No Genova Tour – Intervista a Max Manfredi e Federico Sirianni

(di Stefano Barbati / foto di Manuel Garibaldi) – In Italia esiste un sottobosco artistico molto prolifico che ruota intorno alla canzone d’autore. Andandoli a scovare nei piccoli locali, in rassegne e in manifestazioni dedicate, si scoprono personaggi lontani dai clamori mediatici, ma capaci di raccontare la realtà, di veicolare emozioni e riflessioni attraverso la verità della musica e delle parole che hanno ancora il sapore di atto sociale e di ribellione spesso dimenticate nei piani alti del music business. Ci si stupisce del fatto che solo una piccola fetta di umanità possa goderne. In molti casi sono vincitori di premi importanti (Tenco, Lunezia, Bindi, ecc ecc) in altri sono molto considerati da una certa ‘critica’ musicale, nonostante questo arrivano a fatica al grande pubblico.
In un mondo governato dal pensiero elementare, dal tutto e subito, dal vuoto intellettuale, questo atteggiamento di rottura e disincanto è in grado per un attimo di tirarci fuori dalle banalità in cui siamo immersi quotidianamente e di proiettare le nostre sensibilità su altri livelli di pensiero… basta fare qualcosa all’apparenza molto semplice, alla quale non si è più abituati: sedersi ed ascoltare.

Allora si corre il rischio di appassionarsi davvero e di cercarli, di confrontarsi, di collaborare. Ed è esattamente quello che è successo a me quando ho deciso di coinvolgere il cantautore genovese Federico Sirianni (di cui già ero un appassionato ascoltatore) in una rassegna artistica nel centro storico della mia città e di mettermi a disposizione, se avesse avuto bisogno di un supporto musicale/chitarristico (non essendoci i fondi necessari per pagare altri musicisti). Lui ha accettato di buon grado e da allora, sono passati ormai diversi anni, va avanti una collaborazione che ha portato a decine di concerti e a un mio significativo contributo per il suo ultimo lavoro discografico.
Inoltre, grazie a Federico, ho avuto la possibilità di condividere alcune date del “No Genova Tour” insieme ad un altro grande personaggio della canzone d’autore italiana: Max Manfredi, definito ad inizio anni novanta da Fabrizio De André, “il più bravo di tutti”.

Quella che segue è una parte di una libera chiacchierata con Federico e Max catturata in viaggio per raggiungere qualche posto in Abruzzo o aspettando un piatto di pasta, o ancora davanti ad un bicchiere nei dopo-concerto.


Essendo entrambe persone dallo spiccato senso dell’umorismo e abituate a condividere pensieri, anche di una certa profondità, con piglio ironico e disincantato siamo andati molto ‘a ruota libera’, partendo da alcuni aspetti salienti che riguardano il meraviglioso e faticosissimo mondo della canzone d’autore e finendo molto spesso a parlare di ‘massimi sistemi’.

Come nasce e si sviluppa “No genova tour”?
Federico. Nasce nel 2015 a metà settembre a casa di Max Manfredi davanti ad un ottimo pollo spezzato ai peperoni che aveva preparato.
Max. E un cannonau da supermercato.
F. Quindi abbiamo pensato all’idea di portare in giro un concerto insieme essendo gli ultimi reduci di quella che poteva essere chiamata la “scuola genovese dei cantautori” e, nel momento in cui è nata l’idea, abbiamo subito contattato alcuni organizzatori che conoscevamo per chiedere un’opinione, loro ci hanno non solo incoraggiato, ma hanno organizzato le prime serate.

Nasce da una particolare esigenza artistico/professionale?
F. Noi ci conosciamo da 25 anni…
M. E quindi siamo adusi a suonare sullo stesso palco…
F. A quel punto abbiamo detto: perché non mettiamo insieme i due repertori? Anche per unire il pubblico di entrambe, che qualche volta si incontrano, si sfiorano, ma in questo caso confluiscono e hanno dimostrato nelle 60 date fatte finora, di apprezzare questo lavoro.

