Musicanti e localari… e il pubblico?

(di Daniele Bazzani) – Il tema è spinoso, difficile affrontarlo – da qualsiasi parte lo si voglia prendere – perché molte delle colpe non sono dei partecipanti: alcune sì, ma non tutte; e perché si rischia di generalizzare troppo. Però le cose vanno analizzate e comprese, vediamo se è possibile. Cercherò – e spero mi perdonerete – di non usare mezzi termini, di andare dritto al punto. Nel tema, neanche a dirlo, sono coinvolto in prima persona, perché suono innanzitutto, e perché diversi dei miei amici di vecchia data sono o sono stati gestori di locali di musica dal vivo. Ho avuto quindi modo, nel tempo, di conoscere le difficoltà cui devono continuamente fare fronte; come noi, del resto.

Daniele Bazzani

Nel titolo non parlo di ‘musicisti’ e ‘gestori di club’, ma uso una sorta di ‘dispregiativo’ – di quelli che ci si affibbia a vicenda – proprio perché non voglio fare confusione: ci sono molti professionisti stimabili, che fanno il proprio lavoro con passione e sacrificio, ma c’è anche altro…

Vorrei iniziare proprio dai colleghi, da chi questo lavoro, per un motivo o per l’altro, lo ha sputtanato. Non aprirò la disputa ‘professionisti vs non professionisti’, perché non è il caso, anche se è parte del discorso. Ma va detto che spesso proprio i ‘non professionisti’ sono quelli che mettono più passione in quello che fanno: non lo vedono come un lavoro, usano molto del loro tempo libero per prepararsi a un concerto e, sentendosi in difetto rispetto a chi magari ne ha fatto una scelta di vita, cercano di mettersi in pari.
«Certo è facile» – sento già le risposte – «se lavori e hai uno stipendio puoi fare tutte le prove che vuoi, e se ci sono problemi chi se ne importa, tanto mica è il tuo lavoro…» Vero, ma non può diventare una scusa. Mi spiego.

Tante, troppe volte, ho assistito a concerti di colleghi che salgono sul palco in modo, secondo me, assolutamente ‘non professionale’: concerti in duo o trio con repertori vecchi di cent’anni e mai provati, il classico ‘le suoniamo perché tanto le sappiamo suonare, basta sapere le tonalità’. Band che sono un’accozzaglia di musicisti – bravi, per carità – che però vorrebbero stare facendo tutto tranne quello, e che trasmettono la stessa emozione di un salumiere che ti chiede: «Sono due etti e mezzo, che faccio, lascio?» Non vedendo l’ora di andar via, magari per salire su un grande palco al fianco di questo o quell’artista famoso.
Eh no, amici miei, non si fa. Per molte ragioni, la prima delle quali è che… si vede! Il pubblico capisce molto più di quello che pensiamo. Non basta essere bravi e conoscere il repertorio per far bene questo lavoro: ci vuole passione, amore per quello che si fa e, soprattutto, ci vuole un progetto. La gente fa confronti e vede la differenza, fra una band che si è sbattuta per mesi tirando su uno spettacolo diverso dagli altri, e un concerto vecchio di anni senza nessuna idea dentro. Si vede proprio. Magari non sanno bene spiegare i motivi tecnici, ma si accorgono di un sacco di cose. Io quelli che dicono «sì, vengo a suonare ma non faccio più di una prova» non li ho mai sopportati. Non ci lavoro, quindi non mi crea nessun problema, ma è un atteggiamento che trovo insopportabile. Perché se andiamo a lavorare e pretendiamo di essere ingaggiati e poi pagati – come è giusto che sia – dobbiamo offrire un servizio. Dobbiamo avere inventiva, come deve averla chi deve compilare il menù di un ristorante per farsi notare, visto che già ce ne sono milioni…

Daniele Bazzani

E dobbiamo avere RIS-PET-TO per chi ci viene a sentire, anche fossero poche decine o poche unità. Anche se ci fosse un solo spettatore a sentirci, non cambierebbe nulla: quello spettatore avrà dedicato una serata della sua vita a noi, e non merita meno rispetto perché altri non hanno fatto la sua scelta. Noi, sul palco, dobbiamo dare tutto, sempre e comunque. Sarà che, ogni volta che inizio un nuovo progetto, ci lavoro per mesi e cerco di fare qualcosa di originale, se non nei contenuti, almeno nella forma…

Certo, i professionisti hanno mille impegni e non possono lavorare non pagati o rubare tempo prezioso alla famiglia. Ma alla fine si ritrovano in una posizione scomoda. Forse, più che partecipare a mille band che nessuno mai ricorderà, ci si potrebbe dedicare a meno lavori ma più mirati. Però poi, magari, non si riesce a lavorare abbastanza e ci si ritrova al punto di partenza. Come la mettiamo la mettiamo, è difficile, durissima.<

Spero che tutto questo non suoni come una bacchettata sulle mani, detta da chissà quale pulpito. È che, appartenendo a questa categoria, devo capire dove sono i nostri sbagli, se voglio poi essere credibile quando critico gli altri.
Gli altri, appunto.
Gli altri siamo noi, diceva una canzone, e non aveva tutti i torti.
Aprire un locale richiede molti soldi, un grosso investimento economico, permessi, licenze, bollette, tasse che ti uccidono prima ancora di iniziare. Solo tirare su la serranda la mattina costa già tanti di quei soldi, che ti passa la voglia di farlo. E ancora neanche lo stai facendo! Se poi in questo locale ci vuoi anche fare musica, non ne parliamo proprio… SIAE che chiede soldi ‘a buffo’ anche se l’ingresso è gratis (dicendo che deve tutelare gli artisti, ai quali poi dà solo pochi spicci), attrezzatura musicale da comprare e riparare continuamente, perché i musicisti – se le cose non sono loro – le trattano da schifo e spesso si portano via pure i cavi e le aste dei microfoni… Colleghi perdonatemi, ma mi è capitato tante di quelle volte che negarlo mi sembra ridicolo.

