Musica semplice per gente difficile – Intervista a Fabio Mittino

(di Alessandro Staiti) Da poco è stato pubblicato il suo secondo album solista Simple Music for Difficult People Vol. 2, logica evoluzione di Simple Music for Difficult People del 2015. Fabio Mittino è un chitarrista eclettico e geniale: collabora nei FluOn assieme a Andy, ex sassofonista e tastierista dei Bluvertigo, suona le musiche di Gurdjieff e De Hartmann assieme a Bert Lams del California Guitar Trio in Long Ago, anch’esso del 2015 (a breve uscirà anche il secondo volume di questo splendido progetto), e porta avanti con coraggio e dedizione il suo progetto solista. Mittino non è solo un musicista terribilmente originale: è laureato in scienze della comunicazione, ha collaborato con il Lexis Psycholinguistic Research per la realizzazione di filmati e modelli matematici 3D, per presentazioni pubbliche e per lo sviluppo di una metodologia esclusiva finalizzata al monitoraggio delle reazioni analogiche del consumatore a stimoli audiofonici e visivi; inoltre è Artist & Production Manager e Booking Coordinator al Blue Note di Milano. Fabio suona sia l’elettrica che l’acustica con la New Standard Tuning (C2 G2 D3 A3 E4 G4) del Guitar Craft, i corsi di chitarra e di sviluppo personale organizzati e spesso presentati da Robert Fripp. Chitarra Acustica lo ha incontrato per quella che si è rivelata più che un’interessante intervista.

Partiamo subito dal tuo ultimo album Simple Music for Difficult People Vol. 2. C’è continuità di intenti rispetto al primo volume? In che direzione si sta muovendo la tua musica?

Dopo il primo volume di SMFDP, ho continuato a lavorare sviluppando uno stile sempre più personale: stranamente e misteriosamente, è come se mi stessi dirigendo nella giusta direzione… Oppure, diciamo semplicemente che col passare del tempo tutto mi sembra un po’ più a fuoco. La mia musica sta cambiando di conseguenza. Credo che la selezione dei brani di questo nuovo album sia una buona rappresentazione di dove mi trovo ora.

SMFDP Vol. 2 è un album elettrico, mentre riservi l’acustica al progetto sulle musiche di Gurdjieff e De Hartmann in duo con Bert Lams. In questo ultimo album mi hanno colpito diversi brani – a dire la verità un po’ tutti – per il tuo stile originale e personale. Iniziamo da “Mercury Sunrise”, un pezzo piuttosto aggressivo che vede anche la presenza di altri strumenti come la batteria e il basso.

Sì, mi piace molto avere questo contrasto. Ci sono tre ospiti nel disco: Pat Mastelotto alla batteria e Marco Machera al basso in “Mercury Sunrise”; e William Nicastro al basso nel brano “Fantasy”.

Ikigai” rimanda alla tua passione per il Giappone? È un bellissimo brano in cui si sente forte l’influenza del Guitar Craft e – se permetti – anche del modo di suonare di Bert Lams che, mi sembra di capire, consideri uno dei tuoi insegnanti assieme a Robert Fripp.

Sì, amo molto il Giappone, in effetti. Ed è sorprendente che tu veda delle affinità nel modo di suonare di Bert: pensa che il California Guitar Trio suonerà presto una versione acustica di questo brano, proprio perché a Bert è piaciuto particolarmente.

The March of the Old Robots” e “The Dance of the Thin Robots” contrappongono rumori elettronici e alcuni solo di chitarra lancinanti a parti melodiche molto dolci e suggestive: i riferimenti ai robot provengono sempre dalla tua passione per il Giappone e per i giochi degli anni ’80 come Masters e Transformers?