Due approcci diversi, due tipi di (adesso uso un termine che non vi piace) ‘cantautorato’ diversi…
M. e F. Ah!
[i due protagonisti di questa intervista detestano la parola ‘cantautorato’, non tanto per quello che rappresenta, ma per il suono della parola stessa]
M. Ma soprattutto due tipi di chitarra e due modi di suonare diversi, perché Federico suona l’acustica e io la classica.
F. L’idea era anche quella di non proporre due concerti separati in uno…
M. E quindi anche condire con delle presentazioni, delle battute al fulmicotone, improvvisandole quasi tutte, senza nessun canovaccio… si fa una scaletta che poi viene ‘pervertita’ durante il concerto.F. Uno degli obiettivi è di rendere divertente qualcosa che nell’immaginario comune può risultare pesante o noioso… la gente comunque se ne va ridendo.

Max Manfredi

Max Manfredi

Spiegate perché si chiama “No Genova Tour”?
F. Perchè conoscendo perfettamente la situazione, sapevamo sin dall’inizio che avremmo suonato in tutta Italia tranne che a Genova… infatti uscendo dalla Liguria anche l’ospitalità cambia e spesso i nostri tour diventano giri ‘enogastronomici’ peraltro io penso che sia utile istituire una specie di pagina come se fosse Tripadvisor, dove i musicisti possano fare delle recensioni dei posti dove vanno a suonare, secondo me avrebbe anche molto successo.
F. Possiamo dire che per questo tour nel 90% dei casi possiamo solo parlarne bene
M. Anche al 99%, perché poi alla fine sono sempre buone serate, begli incontri, e ottime ospitalità.

Sempre parlando della collaborazione, avrà un seguito discografico?
M. L’idea di un disco di Natale ed eventualmente di uno spettacolo collegato, ma è tutto da vedere come svilupparlo…
F. Potrebbe essere un disco ‘live’ con canzoni nostre sul tema del Natale, visto che ne abbiamo tante, e alcuni brani famosi.

Siete da soli sul palco o avete al seguito altri musicisti?
M. A volte siamo in due, altre volte ci capita di collaborare con validi musicisti: un certo Stefano Barbati, Marco Di Blasio (quando siamo in territorio abruzzese), Luca Falomi e Elisa Montaldo (quando siamo in Liguria), Fabrizio Ugas in Sardegna, Marco Spiccio. Tutta gente venuta a vario titolo… e poi ospiti cantautori come Liana Marino, Gian Marco Basta, il maestro Giovannini e l’ottima e bella Tati Valle… quindi ci piace anche far lavorare gli altri.
F. E’ successo che questi concerti fossero dei piccoli happening, addirittura c’è stata una volta a Bologna in cui la prima parte (quella di chi apriva il concerto) è durata il doppio del nostro set.

Max Manfredi

Max Manfredi

Essendo voi personalità molto forti con stili diversi, sono interessanti anche le incursioni di ognuno di voi nel repertorio dell’altro…
F. e M. ognuno cerca di rovinare le canzoni dell’altro.
F. Anche se da un po’ di tempo ce le roviniamo meno e cominciano a funzionare. Secondo me, quello che funziona in questo spettacolo è che è fatto da personalità molto diverse fra loro (e anche molto forti) e che il pubblico coglie è che c’è molto divertimento fra di noi e nessuna competizione. Non c’è la voglia di dimostrare che uno è meglio dell’altro, tra di noi c’è totale affiatamento e unità d’intenti per rendere gradevole lo spettacolo

Andiamo sugli specifici. Max parliamo di Dremong, il tuo ultimo disco uscito nel 2014
M. E’ uscito con un’operazione di croundfounding ‘succesful’ ed etichettato da Caligola, una piccola etichetta discografica, e prodotto da Bruno Cimenti che è anche un ottimo fonico. L’abbiamo registrato in poco tempo, anche se sembra un’opera molto articolata, con musica e strumenti di ogni tipo.

