È online “Chitarra Acustica” n. 09/2017

È online il numero 09/2017 di Chitarra Acustica, di cui potete leggere l’editoriale di presentazione e che potete sfogliare, scaricare o richiedere nella sua versione cartacea su fingerpickingshop.com o nei migliori negozi di strumenti musicali.

Le strade piene di curve
ChitarraAcustica-09-2017Dove sono finite quelle strade piene di curve? Come quella che ti portava da Messina a Milazzo, e in macchina ti faceva pentire di essere nato. Ti fermavi ogni cinquecento metri a vomitare, fare la cacca e la pipì, ma non tutte e tre le cose insieme, una per volta a rotazione; fino a quando tuo padre, l’autista, non decideva di averne abbastanza e ti fulminava con uno sguardo che valeva dieci «ora basta»! Provavi a chiudere gli occhi, con la speranza di addormentarti e di risvegliarti alla fine del viaggio, ma questo capitava raramente: avveniva solo quando la strada era dritta e tu non avevi nessun problema.
Perché poi Milazzo? Perché era l’unica via per raggiungere le Isole Eolie. Mio padre all’epoca insegnava a Lipari e posso garantirvi che, quarant’anni fa, quell’arcipelago era magico, silenzioso ed etereo. Le macchine non circolavano e noi bambini potevamo giocare per strada: altro che Piazza Maggiore a Bologna, là veramente non si perdeva nessuno! I bambini erano ‘i bambini’ e gli adulti erano ‘i grandi’, anche se in quegli anni diventavi adulto in fretta: a trent’anni dovevi già essere sposato, con figli, lavoro, casa e mutuo. Ma nessuno si spaventava. Si lavorava duramente, con sogni, speranze e qualche cambiale a fine mese da pagare.

Chissà quante strade come la mia Messina-Milazzo esistevano nel mondo! E chissà quante ne avrete percorse, gettando una parte della vostra anima sull’asfalto, desiderando un arrivo che sembrava irraggiungibile. Chissà se questi viaggi fanno parte della vostra memoria, come l’odore della similpelle della Giulietta Alfa Romeo, che al caldo d’estate profumava di cane morto e si appiccicava ai glutei seminudi, tenendovi incollati al sedile fino all’arrivo disperato della mamma, che cercava delicatamente di scollarvi; molto meglio di papà, che avrebbe agito con uno ‘strappo e via’, lasciando i segni del viaggio ben scolpiti sul vostro posteriore per qualche settimana.
C’era già l’autostrada Bologna-Milano e mio zio raccontava di come fosse noiosa: così dritta, rischiava di far addormentare il guidatore; anche se – nella leggenda dei racconti e quindi nella fantasia di noi ragazzi – c’era il mitico autogrill, dove potevi bere, mangiare o addirittura, se aveva pure il motel, dormire lasciando la macchina proprio davanti alla porta della tua camera.

Erano tempi diversi. Mia nonna mi portava con sé, quando andava in gita con la parrocchia (i villaggi all inclusive non esistevano e queste gite erano il massimo della trasgressione per noi ragazzi), e rifaceva sempre il letto della camera d’albergo, perché si vergognava di far trovare la stanza in disordine. Mio nonno ossequiava tutti, con garbo e gentilezza.

Avrei voluto raccontare di queste storie ai miei figli e poi ai miei nipoti, ma so che non è possibile narrare storie così semplici: la fantasia, per quanto allenata, si perde nell’immaginario… È più facile sognare un atterraggio su Marte, piuttosto che una TV in bianco e nero con due soli canali, che iniziavano a trasmettere – uno solo dei due – alle cinque del pomeriggio!
La mia chitarra probabilmente era di ottimo legno, perché doveva essere ‘costruita come si deve’. E il negoziante, che all’epoca sembrava avesse il dono della onniscienza, raccomandava questo o quel modello garantendone qualità e prestigio. Nessuno lo provava: lo compravi perché ti piaceva e perché ti fidavi. Il prezzo era quello giusto, perché non avevi nessun termine di paragone e nessuna alternativa. Tutto era fiducia e rispetto per il lavoro altrui; si litigava sullo sconto, sulle rate, sull’acconto, poi una stretta di mano e l’affare era fatto.

Il maestro arrivava con il suo metodo di Abner Rossi a insegnarti le scale e le melodie a plettro, roba moderna, come il valzer “Fascination” o “Donna”, un vecchio successo del Quartetto Cetra. Il giro di Do era una cosa seria, ti distingueva dal gruppo: con quello ci potevi fare tanta musica e ti sentivi già divo.
Semplicità, passione, impegno, dedizione e amicizia. Il lunedì di Pasqua si andava in campagna, tutti insieme con la famiglia, che era allargata per definizione e non per necessità. Tutti diventavano zii, anche i vicini di casa, gli amici più intimi, i conosciuti per caso. L’acquisizione del titolo li trasformava in ‘parenti’, concedendo loro il diritto di partecipare ai picnic. Così la tua famiglia diventava una tribù: quaranta persone che si riunivano con teglie di pasta al forno e cotolette, tribù che si mischiavano ad altre tribù fino a trasformare la spianata dei Nebrodi in un villaggio temporaneo. Le macchine si arrampicavano ancora tra curve e tornanti e viaggiavano alla ricerca di un terrazzamento, una vallata, un bosco che potesse accogliere bambini e grandi, nella gioia di una vita vissuta a contatto con la natura.

I canti goliardici finali evidenziavano il raggiunto livello di guardia del tasso alcolemico, che nessun vigile avrebbe mai misurato, ma segnavano anche l’epilogo della festa. E finalmente il tuo giro di Do acquisiva fascino e potere. Ci potevi suonare ogni canzone, anche quella che non c’entrava per niente: bastava stoppare le corde e andare col ritmo; la tecnica delle percussioni prendeva già piede, ma solo per evitare tonalità e accordi. Oggi, se non fulmini tutti con la tua scala superveloce, non vieni neanche preso in considerazione. Una volta tutto era sorpresa e – anche se non eri il migliore – meritavi rispetto, per lo studio e la disciplina. Si sognava il futuro, e fare musica era uno di quei sogni, che arricchivano i pomeriggi silenziosi quando tirava lo scirocco e non si poteva uscire per il caldo.
Così sono cresciuto, a pane e pazienza, guardando nelle tasche e scoprendo di avere sempre la metà di quello che mi sarebbe servito. Tuttavia mi bastava poco, quasi niente, perché sognavo di essere felice. E sognando lo ero.

Reno Brandoni

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