Restauro conservativo di una Kel Kroydon (1930-1932)

(di Andrea Bagnasco e Alessio Casati) L’amico e cliente Stefano Damonte, grande appassionato di blues acustico e ragtime, nonché di Gibson vintage (non sappiamo in che misura grazie – o a causa – della nostra frequentazione) ci ha contattato riguardo all’acquisizione e alle possibilità di recupero di una vecchia Kel Kroydon, offerta da un noto dealer americano a prezzo ‘popolare’, per via di una serie di problemi strutturali che avrebbero richiesto interventi di riparazione e restauro piuttosto estensivi, nonché onerosi, dal punto di vista sia dell’impegno economico, sia delle conoscenze necessarie per affrontare il restauro stesso in modo filologico e conservativo.

Ovviamente la nostra risposta circa l’opportunità di imbarcarsi in questa avventura è stata positiva. Eccome. Come prima cosa, siamo noi stessi appassionati di vecchie Gibson. Poi, la chitarra in questione presentava tutti i presupposti per essere un candidato perfetto per questo tipo di operazioni: completamente originale e mai ‘riparata’ in precedenza. Insomma: i problemi erano da attribuire a un misto di peccati originali di fabbrica, età e stato di abbandono. Il punto di partenza ideale per poter intervenire con le necessarie operazioni di riparazione e restauro, con tecniche conservative, in modo da poter ambire ad un risultato finale eccellente da un punto di vista strutturale, funzionale, estetico e di percorso di vita. Cioè, riportando la chitarra alle condizioni a cui sarebbe approdata oggi, al netto dei problemi che invece presentava al suo arrivo nel nostro laboratorio.
Miracoli del restauro ‘filologico’. E insistiamo col termine ‘restauro’, anziché ‘riparazione’, perché su questo tipo di strumenti sono fondamentali i concetti di recupero, ripristino e conservazione. Da cui la necessità di un’approfondita comprensione e conoscenza della loro storia, delle tecniche di costruzione e dei materiali propri del loro periodo. E magari anche del contesto socio-culturale dell’epoca che li riguarda. Non guasta. Credeteci: l’essenza stessa di uno strumento d’epoca (vintage) sta nella sua salute e nel suo stato di conservazione, che è strettamente legato alla sua storia. Qualsiasi decisione riguardo ad interventi su una chitarra (vintage e non) porta con sé ripercussioni sul lungo termine. Le decisioni sbagliate, per noncuranza, ignoranza, incapacità o anche semplice leggerezza, si pagano. E non solo in termini dell’esborso necessario per tentare di disfare vecchie riparazioni malfatte, ed eseguire il lavoro in modo corretto. Interventi sbagliati comportano un degrado dell’esperienza stessa dello strumento vintage, perché impediscono alla chitarra di esprimere appieno il suo potenziale. Che invece si basa su equilibri sottili. D’altro canto lo stesso strumento, propriamente messo a punto, è in grado di fornire, in modo solido e affidabile, quelle prestazioni per le quali la gente è disposta a esborsi anche importanti, e che lo contraddistinguono rispetto a qualsiasi chitarra nuova o di costruzione recente.
La Kel Kroydon di Stefano, in particolare, presentava una lunga spaccatura nella parte inferiore della tavola armonica (la zona compresa tra ponte ed endpin), il parziale scollamento delle catene a X con conseguente deformazione eccessiva della ‘pancia’, un quasi completo scollamento del ponte, ma soprattutto una rotazione dello zocchettto del manico, accompagnata alla rottura della tavola nella zona accanto alla tastiera – lato cantini – dal bordo alla buca. Rottura particolarmente evidente perché causava la deformazione della rosetta e il famigerato ‘dente’ della buca. Inoltre il manico era particolarmente ‘imbarcato’, problema consueto su queste chitarre, causato dall’assenza di qualsiasi forma di rinforzo, dalla sottigliezza della tastiera e dall’esiguità del gambo dei tasti. A conclusione del quadro, il consueto (per una Gibson degli anni ’30) scollamento delle estremità delle catene del fondo, nessuna esclusa, e la necessità di correggere l’angolo di attacco del manico con il corpo (il tanto temuto neck-reset, che in realtà è semplice routine su strumenti vintage) per ottenere un’action suonabile con un’altezza corretta della selletta d’osso. In passato era invece pratica comune assottigliare l’intero ponte a colpi di pialla, rovinando così l’originalità dello strumento e la corretta geometria.