Infatti… avendolo ascoltato molto, ho notato questa multiformità di stili.
M. Un po’ come Luna Persa, i miei dischi sono un po’ ‘schizofrenici’, è difficile che seguano uno stile musicale. Infatti per avere dei dischi che seguano una linea, uno stile, dovrei prendere tutti i dischi che ho fatto e mischiarli, come le carte del prestigiatore.

Invece tu preferisci questa dimensione, in cui convivono diversi stili anche a livello tematico/contenutistico…
M. Mi trovo ad avere canzoni di tanti tipi e soprattutto ‘a-concettuali’, cioè il contrario del concept album, anche se Dremong e la sua title track parlano di una storia molto paricolare: Dremong è il nome tibetano dell’Orso della Luna, che vive un po’ in Tibet, un po’ in Cina, in Corea e si chiama così perché hanno un collare bianco di pelo. Siccome la loro bile è ritenuta curativa o afrodisiaca, questi esemplari vengono catturati e messi in piccole celle, gli si infila un catetere nel fegato e, per la durata di anni, si estrae la loro bile. Non solo, ma gli tagliano le unghie perché altrimenti si ucciderebbero… proprio una bruttissima situazione… e quindi io ho pensato questo: la bile è anche la rabbia e questo accomuna anche chi scrive, molto spesso, all’orso e questa rabbia deve anche trasformarsi e diventare se non curativa (quindi catartica) perlomeno ornamentale o afrodisiaca. Questa è un po’ la spinta concettuale del disco, che poi invece devia e va un po’ qua e un po’ là.

Federico Sirianni

Federico Sirianni

In questo disco suoni tutte le chitarre classiche?
M. Beh, io suono molto poco, perché i dischi preferisco farli suonare ai chitarristi che sono anche più abili con il metronomo, però in alcuni casi io suono la classica.

Comunque le tue composizioni nascono sulla chitarra classica…
M. Si… oppure si compongo ‘in testa’ e poi la chitarra mi serve per memorizzare e per dare dei segnali di orchestrazione, degli obbligati ecc.
Parlando di chitarre, in questo disco ho usato la chitarra di un liutaio che si chiama Zontini che è l’unico ad aver ripreso un modello di Torres di una chitarra fatta di legno e cartapesta, quindi è una chitarra con la cassa di ‘cartone’ che abitualmente uso nei concerti, è interessante di per sè perché è un esperimento che è servito per mostrare come la parte che dà il suono sia semplicemente la parte davanti, il top.

Parliamo di Max Manfredi chitarrista: essendo andato abbastanza a fondo nelle analisi delle tue composizioni (avendole dovute suonare) posso dire di essermi trovato di fronte a dei lavori spesso musicalmente molto originali e ‘chitarristicamente’ particolari, a volte complessi, a volte semplici ma imprevedibili, con una caratteristica melodica molto forte che lega in maniera sorprendente la varietà armonica gestita con la chitarra in modo del tutto particolare.
M. Beh, sai a furia di suonare la chitarra poi ti viene sempre la curiosità di vedere i famosi rivolti come sono, quindi come si può fare un accordo e a vedere come ‘gestire’ i bassi, e i miei brani risultano così armonicamente abbastanza articolati (ma non sempre). Pensa che a volte quando suono dal vivo, mi trovo…

…a mettere in difficoltà i musicisti… lo so [risate]
M. Questa è un’altra storia, volevo dire che mi trovo a fare dei concerti con tre chitarre e un piano, che può sembrare una cosa assurda, in realtà se ognuno fa il suo, vengono bene. Di solito però mi appoggio a buoni chitarristi come Fabrizio Ugas, Matteo Naum, Luca Falomi e tu… e son quelli con i quali mi trovo meglio, così posso suonare un po’ meno io e l’amalgama viene molto bene.

