Nuova Compagnia di Canto Popolare – La forza dirompente della musica tradizionale

(di Luca Masperone / foto di Stefano Delia) – Dal lavoro di riscoperta, valorizzazione e interpretazione del repertorio popolare del Sud Italia alla scrittura dei propri inediti ‘popolari’, dalla Napule’s Power degli anni ‘70 ai concerti a ogni latitudine e longitudine, quella della NCCP è una storia ricca di tradizione, ma anche di originalità e inventiva. Oggi è ben rappresentata dal doppio album 50 Anni in buona compagnia, che celebra dieci lustri di carriera artistica con dodici brani inediti e dodici classici riarrangiati per l’occasione. Incontriamo il direttore musicale del gruppo Corrado Sfogli e Fausta Vetere, due dei principali membri storici, ripercorrendo insieme a loro i punti salienti di questo straordinario viaggio musicale.

NCCP

Potete raccontarci la storia e l’evoluzione artistica della Nuova Compagnia di Canto Popolare, soffermandovi sul contesto e sull’epoca in cui si è formata?
Corrado: Nel periodo iniziale della propria attività la NCCP ha operato, con la collaborazione di Roberto De Simone, sul recupero e la riproposta di materiale originale di tradizione orale o ritrovato in archivi e biblioteche. Le antiche villanelle cinquecentesche, ad esempio, sono state reperite nella Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel, in Germania. Naturalmente il successo della NCCP, negli anni passati, è stato determinato anche e soprattutto dalla capacità di riproporre i materiali già esistenti arricchiti dalla personalità artistica dei suoi componenti. Il nucleo iniziale, quello dei successi dei primi anni ’70, era formato da Eugenio Bennato, Fausta Vetere, Giovanni Mauriello, Peppe Barra, Nunzio Areni, Carlo D’Angiò e Patrizio Trampetti. Quasi subito, per motivi di lavoro, D’Angiò lasciò il gruppo, seguìto da Bennato, Barra… Io sono entrato nel ’76, divenendo quasi subito il nuovo direttore musicale. I membri originali, gradualmente, sono andati via tutti, finché siamo rimasti soltanto Fausta e io. Oggi l’organico è completato Carmine Bruno alle percussioni, Gianni Lamagna alla voce e chitarra, Michele Signore al violino, lira e mandoloncello, Marino Sorrentino ai fiati e Pasquale Ziccardi alla voce e basso.

Com’è iniziata la vostra avventura nella NCCP?
Fausta: Studiavo canto e chitarra, con Mario Gangi, al conservatorio di San Pietro a Majella e già svolgevo attività concertistica, cantando accompagnandomi con la chitarra classica. Ero amica di De Simone, che curava per me alcuni arrangiamenti. Un giorno mi propose di entrare nella NCCP, che da un po’ di tempo seguiva musicalmente. Questo accadeva nel 1970.

Fausta Vetere

Fausta Vetere

C.: Io invece studiavo chitarra con il maestro Eduardo Caliendo. Tra i suoi allievi c’erano anche Patrizio Trampetti ed Eugenio Bennato della NCCP. Eugenio dovette a un certo punto allontanarsi per prendere la laurea in fisica e, poiché i rapporti umani con il resto del gruppo non erano dei migliori, anche a causa dello spettacolo La gatta Cenerentola alla cui partecipazione Eugenio era contrario, restai io.

Com’è proseguito il vostro lavoro di ricerca, valorizzazione e interpretazione del repertorio popolare del Sud Italia?
C.: Quasi tutto quello che c’era da scoprire di interessante è stato portato alla luce. Oggi la padronanza acquisita in tanti anni trascorsi a suonare questo tipo di musica ha reso noi stessi ‘popolari’, nel senso puro del significato, e quindi scrittori di brani legati alla tradizione. Naturalmente capirete che comporre ex novo è molto più difficile del rielaborare brani già esistenti o del semplice eseguirli…

Negli anni ’70 il gruppo partecipava ai grandi raduni e concerti rock del periodo, nei quali i giovani amanti del sound americano e inglese si mostravano curiosi anche verso altri tipi di musica, dal jazz-rock a quella popolare. Cosa ci raccontate in proposito?
F.: È stata un’esperienza entusiasmante anche se, essendo molto giovani, quasi non ci rendevamo conto dell’importanza e del ruolo che ricoprivamo musicalmente. Ai grandi raduni ci trovavamo insieme alla PFM, al Banco del Mutuo Soccorso, agli Area e tanti altri. Posso garantire che la musica popolare aveva una forza dirompente eccezionale. Era anche il dopo ’68 e le tammorre furono chiamate le ‘mitragliatrici del popolo’, divenendo l’emblema della rivoluzione popolare… altri tempi!

