1975, avevo appena letto la biografia di Anthony Scaduto e comprato tutti i precedenti LP di Bob, quando – inaspettatamente – trovai tra le novità del mio negozio di fiducia questo vinile. Mi cambiò la vita, e la percezione della musica non fu più la stessa. La passione per questo cantautore diventò profondo amore e non mi abbandonò mai più.

Chissà perché ogni vinile ripreso in mano mi ricorda qualcosa, un pezzo del mio passato, un frammento della mia storia? Non mi accade con i CD. E a voi ?

Reno Brandoni

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  1. beppeferra

    Accade anche a me, ma sono convinto che non è questione del supporto su cui è registrata la musica: il fatto è che a quei tempi avevamo pochi dischi e molto tempo, consumavamo le tracce a forza di riascoltarle, magari spostando in continuazione la puntina per cercare di carpire “quel passaggio”. Ora è il contrario, abbiamo a disposizione quintali di musica e poco tempo per ascoltarla, magari distrattamente.
    E quindi quando tiro fuori qualche disco di quelli storici, “Quah”, “4 Way Street”, “White Album” o “The Dark Side” (i primi che mi vengono in mente), mi emoziono indipendentemente dal supporto, mentre non succede quasi mai per musica che ho conosciuto più recentemente.

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