Nella tua musica c’è una grande varietà di suoni provenienti anche da strumenti particolari.
M. Si c’è un po’ di tutto, in realtà in questo ultimo lavoro è la tastierista Elisa Montaldo che porta un soffio di ‘etnicità’ perché ha un mucchio di strumenti orientali (cinesi e giapponesi) come il koto elettrico… oltre ovviamente alla cura maniacale dei suoni delle tastiere anni ‘70 e ‘80. Naturalmente nel disco ne abbiamo approfittato di più, anche con molti strumenti etnici.

F. Una delle cose che mi ha sempre colpito di Max è che nelle sue canzoni, le sue composizioni armoniche, sono come i suoi testi: cioè non indovini mai la rima successiva e il passaggio da accordo ad accordo molto spesso ti sorprende, però, nonostante non siano per nulla scontati, la melodia non manca mai e sono comunque melodie che ti restano nell’orecchio..
M. D’altra parte una certo tipo di canzone di musica leggera tipo quelle di Cole Porter, sono tutto tranne che banali musicalmente.

Parliamo delle ‘ispirazioni’.
M. Ci sono stati tanti autori che mi sono piaciuti, quindi ho tentato di rubacchiare qualcosa a tutti, mettendo le cose insieme in maniera che non ci sia ‘un’ modello riconoscibile.

Backstage Dremong

Backstage Dremong

Andando nello specifico, anche al di fuori della musica, quindi letteratura, film ecc…
M. Film molti, non di un regista specifico, ma da tutti quelli che vedo, naturalmente dagli scrittori qualcosa può rimanere soprattutto per la ‘versificazione’, nel modo di frequentare la metrica, da Guido Gozzano a Baudelaire. Poi la scommessa è quella di avere uno stile letterario personale, per la musica sono una specie di dilettante quindi ascolto un po’ di tutto e prendo un po’ da tutto, ci sono naturalmente alcuni nomi che si possono fare tipo Leonard Cohen dei primi dischi oppure Tom Waits, Jaques Brel, Nick Cave.
Penso che il periodo d’oro della canzone d’autore sia stato l’inizio del ‘900. Quindi canzone napoletana in Italia, fado in Portogallo, rebetico in Grecia, blues in America, tango in Argentina, queste sono le forme popolari che poi sono confluite nella musica leggera, anche italiana, dal “Tango delle Capinere” in poi, dove le musiche erano pregevolissime, il problema semmai era che i testi erano un po’ antichi, aulici. Poi il superamento del testo sulla musica è avvenuto quasi naturalmente negli anni ‘60 e poi è continuato. Per quanto mi riguarda però anche la musica medievale ha la sua importanza, i trovatori che sono stati gli antesignani. Una sorta di ‘trovatorato’ [grasse risate] con dei nomi abbastanza famosi nelle loro cerchie. Quindi il lider tedesco di Shubert. Il che non vuol dire ‘adesso copio Shubert’, ma lo sento, mi piace e magari copio qualche passaggio, glielo scippo senza volere… o volendo. Poi, per molti anni mi sono occupato attivamente sia di musica folk che medievale, con diversi ensemble, quindi mi è rimasto molto di quelle suggestioni.

Paliamo della tua discografia
M. “Le parole del gatto” (1990), Max (1994) sono stati ealizzati con musicisti romani come Ezio Zaccagnini alla batteria, Alessandro Glisse che è il pianista degli Aires Tango, Riccardo Manzi chitarre e bouzouki, Tonino Leoni al basso, Mauro Guidi al sax.
Poi, facendo capo a Genova, i musicisti con i quali ho collaborato sono Federico Bagnasco, Fabrizio Ugas, Matteo Naum e Marco Spiccio, quindi con loro ho pubblicato “L’intagliatore di Santi” (2001), “Live in Blu” (2004), “Luna Persa” (2008) e “Dremong” (2014).

