Piove…

Reno Brandoni

Gianni parla poco, ogni parola una virgola, qualche volta un punto esclamativo. Parole misurate, profonde, sagge e affettuose, sempre avvolte da un sorriso. Ama il canto e prova a suonare la chitarra, ma già da sola la sua voce è sufficiente a sussurrarti l’anima della sua terra. Lucia, la sua compagna, invece, di parole ne ha tante e le sovrappone con entusiasmo. Parole cadenzate da un respiro e spesso ininterrotte grazie una lunga apnea. Le accompagna con gesti ritmati e il suo dialogo è un ballo, una danza, la sua, che per anni gli è rimasta nel cuore. Carlo e Aldo sono due fratelli, adottati da una terra che non era la loro, ma che lo è diventata. Nei loro occhi vento e mare, tra i capelli risacca e salsedine.
Questi sono i miei amici sardi, questi sono gli uomini dal cuore grande che mi hanno insegnato il profumo dell’elicriso, l’invadenza del cisto, la gioia dell’amicizia vera e disinteressata. Vivono vicino Olbia, lì dove il cielo è sempre pettinato dal maestrale, tranne quando un cappello di nubi si forma su Tavolara e annuncia la vittoria dello scirocco. Questo scoglio gettato nel mare è arbitro della lotta tra i due venti, che si urlano a vicenda la loro forza, uno da Nord-Ovest e l’altro da Sud-Est, e ne indica con precisione il vincitore. Il mare ne segue la gara e ribolle spinto dal loro soffio, nascondendo insidie pronte a squarciare la prora delle navi o delle piccole imbarcazioni, qualora il presuntuoso capitano ne sottovalutasse l’impegnativa navigazione. Il mare va sempre rispettato. Ma quello della Sardegna è un mare diverso, fatto di rabbia, passione e solitudine. Bisogna affrontarlo sempre con umiltà senza sottovalutare la sua essenza, la sua indomabile natura, che nelle coste spigolose della grande isola sfoga il suo tumultuoso carattere. Mi ricorda quello di mio padre, dall’apparenza burbero, ma pronto a donarti le più grandi gioie.
Ho conosciuto la Sardegna tempo fa. Non troppo o non quanto vorrei. Questa terra e la sua gente mi hanno stregato: un canto di sirene, un “Canto in Re” che si ripete monotono e diverso allo stesso tempo. Non c’è luogo o momento in cui la musica non accompagni i gesti quotidiani. Questo è un popolo orgoglioso, che canta la propria musica e parla nel proprio dialetto, un popolo d’oltremare che sa vivere l’indifferenza di un mondo che ne riscopre i pregi solo quando riesce a sfruttarlo, per le sue stagioni o per i fatti di cronaca che riempiono le bocche di pettegolezzi e le pagine dei giornali, spesso, di versi inutili. La Sardegna è una moda, un qualcosa di cui parlare quando c’e bisogno di spolverare frasi stantie, urlare indignazione per poi distrattamente dimenticare. È un vecchio vizio. La Sardegna è un bar dove ci s’incontra il lunedì a parlare del weekend sportivo, per poi scivolare di nuovo nel silenzio fino al prossimo incidente.
Così piove, e i torrenti s’ingrossano, e diventano fiumi e si riprendono il territorio: case e anime che diventano colpevoli dei loro abusi, accusate e condannate nonostante permessi e condoni che servono solo a riempire tasche già piene. Piove lì dove l’Italia si è fermata, dove un traghetto per arrivarci costa una fortuna, perché se vuoi approdare devi pagare; perché quella terra non è per tutti, ma va sfruttata e abusata e teneramente ignorata.
Amo la Sardegna, la mia gente, i miei amici. Musica e idee crescono nella mia mente ogni volta che sfioro il suo suolo. Sto lavorando per portare in quel luogo gran parte del mio tempo, per poter godere appieno di ogni sfumatura, di ogni colore e di ogni profumo. Quando sono lì la mia chitarra non smette mai di suonare, ogni piccola occasione, un aperitivo, un compleanno, una semplice chiacchierata tra amici, prevede ormai un mio spazio musicale. E ciò non mi dispiace, anzi mi onora, perché al di sopra delle parole la musica accarezza le nostre serate e lascia nei ricordi la condivisione di un emozione. Mai ho avuto un pubblico così attento, così coinvolto e affezionato.
Allora immagino il silenzio, il rumore dell’acqua sui vetri, il tuono che arriva e travolge ogni cosa, cancella vite, tracce d’umanità, speranze e futuro. Percepisco il dolore ma anche il coraggio, la forza e la grinta di un popolo che ha braccia forti e spalle robuste. E guarda avanti, lì oltre il mare, tra le onde, dove l’acqua è ancora gioia e non più dolore.

Reno Brandoni

PUBBLICATO
Chitarra Acustica, 12/2013

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