Gli anni ’70 hanno visto nascere e svilupparsi anche il movimento musicale e sociale denominato Napule’s Power, del quale voi avete fatto parte a pieno titolo. Che tipo di fermento animava Napoli in quel periodo?
F.: Politicamente e socialmente era un momento molto delicato. Le persone, sotto l’aspetto musicale, erano stufe di sentire sempre le stesse melodie e gli stessi argomenti, ormai avulsi dai contesti nei quali erano eseguiti… La NCCP divenne subito il fiore all’occhiello del movimento che chiamarono Napule’s Power, che vide al proprio interno personaggi come Pino Daniele, Tony Esposito, Edoardo Bennato, Tullio De Piscopo, James Senese con Napoli Centrale e molti altri grandi leader della musica italiana e internazionale. Ancora oggi la NCCP continua a calcare i palcoscenici dei principali teatri e festival mondiali, portando in giro la musica popolare campana e di gran parte del Sud nel proprio stile originale, arricchita di esecuzioni e rielaborazioni in cui mettiamo tutta la nostra personalità.

Corrado Sfogli

Corrado Sfogli

Come è cambiato il pubblico a cui vi rivolgete e gli spazi in cui vi esibite?
C.: Credo che la nostra platea sia rimasta la stessa, e che i palcoscenici siano pressoché i medesimi. Certo preferiremmo che i giovani, che oggi si interessano ad altra musica, ascoltassero e se necessario criticassero la nostra, ma i tempi sotto quest’aspetto sono cambiati e non credo in meglio…

Come viene accolto all’estero il repertorio che proponete? Potete raccontarci qualche aneddoto?
C.: Il nostro concerto ha sempre avuto un grande successo a qualsiasi latitudine e longitudine, dall’Australia all’Islanda, come da Buenos Aires a San Pietroburgo. E questo non da parte di nostri connazionali che abitano all’estero. Ma un episodio divertente che ricordo avvenne in Germania, quando alla fine di un concerto un nostro compaesano – credo fosse proprio napoletano – si avvicinò e ci disse in dialetto: «Mó ce la fate una canzone napoletana ovèra?» Lasciandoci tutti a bocca aperta…

Parlateci del nuovo doppio album 50 Anni in buona compagnia, che celebra i vostri dieci lustri di carriera artistica. Quando avete iniziato il lavoro e come si è svolto?
F.: Inizialmente abbiamo inciso i dodici inediti. Il CD era quasi finito, quando a Renato Marengo è venuta l’idea di festeggiare i cinquant’anni del nome del gruppo con un altro disco che riprendesse, rileggendoli, alcuni vecchi brani della NCCP. Così è stato, e per questo siamo entrati in sala a fine maggio 2016 e siamo usciti ad agosto… Un lavoro realmente stressante, ma al tempo stesso molto gratificante.

Il doppio CD vede appunto il ritorno di Renato Marengo, vostro storico produttore negli anni ’70 e ideatore e promotore del movimento Napule’s Power. Come si è sviluppato il lavoro con lui? Avete ‘ripreso dove interrotto’, o arricchito la collaborazione con le esperienze rispettivamente maturate negli anni?
C.: È naturale che quando ci siamo lasciati con Renato eravamo ancora ‘immaturi’ sotto l’aspetto creativo, musicale e discografico. Le nostre e le sue esperienze successive ci hanno portato a migliorare e maturare questi aspetti, per cui ognuno di noi sa dove poter arrivare e cosa fare.