Luna persa ha una genesi diversa rispetto agli altri dischi?
M. Luna Persa ha avuto un discreto successo perché l’ufficio stampa ha lavorato discretamente,  pur mancando le radio e le televisioni, e ha vinto il Premio Tenco per il miglior disco.

E’ un’opera impegnativa…
M. Beh sì, ci sono cinquanta strumenti e infatti è costato abbastanza, è stato prodotto da Ala Bianca con distribuzione Warner. Infatti il disco ha venduto 5000 copie, ed era molto curato perché ci hanno girato intorno diverse figure, mentre Dremong l’abbiamo realizzato praticamente a costo zero e purtroppo non ha avuto nessuno a difenderlo.

Tra le tue collaborazioni spicca quella con Fabrizio De André sulla tua “La Fiera della Maddalena”
M. Nel 1990 ho partecipato al premio Musicultura – Città di Recanati. In questo premio c’era una giuria formata da poeti e da musicisti di ottimo livello (Sergio Endrigo, Mauro Pagani, Ruggeri, Fabrizio De Andrè). Faber fece amicizia con Vanni Pierini, uno degli organizzatori, che andò (senza dirmi nulla) in Sardegna a trovarlo con una mia cassetta, gliela fece sentire e l’impatto fu forte: ne fu molto impressionato. Ne venne fuori prima un’ipotesi abbastanza balorda: che alla successiva edizione del festival di Recanati avrebbe suonato la chitarra su un mio brano senza dire niente… a sorpresa. L’idea è miseramente naufragata, perché Fabrizio aveva degli impegni in quel periodo e quindi si è ripiegato sulla sua partecipazione alla canzone “La Fiera della Maddalena”.
Come gesto di cortesia gli ho chiesto se voleva firmare il brano insieme a me e per tutta risposta mi disse: “no, no, non ho fatto niente, la canzone è tua e non ce la metto la firma”. Da un lato ho apprezzato molto questo atto di onestà, ma per me questa è stata una bella sfiga perché se ci avesse messo la firma “La Fiera della Maddalena” sarebbe comparsa in tutte le compilation postume e ne avrei beneficiato anche io.

Federico Sirianni

Federico Sirianni

Altri progetti discografici?
M. A livello scaramantico posso dire che dovrei fare un disco con Giorgio Licalzi e sarà molto plumbeo, molto crudo. Lui è un jazzista in gamba, suona la tromba e il flicorno, ma è anche un elaboratore elettronico (usa molta tecnologia nella sua musica). Mi è stato presentato da Enrico De Regibus e mi è capitato una volta di fare un concerto con lui al Folkclub di Torino, in cui, a parte alcune cover, c’erano diverse canzoni mie riarrangiate da lui e quindi un po’ cambiate. Penso sia uno dei pochissimi casi in cui il cantautore porta una canzone con quaranta accordi ad un jazzista e questo gliela restituisce con cinque. A me piace molto perché ha il dono della semplicità quasi pop nelle musiche, che però sono anche belle. Quindi è successo che ho iniziato a dargli dei testi o delle canzoni già fatte, ma non arrangiate, e lui è intervenuto con su alcuni di questi, per adesso sono quattro o cinque brani… bisognerà allungare molto il brodo e fare un disco di almeno dieci pezzi, ma soprattutto bisogna trovare il tempo per farle. Poi c’è sua figlia Anita, che quando abbiamo cominciato il lavoro aveva 8 anni e adesso ne ha 12. Le abbiamo fatto fare le seconde voci con la sua voce da bambina su dei contenuti piuttosto crudi. Di questo lavoro ne è uscita un’anteprima sul Fattoquotidiano.

Federico, tu, rispetto a Max restringi un po’ lo spettro di ‘influenze’ e varietà di stili
F. Si, non c’è dubbio, anche se in realtà, dal primo disco a oggi, i riferimenti musicali e geografici sono stati comunque tanti e differenti.

