Prigioniero, all’incrocio

(di Roberto De Luca) Parecchi anni dopo avrei immaginato una scena del genere.
Prime ore del pomeriggio, estate piena, sole a picco. La luce che piove dall’alto è talmente intensa da sortire l’effetto opposto, creando una paradossale sensazione di buio. Un lungo rettilineo e una piccola sagoma umana che cammina lungo la strada. Anzi, sta rallentando, si è fermata all’incrocio. Forse aspetta un autobus, forse è in agguato per un passaggio. Certo non è da invidiare, senza alcun riparo sotto la canicola. Per di più con un grosso oggetto tra le mani, una valigia dalla forma oblunga.
Dalla parte opposta, lungo la strada principale, un’altra figura si sta avvicinando. Vestita di scuro dalla testa ai piedi, cappello compreso. C’è qualcosa di innaturale nei suoi movimenti: agili ed energici, a dispetto del caldo e dell’abbigliamento, che, al contrario, farebbe pensare a un vecchio.
Si avvicina all’uomo fermo all’incrocio, che si rivela per quello che è: un ragazzino imberbe, con una custodia musicale tra le mani. L’uomo vestito di nero la apre deciso, ne estrae una chitarra; la imbraccia, ne regola l’accordatura. Poi sembra accennare qualcosa, una sequenza di accordi, senza troppa convinzione e a volume basso. È tutto, lo strumento torna nella sua custodia, tra le mani del legittimo proprietario. Il signore vestito di nero se ne va, con un passo ancora più deciso. Pochi attimi ed è sparito in mezzo alla campagna bruciata.
Ora, da ragazzo queste cose io non le sapevo mica. Giuro. Papa Leghba e il voodoo, il patto col diavolo all’incrocio, i vecchi bluesman maledetti… E prima ancora, il valore simbolico del crocevia, le statuette di Mercurio, dio giovane e dispettoso, all’intersezione delle antiche strade romane. Persino quella piccola edicola religiosa ai margini della strada: una madonnina agreste, solare e serena. Un senso del sacro appena accennato e stemperato nella dolcezza della campagna. Troppo poco, in verità.
Eppure qualcosa dovevamo avere intuito. Quei vasti prati inondati dal sole, le pendenze morbide e sinuose, le tonalità rassicuranti del verde. Era lì, su quei campi, che immaginavamo Woodstock. La nostra Woodstock. Una specie di ruspante festival musicale di provincia, a metà strada tra la California e la bassa Sabina. A ripensarci, il sorriso è d’obbligo: quale altra reazione alla vista di un Jimi Hendrix in camicia sgargiante, che si contorce con la sua Strato in mezzo ai campi di granturco della mia infanzia?
Ma per noi la cosa era serissima. Ne parlavamo per interi pomeriggi. Del resto, era quella la nostra America. Ognuno ne ha avuta una. Ognuno di noi ha sovrapposto una highway immaginaria su una povera strada di provincia, proiettando su di essa i propri sogni.
La mia highway, e i miei sogni, terminavano a un incrocio. Quell’incrocio. Dal quale, ero sicuro, sarebbero partite le traiettorie della vita.
Un incrocio che non ti piglia a tradimento, che sembra quasi attendere, al posto giusto e al momento giusto. Esci dal paese quasi senza accorgertene, e ti incammini pigramente verso la vallata. La pendenza è notevole, ma le ampie curve disegnate dalla strada sono così dolci da darti l’illusione di planare senza sforzo alcuno in direzione del mondo. In ultimo, quel bel rettilineo. I campi colorati ai suoi lati, i profumi della campagna. Un lungo rettilineo: puoi accelerare e affrettare il tuo giorno; puoi rallentare, prendere tempo, pensarci su. Perché è in lontananza, ma già lo puoi vedere: in fondo c’è un incrocio. Si va a sinistra, verso la grande città, verso la folla. Si va a destra, verso le montagne, verso l’avventura. O, alla peggio, si prosegue dritti, si attraversano i campi di foraggio e ci si perde per i viottoli sterrati di campagna, in direzione del fiume, ad ascoltare i tonfi delle carpe che saltano tra i canneti nei caldi pomeriggi estivi.
Si è fermi all’incrocio. La mente scannerizza poche regole elementari. Poche granitiche certezze, capaci di rischiarare il cammino. Chi viene da destra ha comunque la precedenza. Non c’è una spiegazione plausibile. È così, punto. Lo stesso motivo per cui un coltello è un coltello, una forchetta è una forchetta. Si ha la destra libera, un senso di sollievo sale a rallegrare l’animo: anche a noi poveracci tocca ogni tanto una qualche immotivata benedizione. Si libera l’incrocio, si tirano le marce, il motore riprende a cantare. E con esso, il flusso della nostra esistenza.
Eppure è accaduto, l’hanno distrutto. L’incrocio della mia vita. Non lo avrei mai immaginato, nemmeno negli incubi peggiori. Al suo posto, un’orrenda rotatoria.
Disorientamento a parte, è innanzitutto una questione di coerenza, di coraggio. Tu prova a esitare a un incrocio: sopporta il guidatore sgarbato che strombazza e lampeggia dietro di te, con la faccia feroce che si materializza nel retrovisore. Pigliati le tue responsabilità e vai, anche se non sei convinto, anche se pensi che non sia quella la strada giusta: rassegnati poi a cercare, bestemmiando, una piazzola, un fazzoletto di terra ai margini della carreggiata, così da poter invertire la marcia e tornare faticosamente sui tuoi passi.
In una rotatoria è diverso: alla peggio, nel dubbio, puoi pur sempre continuare a girare, girare, girare… come un demente. Perfetta metafora del nostro tempo.
Ma, soprattutto, il diavolo che aspetta dentro una rotatoria non ce lo vedo proprio. Non riesco a vedercelo. Un ragazzino imbambolato, chitarra alla mano; un anziano signore vestito di nero, dall’aria interdetta, catturati da mulinelli di automobili che li circondano come indiani inferociti. No, non può funzionare. Circolarità, ripetitività, monotonia… In fondo, non è necessario uccidere il demone della creatività. Si può sempre inchiodarlo e tenerlo lì. Prigioniero, a un incrocio.

Roberto De Luca


Chitarra Acustica, 2/2013, pp. 14-15

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