Qual è stato il ruolo di Rolando D’Angeli nella nascita del progetto?
F.: Rolando è venuto ad ascoltarci durante il tour invernale 2015 di Ritmo e passione di Tullio De Piscopo. Si è immediatamente innamorato di noi e del nostro ‘suono’, ed è diventato il nostro agente e produttore discografico. Siamo stati molto fortunati, perché oggi non è facile trovare qualcuno che creda e investa su di te…

Il vostro sound è caratterizzato dall’uso di vari strumenti a corda, a fiato e a percussione. Ci parlate delle loro caratteristiche?
C.: Utilizziamo diversi strumenti della tradizione popolare del Sud. Partendo da quelli a corda, fanno parte del nostro bagaglio la chitarra battente, il mandolino, la mandola e il mandoloncello, più uno strumento che appartiene alla tradizione greca, ossia il bouzouki. Questi strumenti hanno una loro forza ‘sonora’ che può sfidare anche quella espressa dagli strumenti elettrici, e che possiede una personalità che li rende unici e riconoscibili. Certo, suonarli tutti a volte ti confonde, perché hanno accordature differenti; ma ormai si muovono tra le mie mani da talmente tanti anni, che i passaggi avvengono in maniera spontanea e senza neanche rendermene conto. A questi si aggiungono quasi tutti i tamburi a cornice della nostra tradizione e i fiati. Anzi, devo dire che il nostro fiatista Marino Sorrentino suona sia strumenti della tradizione campana come il flauto diritto, la ciaramella e la zampogna, sia strumenti di altre tradizioni, come la quena peruviana o la gralla catalana, fino ad arrivare a ottoni classici come bombardino, tromba e trombone a pistoni.

Analizziamo insieme alcune parti dei brani del vostro album, per spiegare gli incastri, soprattutto tra i vari strumenti a corda?
C.: Certo, volentieri…

L’introduzione di “Ma pecché?”
C.: Il ritmo iniziale è del tutto basato sulla chitarra battente, che svolge un compito gravoso di sostegno armonico e ritmico per tutto il resto del brano, anche nei confronti di uno strumento potentissimo come la chitarra elettrica di Marco Sfogli, figlio mio e di Fausta, attuale chitarrista della PFM e di James LaBrie.

NCCP

“La Tarantella di Giuliani”?
C.: Viene eseguita canonicamente con la chitarra classica, con l’aggiunta di percussioni, proprio perché il brano ricorda melodie e ritmi di antiche pizziche…

L’arpeggio di “Meu core”…
C.: Possiede un’apertura onirica, ottenuta da chitarra acustica e arpa, accoppiamento caro alla musica celtica.

“Napulitane” e “Pascalì”?
C.: La prima si rifà, con la chitarra acustica in accordatura aperta, a giri cari al folk d’oltreoceano, mentre la seconda ci riporta, senza scimmiottarla, all’atmosfera del Salento e del ballo.

Ci parli della vostra fase di scrittura? Quanto attingete dalla tradizione e quanto aggiungete di vostro?
C.: Oggi la tradizione è entrata nel nostro DNA a tal punto, che qualsiasi cosa scriviamo ha delle reminiscenze popolari. Quindi noi non attingiamo, ma esprimiamo un certo modo di essere ‘popolari’ che proviene dalla nostra anima.

Nel disco di inediti troviamo brani carichi di lirismo, come “Meu core”, arpeggi di chitarra moderni come nel brano “Fujenti”, momenti strumentali come “Posillipo”, splendida e sognante melodia suonata alla chitarra classica. Come sono nati questi brani?
C.: Non esiste una formula per scrivere un pezzo. Sono sentimenti e riflessioni, odori e passioni nascosti nella piega della tua anima che fanno nascere alcune canzoni… Ad esempio il brano “Fujenti”, se sei uno che ha partecipato alla festa della Madonna dell’Arco, ti porta nella processione e ti accompagna fin dentro il santuario; ma anche se non sai cos’è questa festa devozionale, puoi sentirne ‘a pelle’ l’atmosfera, che viene ricreata anche usando una banda di ottoni tipica delle feste processionali.