Facciamo un excursus dei tuoi lavori allora…
F. “Onde Clandestine” esce nel 2002, dopo un lavoro che veniva fuori da un viaggio nell’est europa a metà anni ’90, da cui ero tornato con tutta una serie di suggestioni musicali, storie, racconti… un periodo abbastanza strano per l’est Europa perché si arrivava dalla fine del comunismo di pochi anni prima a un processo di cambiamento che non era ancora metabolizzato. Quindi un momento di grandi contraddizioni, di cambiamenti che non venivano neanche compresi dalla gente, c’erano degli elementi di grande povertà o di grande ricchezza ed era uno scenario, per me che venivo dall’occidente, molto particolare: può spaventarti o affascinarti. Poi ho avuto la fortuna di essere introdotto in quei luoghi da una ragazza del posto, che ha contribuito anche a farmi interagire con la gente e quindi sono tornato da li con un bagaglio importante, che poi è stato negli anni avvenire riconosciuto in Italia nei film di Kusturica e nella musica di Bregovic.

Quindi sei un antesignano dell’onda ‘balcanica’?
F. In realtà è stato molto più antesignano Max, perchè comunque nei primi anni ’90 ha composto roba tipo “Finisterre” che è finita sull’ultimo CD Dremong, con deviazioni molto klezmer.
M. Io mi mettevo lì e ascoltavo le onde medie e c’erano certe trasmissioni in radio che facevano sentire delle musiche tipo il fado, o la musica klezmer appunto…
F. Tieni presente che quando ci siamo conosciuti, nei primi anni ’90 in “Le Parole del Gatto”, lui parlava di questo Shishkebab che pochi sapevano ancora cosa fosse, perché l’ondata migratoria dal nord africa stava arrivando in quel periodo e a Genova c’era un solo posto che ce lo aveva.
M. Di antesignani in realtà sono stati diversi e sconosciuti, poi la grande ondata della musica balcanica è arrivata con Capossela, che è un epigono non un antesignano ed è musicalmente onnivoro…
F. Questo percorso ha portato nel 2002 all’uscita di “Onde Clandestine” con la Molotov Orkestra che avevo messo in piedi con musicisti genovesi che aderivano a questa idea, che veniva da un processo di lavorazione abbastanza lungo, anche perché allora era un po’ complicato pubblicare dischi rispetto a oggi. Pensa che in quel periodo potevo girare con un gruppo anche numeroso e portare a casa qualche soldo, cosa che adesso è impossibile.
Poi da lì mi sono spostato verso altri riferimenti musicali e nel 2007 è uscito il mio secondo disco “Dal basso dei cieli” dal sound molto americano, tex mex, che è un altro mondo che a me piace moltissimo, Cinque anni dopo è uscito “Nella prossima vita” con l’arrangiamento dei Gnu Quartet che hanno dato un’impronta di tipo orchestrale.
Ed infine “Il Santo”, il mio nuovo disco uscito a novembre 2016. Ogni canzone è stata affidata a dei musicisti diversi e, nonostante ci siano molti interventi, è un disco, a livello musicale, molto più scarno, essenziale proprio per una scelta stilistica. Mi piaceva più l’idea di ‘togliere’. Anche a livello tematico, sono canzoni molto minimali di una contemporaneità molto personale vissuta da chi sta invecchiando e quindi vede e racconta le cose in maniera diversa da come poteva farlo anni fa.

Ascoltando le tue canzoni si percepiscono varie influenze provenienti, come dicevi prima, da diverse aree geografiche, rielaborate sempre in maniera originale e con uno stile riconoscibile. Ci parli dei tuoi riferimenti? 
F. Tanti, tantissimi. Elencarli tutti sarebbe improbo e forse anche noioso per chi legge. Musicalmente sono sempre stato portato a cercare suoni provenienti da luoghi lontani, a cercare connessioni tra musiche tradizionali, a capire cosa lega una canzone mariachi a una polka balcanica a una melodia giapponese. A livello letterario ho tante di quelle pagine addosso che le loro scritture mi si mescolano nell’anima e nel cuore, come gli ingredienti di un grande cocktail. Come se Calvino e Dylan incontrassero Celine a un caffè di Place Clichy e, dopo essersi sbronzati, decidessero di scrivere un blues.