Però, ti sei documentato bene! In realtà è tutto suonato con la chitarra: entrambi i brani sono partiti da un suono particolare, un delay stereo fatto passare dentro un ring modulator, ottenuto mentre giocavo con un Eventide Eclipse. Ho poi aggiunto un plug in che genera dei glitch random. Più che a dei robot elettronici, mi sono subito immaginato degli automi meccanici, con mille ingranaggi e caricati a molla; li trovo molto poetici e affascinanti. Ho avuto la fortuna di poter girare entrambi i video di questi brani nel laboratorio di uno dei più grandi costruttori al mondo di automi meccanici, Francois Junod, un artista veramente straordinario [v. il video di “The March of the Old Robots”: https://youtu.be/gD3cbhxedc0].

Gli altri brani, da “Miniature 6” a “Froodles”, “Fantasy” e “Coda”, si svolgono seguendo una logica quasi chiaroscurale, con momenti di forte lirismo – la sovrapposizione di arpeggi cristallini in cui risaltano splendidamente gli armonici – e una chitarra solista sinuosa e affascinante, mai preponderante. Come nascono queste tue composizioni?

Sono dell’idea che sia la ‘Musica’ a suonare il musicista, per cui non ti saprei spiegare con esattezza il processo compositivo. In questo album il più delle volte è partito tutto da un suono, che ha dato inizio a quella che poteva essere una melodia o una progressione armonica interessante. Mentre le suonavo o riascoltavo, mi venivano in mente altri parti, che provvedevo subito a registrare, per non dimenticarmele. Altre volte invece il processo non è stato così semplice: in questi casi non insisto troppo e mi metto a lavorare su un altro brano magari lasciato incompiuto. Ora che ci penso, per SMFDP 2 ho completato circa quindici brani, ma curiosamente i nove che ho scelto sono quelli che mi sono venuti quasi di getto.

Sei arrivato alla chitarra attraverso un percorso particolare. Quando e come inizia il tuo rapporto con lo strumento?

Ho iniziato a studiare la chitarra a tredici anni, poi nel 1998, folgorato dal CD The Bridge Between del Robert Fripp String Quintet, decisi di imparare quel tipo di tecnica. Non avevo Internet, mandai quindi un fax a Robert, il quale mi invitò a una sorta di convention della sua etichetta discografica di allora, la Discipline Global Mobile [https://www.dgmlive.com]. Una volta lì mi presentò Bert Lams, che mi introdusse a questa disciplina e metodologia. Anche se ho studiato con Robert Fripp, mi sono sempre sentito nei primi anni un allievo di Bert Lams. Da diversi anni suoniamo in duo con i nostri arrangiamenti per chitarra acustica della musica di Gurdjieff e DeHartmann. È per me un vero onore poter suonare con lui.

Prima del Guitar Craft, hai avuto una formazione classica?

Sì, attorno ai sedici anni suonavo rock e blues con l’elettrica, ma volevo qualcosa di più ‘serio’, per cui iniziai a studiare seriamente con la classica per accedere a non mi ricordo quale anno di conservatorio. Ma anche in questo contesto non mi sentivo a mio agio, perché volevo suonare della musica originale. Lo stile e metodologia del Guitar Craft si rivelarono perfetti per me.

Cosa ha cambiato nella tua vita l’esperienza del Guitar Craft? A livello umano, musicale e più strettamente tecnico, cos’è per te il GC?

È stata una vera e propria seconda educazione. Ho iniziato il GC nel 1999 e l’ho vissuto attivamente per quasi una decina d’anni, anche se, di fatto, non ho mai smesso di adottarne i principi. Direi che la classica definizione di cos’è il GC, ovvero ‘un modo per sviluppare un rapporto con la chitarra, un modo per sviluppare un rapporto con la musica, un modo per sviluppare un rapporto con sé stessi’, coincide esattamene con la mia visione ed esperienza. Nello specifico, posso dire che mi ritengo molto fortunato ad averlo fatto da giovane, perché quando si hanno vent’anni si è più flessibili, energetici, e si ha più tempo per studiare… Non mi importava se eravamo in cinque a dormire in una stanzina o se si mangiava bene o male. A dire il vero, all’inizio non ero neppure interessato a tutta la parte ‘filosofica’ del GC, cosa che approfondii solo anni dopo. Facevo quello che c’era da fare senza troppe domande, concentrandomi soprattutto sull’aspetto tecnico; quindi mi imponevo talvolta delle maratone da otto ore al giorno per diversi mesi e seguivo al meglio che potevo le regole e i principi di questa scuola. La vita in un corso non era né semplice né comoda, si lavorava tanto e potevano esserci dei momenti stressanti, ma mi sono anche divertito tantissimo. Conservo degli splendidi ricordi di quel periodo. In questi corsi ho conosciuto un sacco di amici, con i quali sono tutt’oggi regolarmente in contatto.