Lasciando alle immagini il compito di documentare il complesso lavoro di restauro, focalizziamo qui alcuni aspetti di dettaglio.
Tutto il lavoro è stato condotto, come nostra abitudine, utilizzando esclusivamente colla animale a caldo, l’unica che consente incollaggi assolutamente reversibili. Inoltre è la colla con cui erano assemblati praticamente tutti gli strumenti che adesso chiamiamo ‘vintage’, fino all’inizio degli anni ’60. Risponde quindi a criteri di rispetto dell’originalità dello strumento e di reversibilità del restauro. Inoltre siamo personalmente convinti della assoluta superiorità acustica della colla animale, rispetto ad altri tipi più moderni di colla.
La particolare deformazione della tavola nella zona del ponte (bellying) ci ha spinto a utilizzare una tecnica avanzata di restauro, introdotta dal noto liutaio americano T.J. Thompson: si tratta di inumidire dall’interno la zona del bridge plate e di forzarla nella giusta posizione, stringendola tra controsagome di alluminio pre-riscaldate. In questo modo abbiamo ripristinato l’ottima arcuatura originaria della tavola e creato una superficie di incollaggio più regolare per il ponte.
La rotazione dello zocchetto del manico ha richiesto la completa separazione della tavola dallo stesso e dalle due catene trasversali sopra la buca. Ciò ha consentito di re-incollare ed allineare la spaccatura della tavola eliminando il ‘dente’ che si era venuto a creare alla buca. Pressando opportunamente lo zocchetto (da dentro e da fuori lo strumento) lo si è riportato nella corretta posizione, re-incollando poi la tavola alle catene e allo stesso zocchetto. Un’operazione decisamente complessa e inconsueta, che rimedia a quella che poteva sembrare una rottura irreparabile, riportando la chitarra alle stesse condizioni di integrità e solidità di quando è nata. Risultato impossibile, lo ribadiamo, se qualcuno avesse precedentemente tentato la riparazione con colla diversa da quella animale a caldo.

Dopo una seria riflessione abbiamo deciso di ‘alterare’ lievemente l’originalità dello strumento (sebbene in maniera completamente invisibile) inserendo all’interno del manico due barre in fibra di carbonio. Una combinazione di fattori (manico e tastiera sottili, tasti esigui ed assenza di rinforzi) rendeva il manico eccessivamente elastico, penalizzando la suonabilità (eccesso di relief) ma soprattutto il suono. In questo caso, sostituire gli ancora buoni tasti originali con tasti moderni (con maggior gambo, quindi recuperando rigidità sulla tastiera tramite una ritastatura a compressione) sarebbe stata un’operazione molto più evidente e per certi versi invasiva. Il giorno in cui dovesse rendersi necessario sostituire qualche tasto su questa chitarra, andremmo senz’altro ad utilizzare tasto NOS (New Old Stock) da mandolino, per assicurare una buona corrispondenza con i tasti originali. Pertanto l’inserimento nel manico di un paio di rinforzi in fibra di carbonio era la strada da seguire. Siamo infatti da tempo convinti, e la nostra esperienza su strumenti di diverse epoche lo conferma, che solo un manico molto rigido e compresso nel modo corretto consente alla chitarra di sviluppare completamente il suo potenziale sonoro (attacco, sustain, proiezione e contenuto armonico fondamentale).
Potenziale che nel caso della piccola chitarra in esame era veramente elevato. Una volta stabilito un corretto angolo del manico e ottenuta un’action perfetta mantenendo la selletta originale (una rarità) abbiamo finalmente potuto accordare lo strumento e restarne affascinati. Il risultato ha superato le già alte aspettative che avevamo: questa Kel Kroydon è sicuramente tra le migliori Gibson anni ’30 di questo formato che ci è capitato di provare.

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Chitarra Acustica, 4/2013, pp. 38-41

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Redazione

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  1. fabfor Reply

    Articolo molto bello. Amo profondamente questi strumenti “poveri” e vederli consegnati ad una seconda giovinezza solleva l’animo. Una curiosità (se possibile) a quanto ammonterebbe all’incirca un intervento del genere?

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