Max Manfredi

Max Manfredi

Tornando in tema con la nostra rivista: le chitarre. Nei tuoi lavori (e anche dal vivo) dai molta importanza alla chitarra: pregevoli arrangiamenti e ottimi soli…
F. Si, in “Onde Clandestine” la chitarra ha una funzione di ‘unza-unza’, ma già “Dal Basso dei Cieli” sono state tutte suonate e arrangiate da Mario Congiu che è un eccezionale chitarrista torinese. “Nella prossima vita” ha avuto il contributo di Paolo Bonfanti alla slide e Matteo Negrin. Anche sull’ultimo mio lavoro mi sono servito di ottimi professionisti della seicorde: chitarristi molto diversi e provenienti da vari vissuti musicali, e ognuno ha dato il proprio contributo in base al proprio stile: Luca Swanz Andriolo ha suonato il banjo su un paio di tracce, poi c’è Gegè Odasso che interviene con la chitarra elettrica dal sound molto sixties, le tue chitarre su due brani, poi c’è Paolo Bonfanti con le sue slide acustiche ed elettriche, poi ci sono: Cecilia una meravigliosa arpista che interviene anche vocalmente, Michele Di Toro al piano e il compositore Giorgio Mirto che cura gli arrangiamenti di due brani, il tutto gestito dal sound engineer e co-produttore Fabrizio Chiapello.

Tu invece, sei un ottimo chitarrista ritmico.
F. Si, a detta di molti chitarristi con i quali collaboro, sarei un ‘metronomo’, però chi si definisce chitarrista suona diversamente da come suono io… mi accompagno egregiamente, direi, chi suona con me dal vivo apprezza il fatto che io sia preciso nella scansione ritmica.

Tu sei un cantautore nato negli anni ’90, quando non ancora esisteva Internet quindi la promozione, i contatti, venivano gestiti diversamente. Come è cambiato il tuo mestiere con le nuove tecnologie comunicative (considerato che sei molto attivo su Facebook)?
F. Beh, per gente che fa il mio mestiere Zuckerberg & C. sono piovuti come una manna dal cielo. La possibilità di raggiungere ovunque, e in tempo reale, i tuoi appassionati o i tuoi potenziali ascoltatori è un privilegio straordinario. Negli ultimi dieci anni il mio pubblico si è decuplicato e credo dipenda anche da questo fattore. Poi ovviamente i social sono un oceano, solcato da tante imbarcazioni diverse e abitato da infinite varietà di pesci. Tra questi trovi anche chi non vorresti mai incontrare sul tuo cammino, ma alla fine basta evitarli. Nell’ultimo disco c’è anche una canzone che ironizza su queste modalità, “Mia madre sta su Facebook”, cantata con il grande trasformista Arturo Brachetti.

Tra i tuoi progetti spicca il tributo a De Andrè “Si chiamava Faber”, qual’è la tua esperienza con il tuo illustre concittadino?
F. Rispetto a Max, l’approccio è molto più indiretto, nel senso che De André era amico di mio papà, io me lo ricordo a casa mia diverse volte da bambino, poi ho avuto a che fare con lui in tre o quattro occasioni e in “Si chiamava Faber” racconto sostanzialmente questi incontri con una persona che, oltre ad essere un poeta, uno scrittore eccezionale, in quei casi ha dimostrato dei livelli di umanità, di gentilezza notevoli, checché se ne dica del suo carattere irascibile… quindi, dicevo, racconto quegli episodi specifici mettendoci un pochino di storie legate soprattutto al periodo della Sardegna (lo andavo a trovare all’Agnata) e canto alcune sue canzoni.
In realtà De Andrè non è stato un punto di riferimento fondamentale per la mia scrittura. I miei riferimenti andavano un po’ altrove in direzione anglo/americana: da Dylan a Waits, da Cohen a Cave.
Infine devo dire che – e non lo dico per piaggeria – un momento di impulso forte me l’ha dato Max Manfredi quando, nei primi anni ’90, mi ha fatto ascoltare il suo primo disco “Le parole del Gatto”, che per me è stato molto importante.