La canzone napoletana è il fulcro attorno al quale vi muovete, ma nella vostra musica sono presenti molte altre influenze; basti pensare a tracce come “Tarantella del Gargano”. Volete parlare delle tradizioni che hanno avuto un ruolo nel forgiare il vostro repertorio e stile?
C.: Napoli è sempre stata nei secoli il crocevia degli scambi e delle relazioni tra i popoli del Mediterraneo. Per questo motivo linguaggi, tradizioni diverse e varie culture si sono mescolati nel tessuto della città. La musica araba e quella spagnola sono sicuramente le due espressioni che hanno caratterizzato maggiormente il nostro orizzonte musicale. Alcune fronne, cioè canti eseguiti senza strumenti, come quelli dei venditori ambulanti, assomigliano moltissimo ai canti dei muezzin arabi. Allo stesso modo l’uso del modo frigio, nei nostri brani, esprime il mondo spagnolo che tanto ha influenzato la musica napoletana. A questo proposito lo strumentale dal titolo “Vico Tre Regine” – che è un vicolo dei quartieri spagnoli napoletani, detti così perché vi alloggiavano i militari spagnoli nel periodo della loro dominazione a Napoli – è un omaggio alla musica andalusa. È in tutto e per tutto una sevillana, che potrebbe essere danzata in maniera canonica da una ballerina di flamenco.

Quanto è importante, anche per noi italiani, avere coscienza delle proprie radici e conoscenza delle nostre tradizioni?
C.: Senza guardare a ciò che è il passato non si può costruire il futuro. Noi però chiediamo alle persone che si avvicinano alla musica popolare di capirne la storia e il significato. Questo porterebbe ad avere coscienza di quel che si vive durante una festa popolare e non a parteciparvi solo superficialmente, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi. Inoltre, in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo oggi, la differenziazione fra noi e gli altri avviene proprio nell’appartenenza alla terra dove siamo nati e perciò a quelle che sono le nostre radici.

NCCP

Potete suggerire ai lettori alcuni nomi di artisti fondamentali per approfondire la conoscenza della musica popolare del Sud Italia?
C.: Sapete bene che, rispondendo a questa domanda, farò torto a tantissime persone… che non me ne abbiano a male! Ma butto al volo qualche nome: Matteo Salvatore, Rosa Balistreri, Maria Carta, I Tarantolati di Tricarico, Antonio Infantino, Antonio Maccarone, Andrea Sacco, Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, Otello Profazio, Giovanna Marini, Ambrogio Sparagna, La Macina, Alberto Cesa e i Cantovivo – ma ci stiamo spostando al Nord – e tantissimi altri, che non potrei mai riuscire a citare completamente e ai quali chiedo scusa…

Il modo in cui cantate è assolutamente in stile e rispettoso della tradizione a cui appartenete. Come affrontate l’interpretazione vocale dei brani, di volta in volta dolci, struggenti, ritmati, festosi?
C.: I nostri cantanti hanno un’esperienza alle spalle non indifferente. Sono i primi a rendersi conto di come un brano vada cantato. In generale, non ci lasciamo trasportare da quello che il pezzo racconta e preferiamo una maniera di cantarlo più ‘epica’ … Però qualche volta accade anche il contrario.

Quali sono i temi principali che raccontate nei testi?
F.: In generale siamo interessati al sociale, ma non mancano brani che trattano l’amore, sempre come intrigo dell’anima. Cerchiamo di stare lontani dalla banalità e soprattutto dai luoghi comuni. A questo proposito, vorremmo esprimere il nostro disappunto per ciò che sta avvenendo nel campo delle arti: siamo diventati un popolo senza capacità critica. Non riusciamo più a distinguere il banale dalla poesia, il bello dal brutto, l’interessante dallo scontato, tutto è immerso in un calderone dove nessuno distingue più niente. Eppure Monna Lisa di Leonardo o una pittura di Chagall si dovranno pur distinguere da una crosta!