Non sei solo musicista: i tuoi talenti spaziano dalla comunicazione al marketing. E poi c’è il tuo impegno con uno dei più noti locali di Milano, il Blue Note.

Sì, mi ricordo che finito il liceo classico non sapevo se dedicarmi a tempo pieno alla chitarra o iscrivermi all’università. Fu Hernan Núñez, storica figura del GC, a consigliarmi di fare entrambe le cose, perché a un certo punto mi sarebbe stato chiaro quale strada imboccare. Mi sono laureato in scienze della comunicazione a ventitre anni e ho lavorato subito dopo in un istituto di psicolinguistica. Dal 2003 mi occupo della produzione e programmazione artistica del Blue Note, con un orario di lavoro abbastanza flessibile, che mi permette di continuare in parallelo la mia attività di musicista.

Quante ore dedichi allo studio della chitarra giornalmente? Che tipo di chitarre usi? Cosa consiglieresti a chi vuole iniziare a suonare la chitarra, e a chi già suona la chitarra ma vuole sperimentare altri modi di relazionarsi con lo strumento?

Dipende dai periodi, in genere non scendo mai sotto un’ora al giorno di pratica; poi se non ho troppi concerti o impegni particolari arrivo anche a due o tre ore. Durante l’estate riesco ad aumentare le ore, per cui di solito stabilisco un programma più dettagliato, con un inizio e una fine precisa. In questi casi arrivo a cinque-sei ore, ma ben di rado eguaglio le sessioni di pratica dei tempi del GC!

Per il mio progetto solista uso una Rick Toone S2 Custom, con pickup Q-tuner di prima generazione. Ho utilizzato anche una Fender Jazzmaster del 1969 per suonare l’arpeggio del brano “Coda”. Non uso amplificatori, entro in diretta, con la simulazione UAD di un Neve 1073, più un 1176 e un Teletronix LA-2A. Come effetti uso principalmente i plug in di Eventide.

Per il progetto con Bert ho una chitarra acustica di Raymond Kraut, anche se da quest’anno useremo entrambi delle copie di archtop D’Aquisto. Amo tantissimo il sound di questo tipo di chitarra, quando nasce come strumento acustico, non elettrico. Per il nuovo album un famoso liutaio di archtop, Cristian Mirabella, ci presterà le sue chitarre, che abbiamo già avuto modo di provare a New York durante il nostro ultimo tour: sono superbe, non vedo l’ora!

A chi vuole iniziare lo studio della chitarra consiglierei, come dice anche Robert Fripp, di tenersi la ‘Musica’ come hobby, altrimenti, se si vuole vivere di quello, di lavorare come semiprofessionista, così da avere sempre una rete di salvataggio nel caso le cose non vadano come sperato. Non è un business facile, oggi ancor meno di ieri, tuttavia è ancora possibile vivere di musica. Su questo argomento ho tenuto diversi seminari, dal titolo “Manuale di sopravvivenza per un giovane musicista”, dove spiego tutto quello che ho imparato negli ultimi quindici anni, lavorando professionalmente sia come chitarrista che come organizzatore al Blue Note. Chi fosse interessato mi può contattare attraverso Facebook o il mio sito Web [www.fabiomittino.com].

Riguardo all’ultima domanda, oltre al GC esistono altre realtà che possono magari risultare più appropriate a seconda dell’obiettivo dello studente. In generale, direi di seguire il proprio cuore, senza fretta, senza affanni, concentrandosi nel fare bene e con qualità anche solo una piccola, semplice cosa.

Alessandro Staiti

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