Una provocazione per entrambi: voi siete due cantautori della ‘vecchia scuola’…
M. …Ti interrompo subito… non bisogna confondere la questione anagrafica con quella stilistica. E’ chiaro che persone come me e Federico, che fanno questo mestiere da più di 15 anni, automaticamente vengono annesse ad un certo tipo di discorso… cioè non si può dire che siamo degli indie, perché probabilmente non abbiamo l’età giusta e in più facciamo anche delle buone canzoni, quindi è difficile chiamarci così. Questo non significa che siamo della vecchia scuola intesa come la “scuola dei cantautori degli anni ’70”. Personalmente io sarei di scuole molto più antiche, nel senso che io parto dal medioevo come riferimenti stilistici, non si capisce perché – e su questa cosa m’incazzo sempre – la scienza possa aver superato il concetto vettoriale di tempo e la critica no.

Max Manfredi

Max Manfredi

Tornando alla mia ‘provocazione’: volevo farvi parlare, e in parte l’hai accennato, della nuova ondata di giovani cantautori indie.
M. Che poi sono molto diversi tra loro: alcuni sono persino decenti, più che altro a me sembra una specie di operazione promozionale. Forse hanno in comune una specie di pseudo verginità, nel senso che è come se avessero cominciato ieri e molto spesso anche i loro punti di riferimento appaiono essere molto estemporanei, però io non ci credo perché alla fine quando una fa musica, la musica la deve sentire e la deve sentire tutta…
F. Io penso che più che altro sia una questione di linguaggio, la mia impressione è che questa ‘ondata’ di cantautori indie si rivolga a un pubblico ben preciso, individuato da loro stessi, che sono i loro coetanei e il loro linguaggio è rassicurante. Nel senso che si esprimono nella stessa maniera di chi li ascolta raccontando situazioni tipiche di questa generazione, che in qualche modo ha bisogno di essere rassicurata sulla propria esistenza. Quello che manca, secondo me, è uno scatto di pensiero, una visione…
M. Io ci vedo una poetica un po’ leziosa che può piacere a qualche giornalista non proprio espertissimo.

Secondo il vostro punto di vista e la vostra vasta esperienza, qual’è in questi anni la funzione della canzone d’autore?
M. Per me è utilizzare uno strumento di facile presa per dare delle emozioni, un po’ come il fumetto, il cinema, che sono discipline moderne e dove ci può essere il capolavoro o il film stupidino. Quindi il fatto che sia un’arte di artigianato al confine fra diverse discipline, perché non dimentichiamo che la canzone è fatta non solo di musica e parole, ma anche di interpretazione diciamo ‘teatrale’, i migliori risultati si vedono in quel senso lì.
F. Come direbbe il mio amico Giorgio Olmoti, la nostra funzione è raccontare la storia, nel senso della contemporaneità attraverso le fonti non convenzionali.
M. Poi, se vogliamo essere un po’ più pomposi, la canzone è comunque qualcosa di antagonista rispetto al dettato pubblicitario, una forma di magia, come quella pubblicitaria che è magia nera, mentre la canzone è una ‘magia rossa’… libertaria e liberatoria.

Grazie Federico e Max per questa bella chiacchierata, tra un po’ comincia il concerto, le chitarre sono accordate e la sala è già piena, ma… abbiamo una scaletta?

Stefano Barbati

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