Sono pienamente d’accordo. Ne parlavamo anche con l’attore Giorgio Tirabassi, qualche numero fa [ottobre 2016]. Tornando agli strumenti che usate, sono antichi o di costruzione moderna? Ce ne potete parlare, scendendo nei dettagli?
C.: Quelli che suoniamo dal vivo li definiamo ‘da battaglia’, nel senso che sono sottoposti a stress per i viaggi, per l’umidità e anche per la pioggia. Quindi preferiamo tenere a casa gli strumenti che valgono e che potrebbero correre dei rischi. Possiedo delle chitarre battenti De Bonis che non uso dal vivo anche per l’accordatura: i piroli in legno danno problemi enormi. Ho un mandoloncello Sirleto ‘scanalato’, che utilizzo solo in sala di registrazione. Abbiamo mandolini e mandole Vinaccia del 1920 e 1929, tutti rigorosamente nei foderi di casa e usati solamente in studio. Lo stesso discorso vale per le chitarre classiche. Ne possiedo diverse: una Manuel Contreras (padre) del 1989, una Teodoro Perez Maestro Especial del 2009, una Vincenzo De Bonis del 1988, una Leone Sanavia del 1966, una bellissima chitarra flamenca Asturias acquistata alla Yamaha di Tokyo, due José Torres 50, una flamenca e una classica, che come rapporto qualità/prezzo a mio parere battono le altre chitarre nella stessa fascia. In concerto però suoniamo delle flamenche Alhambra 10F. Del resto, dal vivo, ci sono l’amplificazione e l’uso dei pickup che omologano un po’ i suoni.

La nuova musica che ha visto la luce negli ultimi sessant’anni, specialmente all’estero, vi ha in qualche modo influenzato?
C.: Mah… direi che siamo ancora abbastanza timidi nelle cose che facciamo. Abbiamo ancora un pudore che ci trattiene. Faccio un esempio: se senti alcuni brani di Loreena McKennitt, che pure nasceva come cantante di musica celtica, ci sono interventi di strumenti popolari mischiati ad assoli di chitarre elettriche, batterie insieme ai bodhrán… Per cui, capisci che le barriere nella musica non devono esserci, l’importante è che ciò che viene fuori sia e provochi emozione.

Torniamo al secondo CD che compone 50 Anni in buona compagnia: alcuni dei vostri classici rivisitati per l’occasione vantano la presenza di ospiti di prestigio. Come avete selezionato le composizioni da reinterpretare?
F.: In verità abbiamo spesso dato agli ospiti la possibilità di scegliere, in alcuni casi invece abbiamo scelto noi. È chiaro che l’intervento di Tullio De Piscopo, Marco Sfogli e Lino Vairetti degli Osanna poteva funzionare solo nel brano “In galera li panettieri”, dove c’era lo spazio per un loro assolo. Patrizio Trampetti ed Eugenio Bennato invece hanno scelto loro il pezzo, mentre Carlo D’Angiò ha rieseguito un suo vecchio cavallo di battaglia, “Madonna de la grazia”, che già cantava nella Compagnia. Tutti, compresi Rosario Martone e i Solis String Quartet, hanno apportato al brano da loro interpretato la propria impronta.

Quale lavoro avete svolto per ‘aggiornare’ i pezzi?
C.: Abbiamo riarrangiato quasi tutte le canzoni di questo secondo CD. Ad esempio, il brano “Vurria ca fosse ciaola” mi riportava a delle sensazioni celtiche, così l’ho trattato dandogli una nuova introduzione e usando arpa, violino e flauto tipici di quella cultura. Con questo non voglio assolutamente dire che l’utilizzo di uno strumento in particolare ti dia una catalogazione musicale, come se suonando il bouzouki greco allora faccio per forza musica mediterranea, e così via… Quello che conta è lo spirito con cui si fanno le cose.

Come sono avvenute le registrazioni di entrambi i CD?
C.: Ci siamo affidati alle mani di un ottimo ingegnere del suono, che tra l’altro è anche musicista. Il suo nome è Max Carola, con il quale si è creata un’empatia importante. Capiva perfettamente quello che volevamo musicalmente e lo realizzava in maniera velocissima. Si è occupato della microfonazione e ha fatto un missaggio e una masterizzazione ottimi… Soprattutto considerando il tempo a nostra disposizione.

La musica popolare ha un valore aggiunto che permette di raggiungere un numero maggiore di persone, anche all’estero, oppure circoscrive, limita il pubblico?
C.: La tradizione e la musica popolare sono come la pioggia, che nessuno può fermare. Raggiungono una certa categoria di persone che ama le storie, i misteri e i profumi della propria terra. Noi speriamo che piova sempre di più, anche se ci siamo resi conto che moltissimi vanno in giro con l’ombrello… Purtroppo!

Luca Masperone

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