Il punto però è un altro: nessuno è ‘obbligato’ a fare musica nel proprio locale. Se la fa, è una scelta; forse dettata dalla passione, forse dalla necessità di attirare un pubblico più ampio, non deve interessarci: l’unica cosa che ci interessa è che non si tratta di un ordine del medico. Se vuoi fare una cosa devi farla bene. E per ‘bene’ intendo un sacco di cose.
Devi avere uno spazio adeguato, non togliere due tavoli e dire «voi mettetevi là»… Perché noi arriviamo con molte migliaia di euro di strumentazione, e se lo facciamo noi lo devi fare anche tu. Devi avere un impianto almeno decente, perché se la musica si sente uno schifo, il primo a perderci sei tu. Devi sapere di potertelo permettere, perché stai investendo e se le cose non vanno come pensavi, è solo colpa tua, non del gruppo che ‘non ti ha portato gente’. Quelli non si chiamano musicisti, si chiamano PR ed è un altro lavoro. Se una sera che non c’è musica non viene nessuno con chi t’incazzi, col cuoco? Non credo proprio. Prova a non pagarlo e ne riparliamo.

Devi sapere che se ti metti a organizzare una programmazione musicale, avrai a che fare con molti tipi di musicisti, dall’hobbista al professionista. Alcuni di quelli con cui tratti, suonano nei club della propria città ma spesso sono in tour con artisti importanti, o suonano a loro nome in giro per il mondo. E se tu, ‘direttore della programmazione musicale’, non ti informi su cosa hai intorno è un problema tuo, non nostro. Dice: «Ma io mica posso conoscere tutti, non ho mica a che fare coi Rolling Stones». Appunto, tu non sei David Zard e non siamo allo stadio, i tuoi concerti sono in un pub o al massimo in un ristorante. Che noi rispetteremo da vuoto come fosse uno stadio pieno, se ci sarà portato rispetto.
Suoniamo sempre mentre la gente urla le ordinazioni a chi serve ai tavoli, e questi poveracci devono urlare a loro volta per capire se hanno capito. Per trovare un locale che chiuda il ristorante e il servizio ai tavoli durante lo spettacolo, son dovuto andare a suonare a Bruxelles, in un bellissimo posto gestito da italiani, fra l’altro. Ma al cinema lo accettereste? E a teatro? E allora perché ai concerti sì?

E il punto più importante: non si inizia a fare musica così, tanto per fare. «Vediamo come va, poi al massimo annulliamo tutto». Eh no, perché gli impegni presi vanno rispettati! Chi fissa un lavoro con te non ne prende un altro da un’altra parte. E se noi investiamo decenni nella nostra professione cercando di farla funzionare, perché tu dovresti riuscirci in due mesi?
«Ma io mica posso permettermi di perdere soldi per mesi!» La risposta c’è, ed è semplicissima: «Non lo fare». Nessuno ti obbliga, nessuno te lo ha chiesto. Siamo contenti che tu ci abbia pensato, ma era meglio se uscivi e facevi una bella passeggiata, o se lavoravi al menù.

Con questo, ripeto, non voglio ‘dare addosso’ a nessuno. Vorrei solo cercare di capire perché i ‘gestori dei locali’ – e non ‘localari’ come definiti nel titolo – si siano messi in testa tutta una serie di cose senza senso, maltrattando e umiliando l’unica categoria di lavoratori con cui dovrebbero cercare di collaborare!
Va detto, però, che da entrambe le parti della barricata si dovrebbe cercare di ‘combattere’ – leggi ‘portare dalla propria parte’ – un nemico comune, il pubblico.
Che negli ultimi anni, ormai quasi venti, ha dimostrato di non essere di aiuto: per quanto i gestori di locali di musica dal vivo si sforzino – quelli che lo hanno fatto – di proporre musica di un certo livello qualitativo, il pubblico ha risposto picche preferendo delle sterili imitazioni, o delle band che suonano repertori sempre uguali, a band che cercano di proporre un repertorio originale, o almeno una ricerca sonora o di musica poco ascoltata. Le novità, in musica, non sembrano interessare. La ricerca ancora meno. La sperimentazione non ne parliamo. Serie TV, campionati di calcio con anticipi il sabato e posticipi la domenica, Champions League il martedì e il mercoledì, Europa League il giovedì, non facilitano il lavoro di nessuno; con la conseguenza che i gestori sono costretti a inseguire gli spettatori mettendo schermi ovunque, sperando che qualcuno resti dopo la partita. E i musicisti hanno spento il cervello definitivamente, tanto a che serve? E quando i campionati finiscono, fa troppo caldo per stare al chiuso, quindi addio; tanto i palchi estivi, con la crisi che c’è, sono ridotti a pochi e squallidi. Vent’anni di Berlusconi e ormai una decina di talent hanno quasi tolto di mezzo la passione e l’inventiva necessarie a proseguire.

E allora di chi è la colpa?
Di tutti, nessuno escluso. Dei musicisti che non si impegnano abbastanza. Di chi dovrebbe farli lavorare e li considera meno di un lavapiatti. Di chi ha deciso che: «Vabbe’, esco un’altra sera che stasera gioca la Roma, poi mi vedo The Walking Dead».
The Walking Dead siamo noi.

Daniele Bazzani

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  1. stefano Reply

    Che.. mi fai Liga?

  2. Francesco Reply

    92 minuti di applausi!!!

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